sabato 30 giugno 2018

Unknown Mortal Orchestra - Sex & Food [2018]

Una persona, una donna, in tenuta da schermidore; la mano destra, infilata in un guanto, e' poggiata sul petto; la sinistra, di un fucsia surreale, riposa sul ventre; la testa e' china, dall'elmo se ne intravede il mento.

Play.

E chi se lo sarebbe aspettato che quest'album mi sarebbe piaciuto cosi' tanto?, i precedenti lavori mi erano parsi gradevoli, d'accordo, ma piuttosto scialbi... questo e' ben altra cosa: piu' elaborato, piu' disturbante dal punto di vista armonico, uno strano miscuglio di acid rock, funk e soul, con una strizzata d'occhio all'elettronica che di questi tempi pare un po' obbligatoria, o forse e' il mio orecchio a cercarla con sempre maggior curiosita', chissa'.
Non so dire se e' perche' i neozelandesi hanno finalmente trovato la formula esatta, o perche' mi sembra sia suonato meglio, o perche' semplicemente mi arriva al momento giusto, ma trovo che questo lavoro sia una vera perlina.

Leggendo qua e la' scopro che e' nata prima  la copertina, poi sono venuti i brani, costruiti con l'idea di dare un suono a quei colori e quell'immagine sospesa, e infine il titolo, scelto per alleggerire il tutto, non senza un pizzico di ironia.
Perche' e' vero, non possiamo scappare dal 20mo secolo, neanche per i quaranta minuti e quarantacinque secondi in cui ci sediamo in poltrona con il fido cuffione a lasciare che la musica ci avvolga. E infatti se la musica puo' ricordare (piu' che poco) quella dei favolosi anni settanta, i temi no, quelli ci parlano dell'alienazione di questi dannati anni dieci, della solitudine di una tastiera di computer.

Dal punto di vista stilistico vorrei soffermarmi sugli arpeggi, con una menzione d'onore al missaggio, che quella chitarra, quando arpeggia, ha un suono morbido e bellissimo. Per non parlare dei cambi di passo, o delle chiusure inattese che ti lasciano come un cretino. O del fatto che l'unico brano chiuso in fade-out e' l'ultimo, come a non volerci salutare...

Quest'anno mi sono emozionata poco per la musica; verrebbe da dire che se qualcosa mi fa decidere di tornare su queste pagine significa che deve aver toccato qualche tasto impolverato, e deve averlo fatto proprio bene: anche solo per questo, ringrazio.

Lista delle tracce

A God called Hubris
Major League Chemicals
Ministry of alienation
Hunnybee
Chronos feasts on his children
American guilt
The internet of love (that way)
Evveryone acts crazy nowadays
This doomsday
How many zeros
Not in love we're just high
If you're going to break yourself

lunedì 16 aprile 2018

Snow in Damascus! - Unconscious Oracle [2018]

Sfondo grigio-bluastro. Al centro, in un cerchio, il disegno psichedelico della testa di una persona, che con le mani tiene un cubo con una specie occhio disegnato su un lato, come se attraverso quell'occhio egli potesse vedere. E altri cubi fluttuanti attorno, e alberi sottosopra, le cui radici affondano nel cielo. Il nome del gruppo e' in alto, il titolo dell'album in basso, tutto scritto in stampatello.

Play.

E' parecchio tempo che non riesco a trovare niente che riesca ad entusiasmarmi abbastanza da volerne scrivere; mi rendo conto che verosimilmente il motivo va ricercato non in una pessima annata per la musica mondiale, ma piuttosto in questa strana fase interlocutoria che sto attraversando e che mi sta un po' facendo perdere l'orientamento... ma sto divagando, tanto per cambiare.

Ma poi arriva questa perlina italica ed eccomi di nuovo qui, su queste pagine, a scrivere.
Perlina, sissignore, e il suo essere gioiello non dovrebbe sorprendere: missato da un certo Pazzaglia, con un certo Fiorucci alla batteria e un certo Lazzeri a fare una comparsata... insomma, gente che da anni si e' guadagnata la mia piu' completa fiducia musicale per i loro squisiti contributi ad alcune tra le opere piu' pregevoli che siano uscite dallo Stivale, e se personaggi cosi' decidono di mettere lo zampino in qualcosa... beh, questo qualcosa stuzzica la mia curiosita' e si aggiudica quantomeno una benevolenza preliminare: il resto poi, lo fa l'ascolto, anzi, gli ascolti.

Perche' questo bel lavoro ne merita piu' d'uno di ascolto, possibilmente in cuffia, in poltrona, col giusto tempo e la giusta attenzione.

Si tratta di un album malinconico e sognante, sospeso come in una nuvola, in cui ogni nota riverbera di eco interminabile: album elettronico eppure al limite del Floydiano, se mi e' concesso l'accostamento, in cui e' facile perdersi.
E' un abbandono consapevole, un lungo saluto a una parte di se' che bisogna lasciar andare, un addio necessario, per certi versi sereno, ma non per questo facile o meno emozionale.
D'altra parte forse anche la scelta di cantare in lingua d'Albione ci aiuta a rimanere sospesi in un fluttuare etereo: le voci poi, esse stesse sembrano venire da un altrove dove non c'e' dolore.
Ma sia chiaro, al di la' della scelta linguistica e' un album di sensibilita' profondamente italica.

Suggerisco inoltre di munirsi di un poderoso paio di cuffie per apprezzare fino in fondo quegli arpeggi morbidi ed ipnotici, quei tappeti avvolgenti, quei ritmi mai banail, e soprattutto quei dettagli minuscoli che fanno un ricamo pregevole al tutto.

Insomma, ancora una volta la mia fiducia musicale si e' rivelata essere ben riposta.


Lista delle tracce

Unconscious Oracle
Vultures
Fade Away
Still Astral Trip
No Details
Will
Guilty Brain
Cherry Tree
Falling Upwards

mercoledì 14 febbraio 2018

Glenn Branca - Symphony no. 13 (Hallucination City) for 100 guitars

Sfondo marroncino, di quel marrone che ricorda non a caso i palchi dell'Auditorium "Parco della musica" di Roma. L'immagine e' divisa in tre parti: in alto semplicemente lo sfondo, al centro lo sfondo e le scritte, a caratteri enormi, una sopra l'altra "Branca" e "Symphony no. 13", in basso un'immagine del palco della Sala Petrassi con i musicisti seduti in attesa che cominci lo spettacolo.

Play.

Il 28 febbraio 2008 (no, non e' vero, non sono passati dieci anni, e' solo un'illusione ottica... merda!) io ero li', all'auditorium, con il mio ragazzo dell'epoca; ricordo che entrando le signorine ci diedero della cera da mettere nelle orecchie; ricordo che giocherellai con quella cera per l'intera serata senza mai usarla per il suo scopo originario, e successivamente rimase nella tasca della giacca per tempo immemore prima che mi rendessi conto che sarebbe stato il caso di buttarla; ricordo dove ero seduta; ricordo di aver pensato che la sala era immeritatamente vuota, che quel palco faceva impressione con tutte quelle chitarre; ricordo che tornando a casa ero entusiasta, allucinata, felice; ricordo che ci fermammo in un bar per una birra e incontrammo un mio ex compagno di classe delle superiori, uno che al tempo faceva il bullo con me e io lo temevo molto, e che quella era strafatto in modo brutto, che mi abbraccio', che mi chiese scusa, che mi racconto' la sua vita, che mi fece una pena infinita; ricordo che quel concerto fu musicalmente uno spartiacque, almeno per me.
Questo e' cio' che ne scrissi il giorno dopo:

se la fine del mondo ha un suono, questo è il suono della fine del mondo.

questo pensiero ha attraversato la mia testa sistematicamente per tutta la durata del concerto mentre a tratti avevo quasi l'impressione che ci fossero dei pianoforti alla Schoenberg, dei violini, un organo... ma no, solo chitarre... tante che tutte insieme così non si erano viste mai... e tu chiudevi gli occhi e sentivi di tutto: c'era il terremoto, un treno che entrava in una galleria, un aereo in volo, clacson impazziti in mezzo a vetri in frantumi e case in fiamme...

Buffo rileggersi a tanta distanza.
Ancora piu' buffo scoprire che un paio d'anni fa, dopo piu' di otto anni, e' stato rilasciato un cd con la registrazione di quella serata: potevo forse esimermi dall'acquisto?

E cosi' mi ritrovo a scrivere di nuovo.
Perche' poche cose stordiscono come un album di Glenn Branca.
Quattro brani, quattro movimenti, quattro bombe soniche che ti scartavetrano le orecchie.
Ottanta chitarre elettriche distorte e stonate, venti bassi, e quella batteria da sola che tiene il tutto con il suo ritmo macabro. Ottanta chitarre elettriche che non lasciano respiro.
E' l'alienazione di una Gotham City senza supereroe, scura, sovrastata da nubi opprimenti, dove la salvezza non e' neanche piu' un ricordo.

Ovviamente l'esperienza dal vivo aveva una forza di allucinazione collettiva che su disco si perde un minimo (ma giusto un minimo) e verosimilmente il mio ascolto, coaudiuvato dalla memoria, e' diverso da quello di qualcuno che quella sera non ha potuto esserci.
Ma ecco, se volete (ma voi chi?) dargli una chance sedetevi in poltrona, infilate il disco in uno stereo, alzate il volume al massimo e chiudete gli occhi: la fine del mondo non sara' mai stata cosi' emozionante.


Lista delle tracce

March
Chant
Drive
Vengeance

martedì 10 ottobre 2017

AAVV - KO Computer [2017]

Fondo azzurrognolo che evapora nel bianco, strisce bluastre, come svincoli uno sopra l'altro di una superstrada, si accavallano e si attorcigliano. In alto a destra e' disegnato il profilo di un aeroplano, in alto a sinistra il logo di King Kong Radio, appena sotto la scritta "12 Artisti italiani omaggiano" e sotto ancora "Ok Computer / Radiohead 1997 - 2017". In basso l'elenco dei suddetti artisti con accanto il titolo del brano interpretato.

Play.

Ne avevo gia' accennato quando ho avuto la fortuna di ascoltarne alcuni brani dal vivo durante il mio brevissimo passaggio estivo per la Capitale. Oggi, a distanza di tempo e dopo numerosi ascolti, sento l'urgenza di scriverne per davvero.

Piccolo preambolo, qualora ve ne fosse bisogno.
"Ok Computer" non e' un album qualsiasi.
Non e' neanche semplicemente un bellissimo album qualsiasi.
"Ok Computer" e' un'anomalia forse irripetibile.
I Radiohead hanno scritto degli album strepitosi sia prima che dopo "Ok Computer", album che hanno aperto strade, che hanno fatto sognare, che hanno coccolato generazioni di animi malinconici, album da pelle d'oca.
Ma "Ok Computer" e' un'altra cosa.
Esagero: "Ok Computer" e' l'album perfetto.
"Ok Computer" ha saputo parlare dell'uomo moderno, delle sue paranoie, della sua alienazione quando ancora credevamo di poter credere in qualcosa, quando ancora non ci rendevamo conto di come la grande disillusione globale ci stesse consumando da dentro.

L'idea di King Kong Radio (gli dei della musica l'abbiano in gloria!) e' coraggiosa: andare a sfiorare l'album perfetto e' un rischio che in pochi prenderebbero, ma forse infondo al cuore tutti vorrebbero trovare il coraggio di farlo, di suonare almeno una di quelle canzoni facendola propria... E' una bella sfida e dodici eroici Italiani la accettano: io, standomene non molto eroicamente seduta in poltrona dall'altra parte del mondo, lo ricevo cosi'.

Motta&Appino.
Cominciano con un arpeggio di chitarra acustica, e un'altra chitarra acustica a sostituire gli archi della melodia introduttiva; tutta l'essenza del brano e' di fatto affidato alle chitarre acustiche, a eccezion fatta del finale elettronico e sghembo. La voce di Francesco Motta, al limite del roco se paragonata a quella di Thom Yorke, si incastra perfettamente all'ambiente tra echi e ritorni.

Diodato.
Il suo e' coraggio allo stato puro, perche' suonare una cover di un brano di "Ok Computer" non e' da tutti ma ancora si puo' fare, ma "Paranoid Android"... la canzone perfetta dell'album perfetto... eppure lui riesce a non sporcarla: non so dire "farla sua" perche' conosco poco o niente della sua produzione (mea maxima culpa), ma certo la sua voce e' una lama e l'uso dell'elettronica e' sapiente, tanto da far quasi dimenticare le chitarre di Jonny Greenwood. Nel finale, quella terza parte che ogni volta e' una stretta allo stomaco, i cori sono sostituiti da un pianoforte, e il brivido non e' intaccato.

Niccolo' Fabi.
Quanti secoli sono passati da "Capelli"?, quante vite?, e io che all'epoca lo avevo preso per una meteora irrilevante (ri-mea maxima culpa)... Anche qui la cover e' acustica, ma questo e' Fabi al cento per cento, che riducendosi all'essenziale esalta la morbidezza di un brano che, per collocazione infelice (ma a qualcuno doveva pur toccare la posizione dopo "Paranoid Android"), si tende spesso a dimenticare ingiustamente.

Colapesce.
L'inizio elettronico da solo fa venire i brividi allo stomaco: la chitarra acustica non e' che un ricordo, ma paradossalmente si materializza come un'eco nell'orecchio di chi (come la sottoscritta) ha consumato il cd comprato alle superiori. I suoni sono ipnotici e ammalianti, forse giusto un po' troppo sovrapponibile all'originale, ma mica ci si sta sovrapponendo con una roba qualunque!

Dimartino&Cammarata.
Perche' c'e' bisogno di rilassarsi di tanto in tanto, e allora ci regalano una versione piano/chitarrina e poco piu', in cui anche le percussioni sono appena accennate, con le due voci che si intrecciano perfettamente per tutta la durata del brano, delicato come una piuma nel vento.

Marlene Kuntz.
Eh loro no, non possono fare una cover sovrapponibile, Marlene e' sempre alla ricerca del nuovo. E qui Marlene esplora il nuovo assoluto nella la prima meta' del brano, mentre lo riveste di essenza-Marlenica nella seconda: Marlene puo' solo snaturare, sempre senza perdere la bellezza, perche' Marlene, ricordiamolo, cerca la bellezza ovunque, anche nella sua controllata follia. Brano di difficile digestione, ma questa e' Marlene.

Spartiti.
La voce di Collini era l'unica che poteva essere presa in considerazione per questo brano; il suo inglese stentato, il suo modo inconfondibile di recitare senza apparente trasporto... Collini, l'uomo che si finge macchina, al posto di una macchina che voleva rappresentare l'uomo moderno. Se i Radiohead avessero conosciuto Collini probabilmente avrebbero affidato la parte a lui. E ho detto tutto.

Adriano Viterbini.
Se non fosse per la collocazione non avrei mai e poi mai riconosciuto il brano, tutto chitarre con un filo di overdrive che si attorcigliano al limitare del southern-rock e dell'arabesco, e una batteria appena sfiorata a dare il tempo. Gradevole in ogni dettaglio.

Iosonouncane.
Cori, cori, cori. Echi e cori. Suoni infiniti che rimbombano da tutte le parti e arrivano confusi a confondere e ipnotizzare. E la paranoia, la paura, sono amplificate allo spasmo, restituite alla loro essenza.

Nada.
La voce degli angeli per un capitolo pesante da decifrare. Ricordo (ce n'e' bisogno?) il senso del brano: c'e' un essere umano stanco della vita e di quelle immagini televisive di perfezione che svuotano l'anima, divorato la finzione del vivere, siccche' vede in un incontro a tu per tu col monossido di carbonio l'unica via d'uscita. E Nada?, Nada col suo sorriso riesce a renderlo un brano gioiso, quasi come se la risoluzione finale fosse paradossalmente il modo giusto di scoprire la felicita'. Che sia voluto o meno e' difficile a dirsi, ma tant'e'.

Cristina Dona'.
Una cover di sole voci per una delle voci piu' interessanti del panorama italico; voci che si sovrappongono una sull'altra e non c'e' bisogno di altro, voci che si attorcigliano nell'aria e liberano l'anima da ogni male. Due minuti e cinquantanove secondi che vorresti non finissero mai.

Paolo Benvegnu'.
Il gran finale non poteva che essere affidato a lui/loro, perche' in giro non c'e' niente di meglio e a quanto pare non sono l'unica a pensarlo. Ed e' anche tematicamente ovvio associare questo brano a lui/loro: rallentiamo, fermiamoci a guardare, ad assaporare, lasciamoci sorprendere da un pensiero e culliamolo qualche secondo, restituiamo valore ai momenti di silenzio immobile... dove corri imbecille?, rallenta!, respira!, torna ad essere Uomo!
La sua voce, le loro voci, l'eleganza degli arrangiamenti, i dettagli su cui soffermarsi: meraviglia, gran finale.

Difficile confrontarsi con questo gioiellino, difficile davvero. Ma che lo si ascolti ancora, ecco, che ci si innamori di nuovo, che ci si lasci trasportare e coccolare, che la dolcezza malinconica dell'originale trovi nuova vita in un mondo che non e' poi cosi' diverso da quello che era stato disegnato; un applauso, un inchino.


Lista delle tracce (serve davvero?)

Airbag - Motta&Appino
Paranoid Android - Diodato
Subterranean Homesick Alien - Niccolo' Fabi
Exit Music (for a Film) - Colapesce
Let Down - Dimartino&Cammarata
Karma Police - Marlene Kuntz
Fitter Happier - Spartiti
Electioneering - Adriano Viterbini
Climbing up the Walls - Iosonouncane
No Surprises - Nada
Lucky - Cristina Dona'
The Tourist - Paolo Benvegnu'

sabato 22 luglio 2017

Montréal

(Sedersi a pranzare con un foglio, una matita e nessuna voglia di fare i conti: ecco che succede...)

Il Quebéc non e' Canada, e' un'altra cosa, ha un altro respiro. Non e' solo una questione di lingua, e' qualcos'altro che fatico a capire ma che sento nettamente. Il loro francese e' strano, spesso non lo capisco: un autoctono con cui parlavo l'altra sera al bancone del posto dove ho cenato (dove per altro ho mangiato un francesissimo Chèvre chaud decisamente notevole) diceva che dal suo punto di vista sono i francesi ad avere un accento strano. Gia'. Storicamente sbagliato, ma che importa?
Con l'inglese e' la stessa cosa, solo che siamo tutti abituati all'accento americano: chissa', magari passando un tempo sufficiente in Quebéc potrei addirittura cercare di capire se l'evoluzione dell'accento e' simile in spirito a quella avvenuta con la lingua d'Albione. E del resto ci sara' qualche linguista che ha studiato la questione ben prima e ben piu' approfonditamente di quanto potrei mai fare io col mio orecchio e i miei pensieri sconnessi.
Ma sto divagando, tanto per cambiare.

Dicevo che il Quebéc non e' Canada, ma non e' corretto: il Canada e' talmente vasto ed io lo conosco talmente poco che non e' giusto da parte mia lanciarmi in affermazioni cos' forti. Diciamo che il Quebéc e' profondamente diverso dall'Ontario del sud, affermazione molto piu' debole e oserei dire al limite del tautologico.
E' pur vero che i miei amici Hamiltoniani sostenevano di potersi sentire a casa in tutto il paese tranne che in Quebéc, quindi chissa'.
Quanto a me sento piu' forte il salto tra qui e l'Ontario del sud di quello che ho sentito tra l'Ontario del sud e il Grande Sud degli Stati: buffo, interessante, e' un altro fatto che vorrei capire.
Avere antenati francesi o ingelsi fa davvero cosi' tanta differenza?, il ben noto (e ingiustificato) senso di superiorita' francese e' davvero cosi' forte da sopravvivere per 200 anni a 5000 km di distanza?
Sara' che sono lontana dall'Europa da troppo tempo, ma oggi mi sembra che la somiglianza tra questi e i cugini d'oltralpe sia molto piu' forte di quella tra i nordamericani parlanti lingua inglese e i britannici. Buffo. Va detto anche che non ricordo di aver avuto la stessa sensazione quattro anni fa, durante la mia prima visita qui, ma va pur detto che all'epoca non avevo nessuna esperienza di vita nordamericana e inoltre i miei pensieri erano focalizzati su altro: oggi invece ho voglia e bisogno di guardarmi attorno e pensare.
Forse l'essere una comunita' piu' piccola rispetto a quella anglofona li ha portati ad aggrapparsi con piu' forza alle loro radici. O magari c'entra anche il fatto che il mio airbnb e' al Plateau...

Ma ecco, qui seduta in questo patio in una traversa di rue Sainte Catherine, mi guardo intorno e penso che tutto sommato potrebbe essere una traversa di Queen Street a Toronto, e a malapena noto la differenza. Cosi' come per certi versi il Plateau mi ricorda vagamente James Street North a Hamilton, solo piu' pulita e piu' viva.

Semmai dovessi tornare a casa saro' una persona diversa, una che si orienta in Citta' (maiuscola, quella), per dire. Saro' una che ha imparato il silenzio, una che ha perso il senso dell'orientamento, una che per tre anni ha dimenticato cosa vuol dire sentirsi a casa, sapersi accolti, ascoltati... non dico capiti, quello non e' possibile, l'essere umano non e' fatto per capire un altro essere umano, ma ascoltati... Saro' una che ha dimenticato (se mai lo ha saputo) come si parla, una che ha ascoltato tanto e non ha parlato mai. E chi lo sa, quandanche dovessi tornare a casa o trovarne una nuova, se tornero' a parlare. Qualcuno direbbe che non ho parlato mai e in linea di massima non avrebbe completamente torto ma ecco, diciamo pure che sono peggiorata molto.

Un uomo seduto a un tavolo qui accanto mi guarda. Non ha l'intento di approcciarmi, non e' quello sguardo li'. Mi guarda perche' mi vede sola e pensosa, con gli occhi che a tratti si alzano dal foglio per perdersi nel vuoto, e questa cosa lo incuriosisce genuinamente; magari si domanda cosa ci faccio qui, sola e pensosa, con una birra che si va scaldando al sole, una matita e un pezzo di carta.
Gia'.
Cosa ci faccio qui?
Mi sono persa e non riesco ancora a ritrovarmi.














































































...e comunque vedere un Tim Hortons sparuto sulla strada tra l'aeroporto e il centro mi ha scosso: accidenti quanto sono malinconica di questi tempi!

sabato 15 luglio 2017

Deproducers - Botanica [2017]

Sfondo di un verde chiaro e leggero, come una fogliolina giovane illuminata dal sole. In alto, al centro il numero due, al centro il titolo dell'album, scritto cosi' grande da dover essere mandato a capo, con opportuno trattino, tra la a e la enne: le lettere sono riempite con disegni di fiori, foglie, tronchi d'albero segati in modo da mostrarne le venature. Sotto, piccolo, il nome della band.

Play.

Prendete quattro giganti, metteteli in una stanza e lasciate che la magia avvenga.
E se non vi basta (del resto come potrebbe bastarvi?), fatelo una seconda volta: ecco a voi Botanica.

L'intento, a mio avviso riuscitissimo, dei Deproducers e' quello di re-insegnarci lo stupore verso la realta', dall'universo immensamente grande e lontano alla natura verde che ci circonda, stupore primordiale, vero, sincero, come quando eravamo bambini e guardavamo ad occhi spalancati le stelle di notte o le nervature delle foglie di giorno.
Il primo capitolo di questo "audiolibro" immaginifico era infatti dedicato allo spazio profondo, alle stelle, alle galassie, probabilmente la prima grande fascinazione di un essere umano nel momento in cui impara a guardare fuori e porsi domande... beh, almeno lo fu per me.
Il secondo capitolo, per l'appunto, e' dedicato alle piante, alla loro Vita imperscrutabile, al loro respiro lento e inesorabile.

A dare corpo e colore alle immagini poi, ci pensa la musica.
E che Musica!, scritta e suonata magistralmente, con eleganza: una morbida coperta da cui lasciarsi avvolgere, stordire e ipnotizzare, che i Signori Casacci, Cosma, Marock e Sinigallia (in rigoroso ordine alfabetico) ne sanno piu' di qualcosa su come ammaliare con suoni, ritmi, armonie.

Ecco, giusto un appunto, piu' che "musica da conferenza" come ho letto da qualche parte, vatti a ricordare dove, piuttosto direi "musica da documentario", non per sminuirne l'esattezza scientifica, sia chiaro, ma una conferenza sarebbe troppo tecnica perche' dei non-specialisti come me possano apprezzarne la bellezza, o stupirsene.
Di fatti lo scienziato da ringraziare questa volta e' Stefano Mancuso, che oltre ad essere (leggo in rete) il fondatore della controversa neurobiologia vegetale e' anche un abile TED-talker, perfettamente in grado quindi di comunicare con dei non addetti e farli pensare.

Ma se al primo ascolto ci si sofferma sulla musica, al secondo sui dati scientifici e al terzo sulle loro implicazioni, poi al quarto si ritorna in se stessi e dal quinto in avanti e' di nuovo la Musica, viene da dire scientificamente esatta, ad occupare la nostra attenzione e a farci sognare.

A rischio di ripetermi...
...2017, ottima annata almeno da quel lato dell'Atlantico.


Lista delle tracce

Pianeta verde
Dendrocronologia
Fotosintesi
Radici
Natura psicoattiva
Societa' vegetale
Global seed vault
Sviluppo di un fiore
Vegetazione modulare
Disboscamento
Botanica