martedì 20 giugno 2017

Guns n' Roses @ Letzigrund Stadion - Zurich

7 giugno 2017

Correva l'anno 1990 e avevo da poco compiuto sette anni quando il figlio di amici di famiglia mi sottopose al primo ascolto di "G N' R Lies": la mia "carriera" da pessima musicista dilettante e attenta ascoltatrice di album comincio' quel giorno e i Guns N' Roses furono il mio primo amore musicale, parallelamente a Edoardo Bennato. Ebbene si', in versione ancora acerba (nel caso fosse sfuggito il dettaglio lo ripeto: avevo sette anni!) la mia anima rock e la mia vena cantautorale gia' cominciavano a farsi vedere.

Passarono per Roma nel '92 ma a quell'eta' non si poteva andare a un concerto dei Guns N' Roses: mi e' sempre rimasta una punta di amarezza nonostante mi sia sempre resa conto della ragionevolezza dell'imposizione parentale.

Nel '93, con lo scatto della decina e l'uscita di "In Utero", mi stavo gia' spostatando nella direzione musicale che chi mi legge con attenzione (dai, ci saranno almeno due persone che leggono questi miei scritti?, facciamo tre?) conosce bene, e l'uscita di "The Spagetti Incident?" mi lascio' quasi del tutto indifferente... e d'altra parte esiste forse qualcuno in giro che lo tiene in gran conto?
Per finire la lite tra Axl e Slash con conseguente fine di cio' che ai miei occhi erano in Guns n' Roses fu la pietra tombale del mio primo amore.
Da allora non ho praticamente avuto la piu' pallida idea di cosa fosse stato di tutti loro.
Fino a poco fa.

(Si', lo so che questa storia l'ho gia' raccontata, ma amor di prosa voleva che io la riproponessi: tutto quel che segue pero' e' scritto odierno)

Poco meno di due anni fa, in quel di Hamilton (ON) a cinque minuti a piedi da quella che era casa mia, venne a suonare Slash, ormai gigante fuori tempo massimo: nessuno, allora, avrebbe potuto prevedere una rappacificazione tra lui e Axl e pensai che vedere anche solo uno dei due fosse per me un accettabile di premio di consolazione.

Poi.

Poi pero' capita che devo farmi una delle mie tournee' in Europa, e capita che io debba passare anche per Zurigo (CH) quattro giorni a lavorare con un carissimo amico, e capita che poco prima della mia partenza io riceva notizia che tutti i G N' R degli anni del mio innamoramento - beh, Axl, Slash, Duff e Dizzy - suonino proprio in quel di Zurigo (CH), proprio mentre io sono li', e capita che il mio amico sia a tutt'oggi di ascolti assai tamarrock.
Allora ci si consulta rapidamente via skype.

- Che facciamo?, sono 176 franchi svizzeri perdio!
-Vero, ma questa occasione non ricapita...

A nulla valgono due dottorati in matematica quando si ha un desiderio infantile da realizzare, non esistono argomentazioni logiche, c'e' solo voglia di andare: ciascuno cerca nell'altro la razionalita' necessaria per dire di no, ma e' una ricerca vana.
E' un romanticismo profondo quello che ci spinge alla fine a svuotare il conto in banca; non avrei mai preso un treno apposta per i G N' R, forse addirittura non sarei andata neanche se fossero venuti ad Atlanta in un posto raggiungibile a piedi, o comunque ci avrei pensato; ma ecco, l'idea che un viaggio di lavoro si trasformi per incanto in un'occasione irripetibile da vivere con uno degli amichetti del cuore ha un fascino a cui nessuno dei due sa resistere.
E' deciso, si va.

Arrivati allo Stadio siamo catapultati direttamente alla fine degli anni ottanta: giacche jeans strappate, magliette sbiadite per essere rimaste trent'anni in un armadio, bandane, borchie, occhiali da sole.
Io sono gia' emozionata.
Entriamo e suona il primo dei gruppi spalla, c'e' pochissima gente e ci prendiamo il tempo per comprare anche noi una maglietta che indosseremo sopra il maglioncino (fa freschino a Zurigo accipicchia!), poi scendiamo sul prato dello stadio cercando di avvicinarci il piu' possibile al palco.
Il primo gruppo spalla se ne va nella piu' totale indifferenza degli astanti.

Viene piazzata un'altra batteria sul palco.
Il mio amico, tamarrock si', ma evidentemente digiuno di concerti, pensa che ormai ci siamo e tutto sommato pensa sia normale che lo stadio sia mezzo vuoto dato che siamo in Svizzera e domani e' giorno lavorativo.
Ah, beata innocenza.

Il secondo gruppo spalla sono i The Darkness.
Chi?
Il mio amico tamarrock li riconosce subito, io ci metto un po' di piu'.
Gli inglesissimi The Darkness, gruppo self-called rock che all'inizio degli anni zero aveva avuto un discreto successo su empty-vi con un paio di canzoni per poi svanire essenzialmente nel nulla.
Il mio amico ed io ridiamo come pazzi ad ogni gorgheggio del cantante, che a un certo punto addirittura si mettera' in verticale ad aprire e chiudere le gambe come una forbice. Mi guardo intorno e noto essenzialmente due categorie: quelli che ignorano il palco e quelli che ridono.
Ad un certo punto il cantante, piccatissimo, ci manda tutti a quel paese "Siamo qui per scaldarvi ma se voi non ballate o battete le mani non arriverete mai carichi per i Guns N' Roses... Fottetevi!"
Il suo tentativo resta pressocche' ignorato.
Chiudono il loro momento inglorioso con quello che era stato il loro brano di successo.
Chissa' che male ha fatto il mondo per meritarsi i The Darkness.

Se ne vanno senza salutare tra le grida della folla.
Lo stadio si va riempiendo.
Salgono i tecnici, smontano e rimontano.
Sugli schermi, uno al centro e due ai lati del palco, viene sparato un filmato con lo storico logo circolare che gira e vari tipi di armi da fuoco (dalla classica rivoltella del logo a fucili di varia fattura) che sparano. Tecnologia audiovisiva moderna sfruttata da gente che ha il cervello negli anni ottanta.
Fa quasi tristezza il pensiero.

Poi, dopo un tempo che pare interminabile (ma sono solo le sette e quaranta), quando ormai lo stadio e' gremito (sold-out!, altro che svizzeri!), i tecnici scendono, le pistole sullo schermo sparano un ultima volta, calano le luci e poi... e poi via, entrano Axl, Slash, Duff, Dizzy, il giovane batterista e la bella tastieristina.
Il mio cuore e' gia' andato.
Attaccano con "It's so easy" e io gia' canto a squarcia gola. Axl e' un cicciottone ma la voce ancora c'e', giusto un filo piu' sporca e bassa. E non ne sbaglia una.
Segue a ruota "Mr. Brownstone", e se sul momento fa ridere vedere 'sto panzone che fa le mossette-sexy come quando era un bel ventenne, dopo un po' non ci fai piu' caso: quello e' Axl che mette un braccio intorno alla spalla di Slash e tu (io) hai di nuovo otto anni e stai di nuovo sognando tutto un mondo di possibilita'.
Suonano un brano che non conosco, immagino da Chinese Democracy e... bah, buon tamarrock non c'e' che dire, ma tutti quanti vogliamo sentire altro.
I Nostri ovviamente lo sanno, quel brano li' serviva a far salire la tensione, perche' dopo l'applauso di rito ma chiaramente freddino Axl chiede urlando "You know where you are?"... e si' che lo sappiamo!, "Welcome to the jungle" scuote lo stadio: per aprire la propria carriera con un brano come questo ci voleva una spavalderia non indifferente.
Poi "Double talkin' jive" e Slash, che fin qui era stato tutto sommato tranquillo, ci regala un assolo in coda lunghissimo e da brividi.
Bisogna di nuovo allentare la tensione e suonano un altro brano che non conoscono, ma e' un soffio, va via cosi' senza accorgersene, e poi, introdotta un dolce accordo di settima minore, parte "Estranged".
Ora.
"Estranged" e' una di quelle canzoni 'per sempre', se si capisce cosa intendo.
Mi ricordo il video da cui traspariva tutta l'inquietudine di Axl, la sua infanzia negata, la sua stanchezza... ricordo l'assolo di Slash come un cristo sulle acque... avevo nove anni, non potevo capire un verso come "old at heart but I'm only 28", ma anche allora era la mia preferita (si vede che la propensione ai Joy Division l'avevo gia', seppur in forma embrionale) e stasera, gia' sulla prima strofa - quella si', la capivo anche all'epoca - mi scendono le lacrime e resto li', immobile, senza neanche la forza di cantare. Penso che Axl gia' allora sapesse che non potevano andare avanti a lungo, che erano stanchi, svuotati... faceva lo sbruffone lui, ma era un pulcino con la maschera da leone.
Sono stordita.
Mi servirebbe una gran forza di volonta' per asciugare le lacrime e non perdermi su una pericolosissima strada di pensieri pesanti, ma ci pensano loro con "Live and let die", a cui oggi come allora regalano una potenza che Sir Paul non avrebbe potuto immaginare: del resto i Guns N' Roses sono stati (sic) la piu' grande cover-band della storia.
Segue "Rocket queen" e no, non vogliono farci mancare niente stasera: non era tra le mie preferite, ma stasera vale tutto. Certo niente di comparabile al modo in cui mi parte il cuore quando subito dopo la batteria attacca in solitaria quel ritmo inconfondibile che tutti noi associamo immancabilmente all'ex governatore della California... turututtu-pa turututtu-pa turututtu-pa turututtu-pa... e "You could be mine", che un anno e mezzo fa mi aveva sferzata con la sua potenza, oggi, con Axl, Slash e Duff insieme sul palco, e' semplicemente una magia.
Ho bisogno di riprendere fiato, tutti siamo troppo storditi, e come per rispondere a una richiesta silenziosa, suonano due brani che non conosco, giusto per lasciarci rimettere insieme tutti i pezzi.
Poi.
Poi Axl fa una specie di verso per schiarirsi la voce, ma non e' un verso qualsiasi, e' quel verso, quello che poi ci vorrebbe un cinguettio di passerotti, e gia' cosi' lo stadio esplode.
"Civil war", la prima canzone che io abbia mai cantato in pubblico.
E canto con tutta la voce che ho in corpo, canto per quella bambina che voleva farlo venticinque anni fa, canto per questa donna che non riesce a lasciar andare la bambina e forse non lo fara' mai.
Segue un'altra cover, "Black hole sun", e non riesco a decidere se apprezzo la scelta o la trovo di cattivissimo gusto, ha l'aria della ruffianata e mi irrita un po', ma giusto un filino: infondo sono dei veri tamarri, non e' che gli si possa chiedere delicatezza e contegno.
E con ancor piu' cattivo gusto per la scelta dell'ordine in scaletta attaccano "Coma". Alzo un sopracciglio e un minuscolo pezzetto del mio rispetto nei loro confronti se ne va.
Segue un lunghissimo assolo di Slash, uno di quelli che ti fanno ringraziare gli dei del rock: ruvido, sporco, da vero zappatore d'altri tempi, ma e' proprio in questo che ha il suo bello. E come faceva gia' quando poteva permettersi di suonare a petto nudo (oggi per fortuna ci risparmia) ci mette in mezzo la musica de "Il padrino", con la sua Gibson rigorosamente mantenuta in posizione verticale.
Brividi.
Ed e' sempre lui a dare il via al brano successivo, con uno dei giri piu' famosi della storia del tamarrock... ed e' "Sweet child o' mine", quella che cantavamo da bambini in garage, nella primissima band di cui io abbia mai fatto parte, che ovviamente era una cover-band dei G N' R. E poi ancora "My Michelle", che con quella di Sir Paul non c'entra un accidente!
Sospetto che le ultime due siano state un grosso sforzo per le corde vocali di Axl perche' di nuovo lascia spazio ai due chitarristi (l'altro e' Richard Fortus) per una versione strumentale di "Wish you were here" che fa venire la pelle d'oca: Fortus e' tecnicamente piu' preparato di Slash, piu' pulito, piu' veloce, piu' elegante.
Ma Slash ha quel modo caldo e lurido che e' solo suo e che ti (mi) lascia senza fiato.
Alla fine del lungo brano strumentale torna Axl e si siede al piano.
E devo davvero dire cosa sta per succedere?
Da bambina il pianoforte introduttivo di "November rain" mi avvolgeva come una calda coperta. Anche di questa ho netto il ricordo del video, Slash a gambe larghe che esce dalla chiesa per suonare l'assolo fuori, in mezzo a un deserto dall'aria texana, la pioggia che comincia a cadere, il finale doloroso... e stasera tutto questo torna a galla come se non avesse aspettato altro per 25 anni.
E poi?, poi ci vuole "Knocking on heaven's door", cover talmente particolare e famosa che certi ignoranti - come me - non riescono piu' ad associarla a Bob Dylan. Il finale e' prolungato al limite della perversione, ma ci sta.
Poi "Nightrain", per non tornare mai piu', perche' questa notte non finisca mai.

Pausa.
Brevissima.

Tornano ed e' "Don't cry", la prima canzone che io abbia mai suonato alla chitarra.
E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: anche questa mi strappa dei bei lacrimoni.
Poi "Whole lotta Rosie", che Axl dedica al suo cagnolino morto di recente: gran pezzo, gran cover.
Sappiamo tutti a quale canzone sara' affidato il gran finale, sappiamo tutti che quando sentiremo Sol-Do-Fa-Do-Sol questa sospensione del tempo sara' finita, vorremmo tutti ritardare quel momento ma e' inevitabile. Quando i famigerati cinque accordi vibrano, tutto lo stadio canta all'unisono "Take me down to the Paradise city/where the grass is green and the girls are pretty/oh won't you please take me home".
Fuoco sul palco e coriandoli sparati sul pubblico accompagnano il finale, gli inchini, i saluti, la definitiva uscita di scena.
Sono le dieci e mezza.
Hanno suonato quasi quattro ore.
Massimo rispetto.

Il mio amico ed io torniamo a casa ubriachi di rock e di infanzia.
Felici.

martedì 16 maggio 2017

Playlist del giorno

1. Mad World [G. Jules (Tears for Fears cover)]
2. L'innocenza [Scisma]
3. How to disappear completely [Radiohead]
4. Everybody hurts [R.E.M.]
5. Suggestionabili [P. Benvegnu']
6. Macchine [P. Benvegnu']
7. Stefan Zweig [P. Benvegnu']
8. Amen [Marlene Kuntz]
9. Sally [F. Mannoia (V. Rossi cover)]
10. Smells like Teen Spirit [Equilibrio Instabile (Nirvana cover)]
11. Se questo sono io [P. Benvegnu']



(...frammenti di un puzzle che - ancora - non prende forma)

martedì 21 marzo 2017

Edda - Graziosa Utopia [2017]

Sfondo giallognolo e un disegno stilizzato; i contorni di una ragazza con lunghi capelli marroni raccolti in una treccia, accovacciata con in mano uno specchio: indossa calzini rossi e un vestitino azzurro cortissimo, e la superficie riflettente dello specchio sembra rivolta proprio tra le gambe di lei. Una freccia parte dalle mani di lei e punta in alto verso un tondo verde all'interno del quale vi e' un'arancia, un'altra punta in basso verso un riquadro rosa all'interno del quale compare un gatto bianco e nero che beve latte da un piattino. Appena dietro, le linee di assi cartesiani a delineare il pavimento, la parete laterale e quella posteriore.

Play.

Non ce l'ho mai fatta a scrivere di "Semper biot", "Odio i vivi" o "Stavolta come mi ammazzerai". Sia chiaro, non che non ci abbia provato, li ho ascoltati a lungo (difficile fare diversamente con certi album), li ho lasciati entrare sotto la pelle... e forse e' proprio per questo non sono mai riuscita a trasformare in parole le mie impressioni: quegli abissi infiniti di tormento e dannazione hanno sempre frenato le mie dita e ogni bozza di recensione e' stata sistematicamente cestinata.
Vediamo se ci riesco questa volta.

Stefano "Edda" Rampoldi.
Accidenti a lui, alla sua voce roca e sgraziata che ti scartavetra lo stomaco, alla sua chitarra tagliente che ti ipnotizza, alla sua sincerita' oscena e graffiante che ti fa arrossire.

Album dopo album i brani assumono via e piu' una forma-canzone "canonica", il tono del cantato si fa sempre meno caricaturale, e piu' in generale assistiamo a una specie di standardizzazione dell'espressione, ma non ci si lasci ingannare dagli arrangiamenti quasi ordinari: l'essenza trasmessa da questo magnifico autore e' e si mantiene potente e destabilizzante.
Se la caricatura, la mancanza di grammatica sonora, erano un modo per distrarre da contenuti che altrimenti avrebbero ferito piu' di cento lame conficcate profondamente nella carne, oggi questo ruolo e' affidato a musiche piu' costruite e dotate addirittura di rifiniture elettroniche, a un rock cantautorale squisitamente italico in cui anche le sbavature sono rigorose.
E che rock signori!
La morbidezza della chitarra acustica nella traccia di apertura non e' che un inganno: tutto il disco trasuda rock raffinato, dai ritmi potenti, i bassi profondi e le armonie mai banali.
E giusto per farci capire dove sono le radici, a traccia sei (in un album di dieci canzoni, cosi', per dare le coordinate) addirittura scomoda vocalmente il "Ciao sono io" piu' famoso della storia della Canzone all'Italiana.

Dieci canzoni, dieci bombe a mano di pregevole fattura musicale. Provare per credere.

Ma.
Ma alla fine siamo sempre li', a conficcare un dito sporco di fango dentro una ferita profonda e ancora sanguinante, a denudare il proprio lato sensibile e fragile dietro una maschera di parole forti e nauseanti.
Si', "denudare dietro una maschera": Edda si nasconde mostrandosi, nascondendosi e' nudo.

Ecco, a mio personalissimo avviso, l'essenza di quest'uomo che canta di se' al femminile usando come pseudonimo il nome di sua madre: uno che innalza un gigantesco muro impenetrabile di aggressivita' verbale, di malcelata nudita' scomposta, per proteggere un uccellino sperduto che - bisbigliando - prega che qualcuno sfondi quel muro e gli dimostri che anche lui puo' essere amato.

Eggia', perche' chi lo sa se la sua paura e' quella di amare o piuttosto quella di essere finalmente accolto e amato in modo puro e genuino.

E in questo gioco di specchi uno dentro l'altro, in questo album piu' che mai mi appare chiaro che il fulcro del discorso di Edda sia racchiuso nel tema della verita': la verita' che manca, la verita' celata e quindi esposta, spogliata, mascherata da falsita', la verita' derisa per non sentirne il peso.
E che peso!
Perche' insomma, ci avete (ma voi chi?) fatto caso che "verita'" e' la parola piu' frequente nella discografia del Nostro?, E' sempre nudo, odia i vivi, si fa ammazzare... la verita' e' la sua utopia.
Dire la verita', spogliarsi davvero e non per gioco o esagerazione sguaiata, e' forse l'unico modo per essere davvero liberi. E provare schifo (!) per la propria verita' e sputarla via in mezzo a un mucchio di esagerazioni false e' il piu' perverso modo di violentarsi, di punirsi e privarsi della felicita'.

E poi ci sono io che ascolto.
In silenzio.
Io che penso.
E mi lascio scardinare.

...2017, ottima annata.


Lista delle tracce

Spaziale
Signora
Benedicimi
Ziguli'
Brunello
Un pensiero d'amore
Picchiami
La liberazione
Arrivederci a Roma
Il santo e il capriolo

martedì 7 marzo 2017

Paolo Benvegnu' - H3+ [2017]

Sfondo giallognolo di cartoncino sbiadito dal tempo. Un ideogramma giapponese (tian, cielo) disegnato come con un pennello, con inchiostro rosso.

Play.

Caro Signor Benvegnu',
chiedo scusa, ti do del tu.
So per certo che hai letto quello che avevo scritto dopo il vostro concerto a Grottammare a Natale di due anni fa; lo so perche' tu stesso me lo hai detto dopo il vostro concerto a Roma a Natale di un anno fa, dal che ho immaginato che tu abbia poi letto anche cio' che avevo scritto in quell'occasione. Il fatto che tu ricordassi la mia recensione a distanza di un anno, di piu', che tu associassi immediatamente la parola "Toronto" al mio scritto e deducessi all'istante chi fossi mi aveva profondamente colpita: penso sempre di non lasciare grandi tracce del mio passaggio e quando capitano cose cosi', quando scopro di qualcuno che si ricorda qualcosa fatto/scritto/detto da me, resto sempre un po' a bocca aperta.
Mi sono spesso domandata se tu avessi cliccato qua e la' in quei post scoprendo cio' che avevo scritto di Earth Hotel (l'album piu' bello del 2014) o di Mr. Newman (l'EP piu' bello del 2015, la' dove il primo posto per l'album se lo aggiudicano Maroccolo e Rocchi di un soffio), o se le impressioni di questa bambina ti avessero lasciato intuire che effetto puo' fare l'ascolto della tua/vostra musica.

Caro Signor Benvegnu',
non sei completamente digiuno di scienza, lo ho capito dal modo in cui mi ascoltavi quella sera mentre provavo a spiegare grossolanamente il mio lavoro ad Andrea; non sei uno di quelli che si riempiono la bocca di frasi come "H3+ e' la molecola dell'universo" senza andare al fondo: hai intitolato il tuo album come il catione idrogenonio, una molecola che si' e' tra le piu' comuni dell'universo, che forse e' realmente importante per la creazione delle stelle, ma che soprattutto ha la peculiarita' di essere stabile solo la' dove la temperatura e la densita' di materia sono prossime allo zero, qualcosa che quindi si romperebbe, cesserebbe di essere se stessa (sic!), se vi fosse un po' piu' di movimento (temperatura ed energia cinetica sono infondo la stessa cosa) o qualora si trovasse troppo vicina ad altro. Non credo sia un caso, anche questo dettaglio mi parla.

Caro Signor Benvegnu',
io non so perche', ma va sempre a finire che parli a me, alla mia storia, alla fase che attraverso, anno dopo anno, album dopo album. Ma dimmi, chi ti ha dato il permesso di spogliarmi?, perche' quando canti "E cerco cio' che e' intatto. Astratto, sommerso. Sconfitto. Diverso. E cerco cio' che e' intatto, esatto, sommerso. Sconfitto. Diverso. Nell'imperfetto astratto." io ripenso a quella notte in cui vi ho raccontato il mio essere matematica, il mio andare a caccia di armonia nel rumore, di moti regolari che sopravvivono al caos. E sono sicura che non lo hai fatto intenzionalmente, pero' accidenti che impressione!
Cosi' come sono sicura che non e' intenzionalmente a me che ti rivolgi in "Se questo sono io", pero' te lo devo dire: e' a me che parli!, e mica e' carino sentirsi scoperti cosi'... e pensa, non so nemmeno se mi sembra piu' che parli di me che varco orizzonti soltanto per perdermi sempre o se parli a me, alla bambina che ti ascolta e sogna, quella che chiude gli occhi mentre cammina col fedele cuffione e tu sei invariabilmente li' con lei.
E so che non puoi immaginare il mio cammino, ne' come la Luce del Grande Sud del NuovoMondo (gia', niente piu' Toronto, ora vivo ad Atlanta, Signora del Sud) mi stia lentamente facendo rinascere. Gli errori, le paure, le frustrazioni, la fretta sciocca che di fatto rallenta, la ricerca continua di un'ascesa che pare irraggiungibile, lo schiantarsi e ripartire... non lo sai, ma certo che lo racconti proprio bene.

Caro Signor Benvegnu',
intendiamoci. Quando ho trovato il cartoncino dell'UPS sulla porta di casa tutto quello che sono riuscita a pensare e' stato "tra un po' avro' in mano l'album piu' bello del 2017" e mi sono emozionata. Mi hai/avete viziata: lo sapevo in anticipo e senza dubbio che me ne sarei innamorata.
E ascoltando, riascoltando, ancora e ancora, ogni volta entra un po' piu' a fondo e si', confermo: questo e' l'album piu' bello del 2017.

Caro Signor Benvenu',
ringrazio oggi piu' che mai il giorno in cui hai deciso di diventare un musicista, e ringrazio ancora di piu' il giorno in cui hai conosciuto Andrea Franchi, Luca "Roccia" Baldini, Marco Lazzeri e il nuovo arrivato Ciro Fiorucci (era suo il nome che non ho capito l'anno scorso a Roma?), tutti musicisti spettacolari, di notevole sensibilita' e tecnica squisita, cosi' come ringrazio il giorno in cui hai deciso di affidarti a Michele Pazzaglia e al suo gusto raffinato.

Cari Signori Benvegnu',
ecco, finalmente mi rivolgo a tutti voi chiedendo scusa per averci messo tanto: Paolo, Andrea, Luca, Marco, Ciro, Michele e collaboratori.
Avete scritto un disco meraviglioso sotto ogni aspetto: quelle divagazioni armoniche mi piacciono da pazzi, i bassi (tanto per cambiare) mi fanno girare la testa, il modo in cui avete usato quel pizzico di elettronica mi strappa sorrisi di ammirazione, i vostri ritmi mi seducono, i suoni che avete disegnato mi cullano... tutto, tutto, tutto concorre al mio benessere psicofisico.
Ringrazio Andrea per aver portato qui l'esperienza di Tanz!, gioiellino che chi non l'avesse ancora ascoltato dovrebbe senz'altro rimediare, lo ringrazio perche' ne riconosco il tocco in piu' punti e me lo godo fin nelle ossa, dall'arpeggio elegantissimo di "Victor Neuer" (piu' nuovo del Signor Uomonuovo) a tutti minuscoli giri ipnotici disseminati qua e la'.
Ringrazio Luca perche' se il basso di "Love is talking" mi si attorciglia addosso da sempre, se quello di "Avenida Silencio" mi strappa ogni volta una lacrima, quelli di "Goodbye planet Earth" (a proposito, la pronuncia sbagliata da sembrare "heart" non lo so se e' voluta, in effetti dubito, ma mi pare anche questo un ignaro tocco di classe) o di "Quattrocentoquattromila" sono semplicemente sublimi.
Ringrazio Marco perche' le sue dita di fuoco accarezzano le mie orecchie con dolcezza, perche' quel suo meraviglioso pianoforte di "Olovisione in parte terza" e' una delizia di note che si rincorrono con garbo, perche' gli archi DeGregoriani di "No drinks no food" mi riportano all'infanzia e alla dolcezza.
Ringrazio Ciro per i suoi ritmi sincopati, perche' e' l'ultimo arrivato e gia' dice egregiamente la sua.
Ringrazio Michele perche' ha un orecchio spettacolare, perche' se ascolto l'album ad occhi chiusi e' il mio corpo a diventare un'astronave e perdersi in questo mare di nero e stelle e note e benessere, e letteralmente lasciarsi andare tra echi e ritorni.
Ringrazio chiunque di voi abbia avuto l'idea di ritardare l'entrata in scena della batteria in "Macchine", tenendo le mie orecchie sospese ad aspettare su quel crescendo che si perde nel nulla e regalando poi soddisfazione quando finalmente esplode dopo l'intermezzo elettronico, per non parlare del lungo finale strumentale che e' gioia allo stato puro.
Ringrazio chi ha pensato la costruzione di "Boxes" e l'inquietudine blues che si porta dentro, cosi' come vi ringrazio per la serena accettazione di "Astrobar Sinatra", in cui l'abbandono si fa finalmente pace, e per la gioia pura di "Slow Parsec Slow", brano di bellezza colossale.
Ringrazio tutti voi, che confermate ancora una volta di essere Musica colta a tutto tondo, ringrazio la vostra vena cantautorale all'italiana che si ammanta di jazz e di elettronica senza perdere mai la sua essenza, la sua grazia, la sua dolcezza.
Ringrazio il vostro amore per la Terra e la Vita, riassunto nel gran finale salvifico che ti rimescola dentro e ti rimette in armonia col mondo.

Cari Signori Benvegnu',
oggi il mio unico rimpianto e' di essere a 8000km (metro piu' metro meno) di distanza da un vostro concerto, troppi per potervi ringraziare di persona; lasciatemi pero' esprimere il desiderio che portiate avanti il tour fino a Natale prossimo, perche' se per allora sarete in giro, in qualsiasi parte dello Stivale, mi troverete sotto al palco, a guardarvi con occhi spalancati, a far entrare la vostra musica nelle ossa, a lasciarmi avvolgere ancora una volta, come ogni volta.


Lista delle tracce

Victor Neuer
Macchine
Goodbye planet Earth
Olovisione in parte terza
Se questo sono io
Quattrocentoquattromila
Boxes
Slow parsec slow
Astrobar Sinatra
No drinks no food

martedì 28 febbraio 2017

Baustelle - L'amore e la violenza [2017]

Una foto leggermente sbiadita, due giovani donne abbracciate, una bionda e una bruna; la bruna e' di fianco, a torso nudo, il braccio destro, nell'atto di abbracciare la bionda, copre parte del seno; anche la bionda e' verosimilmente a torso nudo ma il gioco di luci e ombre lo lascia solo intuire. In basso a destra, piccola, la scritta in stampatello "warner music e' lieta di presentare", appena sotto, sempre in stampatello, il titolo dell'album un po' piu' grande, sotto ancora il nome della band, grande, in grassetto e caratteri minuscoli.

Play.

Era il duemilatredici quando "Fantasma" ha visto la luce.
Per qualche mese a partire dalla sua uscita lo avevo ascoltato a ripetizione, non potevo staccarmene, non avevo ne' ho mai avuto la lucidita' di scriverne ma giuro che lo ascoltavo senza posa.
Comporre un album come quello non e' cosa da poco: comporne uno dopo quello, con una cosi' pesante eredita' sulle spalle, e' una vera scommessa, e non a caso sono passati ben quattro anni, perche' ci vuole molto coraggio per mettersi in competizione con una cosa simile, e una competizione con un altro si puo' anche accettare, ma con se' stessi...

La scelta dei Baustelle per questo nuovo lavoro e', a mio parere, l'unica sensata: suonare qualcosa "oscenamente pop", per usare le parole dello stesso Bianconi, ovvero accettare che l'esperienza di "Fantasma", nella sua monumentalita', e' un unicum, un momento particolarissimo da conservare nel cuore come parentesi speciale del proprio vissuto, ma che l'essenza Baustelliana era gia' tutta incapsulata nella manciata di secondi che aprivano "Le vacanze dell'ottantatre" (ottima annata signori!) e che vale la pena di ritrovare quell'essenza per sperare ritrovare se' stessi e non perdersi alla ricerca inutile di un "Fantasma-reloaded", che tanto non potra' essere perche' se anche fosse sarebbe un surrogato insoddisfacente.

E quindi largo ai synth di plastica che sembrano usciti direttamente da una discoteca degli anni settanta/ottanta, ci si ammanti di miriadi di citazioni piu' e meno colte, piu' e meno auliche, piu' e meno popolari, si raccontino storie drammatiche con sbruffoneria e modi ridicoli, si usi la Baustellianissima sequenza di accordi si-la-mi-sol-la, tutti rigorosamente maggiori, con la voce che canta fa-diesis sul cadere del si, mi sul cadere del la e del mi e di nuovo fa-diesis sul cadere del sol e dell'ultimo la, che poi a me questi giochi armonici fanno girare la testa.

Ma attenzione perche' non si tratta un passo indietro: questo e' un album molto piu' maturo di quanto le scelte sonore possano farlo apparire a primo impatto, qui la plastica viene usata con sapienza ed eleganza ed e' chiarissimo, quand'anche non se ne fosse a conoscenza, che questo lavoro e' frutto di un percorso d'evoluzione inesorabile.

Quanto al filo conduttore mi pare che ci sia ben poco da interpretare, che il messaggio sia decisamente cristallino ed esposto a chiare lettere: una disillusione totale, accettata pero' con assoluta serenita' ("la vita e' tragica/la vita e' stupida/pero' e' bellissima/essendo inutile/pensa il contrario e poi/ti ammazzi subito/ pensare che/la vita e' una sciocchezza aiuta a vivere"... come si fa ad essere piu' espliciti di cosi'?).
Il tutto ballando come adolescenti scemi.

Si potrebbe stare ore a cercare tutti i dettagli, a parlare dei minuscoli tocchi di classe lirici o musicali disseminati qua e la', potrei mettermi anche io a partecipare alla gara giornalistica di chi ne (ri)conosce di piu': per fortuna faccio un'altro mestiere, la musica e' semplicemente il mio principale diletto e scriverne e' un gioco che mi diverte e nulla piu'... pero' ecco, questa non posso tenermela per me: trovo che traccia uno sia una perla di genialita' cinica che poteva venire in mente solo ai montepulcianesi.

Annata niente male questo duemiladiciassette fino a qui, niente da dire.


Lista delle tracce

Love
Il vangelo di Giovanni
Amanda Lear [Explicit]
Betty
Eurofestival
Basso e batteria [Explicit]
La musica sinfonica
Lepidoptera
La vita
Continental Stomp
L'era dell'acquario
Ragazzina

domenica 26 febbraio 2017

Addio Proust! - Io non ho mai perso il controllo [2017]

Sfondo color crema e un disegno a matite colorate. Una balena bluastra e' "seduta" su una sediola di legno davanti a un tavolino ricoperto di una tovaglia marrone su cui troneggia una moka; sembra voler allungare una pinna verso una tazzina ma ha lo sguardo di chi sa che non potra' mai afferrarla. Oltre il tavolo una finestra che parrebbe chiusa, ma c'e' una tenda davanti visibilmente mossa dal vento. Il nome della band e' in alto, scritto in lettere vuote; il titolo dell'album appena sotto, piu' piccolo, in semplice stampatello.

Play.

Ecco qua una nuova perlina dallo Stivale: evidentemente non riesco a staccarmi dalla musica italica, fa parte del mio essere, inutile girarci attorno.
E quello degli Addio Proust! (col punto esclamativo) e' proprio un ottimo rock italico, ben scritto e ben suonato, in cui si passa con discreta nonchalance da melodie cantautorali di facile appiglio a violenti passaggi arabo-rock, di quelli per cui tutti quanti dovremmo ringraziare il giorno in cui il Maestro-Tesio ha sfiorato la sua prima chitarra, per non parlare di episodi chiaramente figli della miglior tradizione hardcore-punk e grunge, sia nostrana che americana.
Bassi eleganti, batterie esatte, chitarre essenziali, voce sincera.

In neanche quaranta minuti, questi esordienti Fiorentini ci dicono un bel po' di cose difficili da inquadrare, e lo fanno anche con una certa ironia furbetta, indiscutibile punto di forza, che da energia, impedisce di prendersi troppo sul serio e, soprattutto, ti forza a ripetuti ascolti prima di poter individuare il bandolo della matassa.

Ci vengono proposte immagini surreali, accostamenti solo all'apparenza insensati ma che, a voler ascoltare con un minimo di attenzione, parlano di un disagio diffuso e a tutto tondo, raccontato per metafore animali perche' questo e' cio' che siamo: animali con tanti di quegli psico-strati addosso da aver dimenticato il nostro essere carne e sangue, balene che il mondo costringe ad uscire dall'acqua e a desiderare di sedersi a un tavolo per mangiare una bistecca (sic!) e bere un caffe', pesci che infondo al cuore vorrebbero semplicemente tornare a nuotare ma non lo ammetteranno mai ad alta voce.

La musica degli Addio Proust!, alla luce di queste considerazioni, si adatta perfettamente a tale altalena interiore, destreggiandosi abilmente tra generi tanto diversi che a primo ascolto possono apparire un'accozzaglia indecisa, ma a giudizio di chi scrive raramente scelta fu piu' ponderata e adattata al messaggio ultimo: che si abbandonino la ricerca del tempo perduto e le atroci costruzioni mentali che ci disumanizzano, che si torni finalmente all'essenza e lo si faccia sorridendo.

Questa deliziosa opera prima lascia l'impressione di avere a che fare con bella gente, ed e' un peccato che io sia cosi' lontana, perche' la sensazione e' che dal vivo questi ragazzi diano il loro meglio: voi (ma voi chi?), se potete, se vi capita, fate un salto e gustateveli.


Lista delle tracce

A.P.
Macello
Pesci
Bove
Sulla coda di novembre
Ascessi
Film
Virus
Mi vedi sono qua
Insetto
Neve
Alieni

Ulan Bator - Stereolith [2017]

Una cornice bianca racchiude un'immagine quasi perfettamente simmetrica rispetto all'asse verticale della copertina, di quelle che danno allo stesso tempo benessere e fastidio a chi soffre in forma leggera di disturbi ossessivo-compulsivi.
Un mostro meccanico che ricorda vagamente le eliche di un aereo si appoggia sulla superficie di un mare blu-inchiostro, due tecnici lo stanno mettendo a punto. Un piramide violacea si staglia immensa alle spalle del mostro meccanico, emergendo dal mare come un'isola psichedelica. Dietro ancora montagne di roccia rosa mostrano fianchi parzialmente innevati. Sopra le montagne, tra nuvole bianche di zucchero filato, alti palazzi grigio-bluastri.
Il nome della band e il titolo dell'album sono scritti in un triangolo bianco in basso, un taglio che dalla cornice si incunea nell'immagine.

Play.

Il potere ipnotico delle musiche di Monsieur Cambuzat ha su di me un effetto molto potente e certo non da oggi: avevo da poco compiuto quindici anni la prima volta che le mie orecchie hanno incontrato gli Ulan Bator e ne sono rimaste ammaliate, e non fatemi fare il conto di quanto tempo e' passato che mi fa impressione. A distanza di tanti anni ben poco e' cambiato.

E' passato poco piu' di un anno da Abracadabra, che a sua volta giungeva dopo solo un anno e due figure da Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator: quando si dice essere produttivi e avere cose da dire... certa gente non sa stare ferma e, almeno a mio personalissimo giudizio, non e' in grado di scrivere Musica che non sia di altissimo livello.
Perche' porcamiseria quanto e' bello questo ultimo album degli Ulan Bator!, che magia, quale meraviglioso fluttuare ipnotizzati, incantati fin dal primo ascolto, fin dall'attacco improvviso e destabilizzante!, e' un attimo, bastano poche battute per essere catturati dalle vibrazioni elettriche, dai ritmi zoppi, dai bassi penetranti, dalle chitarre chirurgiche.

Avvolta dal fedele cuffione per l'occasione attaccato allo Stereo(lith), adagiata ad occhi chiusi in poltrona, mi lascio trasportare e mi sembra di essere una nave alla deriva su un mare elettrificato, a tratti nella bonaccia senza scampo, a tratti nel cuore della tempesta; non c'e' timone, non c'e' vela, solo la potenza e la grazia delle armonie ubriache Cambuzatiane (Cambuzatesche?, Cambuzatiche?), il vibrare delle note, dei colpi, dei respiri, e non posso far altro che abbandonarmi alla musica, e il naufragar m'e' dolce in questo mare.
E ci si sente ipnotizzati, ubriachi si', perche' e' inevitabile, ma piu' che altro nella fase successiva, quando si e' ormai semplicemente immersi in un sogno distorto e surreale: la testa ondeggia, la mente si annebbia e gli occhi si riempiono di immagini sconnesse, il tutto senza ossessione ne' nausea, anzi, quasi attraversati da un vago senso di benessere.
Per trentanove minuti e sei secondi il mondo li' fuori non esiste, niente esiste, solo questo immenso mare sonoro tutto intorno, sopra, sotto, fuori e dentro, a cullarti.

Immancabili come sempre le associazioni con la produzione di Mr. Gira, tanto che mentre ascolto e vago con la mente mi viene da pensare che non c'e' dolore, ne' adesso, ne' tempo, ne' qui; e pero', questa a sorpresa, quel "Black blue-eyed girl" della terza traccia, per come e' pronunciato e interpretato, mi rimanda inevitabilmente alla Signora del Dorset, altro caposaldo della mia cultura di musicofila, per me tanto imprescindibile che le ho intitolato la mia Polly: ditemi (ma voi chi?), la sento solo io questa citazione?

Concludendo.
...ma che conclusione?, che si continui ad ascoltare, che ci si lasci incantare, che ci si immerga completamente infondo a questo abisso per non riemergere mai piu'.


Lista delle tracce

On fire
Stereolith
Blue girl
Spinach can
Ego trip
Neuneu
No book
Icarus
Lost
Dust

martedì 31 gennaio 2017

venerdì 27 gennaio 2017

Con i miei occhi

Ho visto un uomo morire.
Morire per un attimo, morire davvero.
Al secondo giorno di una conferenza.

E' mattina, si deve ancora cominciare: al centro di ricerca dove si tiene la conferenza offrono la colazione dalle otto alle nove, poi si attacca a lavorare.
Sono seduta attorno a un tavolo con qualche collega, si chiacchiera del piu' e del meno ancora vagamente storditi dal sonno, qualcuno guada i poster rimasti appesi da ieri sera, altri stanno gia' discutendo alla lavagna; alle nove meno cinque suonano una campanella, e' ora di cominciare.
Ci alziamo tutti in piedi, tutti tranne lui, P., ed e' un attimo realizzare che no, non e' cosi', c'e' qualcosa che non va.
E' li' seduto su una poltroncina, ha gli occhi serrati.
Il suono che emette col respiro, il respiro di chi soffoca, un uomo in apnea; il modo in cui si contorce al rallentatore, si avvolge su se stesso, stringe i pugni, suda, pallido come un lenzuolo; il pacchetto di Marlboro nel taschino della camicia che non riesci a non notare.
K. gli sorregge la testa, V. gli distende i piedi, R. gli prende una mano e gli fa un massaggio che lentamente distende quelle dita che sembravano volersi conficcare nella carne del palmo.

Qualcuno ha chiamato un'ambulanza ma il primo ad arrivare e' un poliziotto (siamo negli Stati, no?) e fa delle domande cui nessuno sa rispondere.
L'unico dato a nostra disposizione e' l'eta'.
Cinquantatre'.
Cinquantatre'? ...no dai, saranno almeno sessantatre'... non puo' essere uno di cinquantatre' anni...
Mai lasciarsi ingannare dall'aspetto.

Poco dopo arrivano i paramedici ed e' la scena di un film: tutti lasciamo spazio, i paramedici hanno un'attrezzatura hollywoodiana, del resto siamo a Los Angeles.
Attaccano il massaggio cardiaco come nei film, solo che nei film non si vede quanto si muove la pancia del malcapitato: e' un gesto di una violenza inaudita, tutto il corpo di P. si muove, il ventre fa su e giu' in risposta ai colpi che riceve gonfiandosi e sgonfiandosi come un palloncino, impossibile che le costole siano rimaste intatte, semplicemente impossibile.
Osservare la scena e' nauseante ma non riesco a distogliere lo sguardo.
Orrore.
La ragazza che e' li' a schiacciare il petto di P. avra' si' e no venticinque anni.
Orrore.
R. si allontana in un corridoio con l'aria di chi semplicemente non puo' guardare, una donna che non conoscevo, tal A.W., va a nascondersi dietro una parete divisoria e piange, singhiozza, grida. Vado da lei per un attimo, provo ad abbracciarla, a sollevarle la testa; lei se ne accorge appena e continua a ripetere "he is my friend... I don't want him to die... he told me before... he was my friend... he is my friend...". Tutte le forze l'hanno abbandonata.
La lascio tra le braccia di un'altra che si e' avvicinata e sembra un'amica, infondo io non sono nessuno, conosco a malapena tre persone, questa e' una comunita' nuova per me.

Con P. ci avevo parlato cinque minuti la sera prima; lo conoscevo di nome perche' sto lavorando a un problema che nasce da una domanda posta da lui; il giorno prima durante un seminario aveva fatto un commento che aveva risvegliato in me un vecchio sogno-matematico andato in frantumi... inevitabilmente lo avevo fermato e costretto davanti a una lavagna, ma la sua risposta non era stata neanche lontanamente soddisfacente: ahime' ormai ci sono abituata, quello e' il mio sogno-matematico, non una domandina qualunque, non mi aspetto si possa risolvere cosi', infondo non mi aspetto neanche piu' che si possa risolvere... ma sto divagando, tanto per cambiare.
Rimane il fatto che ci avevo parlato, che era stato molto carino, che mi aveva lasciato una punta di amaro, che mi ero ripromessa di parlarci con piu' calma in un altro momento, ma che tutto sommato P. non e' niente per me: un nome, un volto, una voce profonda e pacata con forte accento russo.
Mi domando chi tra le persone dell'ambiente dei matematici che ho frequentato negli anni passati scatenerebbe in me una reazione simile a quella di A.W.: amici e famiglia non riesco neanche a processarli.
Un lampo veloce va alla moglie di P. che K. sta cercando di contattare via skype, ma allontano subito il pensiero perche' e' troppo straziante immaginare di essere all'altro capo di quella connessione internet.
Mi vedo a una conferenza nel futuro e a turno, uno per uno, li vedo cadere tutti, chi per nome, chi per cognome: E., K., K., G., W. (doloroso strappo al cuore anche solo pensarlo), R., W., G. (e semplicemente non riesco piu' a muovermi, a respirare, non sento piu' le gambe, perdo ogni forza), M., D.... non posso andare avanti.

Il rumore periodico della macchina cardiaca lascia ipnotizzati fino all'attimo, quello da film, in cui viene emesso un suono unico, continuo, persistente: il suono della morte in ospedale.
Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee...
I paramedici insistono, il massaggio cardiaco si fa se possibile ancora piu' violento.
Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee...
Ancora un tentativo frenetico, le gambe di P. sono percorse da uno spasmo.
Beep, beep, beep, beep, beep...
Il torso di P. comincia a muoversi lentamente.
Respira.
Respira.
Respira.
Respira.

Lo portano via.
Col passare delle ore, dei giorni, siamo raggiunti da notizie.
Lo stanno per operare,
lo hanno operato, il suo corpo ha reagito bene,
la temperatura corporea e' stata abbassata (davvero fanno queste cose?) ma si sta riprendendo,
ancora non e' cosciente ma sta recuperando,
e' sveglio, sua moglie e sua figlia sono con lui, e' fuori pericolo.
Ogni notizia e' un sospiro.

Sono ancora sottosopra.
Rido, cazzeggio, allontano le immagini con tutta la forza che ho in corpo, ma la verita' e' che assistere con occhi sbarrati alla morte, sia pur temporanea, di un essere umano ti cambia qualcosa dentro.

lunedì 23 gennaio 2017