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domenica 26 febbraio 2017

Ulan Bator - Stereolith [2017]

Una cornice bianca racchiude un'immagine quasi perfettamente simmetrica rispetto all'asse verticale della copertina, di quelle che danno allo stesso tempo benessere e fastidio a chi soffre in forma leggera di disturbi ossessivo-compulsivi.
Un mostro meccanico che ricorda vagamente le eliche di un aereo si appoggia sulla superficie di un mare blu-inchiostro, due tecnici lo stanno mettendo a punto. Un piramide violacea si staglia immensa alle spalle del mostro meccanico, emergendo dal mare come un'isola psichedelica. Dietro ancora montagne di roccia rosa mostrano fianchi parzialmente innevati. Sopra le montagne, tra nuvole bianche di zucchero filato, alti palazzi grigio-bluastri.
Il nome della band e il titolo dell'album sono scritti in un triangolo bianco in basso, un taglio che dalla cornice si incunea nell'immagine.

Play.

Il potere ipnotico delle musiche di Monsieur Cambuzat ha su di me un effetto molto potente e certo non da oggi: avevo da poco compiuto quindici anni la prima volta che le mie orecchie hanno incontrato gli Ulan Bator e ne sono rimaste ammaliate, e non fatemi fare il conto di quanto tempo e' passato che mi fa impressione. A distanza di tanti anni ben poco e' cambiato.

E' passato poco piu' di un anno da Abracadabra, che a sua volta giungeva dopo solo un anno e due figure da Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator: quando si dice essere produttivi e avere cose da dire... certa gente non sa stare ferma e, almeno a mio personalissimo giudizio, non e' in grado di scrivere Musica che non sia di altissimo livello.
Perche' porcamiseria quanto e' bello questo ultimo album degli Ulan Bator!, che magia, quale meraviglioso fluttuare ipnotizzati, incantati fin dal primo ascolto, fin dall'attacco improvviso e destabilizzante!, e' un attimo, bastano poche battute per essere catturati dalle vibrazioni elettriche, dai ritmi zoppi, dai bassi penetranti, dalle chitarre chirurgiche.

Avvolta dal fedele cuffione per l'occasione attaccato allo Stereo(lith), adagiata ad occhi chiusi in poltrona, mi lascio trasportare e mi sembra di essere una nave alla deriva su un mare elettrificato, a tratti nella bonaccia senza scampo, a tratti nel cuore della tempesta; non c'e' timone, non c'e' vela, solo la potenza e la grazia delle armonie ubriache Cambuzatiane (Cambuzatesche?, Cambuzatiche?), il vibrare delle note, dei colpi, dei respiri, e non posso far altro che abbandonarmi alla musica, e il naufragar m'e' dolce in questo mare.
E ci si sente ipnotizzati, ubriachi si', perche' e' inevitabile, ma piu' che altro nella fase successiva, quando si e' ormai semplicemente immersi in un sogno distorto e surreale: la testa ondeggia, la mente si annebbia e gli occhi si riempiono di immagini sconnesse, il tutto senza ossessione ne' nausea, anzi, quasi attraversati da un vago senso di benessere.
Per trentanove minuti e sei secondi il mondo li' fuori non esiste, niente esiste, solo questo immenso mare sonoro tutto intorno, sopra, sotto, fuori e dentro, a cullarti.

Immancabili come sempre le associazioni con la produzione di Mr. Gira, tanto che mentre ascolto e vago con la mente mi viene da pensare che non c'e' dolore, ne' adesso, ne' tempo, ne' qui; e pero', questa a sorpresa, quel "Black blue-eyed girl" della terza traccia, per come e' pronunciato e interpretato, mi rimanda inevitabilmente alla Signora del Dorset, altro caposaldo della mia cultura di musicofila, per me tanto imprescindibile che le ho intitolato la mia Polly: ditemi (ma voi chi?), la sento solo io questa citazione?

Concludendo.
...ma che conclusione?, che si continui ad ascoltare, che ci si lasci incantare, che ci si immerga completamente infondo a questo abisso per non riemergere mai piu'.


Lista delle tracce

On fire
Stereolith
Blue girl
Spinach can
Ego trip
Neuneu
No book
Icarus
Lost
Dust

domenica 31 gennaio 2016

Ulan Bator - Abracadabra [2016]

Sfondo nero, nerissimo; dal nero emergono due mani di donna che sorreggono un cuore: l'immagine e' in bianco e nero salvo che per le unghie della donna, laccate di rosso scarlatto, cosi' come in rosso scarlatto sono scritti il nome della band in alto e il titolo dell'album in basso. Un senso di inquietudine grava sul tutto.

Play.

A circa un anno di distanza da quella perlina di rivisitazioni acustiche, ecco che Cambuzat ci propone un nuovo lavoro di inediti, se possibile ancor piu' difficile da raccontare a parole, ma ci provero' lo stesso.

Tornano le atmosfere cupe, la nausea allucinata, il senso di oppressione, i suoni lunghi e pesanti a ripetizione (anzi, "à répétition") musicale che stordiscono e incantano, le iterazioni scardinate solo a tratti da alcuni passaggi armonici inattesi e perfetti.

E' un'ossessione infernale che non lascia scampo, una violenza auditiva che quasi mi riporta al mio primissimo incontro con "Lumière Blanche" (quanto eravamo piccoli e buffi amico mio: lo so che mi leggi, lo sai che parlo di te); d'accordo, quello era il finire degli anni novanta, una vita fa, ed era un'altra me quella che a primo impatto si era lasciata impressionare da quei suoni malati e ubriachi, ma a quanto pare non e' cambiato poi molto.

Anche le atmosfere di "Abracadabra" sono sconvolgenti e ossessive, sebbene meno esplosive; la' dove "Végétale" era una pesante scarica elettrica omicida qui assistiamo piuttosto a un rito di magia nera, alla gelida violenza nei confronti del bue sacrificale il cui cuore ci viene esposto in bella mostra con tutta la sua crudezza, alla carne che si lacera, al sangue che sgorga...
E l'ascoltatore non sa piu' se ha davanti le viscere del bue, quelle di Cambuzat o le sue proprie viscere, attorcigliate sulle corde d'acciaio di una chitarra che non lascia scampo.

Una (io) non vorrebbe scadere nella banalita' ma ecco, secondo me chi dice di aver sentito riverberi di "Ego:Echo" sta in effetti dicendo di aver sentito un tocco di inquietudine à la Gira nei suoi momenti migliori (perche', ne ha di peggiori?). Niente di male, anzi, lo sento anche io, ma in versione Cambuzat del duemilaesedici: chiedo scusa, non so dirlo meglio di cosi' ma spero renda l'idea.
Ormai non c'e' piu' bisogno di violenza dinamica, tant'e' che non si tratta di un album che ha bisogno di essere ascoltato a volume lancinante, anzi, si puo' addirittura mandare in sottofondo; e Cambuzat non ha bisogno di gridare per farci accapponare la pelle, anzi, i suoi bisbigli sono la lama del coltello che penetra nelle viscere.
Intendiamoci: non ne ha bisogno, ma comunque l'ascolto col fedele cuffione a volume sostenuto lascia semplicemente storditi e senza fiato.

Eppure, nonostante tutto cio', questo album esprime anche una strana dolcezza, sia pur perversa e senza speranza, forse memore dell'esperienza acustica, chissa'.

Insomma, a mio modestissimo giudizio si tratta un lavoro di altissimo livello, ma del resto da artisti di questo calibro non so aspettarmi di meno.

Voi (ma voi chi?) che potete, se potete, trovate un modo per andare ad ascoltarli dal vivo: penso possa essere un'esperienza di quelle che lasciano un segno indelebile.


Lista delle tracce:

Chaos
Longues Distances
Coeurrida
Ether
Saint Mars
Evra Kedebra
Holy Wood
Radiant Utopia
Golden Down
Protection

martedì 14 luglio 2015

Amaury Cambuzat - Plays Ulan Bator [2014]

Sfondo nero, una specie di stanza onirica: sulle pareti la carta da parati rosso-bordeaux dai toni floreali si straccia qua e la' lasciando intravedere dei disegni che forse vogliono esser quadri; dal pavimento (legnoso in alcune parti e perfettamente riflettente in altre) emergono due scheletri di albero; al centro della stanza una poltrona in pelle verde su cui siede rigidamente Cambuzat; un razzo, una lampadina accesa e un cactus sono disegnati con inchiostro bianco a sinistra, in alto e a destra rispettivamente. Il nome dell'autore e' in alto, il titolo dell'album in basso, entrambi scritti come con un pennello sghembo intriso di vernice bianca.

Play.

Fa sempre uno strano effetto sentire un ri-arrangiamento di brani precedentemente ascoltati e amati; a prescindere dalla validita' del ri-arrangiamento al primo colpo disorienta, al secondo forse un po' infastidisce, al terzo stimola e solo al quarto si comincia a farsene un'idea per quello che e': sono tutte fasi assolutamente inevitabili, e' fisiologico e anche bello sia cosi'.
Cosa succede dunque se Cambuzat, il capitano di quella che lui stesso ha chiamato "generazione elettrica", suona in acustico dei brani che nascono pensati con l'overdrive?, o almeno, come lo percepisce il mio orecchio abituato a certe sonorita' da quando avevo quindici anni?

Quando ascolto gli Ulan Bator la prima sensazione che mi viene e quella di un gradevole senso di nausea auditiva, uno stordimento sconquassato dei sensi, un'ubriacatura di quelle pesanti che ti danno completamente alla testa e non ti fanno camminare dritto, un viaggio allucinato e violento.
Per rendere l'idea: non mai ho conosciuto un solo animale che potesse gradevolmente rimanere nella stanza dove il mio stereo suonava un loro album.

La versione acustica manca di tutto questo: la nausea e la violenza sono notevolmente attenuate quando non del tutto svanite, si entra piuttosto in un ambiente onirico ammantato di psichedelia e forse un filo di malinconia: da Burgess a Baudelaire o Dali' se mi sono concessi gli accostamenti estremi, tant'e' che Ofelia rimane accanto a me quando lo ascolto dallo stereo... d'accordo, ogni tanto muove leggermente un orecchio con disapprovazione (vaglielo a spiegare che una dissonanza puo' nascondere mondi di bellezza) ma basta una carezza per tranquillizzarla.

La chitarra acustica ha questo potere incredibile di addolcire anche quelle che nel mio immaginario sono le espressioni per antonomasia della violenza ubriaca, snaturandone completamente l'essenza per donar loro una certa delicatezza sognante, rendendole a tratti irriconoscibili, tanto che qua e la' mi pare di ascoltare brani che non avevo mai sentito prima, mentre in realta' solo "Along the borderline" e' nuova alle mie orecchie: questo ovviamente e' decisamente un valore aggiunto.
E altrettanto ovviamente la voce di Cambuzat qui viene usata molto piu' che altrove (immagino che i brani non siano stati scelti a caso) e si adatta volentieri al ri-arrangiamento: il cielo basso e greve, pesante come un coperchio, a volte addirittura si solleva lasciando intravedere un tramonto rarefatto.

Tirando le somme?, beh non credo sia semplicemente una chicca da fan-collezionisti, ma che anzi sia da considerarsi a tutti gli effetti un nuovo ottimo lavoro di gradevole ascolto.

Devo ammettere che il mio recente ingresso nelle cosiddette reti-sociali ha i suoi indiscutibili lati positivi, su tutti quello di essere costantemente aggiornata (in tempo quasi-reale) su certa musica di mio interesse, cosa che in effetti non avevo mai preso in considerazione e che invece adesso mi sta regalando delle occasioni splendide: vedere il mio nome tra i "produttori esecutivi" di questa perlina acustica ne e' ulteriore riprova, nonostante il tempo incredibilmente lungo che ha richiesto dover attendere il pacco dall'Europa.


Lista delle tracce:

La Joueuse de Tambour
Mister Perfect
Lumière Blanche
Pensées Massacre
Hiver
Terrorisme Erotique
Embarquement
Along the borderline
Soeur Violence
Torture