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lunedì 18 marzo 2024

Marlene Kuntz @ Orion - Ciampino

15 Marzo 2024


Nonostante le buone intenzioni mi rendo ahime' conto che e' pressocche' impossibile che io riesca a scrivere di tutti i concerti a cui vado: solo nei dieci giorni tra Benvegnu' e questo ci sono stati i Veeble (ordinata follia), Any Other (musica dell'anima), i C'mon Tigre (un viaggio psichedelico) e Umberto Maria Giardini (un colpo al cuore). Tutti e tre memorabili, ciascuno per un motivo diverso. Tutti e tre meritevoli di un bel racconto da parte mia, ma il tempo di scrivere diminuisce all'aumentare del tempo trascorso sotto un palco, a maggior ragione se si tiene conto che faccio ben altro mestiere. 

Stasera pero' e' tempo di tornare a quell'amore ancestrale che tante volte, da quell'ormai mitico nove-nove-novantanove, mi ha vista sotto il palco, coi gomiti sulle transenne.


Raggiungere l'Orion e' un po' piu' rognoso del previsto, piu' che altro per quanto riguarda il parcheggio, finche' chiediamo mesti un suggerimento al "buttafuori" del locale che ci rivela l'esistenza di un'altra entrata e, proprio li' davanti, ampio parcheggio gratuito. Parcheggiamo dunque, rimediamo qualche trancio di pizza al taglio da mangiare in piedi, in fretta e furia, ed entriamo.

Dopo una rapidissima scansione del palco e della gente gia' ammassata, riconosciuto il lato-Tesio lo raggiungo con decisione, seguita dal mio (stavolta un po' recalcitrante) compagno di avventure, che forse preferirebbe stare piu' tranquillo in previsione del feedback che verra': ahime' questa sera piu' di ogni altra sera non e' un'opzione accettabile percio' insisto e riusciamo a intrufolarci in modo da avere almeno i cappotti poggiati sulle transenne e una mano a testa a mantenere la posizione. Siamo quasi in braccio alla pedaliera di Tesio e dovrei fare uno sforzo sovrumano per non leggere la scaletta, ma inevitabilmente l'occhio ci cade e il cuore e' gia' partito ancor prima di cominciare. Mi giro a guardare la folla e scambio uno sguardo con una faccia nota che mi riconosce per nome. Io, che evidentemente non sono una fisionomista, gli chiedo senza pudore chi sia: e' Luca Grumvalski, conosciuto mesi fa perche' apriva il concerto a Monsieur Cambuzat in una fredda e piovosissima serata dello scorso autunno, quando, a fine esibizione, il mio compagno di avventure ed io abbiamo acquistato una copia a testa del suo (pregevole) cd "...bliss illusion". Scambia un abbraccio quasi fraterno con me e un cinque col il mio compagno di avventure, perche' quando si e' fratelli per quelle due ore sotto il palco si e' fratelli per sempre, anche se non ci si conosce.


Sale sul palco il ragazzo-spalla, riccioletto e paccioccone, voce soave, chitarrina di accompagno: non ricordo il nome, ma il cognome e' proprio "Ragazzo", e penso che e' una cosa bellissima. Ci regala forse quattro/cinque brani e poi esce tremante e felice. Mi ha fatto tenerezza ma ecco, il cd, anche ci fosse, non credo lo comprerei: forse e' ancora troppo acerbo ma in futuro chissa'. Ancora pochi minuti per un ultima sistemata al palco.

Buio.

Salgono sul palco ed e' gia' tripudio. Tesio agguanta la diavoletto rosso-rubino (std) e parte "Trasudamerica", accompagnata da un boato feroce. Segue "Canzone di domani" a cui donano una coda-noise pazzesca come quelle dei vecchi tempi. Poi "Gioia che mi do", e finalmente tiro fuori carta e penna: e' passato il tempo della telecamera puntata sulle mani del mio beniamino, ma prendo appunti freneticamente sperando che, una volta a casa, aiutata dall'orecchio, quelle poche parole basteranno. Se siete (ma voi chi?)  interessati... si', e' bastato: da oggi posso suonare anche questa. Senza soluzione di continuita' e' il turno di "Fuoco su di te". Confesso che dalla nostra posizione l'insieme si sente poco; siamo inondati dal feedback dell'ampli di Tesio che forse e' un po' estremo, tanto che anche lui sembra fare fatica a sentire il resto e ogni tanto si confonde. Applausi scroscianti e il primo ringraziamento al pubblico per dare il tempo di effettuare il primo cambio di chitarra della serata, Tesio imbraccia la diavoletto nera (dadgad) ed e' "Aurora" col suo splendido riff sghembo, che forse adesso quella telecamera la vorrei con me, perche' col telefonino neanche ci provo... E poi "L'agguato" (ah era la nera quindi?, buono a sapersi!) e il pubblico salta, urla, si esalta. Arriva quindi "Il lamento dello sbronzo", e di nuovo, carta e penna alla mano, prendo appunti frenetici, anche se ho la sensazione che ci siano problemi qua e la', Tesio sbaglia qualcosa (scambio uno sguardo di intesa e un sorriso con Grumvalski, che evidentemente - da chitarrista - e' l'altra persona in sala ad essersene accorto), ma quello che dovevo capire l'ho capito, quindi bene cosi'. Altro cambio di chitarra, torna la diavoletto rosso-rubino, e parte "Mala mela": anche qui prendo appunti e anche qui, a posteriori, saranno sufficienti per farmi capire almeno la strofa. Altra pausa per ringraziamenti. Godano ci tiene a farci sapere che questa sera sentiremo quasi tutto Catartica e anche qualche brano "pre-duemila, per cosi' dire". Io che purtroppo ho la scaletta letteralmente a portata di mano so che sta barando ma non importa: le uniche due eccezioni saranno sensatissime e va bene cosi'. Accompagnata da un lunghissimo fischio parte "1°2°3°" col suo giro pazzesco: sorrido immaginando la prima volta che Godano ha sentito Tesio e Bergia andare avanti all'infinito su quel giro, e nel mentre realizzo che sin qui Arneodo deve aver suonato almeno cinque strumenti diversi, tra tastiere e percussioni di vario genere. Un tizio in prima fila verso centro del palco e' rimasto a torso nudo e si sbraccia come un forsennato, come li vedevo fare vent'anni fa nei centri sociali: confesso che un po' mi fa tenerezza, e una parte di me pensa che al concerto di quest'estate, concerto delicato per il tour di "Karma Clima", e' possibile non sia neanche venuto. E a questo pensiero, piu' che tenerezza, provo anche un po' di tristezza, perche' "Karma Clima" e' proprio bello! Bah. Altro cambio di chitarra, e nel mentre financo Tesio decide di togliere la giacca e rimanere in maniche di camicia, rigorosamente nera. Imbraccia la lespaul studio (cgcggc), la mia preferita di sempre. Intanto Carnevale ha cominciato a battere colpi su un piatto (un-du-tre-quat - un-du-tre-quat - un-du-tre-quat - un-du-tre-quat) che se anche non avessi la scaletta davanti agli occhi saprei esattamente cosa sta per succedere. Mi giro verso il mio compagno di avventure cercando di suggerirgli di guardare, indicandogli le mani di Tesio e lasciarsene inebriare, e succede "Infinita'". E poi, con questa accoppiata di chitarre (ovviamente non lo ho scritto ma Godano aveva in braccio la thunderbird) non puo' che arrivare lei, "Ineluttabile" la primissima canzone che io abbia sentito suonare a Marlene dal vivo, in quel lontanissimo nove-nove-novantanove al Villaggio Globale, che quel giorno veniva suonata a Roma per la prima volta, che da allora mi e' entrata dentro e non e' uscita piu', e che nonostante il tiro e la pesantezza generale, e' quella in cui la destra di Tesio mi ammalia maggiormente con la sua elegante morbidezza. Altro cambio, di nuovo compare la diavoletto rosso-rubino, e Godano annuncia "questa' e' "Lieve"". Un esplosione in sala. Mi giro e mi accorgo che il tizio a torso nudo non c'e' piu', che forse e' stato allontanato al quarto tentativo di scavalcare le transenne. Pace all'anima dei punkettoni invecchiati. Pero' "Lieve" suonata con la diavoletto e' strana, diversa: forse lo penso solo io. E poi "Festa mesta", e gia' al primo accordo c'e' piu' rumore sotto al palco che sopra: il pubblico e' in delirio e salta, salta, salta, cinquantenni che pogano dio mio!, mi stringo alle transenne sperando di non venire spintonata perche' non so se il mio ginocchio malandato reggerebbe l'impatto. Finito il brano Tesio imbraccia la diavoletto nera mentre Godano afferra una bacchetta di batteria e la infila con vigore tra le corde della strato bianca e nera. Chiunque in sala sa esattamente cosa sta per arrivarci in faccia, eppure e' solo al primo "re" di Tesio che parte l'urlo di entusiasmo. Tesio quasi balla, e mi dispiaccio nel realizzare che la sua parte, al momento dell'assolo di Godano, un tempo veniva suonata diversamente, che questa sera mancano alcuni dettagli sulle corde acute che mi avevano fatto lucidare gli occhi la prima volta che li ho capiti. Peccato. Il pubblico non sembra accorgersene e a fine brano esplode con un applauso che sembra interminabile. Nel mentre Tesio riprende in braccio la diavoletto rosso-rubino ed e' il momento di "Nuotando nell'aria", col pubblico che canta e si stringe in un abbraccio sognante: anche qui pero' resto leggerissimamente delusa dall'assenza della pennata sghemba verso l'alto nel pre-finale in cui tutto dovrebbe tacere tranne appunto Tesio e qualche feedback di Godano. Magari non e' serata, magari e' ancora rigido, magari non sente benissimo dalle spie. Ri-peccato.

Pausa, ma brevissima.

Tornano, Tesio imbraccia ancora una volta la diavoletto rosso-rubino e Godano prende la parola per dirci che qui infrangeranno la loro regola di suonare solo brani pre-duemila per dedicarne uno a Luca Bergia, uno dal suo (splendido) disco solista, uno che e' stato scritto quando Bergia era ancora in vita ma gia' dava cenni di quel cedimento che lo ha strappato ai suoi cari e a noi che lo ammiravamo. Il pubblico, se all'inizio rumoreggia scontento che si esca dall'epopea noise, al sentire il nome di Bergia si commuove e fa commuovere Marlene chiamandolo a gran voce (e' umidita' quella che vedo negli occhi di Tesio?, o sono io ad averli appannati?). Suonano dunque "Ti voglio dire". Dal ventritre' marzo dello scorso anno il mio modo di ascoltare questo brano e' cambiato, e se prima suonava come un brano dolcissimo da dedicare a un amico in difficolta', oggi e' un brano di una malinconia straziante, perche' lo ascolti e pensi che la mano di un amico non e' mai sufficiente per battere i mostri, e ti senti inerme. Scaccio via questi pensieri aiutata dal fatto che a fine brano Tesio ha di nuovo imbracciato la lespaul studio e parte "Come stavamo ieri", che e' un modo molto delicato di riportarci qui, all'Orion, a questa sera di festa. E poi, immancabile, dopo aver cambiato la lespaul studio con la diavoletto nera, parte l'arpeggino in re che e' il preludio di un boato, quello di "Ape regina": il pezzo delle api, ancora una volta, come ogni volta, mi esplode in faccia. La chiusa, dopo un ennesimo cambio verso la diavoletto rosso-rubino, e' lasciata a "MK-OK", ed e' tutta la sala a gridare che "Ma-marlene e' la migliore!", e tutti dimentichiamo per un attimo che Marlene nell'intellighezia ci e' entrata di diritto ormai tanti anni fa. Presentazione della band, saluti, ringraziamenti. Escono.

Ri-pausa, ancora piu' breve.

Tornano per un ultimo brano, un ultimo regalo, l'altra eccezione della serata, "una canzone che ci piace di lasciarvi come una specie di bella suggestione da portarvi a casa" Ed e' "Bellezza", col suo arpeggio meraviglioso sulla diavoletto rosso-rubino. Sono solo io a pensare che con la tele-oro veniva meglio?, forse si, forse non se la ricorda nessuno, ma va bene cosi'.

Ultimi saluti, questa volta davvero.

Allungo una mano sulla scaletta come fa la mia gatta quando vuole qualcosa e chiedo al tecnico se posso staccarla e portarmela a casa. "Te la sei meritata" mi risponde lui con un sorriso: io gongolo. 

Salutiamo Grumvalski alla prossima volta ("ho male alla schiena", "io alle ginocchia".... ah, avere di nuovo vent'anni!) e ci fiondiamo a prendere una birra veloce prima di rimetterci in macchina stremati: lui forse un po' stordito, io forse pure, che ormai di anni ne ho quaranta e forse (forse) va bene cosi'.

venerdì 23 giugno 2017

KO Computer @ Ex Dogana - Roma

18 giugno 2017

Feisbuc, mostro a sette teste, orrido prosciugatore di umanita', io ti benedico.
Ti benedico perche' conosci i miei gusti musicali, sai ogni giorno in quale angolo di mondo io mi trovi (o mi trovero') e per conseguenza mi fai sapere chi suonera' (o suonera') in un intorno ragionevolmente piccolo della mia persona.

La compilazione "KO computer", per chi non lo sapesse, e' un omaggio di King Kong radio al disco dei Radiohead che scosse il mondo musicale esattamente vent'anni fa; oggi, in occasione del suo compleanno, undici artisti italiani, ne reinterpretano un brano a testa: parliamo di brani schifosamente belli, reinterpretarli e' una gran sfida, ma l'operazione a me pare abbastanza riuscita, del resto la musica italica gode di ottima salute, checche' se ne dica.
Per chi fosse interessato si puo' ascoltare e/o scaricare il tutto da qui.

Due giorni dopo l'uscita della compilazione, King Kong radio organizza in quel di Roma una serata (gratuita) a tema, da principio sperando di avere tutti i musicisti, in seconda battuta accontentandosi essenzialmente della meta', perche' e' estate, perche' ci sono tour da fare, perche' la gente va in vacanza, anche i musicisti. Ma anche avere mezzo disco e' un bel lusso in casi come questo.

Chiamo un caro amico, uno che so potrebbe apprezzare cose come questa, uno dei due che vennero qui, per capirci: decisione dell'ultimo secondo, si va.

Il posto e' carino, siamo in un cortile, c'e' un bar con tavoli e sedie, un biliardino, dei tavoli da ping pong, il palco e' allestito su una specie di balaustra: tutto l'ambiente e' delizioso.
Col mio amico ci sediamo, ci beviamo un paio di birre piccole, chiacchieriamo raccontandoci le rispettive vite come facciamo ogni volta che passo per la capitale.
Sono belli gli amici cosi': durante la mia vita dall'altro lato dell'Atlantico non ci sentiamo praticamente mai, eppure quando sono dentro il raccordo, che sia passato un giorno, un mese, un anno, riprendiamo sempre dallo stesso punto.
Sono fortunata ad avere amici cosi'.

Quando lo spettacolo sta per cominciare ci dirigiamo verso il palco e rimediamo senza troppo sforzo un dignitosissimo posto in quarta fila.

Spengono le luci, accendono i riflettori, la presentatrice sale sul palco e, dopo averci detto quali sono i grandi assenti della serata, fa partire la registrazione di "Airbag" reinterpretata da Motta e Appino: discreto inizio per scaldare gli animi.

Finito il brano invita Diodato (che nella mia ignoranza non avevo mai sentito nominare) a salire sul palco per la sua versione di "Paranoid Android".
Ora.
"Paranoid Android" e' una delle canzoni piu' belle della storia del rock.
Posso dire 'la piu' bella?', non lo so, forse si'.
"Paranoid Android" e' la canzone che vorrei aver scritto io se fossi musicista.
Ci vuole un coraggio estremo per reinterpretare un brano cosi': toccarlo, scalfirlo... sembra un orrido sacrilegio... e nessuna versione potrebbe rendere giustizia all'originale a meno di esservi essenzialmente fedele. O almeno questo credevo.
Diodato riesce nell'impossibile con discreta eleganza guadagnandosi per sempre la mia ammirazione.
Poi gli viene chiesto di suonare un suo brano: mi appunto mentalmente di comprare un CD prima della partenza per le americhe o di farmene spedire uno da amazon.

I grandi assenti sono parecchi e si passa direttamente a "Karma Police", che nella compilazione e' reinterpretata in versione puramente elettronica dalla bella Marlene ma che oggi, causa vacanza, ci viene proposta in chiave acustica dal solo Godano: peccato per l'assenza del Maestro-Tesio, ma anche Godano da solo con una chitarra acustica, in barba al suo polso destro rigido come marmo, riesce a far venire la pelle d'oca.
Dopo "Karma Police", dovendo scegliere un suo brano da regalarci, ci suona "Nuotando nell'aria" e li' io (che sono io) inevitabilmente mi ritrovo a canticchiare il riff della chitarra mancante, che il mio orecchio ne soffre un poco l'assenza.

Poi tocca a "Fitter happier" in un'incredibile versione di Spartiti col testo tradotto in italiano, che solo Max Collini poteva rendere umana quella voce metallica senza snaturarne l'essenza.
Dal loro repertorio ci regalano "Sendero Luminoso" e vedo il mio amico ridere di gusto: ricordo il mio primo impatto con gli Offlaga Disco Pax (un sospiro a Enrico Fontanelli) e immagino che all'epoca anche io avessi la stessa espressione compiaciuta, che noi vecchi pseudocomunisti disillusi abbiamo quantomeno imparato a riderci su.

Poi Nada. Splendida, sorridente, luminosa. Nada e una "No surprises" dolcissima che poco o nulla ha da invidiare all'originale, e noi li', con la pelle d'oca, immobilizzati.
Quando e' il suo turno di scegliere un brano dei suoi, ci confessa "Questa l'avevo pensata a cappella ed e' cosi' che ve la voglio proporre stasera", e incredibilmente canta "All'aria aperta", lasciandoci tutti a bocca aperta, innamorati di quegli occhi da eterna bambina cresciuta.

Il gran finale e' affidato a Benvegnu', che voi (ma voi chi?) lo sapete, e' ultimamente il mio preferito al mondo.
Suona "The tourist", che se qualcuno doveva suonarla mi riesce difficile pensare ad altri, e l'attacco a tre voci con Luca e Andrea lascia senza fiato.
Quanto al suo repertorio ci propone "No drinks no food" e io, immancabilmente, mi ritrovo con gli occhi lucidi in un perverso gioco di specchi uno dentro l'altro, al ricordo di quando lo ascoltavo e ricordavo quando ero altrove e ricordavo altre memorie, e sorridevo al pensiero di me cosi' arrotolata.
Alla fine del brano la presentatrice di King Kong radio gli chiede si suonare un altro pezzo. "Vecchio o nuovo?" chiede, dal pubblico in molti rispondono "Vecchio!", io provo a dire "Nuovo!" ma sono probabilmente l'unica.
Vedo Franchi rivolgersi a Benvegnu' e chiedere "Paolo, che si fa?"; non vedo la risposta, non so cosa faranno, ma non fa nessuna differenza, mi giro verso l'amico che e' con me e dichiaro "Questa colpisce al cuore"; lui domanda "La conosci?"; rispondo "Si', ma non so quale sara'".
Parte "Cerchi nell'acqua". Certo, un brano da fine concerto, il messaggio positivo con cui si saluta.
Sorrido.

Il mio amico torna a casa, io invece voglio salutare Andrea, che da quella notte e' diventato quasi un amico: e' un onore immenso per me poter dire che anche lui mi considera quasi un'amica.
Lo avevo avvisato che ci sarei stata e lui mi ha portato dei cantuccini da Prato che assaggio (e godo) immediatamente, ma che decido di conservare gelosamente per il rientro nelle Americhe, per condividerli con qualcuno che abbia voglia di meritarseli (se mi leggi: altri sacrifici...).
Chiacchieriamo, mi dice di avere un nuovo album in cantiere ma lo fermo: non voglio sapere niente, non voglio rovinarmi il gusto della sorpresa quando lo ascoltero' per la prima volta.
Baci e abbracci anche con Luca, Ciro e Marco: scatta anche una sfida a biliardino Andrea/io vs Ciro/Luca, che finisce in un onorabile pareggio.
Anche Paolo mi vede, mi sorride, mi si avvicina, mi saluta.
"Che piacere vederti!", dice "Ti leggo sempre, con quelle cose che hai scritto mi hai proprio beccato!, quella conversazione che avevamo avuto mi aveva davvero colpito...".
Non dico niente, non riesco a dire niente come al solito, resto li', inebetita e confusa.
Avevo gia' una mezza idea di prendere un treno per Prato un paio di giorni dopo, per sentirli di nuovo dal vivo: a questo punto, dopo questa sera, decido definitivamente che lo faro'.

giovedì 1 settembre 2016

Marlene Kuntz - Lunga attesa [2016]

Un corridoio semibuio in prospettiva; le pareti hanno la vernice scrostata, le luci hanno un che di inquietante. Al centro dell'immagine i quattro (ormai si puo' dire) Kuntz, da sinistra a destra Bergia, Lagash, Godano e Tesio, vestiti con completi a meta' strada tra l'elegante e il kitsch. Il nome della band e' il alto, il titolo dell'album in basso, entrambi scritti piccoli, di un bianco perfetto.

Play.

Non e' stata poi lunga l'attesa da "Nella tua luce", giusto un paio d'anni e mezzo, e con la pausa Pansonica a spezzare il silenzio (che poi io oggi piu' che mai penso che Pansonica non sia del tutto degli anni novanta, ma vabbeh...).

Lunga invece, davvero lunga ahime'!, e' stata la mia di attesa. Gioie e dolori della vita oltreoceano, che se e' vero che certe cose mi arrivano in anticipo e' vero anche che le spedizioni dallo Stivale sono state quasi sempre abbastanza problematiche (Monsieur Cambuzat ricordera' di certo le disavventure che abbiamo passato l'anno scorso...).
Ovviamente avevo acquistato il CD in preordine, e altrettanto ovviamente dall'uscita dell'album (fine gennaio) non ho ascoltato niente di cio' che le reti sociali cercavano di propormi: non un singolo, non un video, neanche le musiche che altri avevano scritto sul testo della traccia titolo... niente: il primo ascolto di un disco e' per me un momento sacro, specie se si tratta di un disco di Marlene.
Purtroppo di questi tempi e' impossible rimanere del tutto all'oscuro anche se lo si vorrebbe: l'occhio inevitabilmente cade sui titoli di troppi articoli e alla fine qualche informazione passa, sempre distorta, cosi' che la magia di quel primo ascolto e' rovinata.
Tant'e': vantaggi e svantaggi del mondo moderno.

Finalmente a fine luglio (sic!) ho avuto per le mani questo album e con religioso rispetto lo ho potuto lasciar suonare.

Maledette siano le reti sociali!

Ti capita di intra-leggere di un ritorno di Marlene alle glorie del passato e cosi' quelle chitarre, li' per li', non ti dicono niente, non spiazzano, non sconquassano, peggio, sono vagamente simili a cio' che ti aspettavi ma non si avverte minimamente questo fantomatico "ritorno al passato": manca completamente l'urgenza di quando loro avevano poco piu' di trent'anni e tu neanche quindici, che poi era tutto il senso di quella Marlene, sicche' riesci solo a domandarti come sia potuto accadere che Godano stia utilizzando la parola "populista" in un testo.
Possibile che proprio quando tutto il mondo si ritrova entusiasta sotto le bandiere del vecchio logo io, proprio io, la fan-acritica, debba storcere la bocca?, non e' che mi sono improvvisamente trasformata in uno di quegli sgradevoli dottor Livore mai contenti?

Poi arriva "Lunga attesa" e cambia tutto: che figli di puttana!, ti dici alla romana sorridendo d'ammirazione.
E cosi' da traccia quattro in poi, tutto l'ascolto del disco cambia completamente e Marlene torna a parlare con la sua voce ruvida e sensuale. E tu resti li', ammaliato e sospeso, mentre lei ti sferza.
E poi via da capo con il secondo, il terzo, il quarto ascolto, e ancora e ancora e ancora.
Senza mai saziarsene.

Quelli che parlano (scrivono) di un ritorno al passato non hanno capito niente.
Ecco, lo ho detto.
Perentorio.
E ora lo elaboro.

Il percorso di Marlene magari non e' lineare ma certamente e' unidirezionale: non torna mai indietro, il suo cammino la spinge comunque sempre altrove.
Marlene non sa stare ferma.
Queste chitarre, seppur graffianti, sono ben lontane da quelle degli anni novanta: grezze e urgenti quelle, raffinate ed eleganti queste, parlano di esseri umani diversi!
Anche i ritmi sono diversi: puoi ascoltarli quanto vuoi, ma nessuno di questi brani sarebbe stato bene dentro "Il vile", che che se ne scriva.
Certo, i passaggi arabo-rock di Tesio sono sempre li', Bergia picchia sempre, il braccio destro di Godano e' sempre rigido e nervoso, e infondo anche io resto sempre la bambina che giocava piu' volentieri da sola con un arco di legno costruito personalmente con un ramo e un pezzo di spago. Pero' ovviamente io oggi sono anche un'altra cosa, ho addirittura un capello bianco (di cui vado fierissima!) e qualche problema al nervo sciatico; e cosi' anche Marlene, pur rimanendo la rockettara degli anni novanta, oggi e' una Signora di cinquant'anni che preferisce il vino alla birra.

E mi sento di aggiungere inoltre che senza la "triade intermedia" ("Che cosa vedi"-"Senza peso"-"Bianco sporco") cosi' come senza il tanto villipeso "Uno" (che a me e' sempre piaciuto, ma si sa che sono di parte) non saremmo mai arrivati qui.

Come sempre mi ammaliano i ritmi, che qui piu' che mai sono potenti ed eleganti.
Bergia stuzzica l'ascolto con tocchi inattesi e passi nuovi all'orecchio di chi lo conosce bene.
La mano destra di Tesio mi sembra piu' morbida che mai e anzi, a tratti mi destabilizza con pause e riprese in controtempo di quelle che proprio non ti aspetti... la destra si', proprio lei: di tutte le mani di tutti i chitarristi viventi (tutti!) la mano destra di Tesio e' quella che vorrei avere io!, della sinistra non mi importa, toh, mi tengo anche la mia, ma la destra...
Eppure questa volta, per la prima volta da quando avevo quindici anni, sono anche i testi a stuzzicare la mia curiosita'.
Dice "ma come?, i testi di Godano non ti colpiscono da cosi' tanto tempo?".
Non ho detto questo.
Ma certo questi mi hanno strappato piu' di un sorriso.
Perche' (tanto per fare un esempio) Godano era quello che diceva che la musica dovrebbe essere eterna e non parlare di attualita', perche' l'attualita' svanisce e tra dieci o vent'anni non parla piu' a nessuno... e allora come mai oggi se ne esce con "Charlie Hebdo"? Ebbene ce lo spiega lui stesso, senza troppi giri di parole: "non e' una novita', non c'e' niente di nuovo". Percio' ecco, se in prima battuta ci rimani male all'idea che il fossanese possa aver cambiato idea basta poco per capire che lui e' sempre lui e se la ride di gusto.
Cosi' come non ha piu' remore ad autocitarsi (perche' no?, cosa mai c'e' piu' da nascondere?) nel cercare di riassumere la sua storia, ma l'acme infondo lo raggiunge nell'ammettere "che la vicenda ha una sua complessita' miserevole".

Lagash ormai e' a pieno titolo il quarto Kuntz dopo dieci anni di formazione a tre; anche in Pansonica aveva guadagnato un posto in copertina, ma qui ne apprezziamo davvero la presenza strumentale, se ne inizia a riconoscere la mano, comincia finalmente a dire la sua, e va detto che ci sta proprio bene.

L'unico rimpianto e' quello di vivere a troppi chilometri da un concerto di Marlene, cosa di cui oggi piu' che mai sento la mancanza, ma prima o poi capitera' che io sia nello Stivale durante un tour, perche' per lo Stivale ogni tanto ci si passa, e sara' bellissimo esserci di nuovo, me lo prometto.

Cosi', giusto per coccolare il mio ego in mancanza d'altro, rileggo quello che scrivevo a proposito dell'album precedente e... toh...

Cosa manca per farne un grande album? Sicuramente qualcosa, ma se vogliamo dar credito alla mia teoria, questo qualcosa sara' nel prossimo...

Ma guarda un po'.


Lista delle tracce:

Narrazione
La noia
Niente di nuovo
Lunga attesa
Un po' di requie
Il sole e' la liberta'
Leda
La citta' dormitorio
Sulla strada dei ricordi
Un attimo divino
Fecondita'
Formidabile

venerdì 25 dicembre 2015

Marlene Kuntz in Complimenti per la festa - un film di Sbastiano Luca Insigna [2015]

Mi cimento per la prima volta nella recensione di un film, ma infondo non e' un film nel senso stretto del termine e, come potrete (ma voi chi?) forse intuire, si tratta di un'occasione del tutto particolare, il mio primo grande amore musicale, quello che una volta entrato nel cuore non ne esce piu': per chi ne avesse voglia qui i miei scritti in proposito.

Quando un anno fa ho saputo della possibilita' di finanziare il progetto ovviamente non mi sono tirata indietro, anzi ho aderito con gioia ed entusiasmo, sicche' oggi, sotto l'albero, ho un auto-regalo molto speciale: il dvd, la serigrafia che era stata messa sull'amplificatore di Tesio durante il tour dello scorso anno, e (toccando il massimo grado di feticismo musicale da me concepibile) le corde usate della LesPaul "Left", la mia preferita.

Il film parla di "Catartica".

Perche' e' inutile raccontarsela: nella storia della musica italiana "Catartica" ha un ruolo speciale, condiviso (a mio modestissimo e personalissimo giudizio, sia chiaro) con ben pochi altri.

Seguendo musicalmente la scaletta del tour dello scorso anno (ma saltando i brani di Pansonica) ci vengono mostrate immagini del suddetto tour, le scene dei concerti e quelle piu' "casalinghe" dei nostri prima e dopo il palco, mischiate a video risalenti agli anni novanta, partendo dall'epoca in cui "Catartica" non era neanche nelle loro teste (c'erano un po' di canzoni, tanti concerti, tanta voglia) fino al momento in cui Maroccolo entra nelle loro vite, consentendo quindi la nascita di quell'album che cambio' la mia, oltre che la loro.

Ci viene raccontato un processo di creazione che oggi, col senno di poi, appare ineluttabile.

Ci sono le interviste alle persone che c'erano, gli amici di sempre, e mi colpisce violentemente il fatto che io, quei primissimi concerti in giro per lo stivale, non li ho potuti vedere: ahime' sono sempre stata troppo piu' giovane di quanto avrei voluto essere per inclinazione e interessi.

E poi c'e' la Musica, tanta, targata MK, la musica di "Catartica", la musica del mio cuore, quella musica che e' allo stesso tempo una carezza e un pugno sonico in faccia.
Perhe' la musica e' protagonista assoluta di questo documentario, e del resto non poteva che essere cosi'.

E lo leggi negli occhi di Marock che quei ragazzetti cuneesi lo avevano colpito piu' di quanto lui stesso avrebbe potuto immaginare quando li ha chiamati, che dovevano avere dentro un fuoco potente, quello stesso fuoco che ti arriva quando lo stereo ti spara "Sonica" nel cervello, che poi e' lo stesso fuoco che si sente dentro "Musa", checche' se ne dica: e' il sacro fuoco di chi sa far musica e la sa far bene, di chi ha qualcosa da dire e la dice in modo onesto e sincero, senza fronzoli, senza premeditazioni.

Il film e' ottimamente riuscito; non ho molti ricordi di quell'epoca e i pochi che ho sono quelli di una bambina delle elementari, ma quando l'immagino e' cosi' che mi appare: un mondo in cui "Catartica" non esiste e in cui, quasi dal nulla, "Catartica" esplode.

E una menzione d'onore va al montatore per aver incollato ogni canzone da vari momenti di vari concerti dello scorso anno, un lavoro di cesello che da l'impressione di un collage sonico perfetto.
E le immagini di esplodono in faccia e i suoni ti entrano dentro.

Un film per i fan, gli appassionati, i musicofili di vario genere, i nostalgici, i curiosi. Un film per chi, come me, ha amato e ama la bella Marlene. Un film che non so quando sara' disponibile al grande pubblico, ma quando arrivera' sara' un bel regalo per tutti.

domenica 14 dicembre 2014

Marlene Kuntz @ C.S.O. Pedro - Padova

13 dicembre 2014

Due concerti uno dietro l'altro non li avevo mai sentiti. E non due concerti a caso, qui si sta parlando dei miei grandi amori: quello relativamente nuovo (e che ormai temo stia scalzando definitivamente tutto il resto) e quello di sempre, quello che rimane per sempre scolpito nel cuore.
La fortuna ha voluto che mia personalissima "tournee' europea", tra le tappe lavorative di Milano e Zurigo, coincidesse con la tournee' italiana di questi due capisaldi del mio cuore. Dunque al diavolo razionalita' ed economia: che si parta, si percorra lo stivale malandato, si usi la ghiotta occasione per sentirli.
Nel caso dei cuneesi l'occasione e' doppiamente ghiotta perche' questo non e' un tour qualsiasi: e' l'omaggio al disco che ha cambiato la mia vita di ascoltatrice quando avevo 15 anni, il tributo definitivo.
Guardando le date del tour catartico dalla mia postazione oltreoceano non avevo molti incastri: la scelta e' ricaduta quasi obbligatoriamente su Padova.
Per finire, a coronamento, questa volta ho un accompagnatore d'eccezione a suggellare il grande evento: il buon Viktor e' la persona giusta per condividere questa assurda avventura.

Arriviamo al locale in largo anticipo per essere sicuri di trovarlo; e' forse una delle zone piu' infami di tutta Padova e a saperlo avremmo girato in centro un poco piu' a lungo: in strada veniamo anche importunati da una coppia di ragazzi ubriachissimi che un po' mi impressionano (hanno l'aria di essere innocui da sobri, ma da ubriachi non si puo' mai dire) e in quel momento ringrazio la mia buona stella per il fatto di potermi aggrappare al braccio di Viktor in cerca di protezione, ma questa e' un'altra storia e si dovra' raccontare un'altra volta.

Siamo dunque tra i primissimi a entrare, come quando si aveva 16 anni; il posto e' piccolo e ancora vuoto, ci dirigiamo sotto il palco nonappena capisco qual'e' il lato-Tesio (ovviamente). L'atmosfera e' quella giusta, l'ambiente fa pensare a un'inquadratura de "Il cielo sopra Berlino" (mai scelta fu piu' adatta alla situazione), la compagnia e' perfetta: ci sara' di che godere, ne sono sicura.

Il palco e' sistemato per loro, questa sera niente gruppo spalla: gli amplificatori, la pelle della cassa, la parete alle loro spalle, sono tutti coperti da veli su cui e' disegnato in bianco e nero lo stesso schizzo che, colorato, e' la copertina di Pansonica.
In rete scrivevano che il concerto sarebbe iniziato alle nove ma siamo in un centro sociale occupato e al concerto dei Marlene Kuntz: non mi aspetto di vederli sul palco prima delle dieci e mezzo, verosimilmente anche dopo.
Ad un certo punto notiamo che la ragazza in piedi accanto a Viktor si sta sistemando il trucco: indossa un vestitino che fa decisamente a pugni con l'aria trasandata del centro sociale e noi due ridiamo come pazzi.
Ormai il locale e' stracolmo e ci guardiamo intorno: a parte pochissime persone che potrebbero avere l'eta' di Catartica, il resto del pubblico ha un'eta' visibilmente maggiore o uguale della mia, segno che questa serata in un certo senso e' una specie di raduno di vecchi amici del bel tempo che fu.

Sono le undici quando la musica tace e le luci si spengono, la folla che scalpitava gia' da un po' si fa piu' rumorosa. Poi dei faretti si accendono puntando sulla parete di fondo e le loro luci vi si muovono sopra sinuose come serpenti; parte una musica registrata ma stavolta e' diverso, il volume e' diverso, e' chiaro che questa fa parte dello spettacolo: e' una musica che odora di india e di incantatori di serpenti. Mi ci vuole qualche secondo per riconoscerla e quando capisco non posso far altro che pensare che sono dei figli di puttana, inteso con immensa ammirazione, come forse solo un romano potrebbe intenderlo: e' "Kuntz" dei Butthole Surfers, il brano da cui hanno tratto ispirazione per il cognome della bella Marlene, forse venticinque anni fa.
Geniali bastardi. Sorrido.

Entrano e la folla esplode.
L'apertura e' consegnata a "Mala Mela" (diavoletto rossa) che in tanti anni non mi era mai capitato di sentire dal vivo: inizia apparentemente soffice ma poi ti esplode in faccia e ti lascia li' inebetito; poi di seguito "1°2°3°" e "Fuoco su di te", raffiche sonore, energia allo stato puro, impatto devastante: Godano, tanto per cambiare, e' gia' sudatissimo, Bergia lo sarebbe se non fosse per un piccolo ventilatore sistemato sul suo fianco destro, Lagash si sta divertendo da pazzi, Tesio balla (!). Non paghi attaccano "Giu' giu' giu'" in una delle versioni piu' potenti che io abbia mai sentito; non e' umano continuare con questo ritmo, non credo di poter reggere, non ho piu' il fisico, e infatti ci infilano "Gioia che mi do", che comparata al resto e' una ballata delicata che serve a riprender fiato (sic). La 'pausa' (se cosi' la si vuol chiamare) e' finita, si puo' ripartire con "Canzone di domani" cui attaccano una coda noise di grande impatto e potenza. Silenzio di pochi secondi, un veloce passaggio dalla diavoletto rossa alla nera, e parte possente il basso di Lagash per "Donna L": mi sembra che la voce di Godano non sia mai stata cosi' energica e coinvolgente, a malapena riesce lui stesso a reggere i suoi ritmi. E' il turno di "L'oblio" e se prima avevo dei dubbi ora non ne ho piu': e' evidente che Pansonica, pur fatto di brani scritti negli anni novanta, e' stato ripensato da musicisti che suonano assieme da venticinque anni!, c'e' una fluidita' diversa, meno irruente e ingenua nell'esecuzione, alcuni passaggi armonici, alcuni colpetti sui piatti, sono chiaramente il frutto di vent'anni di carriera.
Finito il pezzo Godano saluta il pubblico, ringrazia, rievoca quella volta di vent'anni prima in cui erano stati li', spiega (come se ce ne fosse bisogno, come se non lo sapessimo gia' tutti) lo scopo celebrativo del tour e di Pansonica.
Applauso.
E' il turno di "Parti": certo che sto Pansonica e' davvero potente!
Un altro cambio dalla nera alla rossa e parte "Lieve" in una versione accelerata e potenziata, poi "Trasudamerica" per placarsi un attimo e a seguire l'esplosione di "Sig.Niente". E sara' l'ambiente, sara' la serata, sara' il brano, ma qui, questa sera, in questo momento, sento fortissimo il legame che aveva Godano con il Nick Cave di "From her to eternity": anche il fossanese si dimena sul palco con una sensualita' animale selvaggia, gronda sudore a goccioloni sul pavimento, sulla chitarra madida anch'essa del sudore di lui come un'amante nel pieno dell'atto, sulla batteria di Bergia ogni volta che vi si avvicina. Siamo arrivati a "Capello lungo", altra esplosione, altri brividi; dal vivo si sente ancora di piu' che hanno cambiato un poco il finale rispetto a come la suonavano piu' di vent'anni fa: quell'arpeggio era troppo bello per rischiare di non registrarlo mai (e quando usci' Catartica non era assolutamente ovvio che ce ne sarebbe stata occasione) sicche' lo avevano attaccato a "1°2°3°"...
Chiudono la prima parte due bombe a mano: "Merry Xmas" e "M.K.". La violenza e' tale che su "Merry Xmas" salta una corda alla chitarra di Tesio che e' costretto a ripiegare temporaneamente sulla tele di Godano.
Un pensiero mi trapassa il cervello e si impadronisce di me. Il fatto e' che loro adesso nell'intellighentia ci stanno dentro eccome, ne sono gli alfieri piu' accreditati: come ci si puo' aspettare che Godano 'senta' quelle parole come faceva allora?, puo' senz'altro interpretarle in onore e ricordo del ragazzo che fu, ma se le 'sentisse' gli consiglierei di farsi vedere. E da uno bravo.
Certo e' che sull'interpretazione non c'e' proprio niente da dire, e questo (almeno questa sera) e' decisamente vero per tutti e tre i Kuntz piu' uno.

Pausa.

Nel breve tempo prima del loro ritorno sul palco, Viktor mi confida che stiamo assistendo a un concerto molto diverso da quello di Torino, che deve ammettere che i Kuntz sono vivi (toh!) e che forse semplicemente quella sera erano presi male, o magari essendo inizio-tour dovevano ancora rodarsi. Capita. Sorrido: sono molto felice di essere arrivata a fine-tour allora!

La pausa, come si diceva, e' brevissima, tornano sul palco con "Ruggine" (diavoletto nera) che e' imponente, poi "Sotto la luna" a mo' di quiete prima della tempesta; anche qui decido che questo brano deve essere stato rimaneggiato o comunque e' nato un poco dopo Catartica visto che viene suonato (unico brano) con la lespaul "left": la sensazione e' che questa chitarra (quest'accordatura) sia arrivata in un momento appena successivo, dato che gia' a partire da "Il vile" viene utilizzata molto di piu'.
Altro cambio, torna la diavoletto rossa, alziamo lo sguardo e Godano e' sopra di noi a rumoreggiare ed e' un attimo prima che parta "Festa mesta": delirio, tripudio, hanno tenuto i grandi classici per il finale...
Ancora un cambio, diavoletto nera, iniziano a 'sporare' ed e' un piacere-sonico per le orecchie: Bergia ha una specie di corda con attaccati dei campanelli (?) con cui sfiora i piatti, Godano rumoreggia, Tesio arpeggia ed e' magia. Poi l'immancabile bacchetta di batteria a stuprare la chitarra, la spora continua ancor piu' nervosa, la tensione sale… un respiro brevissimo, Godano batte sulla bacchetta, tan-tan tan-tan-tan-tan tan-tan-tan-tan-tan: esplosione, "Sonica", un ruggito assoluto.
A chiudere il concerto ci pensa "Nuotando nell'aria" (ovviamente non-sottosopra, sulla diavoletto rossa) ed e' un gran lusso, il finale perfetto. Salutano, s'inchinano, escono; la diavoletto rossa e' poggiata sul rispettivo ampli, la strato legnosa (nuova?) accanto all'altro, sulla pedana della batteria, un feedback infinito ci avvolge: sale uno dei tecnici, stacca l'ampli di Tesio, poi quello di Godano, ultimo quello di Lagash.
Buio.

Avevo (ahime') letto che in altre occasioni avevano suonato "Musa" come tris-a-sorpresa e che la cosa non era piaciuta: confesso che dal lato dell'oceano dove mi trovavo mi era parsa una bellissima idea quella di mettere "Musa" dopo tutto quanto, ma forse ero solo io a pensarla cosi' e i Kuntz chissa', magari si sono adeguati... vabbeh, poco male.

Voglio salutare Tesio (ovviamente) e non ci mette molto a uscire: mi vede, mi viene incontro, viene fermato, chiacchiera, lo aspetto, si avvicina. "Come va in Canada?" chiede. "Freddo, ma bene" rispondo. Ringrazio per la serata e lo lascio andare, immagino sia distrutto: vorrei chiedergli questa storia di Pansonica, fino a che punto e' vera la mia teoria dei brani rimaneggiati, ma non importa: se fossi spavalda un quarto di quel che sembro proverei ad aspettare un attimo per fargli le mie domande ma lascio perdere: del resto anch'io sono distrutta, sono in giro da ieri, domani devo andare a Zurigo... va bene cosi'.
Sono felice di averli visti ancora una volta, felice di averlo fatto in questa occasione.

Mentre camminiamo verso l'albergo pero' realizzo qualcosa che non mi aspettavo: percepisco intimamente (credo) il sentimento dei cuneesi riguardo i brani suonati questa sera. Anche io (forse per la prima volta o forse lo sapevo gia' senza trovare il coraggio di ammetterlo) non li sento piu' come miei. E ci mancherebbe: non ho piu' 15 anni!
Non ce l'ho piu' con i fighetti, il loro atteggiamento mi scivola addosso come aria. Sono io la prof., quella che spiega, assegna compiti, mette voti, e nell'intellighentia a mio modo ci sono dentro anche io, o comunque ci sto entrando. Quella rabbia giovane non e' piu' mia: ne sopravvive un ricordo a suo modo tenero ma niente di piu'.
In questo lungo finesettimana quegli altri, il "nuovo amore", hanno parlato al mio cuore di oggi, se lo sono portato via delicatamente, mi hanno stregata. Questi hanno rievocato (con successo, sia chiaro) la bambina, ma inevitabilmente non hanno parlato a me.

E mi domando se i signori non l'abbiano fatto apposta: sono anni che il pubblico gli da dei venduti perche' non sono piu' "i Marlene Kuntz di un tempo" senza capire che la cosa non ha davvero nessun senso... e se il messaggio di fondo fosse proprio questo?, se il senso ultimo fosse quello di far capire quanto sia ridicolo cercare di sentirsi adolescenti quando non lo si e' piu'?

sabato 15 novembre 2014

Esportazioni

Ho un amico indigeno (non "nativo", qui fa una certa differenza) che ha un discreto gusto musicale e devo dire che e' davvero un piacere scambiare opinioni con lui. Qualche giorno fa, nel pieno di una discussione, mi sottopone l'ascolto di Only in Dreams degli Weezer, gruppo che (confesso) mi mancava. Siamo li' che la ascoltiamo, mi fa notare dettagli, gli faccio notare dettagli (perche' comunque un certo orecchio cell'ho anch'io, cosa che lo soddisfa e compiace) finche' non arriviamo alla coda, anzi, alla "pre-coda" (minuti 5:30-6:50 circa del link sopra), e lui quasi si sbraccia per farmi notare l'intreccio delle chitarre.
"And it was 1994!" dice con orgoglio.
Sorrido.
Il riferimento al 1994 di questi tempi mi fa fare un salto immediato.
"About binding guitars... do you want to know what was happening in 1994 in Italy?" domando.
"Sure" dice lui con il sorriso di chi pensa di aver capito tutto.

Provoco.
Dall'espressione sulla sua faccia (occhi sgranati, sorriso entusiasta) capisco tutto: colpito, affondato.
"That is pure genius! They have a rock spirit, noise and non-sense style, but still there's some of your Italian refined melody and culture hidden..."
Gli ci e' voluto un quarto di ascolto per dire la frase giusta: il ragazzo e' dotato.
Spinta dalla reazione provo con qualcosa di piu' recente.
"It's always them" dico.
Mentre la ascoltiamo cerco di indirizzare il suo orecchio alle chitarre, facendo particolare attenzione a quella di Tesio (figli e figliastri, come sempre).
"Wow! They've grown up..."
 Sorrido di nuovo.
"Is everyone like this in Italy?" domanda con ammirazione.
"No, but there is a lot of good stuff: different from them, but still super good" dico pensando in particolare a quello che per me e' il disco dell'anno.
"Wow..." non riesce ad aggiungere altro.



...un passetto alla volta chissa', magari me li ritrovo a suonare a Toronto!


(Il nostro problema e' che fuori dall'Italia arrivano - quando va bene - Ligabue e Gianluca Grignani: con rappresentanti del genere capisco che non dev'essere facile darci un minimo di credito...)

mercoledì 24 settembre 2014

Marlene Kuntz - Pansonica [2014]

Copertina dai colori psichedelici: rosso acceso, fucsia (anzi, fuschia) e verde acqua. L'immagine evoca qualcosa ancestralmente legato al pensiero di Marlene, vai a sapere perche'; i volti di Tesio, Godano, Bergia e Lagash, da sinistra a destra, compaiono al centro come fantasmi. Il nome del gruppo capeggia in alto con il vecchio marchio rettangolare: bianco senza sfondo "Marlene", trasparente su sfondo bianco "Kuntz". Il titolo dell'album in basso, si nota appena.

Play.

Correva l'anno 1994, ci si avvicinava con emozione e timore al nuovo millennio, Silvio Berlusconi vinceva le elezioni per la prima volta, Kurt Cobain si piantava una pallottola in testa, veniva inaugurato il tunnel della Manica e Andrew Wiles dimostrava al mondo l'Ultimo Teorema di Fermat.
Venti anni fa. Venti, un numero che fa impressione.
In questo contesto quattro ragazzetti di Cuneo davano alla luce un album che avrebbe cambiato l'ascolto della musica in Italia: i ragazzetti si chiamavano (in ordine rigorosamente alfabetico) Cristiano, Gianluca, Luca e Riccardo, l'album Catartica.

Io avevo undici anni, anzi, dieci per i primi otto mesi e undici per i restanti quattro; ricordo la mattina in cui si seppe che Berlusconi aveva vinto le elezioni, l'effetto che fece in casa; ricordo la morte di Cobain, le lacrime sincere di bambina che ho versato; ricordo le immagini del tunnel al telegiornale, il senso di paura e meraviglia che generava in me l'idea di andare sott'acqua con la macchina.
Gli altri due avvenimenti non li ricordo, all'epoca non mi erano arrivati, eppure col senno di poi sono quelli che hanno influenzato maggiormente la mia vita da adulta: buffo, no?
La storia dell'Ultimo Teorema di Fermat e' una di quelle che possono affascinare una ragazzina di quinto superiore che si trovi nella spiacevole posizione di dover decidere se seguire la sua passione infantile e istintiva iscrivendosi a fisica o assecondare il nuovo impulso dato dalla scoperta di quanto possono essere belle e rassicuranti le dimostrazioni iscrivendosi a matematica.
Catartica beh... tutti sanno del mio amore incondizionato per i Marlene Kuntz e ho gia' accennato al valore che ha per me questo disco.

Vent'anni e mille vite fa.

I cuneesi hanno deciso di festeggiare l'anniversario incidendo e rilasciando un EP, sette tracce che sembrano nuove ma in realta' sono ancora piu' vecchie: le suonavano in sala prove quando ancora erano cuccioli, quando c'era ancora Alex Astegiano alla voce, quando c'erano le suppellettili, quando erano loro a chiedere ai locali di farli suonare e non il viceversa. Sette tracce che all'epoca non hanno trovato posto in Catartica o Il Vile e poi non hanno avuto piu' senso, perche' nel frattempo Marlene si era evoluta: solo una, "Donna L", era stata registrata live e la conosciamo tutti nella sua versione ultrapotente di Come di Sdegno, le altre erano nascoste in qualche vecchia audiocassetta fusciante mandata allora in giro per case discografiche ed evidentemente mai presa sul serio... purtroppo.
Anzi, per fortuna, perche' cosi' noi adesso possiamo sentirle in una versione ripensata dopo vent'anni di carriera.

In qualita' di fan a-critica (sic!) e appassionata mi vanto di possedere alcune di queste rarissime perle (e altre che non hanno trovato posto neanche su Pansonica) in una versione mp3 ancor piu' frusciante di quella vecchia audiocassetta che mi aveva fatto innamorare sedici anni fa.
Ma Pansonica e' un'altra cosa per fortuna. E senza nessun "purtroppo" a fare da contraltare, anzi, e' proprio questo il bello.

Perche' in Pansonica ci sono quelle canzoni di piu' di vent'anni fa e ne riconosci l'energia, la potenza, l'allucinazione e l'isteria, ma sono suonate oggi, con la sensibilita' e la maturita' che contraddistinguono i Marlene Kuntz degli anni dieci.
Brani vecchi che suonano come nuovi, o brani nuovi che suonano come vecchi?, onestamente non sono troppo sicura che una delle due definizioni si adatti meglio dell'altra. Perche' e' vero che il corpo di questi brani e' stato pensato vent'anni fa, ma dentro la versione che sentiamo ci sono venti anni di carriera, esperimenti, storie, emozioni, racconti, riflessioni, figli che nascono, amici che se ne vanno, eterni amori che si sgonfiano... vita!, e si sentono tutti, lo giuro.

Registrato in presa diretta (essere cresciuti non e' mica male...) prende vita nelle orecchie dell'ascoltatore: Godano ci mette dentro se' stesso come sempre, ma ora e' in grado anche di indirizzare oltre che lasciar fluire l'emozione, Bergia picchia con la solita potenza, ma ora ci mette dei colpetti raffinati qua e la' che li senti e ti viene da sorridere con compiacimento, Tesio ha la stessa commovente eleganza e poesia armonica (il classico passaggio arabo-rock marca Tesio mi e' entrato sotto la pelle, o almeno questo dicono di me quelli che mi hanno sentita improvvisare... chiedo scusa maestro, ho rubato, ma giuro di non essermene resa conto!), ma ora il tocco e' piu' morbido, fluido, caldo.

Lo ascolto, lo riascolto, e ci sento dentro i ventenni degli anni novanta e i quasi-cinquantenni degli anni dieci allo stesso tempo, fa un'impressione incredibile; l'esplosione fresca e genuina del ragazzetto e la maturita' dell'adulto convivono in un modo che non mi era mai capitato di sentire prima.
Come si fa a fare una fotografia di un ragazzo che e' diventato uomo immortalando contemporaneamente il ragazzo e l'uomo? Pansonica, tutta Sonica, ecco la risposta: ancora una volta questi signori riescono a produrre qualcosa di assolutamente originale, bello e imprevedibile, non sanno stare fermi, non ne sono capaci. A loro va tutta la mia ammirazione, tanto per cambiare.

Ci sara' sicuramente chi dira' che siccome non avevano idee hanno riciclato le idee vecchie, o che stanno cercando di riprendersi quel pubblico che li ha abbandonati perche' non sono piu' i Marlene Kuntz "di un tempo" (ma poi di quale tempo?, l'evoluzione a me e' sempre parsa cosi' fluida...) e pero' ormai e' tardi e via dicendo: chissa' come mai i duri-e-puri del cosiddetto "indie-rock" nostrano non riescono a mandar giu' i cambiamenti, come chi a suo tempo non aveva mandato giu' i CSI perche' non erano piu' come i CCCP... misteri!
Per quel che mi riguarda forse e' vero che sono una fan a-critica dei Marlene Kuntz: ebbene, se questo e' quello che fanno e regalano al pubblico da vent'anni (sedici per quel che concerne me, ma vabbeh) sono estremamente orgogliosa della mia a-criticita'.


Lista delle tracce:

Sig. Niente
Parti
Sotto la luna
Ruggine
Donna L
Oblio
Capello Lungo

venerdì 1 agosto 2014

Marlene Kuntz + Nobraino @ Eutropia - Roma

31 luglio 2014

Era il 9-9-'99, data marchiata a fuoco nella mia memoria.

Il mio primo incontro auricolare con la bella Marlene era avvenuto circa un anno prima, quando un amico mi aveva doppiato una cassetta con dentro "Catartica": nonostante la pessima registrazione (frusciava e saltava in piu' punti) e' stato decisamente amore a primo ascolto.

Avevo da poco compiuto 16 anni e per la prima volta ero stata autorizzata dai miei genitori ad andare a sentire un concerto con gli amici: andai al Villaggio Globale con diecimilalire in tasca e grandissima emozione. Ricordo ogni dettaglio quasi come fosse ieri, Tesio sulla sinistra, Solo (ah...) sulla destra, la batteria di Bergia che pareva un UFO ai miei occhi, aprirono con "Ineluttabile" che mi si marchio' a fuoco sotto la pelle: da quella sera me ne innamorai per sempre. Ovviamente non ricordo la scaletta in ordine ma era certamente simile a quella di "H.U.P. Live in Catharsis", con Godano che dice "questo e' un pezzo del nuovo album" e parte "Infinita'"...

Ripetere l'esperienza ieri, 31-7-'14 (non e' una brutta data neanche questa tutto sommato), a quasi quindici anni di distanza e a due giorni dalla mia partenza per il Canada, e' stato volontariamente il mio penultimo atto a Roma (l'ultimo essendo il saluto agli amici piu' stretti): la data della partenza, a voler essere precisi, e' stata scelta dopo aver saputo di questo concerto, esattamente per fare in modo che andasse cosi'. Rispetto ad allora oggi il palco e' spostato in un altro lato dello spazio-concerti, ci sono piu' stand, addirittura qualche sedia.

Vado sola: erano pochissime le persone con cui avrei potuto condividere questo momento, forse nessuno per davvero, al piu' gli amici con cui andai allora, ma uno non poteva e l'altro e' disperso per il grande mondo. Arrivo al Villaggio Globale in ritardo per via della cena dal vecchio amico, i Nobraino stanno gia' suonando.

Un rapido sguardo al palco per riconoscere la batteria di Bergia sulla destra: deduco che Tesio sara' sulla sinistra e mi ci dirigo con decisione. Il pubblico e' tranquillo e riesco agilmente ad agguantare una piu' che dignitosa sesta fila: sono nell'eta' media ma questa volta non mi sorprende.

Trovata la mia sistemazione mi metto ad ascoltare i Nobraino di cui ignoravo l'esistenza: sono davvero interessanti!, fanno un rock energico, allegro, potente. Il pubblico e' meno ignorante di me e canta con loro: mi appunto mentalmente di ascoltarli con piu' calma quanto prima. Ad un certo punto il cantante si cala tra la folla e canta due brani da giu', ballando con noi: approfitto del fatto che sono tutti voltati verso di lui per avvicinarmi al palco e raggiungere un posto in terza linea (artista!). Subito dopo scatta una cover (con testo leggermente modificato) de "L'italiano vero" di Toto Cutugno, con basso possente e chitarra carica: canto al cielo il ritornello con le lacrime pronte a uscire. Poi un brano sull'andare in guerra, ma nel frattempo il cantante ha cercato di convocare sul palco qualcuno dal pubblico "E' un rito voodoo che facciamo a ogni concerto arrivati a questo punto: qualcuno si deve far rasare a zero da me!, dev'essere come se fosse pronto a partire per la guerra...". Il pensiero di offrirmi volontaria mi attraversa la testa come un fulmine: sarebbe stato un gran bel simbolo ma sono pavida e rimane cosi', un pensiero. Alla fine va un ragazzo dello staff "Di solito insistiamo di piu'" dice il cantante "a volte siamo stati anche mezz'ora, ma adesso dobbiamo lasciare il palco agli amici Marlene...". Fanno ancora un ultimo brano e ci salutano.

Mentre lo staff smonta la strumentazione dei Nobraino e monta quella dei Marlene (un tipo porta la pedaliera di Tesio esattamente davanti a me: bene!, mi dico con soddisfazione) mettono "Pull me under" di sottofondo... porcamiseria, veramente l'universo vuole commuovermi!, in quella famosa annata 99/00 i miei principali riferimenti musicali erano Marlene Kuntz e Dream Theater...

Silenzio.
Buio.

Arriva Godano, alza una mano in segno di saluto e il pubblico scatta.
Le chitarre sono a posto, Tesio imbraccia la Diavoletto nera (dadgad). Silenzio.
Il basso di Lagash che parte potente: no, non puo' essere vero... "Donna L"!
Bang!
Una dichiarazione d'intenti: occhei, e' vero, stasera si balla e si piange, esattamente quello che speravo.
Quasi senza soluzione di continuita' ci attaccano "Overflash" (viaggiare per non tornare mai piu'!, rido e piango: ce l'hanno fatta dopo due brani). Godano e' gia' sudato, Bergia picchia come non mai. Un respiro breve, Godano imbraccia la LesPaul bianca, Tesio sistema il suono... so cosa sta per accadere: "Ape regina" mi colpisce in faccia con tutta la sua potenza, il pezzo delle api mi fa tremare come quando avevo sedici anni. Un altro respiro breve, Tesio imbraccia la LesPaul "left" (cgcggc) e parte "Senza rete" (a mio avviso uno dei momenti migliori de 'Nella tua luce'). E' la prima volta che la sento dal vivo, accidenti se e' potente!, nell'album lo e' senz'altro, ma da qui e' tutta un'altra cosa... e lo sapevo che era suonata con la LesPaul "left"!, mi dico con orgoglio.
Ora pero' ci vuole un pezzo meno tirato, mi e' del tutto evidente: non e' fisicamente possibile reggere un concerto a questo ritmo (giusto gli Stones, ma loro barano...). E infatti e' il turno di "Solstizio", a sorpresa con la Memphis (standard), che ci fa respirare un poco.
Ma i cuneesi vogliono farmi piangere, ormai l'ho capito, e infatti ci attaccano "Ti giro intorno"; qui inevitabilmente il pensiero fa un piccolo balzo da un altra parte, in un altro tempo, un'altra vita, ma mi riprendo subito: niente e nessuno puo' staccarmi da dove sono in questo momento!, sorrido: certo che e' calda 'sta Memphis...
Altro cambio chitarre: LesPaul "Left" e Firebird. Conosco quell'accoppiata, il mio cuore parte, chiudo gli occhi ed ecco, l'arpeggio mi raggiunge: "Ineluttabile"!, e ora si', piango davvero. Tesio alza lo sguardo, mi vede (mi ha cercata su "Ineluttabile", che dolce...) e fa un cenno di saluto con la testa: "grazie!" scandisco io col labiale riferendomi alla scelta del brano e alzo i pollici, lui sorride e mi fa l'occhiolino. Lagash ha qualche problema di jack e a meta' canzone Godano ferma tutto "E' troppo piu' bella col basso!, la rifacciamo da capo appena lui sistema". Ma anche al secondo giro il basso non va: Lagash smadonna nervoso e Godano ferma di nuovo "Se al terzo tentativo va ancora male saltiamo il pezzo e via". Il pubblico protesta, a me si stringe lo stomaco ("no vi prego...", sillabo in direzione di Tesio che mi fa segno di star tranquilla). Ripartono "Vabbeh ormai la conosciamo questa parte" dice Godano ridendo all'inizio dell'arpeggio. In un attimo rientro nell'atmosfera: quel brano ha qualcosa di speciale. Subito dopo e' il momento di "Infinita'"; la chitarra di Tesio e' un fuoco, ho la pelle d'oca nel ritornello, godo, si vede, mi vede, "madonna!" sillabo io con l'espressione di chi gode ogni nota, lui sorride compiaciuto nel rendersi conto che sto cantando la sua chitarra e perde una pennata, lo vedo che ci rimane male ma penso che ce ne siamo accorti solo lui ed io.
Altro cambio di chitarra, di nuovo la Memphis, ed e' il turno de "La canzone che scrivo per te", con Arneodo che tira fuori un impressionante falsetto per la parte che su disco e' di Skin: inatteso, buffo, bello. Segue "Il genio (l'importanza di essere Oscar Wilde)" e balliamo tutti, ormai preda dell'intramontabile fascino marlenico. Un ultimo cambio, Tesio con la Diavoletto, Godano con la stratocaster (e se...). I movimenti preparatori di Godano sono lentissimi (e se...). Prende in mano una bacchetta di batteria: si', avevo ragione, e' lei: "Sonica", un'esplosione assoluta da ogni lato.

Pausa.
Cerco di riprendermi: l'emozione e' tanta, troppa, incontenibile.

Rientrano subito. Tesio ha gia' in braccio la Diavoletto. "Dobbiamo abbassare il volume, sapete l'inquinamento acustico..." dice Godano: evidentemente gli hanno detto che e' ora di fermarsi. "Il prossimo pezzo, con cui vi salutiamo, e' una di quelle un po' meno famose, ma chi ci conosce e ci segue la apprezza molto: si intitola "Malinconica"...". Occhei, mi hanno definitivamente stesa. Salutano, escono, fine.



C'e' una concreta possibilita' che sia l'ultima volta che li vedo suonare, dovevo esserci.

Vado a salutare Riccardo che mi viene incontro nel vedermi: "Come va?" domanda "In partenza" rispondo, e gli racconto. "Li' c'e' uno dei massimi esperti mondiali del mio campo" dico "Ma esattamente il tuo campo qual'e'?, me lo sono sempre domandato..." fa un certo effetto sentirsi una specie di groupie. Un ultimo saluto, un abbraccio anche a lui.

Riflettendoci hanno fatto solo brani fino al 2000 piu' qualche pezzo dell'ultimo album; l'universo ha deciso di girare in modo da regalarmi attimi incredibili prima della partenza: e' un pensiero bellissimo.

sabato 19 ottobre 2013

Marlene Kuntz: "La poesia della scienza" @ Teatro Palladium - Roma

18 ottobre 2013

Al Palladium, ogni romano che si rispetti non puo' ignorarlo, e' d'uso organizzare serate culturali di vario genere: quello di ieri sera era senz'altro adatto allo stile del posto.

Si tratta di uno spettacolo un po' particolare: Bergia, Godano e Tesio che "improvvisano" una colonna sonora per dei documentari di Jean Painlevé (granchi, meduse, cavallucci marini, transizioni di fase di metalli...) proiettati alle loro spalle.
Natura e musica che si fondono: arte.

Aiutati da registratori/riproduttori di suoni che gli permettono allungare le note fino allo spasmo, uno schermetto davanti a ciascuno di loro (immagino) per consentirgli di vedere il video che stanno musicando davanti ai nostri occhi.
Rumori, armonie, distorsioni, potenza e dolcezza: allucinazioni in apnea.
Letteralmente.
Chissa', forse un tempo le avremmo chiamate "Spore".
In una sincronia perfetta di suoni e immagini.
Anche troppo perfetta perche' si tratti di vera e propria improvvisazione: la dinamica e i ritmi, le esplosioni sonore e i rallentamenti, si accordano con una precisione impressionante alle immagini proiettate. No, e' impossibile che fosse tutto deciso all'impronta, certamente si erano dati delle linee guida, ma e' anche senz'altro vero che non e' tutto studiato a tavolino... e infatti a volte ci sono delle "sgradevolezze" (no, non delle belle dissonanze, proprio sgradevolezze!), note che chiaramente non sono quelle desiderate. Ma questo fa inevitabilmente parte dell'improvvisazione.

La batteria di Bergia e' completata da una serie di arnesi che non riesco a riconoscere tra cui una specie di mini-parete metallica bozzuta e uno strano gong bombato, tenuto in orizzontale, che produce note distinte a seconda di dove lo si percuote .
Godano ha portato la Stratocaster bianca e nera (in cui a un certo punto infila la solita bacchetta di batteria in puro "stile-sonica"), la LesPaul bianca e una chitarra acustica.
Tesio ha la Memphis blu e la LesPaul "left" rosso cupo: in assoluto le mie preferite del suo arsenale.

E come sempre e' proprio Tesio quello che osservo con maggiore attenzione (figli e figliastri... ma vabbeh, ciascuno ha diritto alle sue preferenze, o no?) quando le immagini non prendono il sopravvento sulla mia attenzione.
Usa la Memphis (standard) in quasi tutte le scene subacquee (granchi, alghe, cavallucci marini) e la LesPaul (CGCGGC) per meduse e transizioni di fase: scelta interessante e particolarmente azzeccata dal punto di vista sonoro.
Ed e' sempre un piacere guardarlo suonare.
Ogni volta mi ricordo perche' e' il mio chitarrista di riferimento: il movimento della sua mano destra e' sinuoso, assurdo, ipnotico... Ha una padronanza pazzesca dello strumento e dei suoi suoni, sceglie le note e (soprattutto) le pennate con maestria ed eleganza: al solito, rimango incantata.

Se mai i tre cuneesi dovessero decidere di riproporlo, consiglio vivamente di andare a gustarselo.

martedì 1 ottobre 2013

Marlene Kuntz - Nella tua luce [2013]

L'immagine di copertina ha un che di ironico e poetico allo stesso tempo, se si pensa al titolo dell'album: un portico scuro, una luce (estremamente flebile) che filtra da un arco quel tanto che basta dal lasciar intravedere le forme e il colore marrone dei muri. Il nome della band e il titolo dell'album al centro, in bianco luccicante.

play.

Tempo fa ho formulato una teoria sul percorso artistico dei MK: un album che annusa un territorio inesplorato, uno che lo esplora a fondo, uno che ne esalta ogni dettaglio.
E via da capo (a parte un'eccezione).
"Catartica" e "Che cosa vedi" erano album in cui la band cuneese tentava qualcosa che nessuno (loro in primis) aveva mai provato prima; "Il vile" e "Senza peso" si muovevano nella direzione dei loro diretti predecessori discostandosene quel tanto che bastava per definirli evoluzioni naturali; "Ho ucciso paranoia" e "Bianco sporco" erano la summa, il gioiellino, cio' che dava senso e compiutezza ai due lavori immediatamente precedenti.
Ora siamo arrivati al punto due di una nuova terna: "Ricoveri virtuali e sexy solitudini" non e' certo la prosecuzione naturale di "Uno" (album-esperimento che sarebbe stato impossibile incasellare in qualsivoglia schema esplorativo) mentre questo nuovo "Nella tua luce" sembra voler seguire la strada intrapresa tre anni fa.

Qui non si ha a che fare con il pugno in faccia che fu il primo trittico ne' con la poesia che fu il secondo: questo e' rock. Punto. Rock rinnovato, moderno, elegante e ben fatto, nessun dubbio a riguardo.
I suoni sono carichi, intensi, avvolgenti, puri e sporchi allo stesso tempo; c'e' dentro tutta la loro calda sensualita' (inevitabile marchio di fabbrica), la dolcezza e il vigore di uomini adulti che, pur avendo trovato risposte, non smettono di porsi domande sempre nuove.
E si', penso che "sensualità" sia la parola chiave, come sempre e' accaduto con Marlene: da principio la sensualita' animale e selvaggia dei giovani, poi quella poetica dei quarantenni, ora quella matura e consapevole di tre uomini che forse cominciano a sentire la soglia dei cinquant'anni avvicinarsi... ma quanta meraviglia in questa consapevolezza!
Passano gli anni, il mondo evolve, i musicisti e gli ascoltatori pure. Ma il rock dei Marlene Kuntz e' sempre li', palpabile, fisico. Anche quando questa fisicita' assume connotati necessariamente (fortunatamente!) diversi rimane, incontestabilmente, fisicita'.

Alcuni passaggi, devo confessarlo, mi pare di averli gia' sentiti all'interno della loro produzione quasi (argh!) ventennale; piccole somiglianze, echi di ricordi nebbiosi e poco piu', ma penso sia normale: un autore che si rispetti mette se' stesso in ogni nota, e per quanto si possa crescere o evolvere, un essere umano rimane (sempre) piu' o meno se' stesso.
Nell'ascolto riesco a vedere il braccio destro teso e rigido di Godano che picchia nervoso sulle corde della chitarra, i colpi potenti -tempo e controtempo- di Bergia con la loro danza a/simmetrica, le mani morbide ed eleganti di Tesio (qui gioca anche a tratti con il basso) che con i loro movimenti su e giu' sulle corde impreziosiscono e danno quell'impronta 'marlenica' inconfondibile.

Cosa manca per farne un grande album? Sicuramente qualcosa, ma se vogliamo dar credito alla mia teoria, questo qualcosa sara' nel prossimo...

E come al solito attendo con impazienza di risentirli dal vivo, da sempre la loro dimensione naturale, quella in cui riescono a dare tutto, incantare completamente, far battere il cuore a ritmo.


Lista delle tracce:

Nella tua luce
Il genio (l'importanza di essere Oscar Wilde)
Catastrofe
Osja, amore mio
Seduzione
Adele
Su quelle sponde
Giacomo eremita
Senza rete
La tua giornata magnifica
Solstizio