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domenica 18 febbraio 2024

Paolo Benvegnu' - E' inutile parlare d'amore [2024]

Un lago immerso nella foschia, le acque leggermente increspate, colline laggiu' sullo sfondo a separare il cielo dalla terra. In primo piano  un rettangolo, forse uno specchio da cui si vede la riva: canne, arbusti, e Lui, vestito di nero, capelli ormai bianchissimi, lo sguardo rivolto chissa' a cosa.


Play.


Caro Signor Benvegnu', eccoci di nuovo qui, ti do ancora una volta del tu. 

Era praticamente ovvio che, semmai avessi ricominciato a scrivere su queste pagine, sarebbe stato per merito tuo (qualcuno forse direbbe "causa tua"...). E nonostante sospetto non te ne importi niente, lascia che io cominci col chiederti scusa per non averlo fatto per l'odio dell'innocenza, o nessuna delle inutili premonizioni, o anche solo per i fiori (ma perche' niente CD?), o per qualcuno dei tuoi concerti (da quell'ultima volta a Prato, tu non puoi saperlo, ma io ti ho visto altre volte di cui una, meravigliosa, in un minuscolo teatrino nel cuore di Trastevere). Ti confesso che, alla sua uscita, DellOdio dell'Innocenza mi provoco' sensazioni contrastanti, perche' ero appena tornata a vivere a Roma pur non essendo ancora completamente convinta di aver fatto la scelta giusta, e giusto il tempo di adattarmi al nuovo fuso orario che il Covid mi aveva costretta sola in casa: i vicini, tutte le sere alle sei, puntualissimi, facevano la discoteca sui balconi per mezz'ora, iniziando con l'inno nazionale, passando per il Gioca Jouer e altre simili piacevolezze, a un volume tale che anche chiudendo tutte le finestre, abbassando tutte le persiane, avvolgendo le orecchie in un cuffione teoricamente isolante, li potevo sentire. Ero arrabbiata col mondo. E quando, con l'aiuto di detto cuffione, ho ascoltato quel disco, non ho potuto far altro che accrescere il mio rancore nei confronti dell'aereo che mi aveva riportata nello Stivale, dei vicini rumorosi, dell'umanita' che si lagnava, della casa orribilmente buia in cui mi ero ritrovata a vivere ("che ti importa" dicevano mentre firmavo il contratto di affitto solo un paio di mesi prima, "tanto qua dentro ci starai soltanto la sera" dicevano, "non te ne accorgerai nemmeno" dicevano...). Oltretutto l'assurda storia che raccontavi all'epoca, secondo cui non saresti stato tu l'autore di quelle canzoni, mi irritava oltremodo: era come se tu non volessi prenderti la responsabilita' di un disco che entrava in pericolosissima risonanza con la rabbia che avevo dentro... E insomma ti ho odiato di un odio sincero e violentissimo. Da allora, ogni volta che ho accarezzato l'idea di tornare a scrivere, l'eco di quella rabbia mi ha trattenuta. Solo il tempo ha saputo dirmi che non era il Covid, non era l'Atlantico, non era l'umanita' e certo non eri tu: ero io ad essere prosciugata. E solo recentemente ho ritrovato la giusta tranquillita', ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.

Ecco, questo lungo preambolo per giustificare, se mai ti fosse importato qualcosa, sei anni di silenzio e dirti che oggi torni alle mie orecchie accolto (finalmente) con ritrovata serenita'.


Caro Signor Benvegnu', che gran disco hai scritto.

Nessuna sorpresa, intendiamoci, ma che piacere ritrovarsi...

Al primo ascolto la sensazione e' che si tratti di un lavoro piu' immediato - armonicamente e ritmicamente - di quello che mi aveva fatto girare la testa esattamente vent'anni (argh!) fa, ma che proprio questa sia la sua splendida dimensione. Poi ai giri successivi, entrando in dettaglio, ci si accorge che la semplicita' e' solo apparente e superficiale, che aiuta a rendere piu' immediato il primo ascolto, ma a ben sentire c'e' tutto un mondo di dettagli da scoprire. Penso ad esempio al basso che irrompe prepotente a sottolineare che la primavera tarda ad arrivare, alla chitarrina sghemba di "Alla disobbedienza" che ancora non ci ho capito niente, al riff che sottolinea le tue parole in "L'origine del mondo" su cui il mio orecchio cade sistematicamente, al vero e proprio finale strumentale di "Alla disobbedienza" che rimanendo sospeso chiama al silenzio, alla batteria del ritornello di "Our Love Song" che nella sua semplicita' mi fa ballare, al basso di "Libero" (ok, mi sa che sono una bassista mancata!) che e' un godimento infinito, al piano delicato di "Pescatori di perle" che e' un inno alla dolcezza, all'ironia feroce di "Canzoni brutte" che negli scorsi giorni sanremesi sembrava piu' che mai appropriata. Tanti piccoli dettagli che messi insieme uno in fila all'altro fanno quasi un'ora di meraviglia, e se li sommi assieme ti accorgi che in questo disco di immediato non c'e' proprio niente.

E posto che il primo religioso ascolto deve essere in casa, dal CD, gli altri possono avvenire - e di fatto spesso avvengono - mentre si cammina per andare al lavoro. Sicche' devi sapere che quello straziante "raw marconi raw" mi strappa un sorriso tutte le volte, perche'... ma che ne sai tu, caro Signor Benvegnu', della mezz'ora a piedi la mattina, su un'affollato e caotico Viale Marconi, a ballare facendo lo slalom tra la gente? Perche' poi, come sempre accade, sono io quella che ascolta e si sente messa in mezzo.


Caro Signor Benvegnu' ti aspettavo da un po', o forse aspettavo me.

Hai smesso di fumare e si sente: la voce ha cambiato spettro, e' meno cupa, piu' carezzevole, piu' rotonda. Mi piace. Anche io ho smesso di fumare: negli ultimi anni ogni tanto ci ero ricascata - sempre a proposito di cio' che mi prosciugava - ma ora io sono di nuovo io, e proprio non mi va piu'. Ecco, mi piace come la tua voce ritrovata si intreccia con le nuove tonalita' piu' morbide. E mi piace come si intreccia con quella di Dario Brunori e (per mia enorme sorpresa) con quella di Neri Marcore': intendiamoci, era bella "27/12" sull'EP, ma oggi mi sembra ancora piu' bella: va detto che c'e' un intreccio speciale su quel fiume, tra le vostre voci e Ponte Marconi, la sera quando torno a casa (lato A la mattina, lato B la sera, che sembra quasi un disco cronometrato sui miei passi).  Ma tu non lo sai, questa volta davvero non lo puoi sapere anche perche' nessuno lo puo' sapere, quali sentimenti stanno recentemente crescendo infondo al mio cuore nonostante io faccia di tutto - in modo orribilmente maldestro e con scarsissimi risultati - per tenerli a bada.


Caro Signor Benvegnu', la tua musica parla al mio cuore.

In quest'assurda epoca in cui tutto sembra dover correre chissa' dove e fermarsi a respirare sembra un'aberrazione, in cui e fondamentale che tutto sia facile da imparare, che non ci vogliano ne' attenzione ne' sudore, e che sia necessario dominare tutto, in cui lo studente e' il cliente e il cliente e' il padrone, aggrapparsi a cio' che e' "Inutile" sembra essere l'unica speranza. Ed io, per la mia natura di inguarbile romantica, ho bisogno di mantenere viva la speranza che non sia davvero tutto qui. Ed ecco che ad ascoltare un disco come questo mi sento fortunata, perche' capisco che non sono sola.


Percio' caro Signor Benvegnu' e cari Signori Baldini, Berioli, Berioli, Zacchei e Aprile, ci vediamo giovedi' a Roma, ovvero io vi vedro': voi forse avrete il dubbio che quella tizia in prima fila, quella con gli occhi e la bocca spalancati per la meraviglia, e' questa scema che vi da del tu quando scrive su un blog che nessuno leggera'.



Lista delle tracce

Tecnica e simbolica
L'oceano (feat. Brunori Sas)
Pescatori di perle
Marlene Dietrich
Il nostro amore indifferente
27/12 (feat. Neri Marcore')
Our love song
Canzoni brutte
In der nicht sein
Libero
L'origine del mondo
Alla disobbedienza

mercoledì 26 settembre 2018

Mogwai - KIN [2018]

Sfondo nero, un cerchio di luce blu/arancio/rossastra lascia emergere il profilo di un ragazzo: i lineamenti e i ricci sia pur cortissimi lasciano immaginare un ragazzo di origini africane. Il titolo dell'album appare in basso, in un riflesso di luce blu. Appena sotto, appena visibile, la scritta "ORIGINAL MOTION PICTURE SOUNDRACK" e poi, sotto ancora, "MUSIC BY MOGWAI". Tutto in stampatello.

Play.

Ed e' incanto.
Che poi sia chiaro, a me i Mogwai piacciono assai, e non da oggi, eppure questo e' il primo loro lavoro che mi fa venir voglia di scriverne, vai a capire il perche'.
Che poi non e' certo la prima colonna sonora a firma del (ormai) quartetto scozzese, seppure questa sia la prima per un film vero e proprio.
Che poi, giustamente, in cos'altro potevano cimentarsi se non un, sia pur pessimo, film di fantascienza, in cui spaziare con suoni lunghissimi?
Che poi, per quel che concerne me, trovo che quest'album abbia una notevole forza autosufficiente.

Gia' dall'apripista si entra subito in un'atmosfera avvolgente e ipnotica, dai toni oscuri, e si capisce che il viaggio sara' lungo e intenso. Un lungo sogno da cui non svegliarsi mai.
E non voglio piu' svegliarmi, no.
Voglio lasciarmi ipnotizzare.
Rimanere stordita ancora un minuto, uno solo.
Perdermi nelle ripetizioni, nei cambi dinamici, nella potenza, nella dolcezza, nell'allucinazione.
Perdermi nel vuoto intorno, lasciarmi scivolare via tutto cio' che non c'e' piu', tutto cio' che avrei voluto fosse e non sara', tutti i sogni infranti, tutte le persone care che non posso abbracciare, che non possono abbracciarmi.
E sui titoli di coda, dove si possono ascoltare le uniche parole di questi 41minuti e 52secondi, pensare che no, non e' finita, che posso schiacciare di nuovo il tasto "play", ancora e ancora e ancora, fino ad addormentarmi spossata, fino a che il mondo davvero non esista piu', fino a che il silenzio non sia l'unica difesa possibile contro il silenzio.

I cieli di Scozia hanno motivo di brillare questa notte.

Lista delle tracce

Eli's Theme
Scrap
Flee
Funeral Pyre
Donuts
Miscreants
Guns Down
KIN
We're Not Done (End Title)

sabato 30 giugno 2018

Unknown Mortal Orchestra - Sex & Food [2018]

Una persona, una donna, in tenuta da schermidore; la mano destra, infilata in un guanto, e' poggiata sul petto; la sinistra, di un fucsia surreale, riposa sul ventre; la testa e' china, dall'elmo se ne intravede il mento.

Play.

E chi se lo sarebbe aspettato che quest'album mi sarebbe piaciuto cosi' tanto?, i precedenti lavori mi erano parsi gradevoli, d'accordo, ma piuttosto scialbi... questo e' ben altra cosa: piu' elaborato, piu' disturbante dal punto di vista armonico, uno strano miscuglio di acid rock, funk e soul, con una strizzata d'occhio all'elettronica che di questi tempi pare un po' obbligatoria, o forse e' il mio orecchio a cercarla con sempre maggior curiosita', chissa'.
Non so dire se e' perche' i neozelandesi hanno finalmente trovato la formula esatta, o perche' mi sembra sia suonato meglio, o perche' semplicemente mi arriva al momento giusto, ma trovo che questo lavoro sia una vera perlina.

Leggendo qua e la' scopro che e' nata prima  la copertina, poi sono venuti i brani, costruiti con l'idea di dare un suono a quei colori e quell'immagine sospesa, e infine il titolo, scelto per alleggerire il tutto, non senza un pizzico di ironia.
Perche' e' vero, non possiamo scappare dal 20mo secolo, neanche per i quaranta minuti e quarantacinque secondi in cui ci sediamo in poltrona con il fido cuffione a lasciare che la musica ci avvolga. E infatti se la musica puo' ricordare (piu' che poco) quella dei favolosi anni settanta, i temi no, quelli ci parlano dell'alienazione di questi dannati anni dieci, della solitudine di una tastiera di computer.

Dal punto di vista stilistico vorrei soffermarmi sugli arpeggi, con una menzione d'onore al missaggio, che quella chitarra, quando arpeggia, ha un suono morbido e bellissimo. Per non parlare dei cambi di passo, o delle chiusure inattese che ti lasciano come un cretino. O del fatto che l'unico brano chiuso in fade-out e' l'ultimo, come a non volerci salutare...

Quest'anno mi sono emozionata poco per la musica; verrebbe da dire che se qualcosa mi fa decidere di tornare su queste pagine significa che deve aver toccato qualche tasto impolverato, e deve averlo fatto proprio bene: anche solo per questo, ringrazio.

Lista delle tracce

A God called Hubris
Major League Chemicals
Ministry of alienation
Hunnybee
Chronos feasts on his children
American guilt
The internet of love (that way)
Evveryone acts crazy nowadays
This doomsday
How many zeros
Not in love we're just high
If you're going to break yourself

lunedì 16 aprile 2018

Snow in Damascus! - Unconscious Oracle [2018]

Sfondo grigio-bluastro. Al centro, in un cerchio, il disegno psichedelico della testa di una persona, che con le mani tiene un cubo con una specie occhio disegnato su un lato, come se attraverso quell'occhio egli potesse vedere. E altri cubi fluttuanti attorno, e alberi sottosopra, le cui radici affondano nel cielo. Il nome del gruppo e' in alto, il titolo dell'album in basso, tutto scritto in stampatello.

Play.

E' parecchio tempo che non riesco a trovare niente che riesca ad entusiasmarmi abbastanza da volerne scrivere; mi rendo conto che verosimilmente il motivo va ricercato non in una pessima annata per la musica mondiale, ma piuttosto in questa strana fase interlocutoria che sto attraversando e che mi sta un po' facendo perdere l'orientamento... ma sto divagando, tanto per cambiare.

Ma poi arriva questa perlina italica ed eccomi di nuovo qui, su queste pagine, a scrivere.
Perlina, sissignore, e il suo essere gioiello non dovrebbe sorprendere: missato da un certo Pazzaglia, con un certo Fiorucci alla batteria e un certo Lazzeri a fare una comparsata... insomma, gente che da anni si e' guadagnata la mia piu' completa fiducia musicale per i loro squisiti contributi ad alcune tra le opere piu' pregevoli che siano uscite dallo Stivale, e se personaggi cosi' decidono di mettere lo zampino in qualcosa... beh, questo qualcosa stuzzica la mia curiosita' e si aggiudica quantomeno una benevolenza preliminare: il resto poi, lo fa l'ascolto, anzi, gli ascolti.

Perche' questo bel lavoro ne merita piu' d'uno di ascolto, possibilmente in cuffia, in poltrona, col giusto tempo e la giusta attenzione.

Si tratta di un album malinconico e sognante, sospeso come in una nuvola, in cui ogni nota riverbera di eco interminabile: album elettronico eppure al limite del Floydiano, se mi e' concesso l'accostamento, in cui e' facile perdersi.
E' un abbandono consapevole, un lungo saluto a una parte di se' che bisogna lasciar andare, un addio necessario, per certi versi sereno, ma non per questo facile o meno emozionale.
D'altra parte forse anche la scelta di cantare in lingua d'Albione ci aiuta a rimanere sospesi in un fluttuare etereo: le voci poi, esse stesse sembrano venire da un altrove dove non c'e' dolore.
Ma sia chiaro, al di la' della scelta linguistica e' un album di sensibilita' profondamente italica.

Suggerisco inoltre di munirsi di un poderoso paio di cuffie per apprezzare fino in fondo quegli arpeggi morbidi ed ipnotici, quei tappeti avvolgenti, quei ritmi mai banail, e soprattutto quei dettagli minuscoli che fanno un ricamo pregevole al tutto.

Insomma, ancora una volta la mia fiducia musicale si e' rivelata essere ben riposta.


Lista delle tracce

Unconscious Oracle
Vultures
Fade Away
Still Astral Trip
No Details
Will
Guilty Brain
Cherry Tree
Falling Upwards

mercoledì 14 febbraio 2018

Glenn Branca - Symphony no. 13 (Hallucination City) for 100 guitars

Sfondo marroncino, di quel marrone che ricorda non a caso i palchi dell'Auditorium "Parco della musica" di Roma. L'immagine e' divisa in tre parti: in alto semplicemente lo sfondo, al centro lo sfondo e le scritte, a caratteri enormi, una sopra l'altra "Branca" e "Symphony no. 13", in basso un'immagine del palco della Sala Petrassi con i musicisti seduti in attesa che cominci lo spettacolo.

Play.

Il 28 febbraio 2008 (no, non e' vero, non sono passati dieci anni, e' solo un'illusione ottica... merda!) io ero li', all'auditorium, con il mio ragazzo dell'epoca; ricordo che entrando le signorine ci diedero della cera da mettere nelle orecchie; ricordo che giocherellai con quella cera per l'intera serata senza mai usarla per il suo scopo originario, e successivamente rimase nella tasca della giacca per tempo immemore prima che mi rendessi conto che sarebbe stato il caso di buttarla; ricordo dove ero seduta; ricordo di aver pensato che la sala era immeritatamente vuota, che quel palco faceva impressione con tutte quelle chitarre; ricordo che tornando a casa ero entusiasta, allucinata, felice; ricordo che ci fermammo in un bar per una birra e incontrammo un mio ex compagno di classe delle superiori, uno che al tempo faceva il bullo con me e io lo temevo molto, e che quella era strafatto in modo brutto, che mi abbraccio', che mi chiese scusa, che mi racconto' la sua vita, che mi fece una pena infinita; ricordo che quel concerto fu musicalmente uno spartiacque, almeno per me.
Questo e' cio' che ne scrissi il giorno dopo:

se la fine del mondo ha un suono, questo è il suono della fine del mondo.

questo pensiero ha attraversato la mia testa sistematicamente per tutta la durata del concerto mentre a tratti avevo quasi l'impressione che ci fossero dei pianoforti alla Schoenberg, dei violini, un organo... ma no, solo chitarre... tante che tutte insieme così non si erano viste mai... e tu chiudevi gli occhi e sentivi di tutto: c'era il terremoto, un treno che entrava in una galleria, un aereo in volo, clacson impazziti in mezzo a vetri in frantumi e case in fiamme...

Buffo rileggersi a tanta distanza.
Ancora piu' buffo scoprire che un paio d'anni fa, dopo piu' di otto anni, e' stato rilasciato un cd con la registrazione di quella serata: potevo forse esimermi dall'acquisto?

E cosi' mi ritrovo a scrivere di nuovo.
Perche' poche cose stordiscono come un album di Glenn Branca.
Quattro brani, quattro movimenti, quattro bombe soniche che ti scartavetrano le orecchie.
Ottanta chitarre elettriche distorte e stonate, venti bassi, e quella batteria da sola che tiene il tutto con il suo ritmo macabro. Ottanta chitarre elettriche che non lasciano respiro.
E' l'alienazione di una Gotham City senza supereroe, scura, sovrastata da nubi opprimenti, dove la salvezza non e' neanche piu' un ricordo.

Ovviamente l'esperienza dal vivo aveva una forza di allucinazione collettiva che su disco si perde un minimo (ma giusto un minimo) e verosimilmente il mio ascolto, coaudiuvato dalla memoria, e' diverso da quello di qualcuno che quella sera non ha potuto esserci.
Ma ecco, se volete (ma voi chi?) dargli una chance sedetevi in poltrona, infilate il disco in uno stereo, alzate il volume al massimo e chiudete gli occhi: la fine del mondo non sara' mai stata cosi' emozionante.


Lista delle tracce

March
Chant
Drive
Vengeance

martedì 10 ottobre 2017

AAVV - KO Computer [2017]

Fondo azzurrognolo che evapora nel bianco, strisce bluastre, come svincoli uno sopra l'altro di una superstrada, si accavallano e si attorcigliano. In alto a destra e' disegnato il profilo di un aeroplano, in alto a sinistra il logo di King Kong Radio, appena sotto la scritta "12 Artisti italiani omaggiano" e sotto ancora "Ok Computer / Radiohead 1997 - 2017". In basso l'elenco dei suddetti artisti con accanto il titolo del brano interpretato.

Play.

Ne avevo gia' accennato quando ho avuto la fortuna di ascoltarne alcuni brani dal vivo durante il mio brevissimo passaggio estivo per la Capitale. Oggi, a distanza di tempo e dopo numerosi ascolti, sento l'urgenza di scriverne per davvero.

Piccolo preambolo, qualora ve ne fosse bisogno.
"Ok Computer" non e' un album qualsiasi.
Non e' neanche semplicemente un bellissimo album qualsiasi.
"Ok Computer" e' un'anomalia forse irripetibile.
I Radiohead hanno scritto degli album strepitosi sia prima che dopo "Ok Computer", album che hanno aperto strade, che hanno fatto sognare, che hanno coccolato generazioni di animi malinconici, album da pelle d'oca.
Ma "Ok Computer" e' un'altra cosa.
Esagero: "Ok Computer" e' l'album perfetto.
"Ok Computer" ha saputo parlare dell'uomo moderno, delle sue paranoie, della sua alienazione quando ancora credevamo di poter credere in qualcosa, quando ancora non ci rendevamo conto di come la grande disillusione globale ci stesse consumando da dentro.

L'idea di King Kong Radio (gli dei della musica l'abbiano in gloria!) e' coraggiosa: andare a sfiorare l'album perfetto e' un rischio che in pochi prenderebbero, ma forse infondo al cuore tutti vorrebbero trovare il coraggio di farlo, di suonare almeno una di quelle canzoni facendola propria... E' una bella sfida e dodici eroici Italiani la accettano: io, standomene non molto eroicamente seduta in poltrona dall'altra parte del mondo, lo ricevo cosi'.

Motta&Appino.
Cominciano con un arpeggio di chitarra acustica, e un'altra chitarra acustica a sostituire gli archi della melodia introduttiva; tutta l'essenza del brano e' di fatto affidato alle chitarre acustiche, a eccezion fatta del finale elettronico e sghembo. La voce di Francesco Motta, al limite del roco se paragonata a quella di Thom Yorke, si incastra perfettamente all'ambiente tra echi e ritorni.

Diodato.
Il suo e' coraggio allo stato puro, perche' suonare una cover di un brano di "Ok Computer" non e' da tutti ma ancora si puo' fare, ma "Paranoid Android"... la canzone perfetta dell'album perfetto... eppure lui riesce a non sporcarla: non so dire "farla sua" perche' conosco poco o niente della sua produzione (mea maxima culpa), ma certo la sua voce e' una lama e l'uso dell'elettronica e' sapiente, tanto da far quasi dimenticare le chitarre di Jonny Greenwood. Nel finale, quella terza parte che ogni volta e' una stretta allo stomaco, i cori sono sostituiti da un pianoforte, e il brivido non e' intaccato.

Niccolo' Fabi.
Quanti secoli sono passati da "Capelli"?, quante vite?, e io che all'epoca lo avevo preso per una meteora irrilevante (ri-mea maxima culpa)... Anche qui la cover e' acustica, ma questo e' Fabi al cento per cento, che riducendosi all'essenziale esalta la morbidezza di un brano che, per collocazione infelice (ma a qualcuno doveva pur toccare la posizione dopo "Paranoid Android"), si tende spesso a dimenticare ingiustamente.

Colapesce.
L'inizio elettronico da solo fa venire i brividi allo stomaco: la chitarra acustica non e' che un ricordo, ma paradossalmente si materializza come un'eco nell'orecchio di chi (come la sottoscritta) ha consumato il cd comprato alle superiori. I suoni sono ipnotici e ammalianti, forse giusto un po' troppo sovrapponibile all'originale, ma mica ci si sta sovrapponendo con una roba qualunque!

Dimartino&Cammarata.
Perche' c'e' bisogno di rilassarsi di tanto in tanto, e allora ci regalano una versione piano/chitarrina e poco piu', in cui anche le percussioni sono appena accennate, con le due voci che si intrecciano perfettamente per tutta la durata del brano, delicato come una piuma nel vento.

Marlene Kuntz.
Eh loro no, non possono fare una cover sovrapponibile, Marlene e' sempre alla ricerca del nuovo. E qui Marlene esplora il nuovo assoluto nella la prima meta' del brano, mentre lo riveste di essenza-Marlenica nella seconda: Marlene puo' solo snaturare, sempre senza perdere la bellezza, perche' Marlene, ricordiamolo, cerca la bellezza ovunque, anche nella sua controllata follia. Brano di difficile digestione, ma questa e' Marlene.

Spartiti.
La voce di Collini era l'unica che poteva essere presa in considerazione per questo brano; il suo inglese stentato, il suo modo inconfondibile di recitare senza apparente trasporto... Collini, l'uomo che si finge macchina, al posto di una macchina che voleva rappresentare l'uomo moderno. Se i Radiohead avessero conosciuto Collini probabilmente avrebbero affidato la parte a lui. E ho detto tutto.

Adriano Viterbini.
Se non fosse per la collocazione non avrei mai e poi mai riconosciuto il brano, tutto chitarre con un filo di overdrive che si attorcigliano al limitare del southern-rock e dell'arabesco, e una batteria appena sfiorata a dare il tempo. Gradevole in ogni dettaglio.

Iosonouncane.
Cori, cori, cori. Echi e cori. Suoni infiniti che rimbombano da tutte le parti e arrivano confusi a confondere e ipnotizzare. E la paranoia, la paura, sono amplificate allo spasmo, restituite alla loro essenza.

Nada.
La voce degli angeli per un capitolo pesante da decifrare. Ricordo (ce n'e' bisogno?) il senso del brano: c'e' un essere umano stanco della vita e di quelle immagini televisive di perfezione che svuotano l'anima, divorato la finzione del vivere, siccche' vede in un incontro a tu per tu col monossido di carbonio l'unica via d'uscita. E Nada?, Nada col suo sorriso riesce a renderlo un brano gioiso, quasi come se la risoluzione finale fosse paradossalmente il modo giusto di scoprire la felicita'. Che sia voluto o meno e' difficile a dirsi, ma tant'e'.

Cristina Dona'.
Una cover di sole voci per una delle voci piu' interessanti del panorama italico; voci che si sovrappongono una sull'altra e non c'e' bisogno di altro, voci che si attorcigliano nell'aria e liberano l'anima da ogni male. Due minuti e cinquantanove secondi che vorresti non finissero mai.

Paolo Benvegnu'.
Il gran finale non poteva che essere affidato a lui/loro, perche' in giro non c'e' niente di meglio e a quanto pare non sono l'unica a pensarlo. Ed e' anche tematicamente ovvio associare questo brano a lui/loro: rallentiamo, fermiamoci a guardare, ad assaporare, lasciamoci sorprendere da un pensiero e culliamolo qualche secondo, restituiamo valore ai momenti di silenzio immobile... dove corri imbecille?, rallenta!, respira!, torna ad essere Uomo!
La sua voce, le loro voci, l'eleganza degli arrangiamenti, i dettagli su cui soffermarsi: meraviglia, gran finale.

Difficile confrontarsi con questo gioiellino, difficile davvero. Ma che lo si ascolti ancora, ecco, che ci si innamori di nuovo, che ci si lasci trasportare e coccolare, che la dolcezza malinconica dell'originale trovi nuova vita in un mondo che non e' poi cosi' diverso da quello che era stato disegnato; un applauso, un inchino.


Lista delle tracce (serve davvero?)

Airbag - Motta&Appino
Paranoid Android - Diodato
Subterranean Homesick Alien - Niccolo' Fabi
Exit Music (for a Film) - Colapesce
Let Down - Dimartino&Cammarata
Karma Police - Marlene Kuntz
Fitter Happier - Spartiti
Electioneering - Adriano Viterbini
Climbing up the Walls - Iosonouncane
No Surprises - Nada
Lucky - Cristina Dona'
The Tourist - Paolo Benvegnu'

sabato 15 luglio 2017

Deproducers - Botanica [2017]

Sfondo di un verde chiaro e leggero, come una fogliolina giovane illuminata dal sole. In alto, al centro il numero due, al centro il titolo dell'album, scritto cosi' grande da dover essere mandato a capo, con opportuno trattino, tra la a e la enne: le lettere sono riempite con disegni di fiori, foglie, tronchi d'albero segati in modo da mostrarne le venature. Sotto, piccolo, il nome della band.

Play.

Prendete quattro giganti, metteteli in una stanza e lasciate che la magia avvenga.
E se non vi basta (del resto come potrebbe bastarvi?), fatelo una seconda volta: ecco a voi Botanica.

L'intento, a mio avviso riuscitissimo, dei Deproducers e' quello di re-insegnarci lo stupore verso la realta', dall'universo immensamente grande e lontano alla natura verde che ci circonda, stupore primordiale, vero, sincero, come quando eravamo bambini e guardavamo ad occhi spalancati le stelle di notte o le nervature delle foglie di giorno.
Il primo capitolo di questo "audiolibro" immaginifico era infatti dedicato allo spazio profondo, alle stelle, alle galassie, probabilmente la prima grande fascinazione di un essere umano nel momento in cui impara a guardare fuori e porsi domande... beh, almeno lo fu per me.
Il secondo capitolo, per l'appunto, e' dedicato alle piante, alla loro Vita imperscrutabile, al loro respiro lento e inesorabile.

A dare corpo e colore alle immagini poi, ci pensa la musica.
E che Musica!, scritta e suonata magistralmente, con eleganza: una morbida coperta da cui lasciarsi avvolgere, stordire e ipnotizzare, che i Signori Casacci, Cosma, Marock e Sinigallia (in rigoroso ordine alfabetico) ne sanno piu' di qualcosa su come ammaliare con suoni, ritmi, armonie.

Ecco, giusto un appunto, piu' che "musica da conferenza" come ho letto da qualche parte, vatti a ricordare dove, piuttosto direi "musica da documentario", non per sminuirne l'esattezza scientifica, sia chiaro, ma una conferenza sarebbe troppo tecnica perche' dei non-specialisti come me possano apprezzarne la bellezza, o stupirsene.
Di fatti lo scienziato da ringraziare questa volta e' Stefano Mancuso, che oltre ad essere (leggo in rete) il fondatore della controversa neurobiologia vegetale e' anche un abile TED-talker, perfettamente in grado quindi di comunicare con dei non addetti e farli pensare.

Ma se al primo ascolto ci si sofferma sulla musica, al secondo sui dati scientifici e al terzo sulle loro implicazioni, poi al quarto si ritorna in se stessi e dal quinto in avanti e' di nuovo la Musica, viene da dire scientificamente esatta, ad occupare la nostra attenzione e a farci sognare.

A rischio di ripetermi...
...2017, ottima annata almeno da quel lato dell'Atlantico.


Lista delle tracce

Pianeta verde
Dendrocronologia
Fotosintesi
Radici
Natura psicoattiva
Societa' vegetale
Global seed vault
Sviluppo di un fiore
Vegetazione modulare
Disboscamento
Botanica

martedì 21 marzo 2017

Edda - Graziosa Utopia [2017]

Sfondo giallognolo e un disegno stilizzato; i contorni di una ragazza con lunghi capelli marroni raccolti in una treccia, accovacciata con in mano uno specchio: indossa calzini rossi e un vestitino azzurro cortissimo, e la superficie riflettente dello specchio sembra rivolta proprio tra le gambe di lei. Una freccia parte dalle mani di lei e punta in alto verso un tondo verde all'interno del quale vi e' un'arancia, un'altra punta in basso verso un riquadro rosa all'interno del quale compare un gatto bianco e nero che beve latte da un piattino. Appena dietro, le linee di assi cartesiani a delineare il pavimento, la parete laterale e quella posteriore.

Play.

Non ce l'ho mai fatta a scrivere di "Semper biot", "Odio i vivi" o "Stavolta come mi ammazzerai". Sia chiaro, non che non ci abbia provato, li ho ascoltati a lungo (difficile fare diversamente con certi album), li ho lasciati entrare sotto la pelle... e forse e' proprio per questo non sono mai riuscita a trasformare in parole le mie impressioni: quegli abissi infiniti di tormento e dannazione hanno sempre frenato le mie dita e ogni bozza di recensione e' stata sistematicamente cestinata.
Vediamo se ci riesco questa volta.

Stefano "Edda" Rampoldi.
Accidenti a lui, alla sua voce roca e sgraziata che ti scartavetra lo stomaco, alla sua chitarra tagliente che ti ipnotizza, alla sua sincerita' oscena e graffiante che ti fa arrossire.

Album dopo album i brani assumono via e piu' una forma-canzone "canonica", il tono del cantato si fa sempre meno caricaturale, e piu' in generale assistiamo a una specie di standardizzazione dell'espressione, ma non ci si lasci ingannare dagli arrangiamenti quasi ordinari: l'essenza trasmessa da questo magnifico autore e' e si mantiene potente e destabilizzante.
Se la caricatura, la mancanza di grammatica sonora, erano un modo per distrarre da contenuti che altrimenti avrebbero ferito piu' di cento lame conficcate profondamente nella carne, oggi questo ruolo e' affidato a musiche piu' costruite e dotate addirittura di rifiniture elettroniche, a un rock cantautorale squisitamente italico in cui anche le sbavature sono rigorose.
E che rock signori!
La morbidezza della chitarra acustica nella traccia di apertura non e' che un inganno: tutto il disco trasuda rock raffinato, dai ritmi potenti, i bassi profondi e le armonie mai banali.
E giusto per farci capire dove sono le radici, a traccia sei (in un album di dieci canzoni, cosi', per dare le coordinate) addirittura scomoda vocalmente il "Ciao sono io" piu' famoso della storia della Canzone all'Italiana.

Dieci canzoni, dieci bombe a mano di pregevole fattura musicale. Provare per credere.

Ma.
Ma alla fine siamo sempre li', a conficcare un dito sporco di fango dentro una ferita profonda e ancora sanguinante, a denudare il proprio lato sensibile e fragile dietro una maschera di parole forti e nauseanti.
Si', "denudare dietro una maschera": Edda si nasconde mostrandosi, nascondendosi e' nudo.

Ecco, a mio personalissimo avviso, l'essenza di quest'uomo che canta di se' al femminile usando come pseudonimo il nome di sua madre: uno che innalza un gigantesco muro impenetrabile di aggressivita' verbale, di malcelata nudita' scomposta, per proteggere un uccellino sperduto che - bisbigliando - prega che qualcuno sfondi quel muro e gli dimostri che anche lui puo' essere amato.

Eggia', perche' chi lo sa se la sua paura e' quella di amare o piuttosto quella di essere finalmente accolto e amato in modo puro e genuino.

E in questo gioco di specchi uno dentro l'altro, in questo album piu' che mai mi appare chiaro che il fulcro del discorso di Edda sia racchiuso nel tema della verita': la verita' che manca, la verita' celata e quindi esposta, spogliata, mascherata da falsita', la verita' derisa per non sentirne il peso.
E che peso!
Perche' insomma, ci avete (ma voi chi?) fatto caso che "verita'" e' la parola piu' frequente nella discografia del Nostro?, E' sempre nudo, odia i vivi, si fa ammazzare... la verita' e' la sua utopia.
Dire la verita', spogliarsi davvero e non per gioco o esagerazione sguaiata, e' forse l'unico modo per essere davvero liberi. E provare schifo (!) per la propria verita' e sputarla via in mezzo a un mucchio di esagerazioni false e' il piu' perverso modo di violentarsi, di punirsi e privarsi della felicita'.

E poi ci sono io che ascolto.
In silenzio.
Io che penso.
E mi lascio scardinare.

...2017, ottima annata.


Lista delle tracce

Spaziale
Signora
Benedicimi
Ziguli'
Brunello
Un pensiero d'amore
Picchiami
La liberazione
Arrivederci a Roma
Il santo e il capriolo

martedì 7 marzo 2017

Paolo Benvegnu' - H3+ [2017]

Sfondo giallognolo di cartoncino sbiadito dal tempo. Un ideogramma cinese (tian, cielo) disegnato come con un pennello, con inchiostro rosso.

Play.

Caro Signor Benvegnu',
chiedo scusa, ti do del tu.
So per certo che hai letto quello che avevo scritto dopo il vostro concerto a Grottammare a Natale di due anni fa; lo so perche' tu stesso me lo hai detto dopo il vostro concerto a Roma a Natale di un anno fa, dal che ho immaginato che tu abbia poi letto anche cio' che avevo scritto in quell'occasione. Il fatto che tu ricordassi la mia recensione a distanza di un anno, di piu', che tu associassi immediatamente la parola "Toronto" al mio scritto e deducessi all'istante chi fossi mi aveva profondamente colpita: penso sempre di non lasciare grandi tracce del mio passaggio e quando capitano cose cosi', quando scopro di qualcuno che si ricorda qualcosa fatto/scritto/detto da me, resto sempre un po' a bocca aperta.
Mi sono spesso domandata se tu avessi cliccato qua e la' in quei post scoprendo cio' che avevo scritto di Earth Hotel (l'album piu' bello del 2014) o di Mr. Newman (l'EP piu' bello del 2015, la' dove il primo posto per l'album se lo aggiudicano Maroccolo e Rocchi di un soffio), o se le impressioni di questa bambina ti avessero lasciato intuire che effetto puo' fare l'ascolto della tua/vostra musica.

Caro Signor Benvegnu',
non sei completamente digiuno di scienza, lo ho capito dal modo in cui mi ascoltavi quella sera mentre provavo a spiegare grossolanamente il mio lavoro ad Andrea; non sei uno di quelli che si riempiono la bocca di frasi come "H3+ e' la molecola dell'universo" senza andare al fondo: hai intitolato il tuo album come il catione idrogenonio, una molecola che si' e' tra le piu' comuni dell'universo, che forse e' realmente importante per la creazione delle stelle, ma che soprattutto ha la peculiarita' di essere stabile solo la' dove la temperatura e la densita' di materia sono prossime allo zero, qualcosa che quindi si romperebbe, cesserebbe di essere se stessa (sic!), se vi fosse un po' piu' di movimento (temperatura ed energia cinetica sono infondo la stessa cosa) o qualora si trovasse troppo vicina ad altro. Non credo sia un caso, anche questo dettaglio mi parla.

Caro Signor Benvegnu',
io non so perche', ma va sempre a finire che parli a me, alla mia storia, alla fase che attraverso, anno dopo anno, album dopo album. Ma dimmi, chi ti ha dato il permesso di spogliarmi?, perche' quando canti "E cerco cio' che e' intatto. Astratto, sommerso. Sconfitto. Diverso. E cerco cio' che e' intatto, esatto, sommerso. Sconfitto. Diverso. Nell'imperfetto astratto." io ripenso a quella notte in cui vi ho raccontato il mio essere matematica, il mio andare a caccia di armonia nel rumore, di moti regolari che sopravvivono al caos. E sono sicura che non lo hai fatto intenzionalmente, pero' accidenti che impressione!
Cosi' come sono sicura che non e' intenzionalmente a me che ti rivolgi in "Se questo sono io", pero' te lo devo dire: e' a me che parli!, e mica e' carino sentirsi scoperti cosi'... e pensa, non so nemmeno se mi sembra piu' che parli di me che varco orizzonti soltanto per perdermi sempre o se parli a me, alla bambina che ti ascolta e sogna, quella che chiude gli occhi mentre cammina col fedele cuffione e tu sei invariabilmente li' con lei.
E so che non puoi immaginare il mio cammino, ne' come la Luce del Grande Sud del NuovoMondo (gia', niente piu' Toronto, ora vivo ad Atlanta, Signora del Sud) mi stia lentamente facendo rinascere. Gli errori, le paure, le frustrazioni, la fretta sciocca che di fatto rallenta, la ricerca continua di un'ascesa che pare irraggiungibile, lo schiantarsi e ripartire... non lo sai, ma certo che lo racconti proprio bene.

Caro Signor Benvegnu',
intendiamoci. Quando ho trovato il cartoncino dell'UPS sulla porta di casa tutto quello che sono riuscita a pensare e' stato "tra un po' avro' in mano l'album piu' bello del 2017" e mi sono emozionata. Mi hai/avete viziata: lo sapevo in anticipo e senza dubbio che me ne sarei innamorata.
E ascoltando, riascoltando, ancora e ancora, ogni volta entra un po' piu' a fondo e si', confermo: questo e' l'album piu' bello del 2017.

Caro Signor Benvenu',
ringrazio oggi piu' che mai il giorno in cui hai deciso di diventare un musicista, e ringrazio ancora di piu' il giorno in cui hai conosciuto Andrea Franchi, Luca "Roccia" Baldini, Marco Lazzeri e il nuovo arrivato Ciro Fiorucci (era suo il nome che non ho capito l'anno scorso a Roma?), tutti musicisti spettacolari, di notevole sensibilita' e tecnica squisita, cosi' come ringrazio il giorno in cui hai deciso di affidarti a Michele Pazzaglia e al suo gusto raffinato.

Cari Signori Benvegnu',
ecco, finalmente mi rivolgo a tutti voi chiedendo scusa per averci messo tanto: Paolo, Andrea, Luca, Marco, Ciro, Michele e collaboratori.
Avete scritto un disco meraviglioso sotto ogni aspetto: quelle divagazioni armoniche mi piacciono da pazzi, i bassi (tanto per cambiare) mi fanno girare la testa, il modo in cui avete usato quel pizzico di elettronica mi strappa sorrisi di ammirazione, i vostri ritmi mi seducono, i suoni che avete disegnato mi cullano... tutto, tutto, tutto concorre al mio benessere psicofisico.
Ringrazio Andrea per aver portato qui l'esperienza di Tanz!, gioiellino che chi non l'avesse ancora ascoltato dovrebbe senz'altro rimediare, lo ringrazio perche' ne riconosco il tocco in piu' punti e me lo godo fin nelle ossa, dall'arpeggio elegantissimo di "Victor Neuer" (piu' nuovo del Signor Uomonuovo) a tutti minuscoli giri ipnotici disseminati qua e la'.
Ringrazio Luca perche' se il basso di "Love is talking" mi si attorciglia addosso da sempre, se quello di "Avenida Silencio" mi strappa ogni volta una lacrima, quelli di "Goodbye planet Earth" (a proposito, la pronuncia sbagliata da sembrare "heart" non lo so se e' voluta, in effetti dubito, ma mi pare anche questo un ignaro tocco di classe) o di "Quattrocentoquattromila" sono semplicemente sublimi.
Ringrazio Marco perche' le sue dita di fuoco accarezzano le mie orecchie con dolcezza, perche' quel suo meraviglioso pianoforte di "Olovisione in parte terza" e' una delizia di note che si rincorrono con garbo, perche' gli archi DeGregoriani di "No drinks no food" mi riportano all'infanzia e alla dolcezza.
Ringrazio Ciro per i suoi ritmi sincopati, perche' e' l'ultimo arrivato e gia' dice egregiamente la sua.
Ringrazio Michele perche' ha un orecchio spettacolare, perche' se ascolto l'album ad occhi chiusi e' il mio corpo a diventare un'astronave e perdersi in questo mare di nero e stelle e note e benessere, e letteralmente lasciarsi andare tra echi e ritorni.
Ringrazio chiunque di voi abbia avuto l'idea di ritardare l'entrata in scena della batteria in "Macchine", tenendo le mie orecchie sospese ad aspettare su quel crescendo che si perde nel nulla e regalando poi soddisfazione quando finalmente esplode dopo l'intermezzo elettronico, per non parlare del lungo finale strumentale che e' gioia allo stato puro.
Ringrazio chi ha pensato la costruzione di "Boxes" e l'inquietudine blues che si porta dentro, cosi' come vi ringrazio per la serena accettazione di "Astrobar Sinatra", in cui l'abbandono si fa finalmente pace, e per la gioia pura di "Slow Parsec Slow", brano di bellezza colossale.
Ringrazio tutti voi, che confermate ancora una volta di essere Musica colta a tutto tondo, ringrazio la vostra vena cantautorale all'italiana che si ammanta di jazz e di elettronica senza perdere mai la sua essenza, la sua grazia, la sua dolcezza.
Ringrazio il vostro amore per la Terra e la Vita, riassunto nel gran finale salvifico che ti rimescola dentro e ti rimette in armonia col mondo.

Cari Signori Benvegnu',
oggi il mio unico rimpianto e' di essere a 8000km (metro piu' metro meno) di distanza da un vostro concerto, troppi per potervi ringraziare di persona; lasciatemi pero' esprimere il desiderio che portiate avanti il tour fino a Natale prossimo, perche' se per allora sarete in giro, in qualsiasi parte dello Stivale, mi troverete sotto al palco, a guardarvi con occhi spalancati, a far entrare la vostra musica nelle ossa, a lasciarmi avvolgere ancora una volta, come ogni volta.


Lista delle tracce

Victor Neuer
Macchine
Goodbye planet Earth
Olovisione in parte terza
Se questo sono io
Quattrocentoquattromila
Boxes
Slow parsec slow
Astrobar Sinatra
No drinks no food

martedì 28 febbraio 2017

Baustelle - L'amore e la violenza [2017]

Una foto leggermente sbiadita, due giovani donne abbracciate, una bionda e una bruna; la bruna e' di fianco, a torso nudo, il braccio destro, nell'atto di abbracciare la bionda, copre parte del seno; anche la bionda e' verosimilmente a torso nudo ma il gioco di luci e ombre lo lascia solo intuire. In basso a destra, piccola, la scritta in stampatello "warner music e' lieta di presentare", appena sotto, sempre in stampatello, il titolo dell'album un po' piu' grande, sotto ancora il nome della band, grande, in grassetto e caratteri minuscoli.

Play.

Era il duemilatredici quando "Fantasma" ha visto la luce.
Per qualche mese a partire dalla sua uscita lo avevo ascoltato a ripetizione, non potevo staccarmene, non avevo ne' ho mai avuto la lucidita' di scriverne ma giuro che lo ascoltavo senza posa.
Comporre un album come quello non e' cosa da poco: comporne uno dopo quello, con una cosi' pesante eredita' sulle spalle, e' una vera scommessa, e non a caso sono passati ben quattro anni, perche' ci vuole molto coraggio per mettersi in competizione con una cosa simile, e una competizione con un altro si puo' anche accettare, ma con se' stessi...

La scelta dei Baustelle per questo nuovo lavoro e', a mio parere, l'unica sensata: suonare qualcosa "oscenamente pop", per usare le parole dello stesso Bianconi, ovvero accettare che l'esperienza di "Fantasma", nella sua monumentalita', e' un unicum, un momento particolarissimo da conservare nel cuore come parentesi speciale del proprio vissuto, ma che l'essenza Baustelliana era gia' tutta incapsulata nella manciata di secondi che aprivano "Le vacanze dell'ottantatre" (ottima annata signori!) e che vale la pena di ritrovare quell'essenza per sperare ritrovare se' stessi e non perdersi alla ricerca inutile di un "Fantasma-reloaded", che tanto non potra' essere perche' se anche fosse sarebbe un surrogato insoddisfacente.

E quindi largo ai synth di plastica che sembrano usciti direttamente da una discoteca degli anni settanta/ottanta, ci si ammanti di miriadi di citazioni piu' e meno colte, piu' e meno auliche, piu' e meno popolari, si raccontino storie drammatiche con sbruffoneria e modi ridicoli, si usi la Baustellianissima sequenza di accordi si-la-mi-sol-la, tutti rigorosamente maggiori, con la voce che canta fa-diesis sul cadere del si, mi sul cadere del la e del mi e di nuovo fa-diesis sul cadere del sol e dell'ultimo la, che poi a me questi giochi armonici fanno girare la testa.

Ma attenzione perche' non si tratta un passo indietro: questo e' un album molto piu' maturo di quanto le scelte sonore possano farlo apparire a primo impatto, qui la plastica viene usata con sapienza ed eleganza ed e' chiarissimo, quand'anche non se ne fosse a conoscenza, che questo lavoro e' frutto di un percorso d'evoluzione inesorabile.

Quanto al filo conduttore mi pare che ci sia ben poco da interpretare, che il messaggio sia decisamente cristallino ed esposto a chiare lettere: una disillusione totale, accettata pero' con assoluta serenita' ("la vita e' tragica/la vita e' stupida/pero' e' bellissima/essendo inutile/pensa il contrario e poi/ti ammazzi subito/ pensare che/la vita e' una sciocchezza aiuta a vivere"... come si fa ad essere piu' espliciti di cosi'?).
Il tutto ballando come adolescenti scemi.

Si potrebbe stare ore a cercare tutti i dettagli, a parlare dei minuscoli tocchi di classe lirici o musicali disseminati qua e la', potrei mettermi anche io a partecipare alla gara giornalistica di chi ne (ri)conosce di piu': per fortuna faccio un'altro mestiere, la musica e' semplicemente il mio principale diletto e scriverne e' un gioco che mi diverte e nulla piu'... pero' ecco, questa non posso tenermela per me: trovo che traccia uno sia una perla di genialita' cinica che poteva venire in mente solo ai montepulcianesi.

Annata niente male questo duemiladiciassette fino a qui, niente da dire.


Lista delle tracce

Love
Il vangelo di Giovanni
Amanda Lear [Explicit]
Betty
Eurofestival
Basso e batteria [Explicit]
La musica sinfonica
Lepidoptera
La vita
Continental Stomp
L'era dell'acquario
Ragazzina

domenica 26 febbraio 2017

Addio Proust! - Io non ho mai perso il controllo [2017]

Sfondo color crema e un disegno a matite colorate. Una balena bluastra e' "seduta" su una sediola di legno davanti a un tavolino ricoperto di una tovaglia marrone su cui troneggia una moka; sembra voler allungare una pinna verso una tazzina ma ha lo sguardo di chi sa che non potra' mai afferrarla. Oltre il tavolo una finestra che parrebbe chiusa, ma c'e' una tenda davanti visibilmente mossa dal vento. Il nome della band e' in alto, scritto in lettere vuote; il titolo dell'album appena sotto, piu' piccolo, in semplice stampatello.

Play.

Ecco qua una nuova perlina dallo Stivale: evidentemente non riesco a staccarmi dalla musica italica, fa parte del mio essere, inutile girarci attorno.
E quello degli Addio Proust! (col punto esclamativo) e' proprio un ottimo rock italico, ben scritto e ben suonato, in cui si passa con discreta nonchalance da melodie cantautorali di facile appiglio a violenti passaggi arabo-rock, di quelli per cui tutti quanti dovremmo ringraziare il giorno in cui il Maestro-Tesio ha sfiorato la sua prima chitarra, per non parlare di episodi chiaramente figli della miglior tradizione hardcore-punk e grunge, sia nostrana che americana.
Bassi eleganti, batterie esatte, chitarre essenziali, voce sincera.

In neanche quaranta minuti, questi esordienti Fiorentini ci dicono un bel po' di cose difficili da inquadrare, e lo fanno anche con una certa ironia furbetta, indiscutibile punto di forza, che da energia, impedisce di prendersi troppo sul serio e, soprattutto, ti forza a ripetuti ascolti prima di poter individuare il bandolo della matassa.

Ci vengono proposte immagini surreali, accostamenti solo all'apparenza insensati ma che, a voler ascoltare con un minimo di attenzione, parlano di un disagio diffuso e a tutto tondo, raccontato per metafore animali perche' questo e' cio' che siamo: animali con tanti di quegli psico-strati addosso da aver dimenticato il nostro essere carne e sangue, balene che il mondo costringe ad uscire dall'acqua e a desiderare di sedersi a un tavolo per mangiare una bistecca (sic!) e bere un caffe', pesci che infondo al cuore vorrebbero semplicemente tornare a nuotare ma non lo ammetteranno mai ad alta voce.

La musica degli Addio Proust!, alla luce di queste considerazioni, si adatta perfettamente a tale altalena interiore, destreggiandosi abilmente tra generi tanto diversi che a primo ascolto possono apparire un'accozzaglia indecisa, ma a giudizio di chi scrive raramente scelta fu piu' ponderata e adattata al messaggio ultimo: che si abbandonino la ricerca del tempo perduto e le atroci costruzioni mentali che ci disumanizzano, che si torni finalmente all'essenza e lo si faccia sorridendo.

Questa deliziosa opera prima lascia l'impressione di avere a che fare con bella gente, ed e' un peccato che io sia cosi' lontana, perche' la sensazione e' che dal vivo questi ragazzi diano il loro meglio: voi (ma voi chi?), se potete, se vi capita, fate un salto e gustateveli.


Lista delle tracce

A.P.
Macello
Pesci
Bove
Sulla coda di novembre
Ascessi
Film
Virus
Mi vedi sono qua
Insetto
Neve
Alieni

Ulan Bator - Stereolith [2017]

Una cornice bianca racchiude un'immagine quasi perfettamente simmetrica rispetto all'asse verticale della copertina, di quelle che danno allo stesso tempo benessere e fastidio a chi soffre in forma leggera di disturbi ossessivo-compulsivi.
Un mostro meccanico che ricorda vagamente le eliche di un aereo si appoggia sulla superficie di un mare blu-inchiostro, due tecnici lo stanno mettendo a punto. Un piramide violacea si staglia immensa alle spalle del mostro meccanico, emergendo dal mare come un'isola psichedelica. Dietro ancora montagne di roccia rosa mostrano fianchi parzialmente innevati. Sopra le montagne, tra nuvole bianche di zucchero filato, alti palazzi grigio-bluastri.
Il nome della band e il titolo dell'album sono scritti in un triangolo bianco in basso, un taglio che dalla cornice si incunea nell'immagine.

Play.

Il potere ipnotico delle musiche di Monsieur Cambuzat ha su di me un effetto molto potente e certo non da oggi: avevo da poco compiuto quindici anni la prima volta che le mie orecchie hanno incontrato gli Ulan Bator e ne sono rimaste ammaliate, e non fatemi fare il conto di quanto tempo e' passato che mi fa impressione. A distanza di tanti anni ben poco e' cambiato.

E' passato poco piu' di un anno da Abracadabra, che a sua volta giungeva dopo solo un anno e due figure da Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator: quando si dice essere produttivi e avere cose da dire... certa gente non sa stare ferma e, almeno a mio personalissimo giudizio, non e' in grado di scrivere Musica che non sia di altissimo livello.
Perche' porcamiseria quanto e' bello questo ultimo album degli Ulan Bator!, che magia, quale meraviglioso fluttuare ipnotizzati, incantati fin dal primo ascolto, fin dall'attacco improvviso e destabilizzante!, e' un attimo, bastano poche battute per essere catturati dalle vibrazioni elettriche, dai ritmi zoppi, dai bassi penetranti, dalle chitarre chirurgiche.

Avvolta dal fedele cuffione per l'occasione attaccato allo Stereo(lith), adagiata ad occhi chiusi in poltrona, mi lascio trasportare e mi sembra di essere una nave alla deriva su un mare elettrificato, a tratti nella bonaccia senza scampo, a tratti nel cuore della tempesta; non c'e' timone, non c'e' vela, solo la potenza e la grazia delle armonie ubriache Cambuzatiane (Cambuzatesche?, Cambuzatiche?), il vibrare delle note, dei colpi, dei respiri, e non posso far altro che abbandonarmi alla musica, e il naufragar m'e' dolce in questo mare.
E ci si sente ipnotizzati, ubriachi si', perche' e' inevitabile, ma piu' che altro nella fase successiva, quando si e' ormai semplicemente immersi in un sogno distorto e surreale: la testa ondeggia, la mente si annebbia e gli occhi si riempiono di immagini sconnesse, il tutto senza ossessione ne' nausea, anzi, quasi attraversati da un vago senso di benessere.
Per trentanove minuti e sei secondi il mondo li' fuori non esiste, niente esiste, solo questo immenso mare sonoro tutto intorno, sopra, sotto, fuori e dentro, a cullarti.

Immancabili come sempre le associazioni con la produzione di Mr. Gira, tanto che mentre ascolto e vago con la mente mi viene da pensare che non c'e' dolore, ne' adesso, ne' tempo, ne' qui; e pero', questa a sorpresa, quel "Black blue-eyed girl" della terza traccia, per come e' pronunciato e interpretato, mi rimanda inevitabilmente alla Signora del Dorset, altro caposaldo della mia cultura di musicofila, per me tanto imprescindibile che le ho intitolato la mia Polly: ditemi (ma voi chi?), la sento solo io questa citazione?

Concludendo.
...ma che conclusione?, che si continui ad ascoltare, che ci si lasci incantare, che ci si immerga completamente infondo a questo abisso per non riemergere mai piu'.


Lista delle tracce

On fire
Stereolith
Blue girl
Spinach can
Ego trip
Neuneu
No book
Icarus
Lost
Dust

sabato 24 settembre 2016

Nick Cave & the Bad Seeds - Skeleton tree [2016]

Nero inchiostro, nessuna immagine, nessuna luce o trasparenza, solo nero ad eccezion fatta del nome della band e il titolo dell'album, uno sotto l'altro scritti in un verdazzurro fosforescente e caratteri da shell linux. Appena sotto, il tipico trattino-basso di quando il computer e' in attesa di istruzioni.

Play.

Sia lode e gloria al Re Corvo Nero.

Provo un certo orrore di me stessa nello scrivere di questo album, eppure una forza potente di espiazione mi costringe a farlo.

Spiego.
Generalmente tendo a considerarmi una persona dotata di una certa empatia, e' il mio vanto e il mio tormento, eppure a volte tocco delle punte di cinismo glaciale che mi spaventa.
Poco piu' di un anno fa, quel maledetto 14 luglio, ero con una delle mie migliori amiche (per altro la stessa mia compagna d'avventure in vari concerti, tra cui questo) e sua figlia, venutemi a trovare ad Hamilton per le vacanze estive. Eravamo andate a far colazione con uova e bacon (e salsicce, e patate, e pancackes... oh, io la mattina ho fame!) in un posto di quelli aperti h24, uno di quelli che odorano di malsano e sugna, una di quelle cose che vanno provate almeno una volta per poter dire di essere stati in nordamerica; eravamo li' dunque, pronte a gustarci una luminosa giornata di soleggiato luglio-canadese, quando alla tv del locale passa la terribile notizia: il figlio di Nick Cave e' caduto da una scogliera, si e' schiantato al suolo ed e' morto.
Dopo un primo momento di inevitabile smarrimento sorprendo me stessa nel sentire la mia stessa voce esclamare "Il suo prossimo album, se riesce a farne uno, sara' bellissimo!".
La mia amica aveva sbarrato gli occhi al mio indirizzo: come potevo io pensare una cosa del genere di fronte a un lutto cosi' straziante?, come ho potuto dirlo ad alta voce?, che razza di mostro senza cuore puo' concepire un pensiero simile?, davvero non riuscivo a sentire l'uomo-Cave e il suo tormento?, la mia mente lo capiva ma il mio cuore non lo sentiva, come se si trattasse di una delle sue favole-dark, non di vita vera... perche' non ho provato niente in quel momento?
Orrore.

Certo pero' che avevo ragione: si tratta di un album davvero bellissimo.
Trentanove minuti e quarantasei secondi torcibudella.

Musicalmente l'impressione e' che Skeleton Tree si inserisca perfettamente dietro la scia di Push the sky away, che fra l'altro (a pensarci) e' stato l'album della mia prima recensione su queste pagine, quando ancora non mi era chiaro che piega avrebbe preso questo blog.
Suoni lunghissimi di organi, archi e sintetizzatori, quasi totale assenza di ritmi identificabili, infiniti tappeti arabescati, immancabilmente firmati Warren Ellis, avvolgono la voce del Re Inchiostro e l'accompagnano tenendola per mano.
Direi anzi che questo nuovo lavoro esalti all'ennesima potenza le intuizioni stilistiche del precedente, spingendosi la' dove quello non aveva ancora osato arrivare.

Ma qui ovviamente la voce trema, piange, irrimediabilmente spezzata per sempre, invecchiata senza scampo da un giorno all'altro: vuoto, vuoto, vuoto.
In Push the sky away si poteva ancora perder tempo a pensare alle vite passate, alle infamie, alle gioie, alle delusioni da allontanare, alle occasioni perdute: si poteva ancora ballare un sexy-blues selvaggio.
Ora no, non piu'.
Niente piu' ballate di assassini o blues sensuali, niente piu' ossessioni allucinogene, neanche piu' un dio consolatore: oggi c'e' solo un immenso senso di nulla, c'e' un dolore che non da tregua e non permette di sentire altro.
La morte non e' piu' una favola oscura da raccontare con furbesca malizia: questa volta e' irrimediabilmente reale e si abbatte come una scure sulle corde vocali del nostro e sul suo modo quasi apatico (sic) di sfiorare gli strumenti.
E lui, Mr. Cave, puo' dire cio' che vuole, che questo album non ha a che vedere con suo figlio e che le canzoni sono state scritte precedentemente, ma se il primissimo verso di apertura dell'album recita "You fell from the sky", tu puoi pure far finta di credere che stia davvero parlando del disastro aereo di Shoreham ma la prima immagine che ti si para davanti e' quella del gracile corpo di un quindicenne, con ancora gli allucinogeni in circolo, fracassato sulle rocce di Ovingdean.
Il resto, infondo, e' accademia.
Ed e' disgustoso anche che io sia qui a scriverne.
Non c'e' niente da scrivere, solo da ascoltare, a ripetizione, e lasciarsi avvolgere.

Nick Cave non sara' mai piu' lo stesso uomo che ho visto quella sera.
E' difficile prevedere come evolvera', ma non credo potra' mai piu' emanare quel fascino magnetico di animale selvaggio: un'aura diversa lo avvolge ormai, ascoltare per credere.


Lista delle tracce:

Jesus alone
Rings of Saturn
Girl in amber
Magneto
Anthrocene
I need you
Distant sky
Skeleton tree

giovedì 1 settembre 2016

Marlene Kuntz - Lunga attesa [2016]

Un corridoio semibuio in prospettiva; le pareti hanno la vernice scrostata, le luci hanno un che di inquietante. Al centro dell'immagine i quattro (ormai si puo' dire) Kuntz, da sinistra a destra Bergia, Lagash, Godano e Tesio, vestiti con completi a meta' strada tra l'elegante e il kitsch. Il nome della band e' il alto, il titolo dell'album in basso, entrambi scritti piccoli, di un bianco perfetto.

Play.

Non e' stata poi lunga l'attesa da "Nella tua luce", giusto un paio d'anni e mezzo, e con la pausa Pansonica a spezzare il silenzio (che poi io oggi piu' che mai penso che Pansonica non sia del tutto degli anni novanta, ma vabbeh...).

Lunga invece, davvero lunga ahime'!, e' stata la mia di attesa. Gioie e dolori della vita oltreoceano, che se e' vero che certe cose mi arrivano in anticipo e' vero anche che le spedizioni dallo Stivale sono state quasi sempre abbastanza problematiche (Monsieur Cambuzat ricordera' di certo le disavventure che abbiamo passato l'anno scorso...).
Ovviamente avevo acquistato il CD in preordine, e altrettanto ovviamente dall'uscita dell'album (fine gennaio) non ho ascoltato niente di cio' che le reti sociali cercavano di propormi: non un singolo, non un video, neanche le musiche che altri avevano scritto sul testo della traccia titolo... niente: il primo ascolto di un disco e' per me un momento sacro, specie se si tratta di un disco di Marlene.
Purtroppo di questi tempi e' impossible rimanere del tutto all'oscuro anche se lo si vorrebbe: l'occhio inevitabilmente cade sui titoli di troppi articoli e alla fine qualche informazione passa, sempre distorta, cosi' che la magia di quel primo ascolto e' rovinata.
Tant'e': vantaggi e svantaggi del mondo moderno.

Finalmente a fine luglio (sic!) ho avuto per le mani questo album e con religioso rispetto lo ho potuto lasciar suonare.

Maledette siano le reti sociali!

Ti capita di intra-leggere di un ritorno di Marlene alle glorie del passato e cosi' quelle chitarre, li' per li', non ti dicono niente, non spiazzano, non sconquassano, peggio, sono vagamente simili a cio' che ti aspettavi ma non si avverte minimamente questo fantomatico "ritorno al passato": manca completamente l'urgenza di quando loro avevano poco piu' di trent'anni e tu neanche quindici, che poi era tutto il senso di quella Marlene, sicche' riesci solo a domandarti come sia potuto accadere che Godano stia utilizzando la parola "populista" in un testo.
Possibile che proprio quando tutto il mondo si ritrova entusiasta sotto le bandiere del vecchio logo io, proprio io, la fan-acritica, debba storcere la bocca?, non e' che mi sono improvvisamente trasformata in uno di quegli sgradevoli dottor Livore mai contenti?

Poi arriva "Lunga attesa" e cambia tutto: che figli di puttana!, ti dici alla romana sorridendo d'ammirazione.
E cosi' da traccia quattro in poi, tutto l'ascolto del disco cambia completamente e Marlene torna a parlare con la sua voce ruvida e sensuale. E tu resti li', ammaliato e sospeso, mentre lei ti sferza.
E poi via da capo con il secondo, il terzo, il quarto ascolto, e ancora e ancora e ancora.
Senza mai saziarsene.

Quelli che parlano (scrivono) di un ritorno al passato non hanno capito niente.
Ecco, lo ho detto.
Perentorio.
E ora lo elaboro.

Il percorso di Marlene magari non e' lineare ma certamente e' unidirezionale: non torna mai indietro, il suo cammino la spinge comunque sempre altrove.
Marlene non sa stare ferma.
Queste chitarre, seppur graffianti, sono ben lontane da quelle degli anni novanta: grezze e urgenti quelle, raffinate ed eleganti queste, parlano di esseri umani diversi!
Anche i ritmi sono diversi: puoi ascoltarli quanto vuoi, ma nessuno di questi brani sarebbe stato bene dentro "Il vile", che che se ne scriva.
Certo, i passaggi arabo-rock di Tesio sono sempre li', Bergia picchia sempre, il braccio destro di Godano e' sempre rigido e nervoso, e infondo anche io resto sempre la bambina che giocava piu' volentieri da sola con un arco di legno costruito personalmente con un ramo e un pezzo di spago. Pero' ovviamente io oggi sono anche un'altra cosa, ho addirittura un capello bianco (di cui vado fierissima!) e qualche problema al nervo sciatico; e cosi' anche Marlene, pur rimanendo la rockettara degli anni novanta, oggi e' una Signora di cinquant'anni che preferisce il vino alla birra.

E mi sento di aggiungere inoltre che senza la "triade intermedia" ("Che cosa vedi"-"Senza peso"-"Bianco sporco") cosi' come senza il tanto villipeso "Uno" (che a me e' sempre piaciuto, ma si sa che sono di parte) non saremmo mai arrivati qui.

Come sempre mi ammaliano i ritmi, che qui piu' che mai sono potenti ed eleganti.
Bergia stuzzica l'ascolto con tocchi inattesi e passi nuovi all'orecchio di chi lo conosce bene.
La mano destra di Tesio mi sembra piu' morbida che mai e anzi, a tratti mi destabilizza con pause e riprese in controtempo di quelle che proprio non ti aspetti... la destra si', proprio lei: di tutte le mani di tutti i chitarristi viventi (tutti!) la mano destra di Tesio e' quella che vorrei avere io!, della sinistra non mi importa, toh, mi tengo anche la mia, ma la destra...
Eppure questa volta, per la prima volta da quando avevo quindici anni, sono anche i testi a stuzzicare la mia curiosita'.
Dice "ma come?, i testi di Godano non ti colpiscono da cosi' tanto tempo?".
Non ho detto questo.
Ma certo questi mi hanno strappato piu' di un sorriso.
Perche' (tanto per fare un esempio) Godano era quello che diceva che la musica dovrebbe essere eterna e non parlare di attualita', perche' l'attualita' svanisce e tra dieci o vent'anni non parla piu' a nessuno... e allora come mai oggi se ne esce con "Charlie Hebdo"? Ebbene ce lo spiega lui stesso, senza troppi giri di parole: "non e' una novita', non c'e' niente di nuovo". Percio' ecco, se in prima battuta ci rimani male all'idea che il fossanese possa aver cambiato idea basta poco per capire che lui e' sempre lui e se la ride di gusto.
Cosi' come non ha piu' remore ad autocitarsi (perche' no?, cosa mai c'e' piu' da nascondere?) nel cercare di riassumere la sua storia, ma l'acme infondo lo raggiunge nell'ammettere "che la vicenda ha una sua complessita' miserevole".

Lagash ormai e' a pieno titolo il quarto Kuntz dopo dieci anni di formazione a tre; anche in Pansonica aveva guadagnato un posto in copertina, ma qui ne apprezziamo davvero la presenza strumentale, se ne inizia a riconoscere la mano, comincia finalmente a dire la sua, e va detto che ci sta proprio bene.

L'unico rimpianto e' quello di vivere a troppi chilometri da un concerto di Marlene, cosa di cui oggi piu' che mai sento la mancanza, ma prima o poi capitera' che io sia nello Stivale durante un tour, perche' per lo Stivale ogni tanto ci si passa, e sara' bellissimo esserci di nuovo, me lo prometto.

Cosi', giusto per coccolare il mio ego in mancanza d'altro, rileggo quello che scrivevo a proposito dell'album precedente e... toh...

Cosa manca per farne un grande album? Sicuramente qualcosa, ma se vogliamo dar credito alla mia teoria, questo qualcosa sara' nel prossimo...

Ma guarda un po'.


Lista delle tracce:

Narrazione
La noia
Niente di nuovo
Lunga attesa
Un po' di requie
Il sole e' la liberta'
Leda
La citta' dormitorio
Sulla strada dei ricordi
Un attimo divino
Fecondita'
Formidabile

domenica 10 luglio 2016

Swans - The glowing man [2016]

Sfondo marrone chiaro che mi ricorda il sughero e anzi, tutto il contenitore e' di un cartone poroso al tatto; al centro uno strano simbolo runico rosso, bordato in oro, lascia una leggera ombra dando l'effetto di essere lievemente sollevato rispetto al resto: e' un braccio, ma a meta' del bicipite si diramano due appenici non meglio identificabili. Il retro e' assolutamente identico, salvo che al posto del "braccio" c'e' una gamba.

Play.

Ma quanto e' bello l'ultimo disco degli Swans?
Ti seduce, ti prende e ti rivolta, ti lascia paralizzato.

L'attacco e' di quelli che preannunciano grandi cose, con un'inizio di suoni lunghi e sognanti, seguito dall'ingresso una chitarra acustica ingannevolmente morbida, che ci introduce in crescendo, lentamente ma inesorabilmente, a quel senso allucinazione da droga pesante (non lo so per davvero l'effetto che fa, ma l'immagino cosi') che non ci abbandonera' per tutta la durata del doppio album.
E di crescendo in crescendo, brano dopo brano, si rimane avvinghiati a questi centodiciotto minuti e ventisette secondi di Messa Nera: no, non sono canzoni, sono incantesimi oscuri e dannati.

Ogni nota, ogni fraseggio, ogni emozione: tutto e' prolungato fino allo spasmo perche' noi si possa assaporarne fino in fondo la perversione.
Il tempo si dilata, lo stordimento ci assale lasciandoci in uno stato catatonico.

L'alienazione metropolitana di Mr. Gira ci avvolge senza scampo, ed e' un attimo evocare alla mente le immagini della oscura e piovosa San Francisco di Ridley Scott (assai diversa da quella che Philip K. Dick mi aveva fatto immaginare) che piu' che San Francisco sembra New York; e del resto Mr. Gira tutto sembra, meno che californiano.
Persino in questi giorni di luce immensa, sole, afa estiva e sudore che ti cola dalla fronte (bello il clima continentale...) la musica degli Swans raggela il sangue nelle vene e fa si' che non ci si dimentichi della pesantezza dell'inverno.

Viene qui riesumato il testo di "The world looks red" ma Gira ne stravolge completamente la musica, apponendovi quella firma che trentatre' anni fa aveva lasciato in favore dei giovani sonici: in questa nuova veste estatica assume addirittura un tono quasi malinconico.

L'uomo che splende e' un assassino, uno stupratore, uno stuprato, uno sconfitto il cui corpo e' troppo pesante per reggersi in piedi.
Si ritaglia quindi un ruolo molto speciale "When will I return?", cantata da Mrs. Gira in persona.
Dice lui:

I wrote the song ‘When Will I Return?' specifically for Jennifer Gira to sing. It’s a tribute to her strength, courage, and resilience in the face of a deeply scarring experience she once endured, and that she continues to overcome daily.

A quanto pare la donna, dopo aver subito un'aggressione sessuale, combatte ancora oggi con il ricordo, la paura e i fantasmi ma e' viva e, per l'appunto, combatte.
Ed e' a questa forza, credo, che Mr. Gira rende onore, la forza che manca all'uomo spendente, uomo che trova la pace solo alla fine, solo lasciando che tutto si dissolva nella polvere e nell'abbandono: non c'e' battaglia se non con se' stessi e Gira ne esce sconfitto, meno splendente e piu' uomo che mai.


Lista delle tracce:

[Disk 1]
Cloud of forgetting
Cloud of fnknowing
The world looks red / The world looks black
People like Us

[Disk 2]
Frankie M
When will I return?
The glowing man
Finally, Peace

sabato 9 luglio 2016

P.J. Harvey - The Hope Six Demolition Project [2016]

Sfondo bianco e una specie di stemma araldico disegnato come a matita: l'immancabile scudo diviso in quattro parti e' al centro dell'immagine, e su di esso sono riportate tre chiavi nel quadrante in alto a sinistra e tre macchie che fanno pensare a cadaveri di conigli nel quadrante in basso a destra, mentre gli altri due quadranti sono immacolati. Ai lati dello scudo due animali, un caprone a sinistra e un cane a due teste a destra: il primo poggia un piede su tre frecce ed e' fasciato da quello che ricorda un cinturone da mitragliatrice, il secondo poggia i piedi su un kalashnikov. Sotto lo scudo un nastro su cui e' scritto in stampatello P J HARVEY, mentre in alto, in rosso scarlatto, unico colore presente nell'immagine, sempre in stampatello, compare il titolo dell'album: le corna del caprone sono come incastrate tra le lettere "SIX".

Play.


Polly Jean e' una di quegli artisti che si sono guadagnati da sempre e per sempre il mio amore incondizionato (del resto il nome della mia Polly viene da li'), ergo in tutto quel che scrivo e scrivero' a riguardo temo sia necessario tener conto del mio essere impari.

La passione degli anni giovanili, l'oscurita', la malinconia dell'eta' adulta... tutto cio' e' stato lasciato alle spalle e una nuova Polly Jean, matura, consapevole e battagliera, ci racconta storie di degrado, violenza e disperazione con voce da bambina, la voce di chi le osserva da fuori, ne rimane colpito, ma infondo sa di non farne parte.
Ci sono voluti cinque anni di assoluto silenzio, cinque anni in cui la Signora del Dorset ha viaggiato, ha riempito gli occhi, le orecchie e il cuore di immagini che difficilmente l'abbandoneranno.
E ora e' pronta per raccontare, con paragoni forse neanche cosi' azzardati.

"The Hope Six Demolition Project" racconta di tre luoghi: il Kosovo, l'Afghanistan e Washington D.C. (Mall e Anacostia). Ci vogliono occhi buoni per pensare di accostarli, occhi buoni e quel tanto di ironica tracotanza inglese (azzardo: europea!) che evidentemente non manca alla Signora.

Non ho mai visto ne' il Kosovo ne' l'Afghanistan ma ho visto la Palestina, che non non credo sia molto piu' allegra, e certe immagini mi si sono inevitabilmente scolpite dentro.
Non ho mai passeggiato per Anacostia ma il sobborgo malandato nordamericano e' una realta' che ormai posso dire di conoscere, ci vivo dentro, ne conosco i ritmi, il respiro, l'odore persistente che niente e nessuno sara' mai davvero in grado di descrivere.
"Ci metteranno un Wallmart qui" dice la Harvey nella traccia-titolo, restituendomi fin da subito le immagini in tutti i loro dettagli.

Il mio primo viaggio a Washington D.C. aveva prodotto questo, il suo ha prodotto questo: fa un certo effetto rendersi conto di essere state colpite in modo simile, con la differenza abissale che all'artista bastano poche parole, un cambio armonico e il ritmo di una marcia. Ma siamo li'.
O forse e' quel che ci leggo io, chissa'.
Eggia', e' forse proprio il mio strano rapporto col sobborgo nordamericano che mi fa apprezzare questo lavoro in maniera particolare, perche' ho la sensazione di capirlo meglio di quanto avrei fatto due anni fa, anzi, meglio di quanto non faccia la stessa Polly Jane.

Non bastano pochi passi per capire, non bastano due anni, chissa' se basta una vita.


Lista delle tracce:

The community of hope
The ministry of Defence
A line in the sand
Chain of keys
River Anacostia
Near the memorials to Vietnam and Lincoln
The orange monkey
Medicinals
The ministry of Social Affairs
The wheel
Dollar, dollar

domenica 17 aprile 2016

Explosions in the sky - The wilderness [2016]

Un'immagine seghettata dall'aria futurista, forse un mare in tempesta che si infrange su una scogliera. Forse. E un cielo biancastro a dar corpo. Forse. Il titolo dell'album e il nome del gruppo si stagliano piccoli ma ben distinguibili sul "cielo", nero il primo ("the WILDERNESS", a voler essere precisi), rosso il secondo.

Play.

Sono passati cinque anni esatti da "Take care, take care, take care", cinque lunghi, lunghissimi anni. Occhei, ci sono state delle colonne sonore nel frattempo, ma e' un diverso sentire: scrivevo la tesi di dottorato con "Take care, take care, take care" in sottofondo, allora il mio mondo era un minuscolo sottotetto sulla Portuense all'incrocio con il Trullo e i miei sogni andavano raramente piu' in la' del salice sotto cui avevo fatto i primi conti perturbativi.
Oggi, altalenando tra quella che spero essere l'ultima neve dell'anno (ma chi puo' dirlo?) e le prime temperature a doppia cifra decimale positiva, non ho piu' un posto o una citta' che io possa davvero chiamare "casa", tra pochi mesi (a meno di grandi sconvolgimenti a oggi imprevedibili) mi trasferiro' a sud, negli Stati, e il mondo e' piu' vasto e vario di quel che credevo cinque anni fa.
E piu' bello, e indiscutibilmente piu' bello.

Cosi', in questi giorni pre-primaverili, arriva "The wilderness" e porcamiseria: e' davvero bello.

I texani, signori del controllo della dinamica, questa volta giocano in territori dove l'esplosione arriva si', ma mai davvero, e' un filo troppo lontana perche' ti faccia sanguinare le orecchie: la vedi e ti avvolge, ma piu' che un'esplosione nel cielo e' una vallata sulle alpi, o il Lago che si apre al tuo sguardo in una giornata dalla luce perfetta.

Sono i dettagli qui a fare da padrone, a orientare l'orecchio di chi ascolta, minuscoli dettagli, inezie; bisogna prestare attenzione, non fermarsi allo sguardo superficiale, lasciarsi avvolgere dagli arpeggi, dai suoni lunghissimi e morbidi, dai giochi elettronici, si' anche da quelli.
Perche' e' solo quando si guarda con attenzione che si vedono i primi minuscoli boccioli sugli aceri che sembravano morti: ma bisogna guardare senza etichettare, guardare senza pre-giudicare, guardare fuori senza pensare di aver gia' capito tutto, guardare lasciandosi permeare dal diverso e accettando di poterne trarre insegnamento, riconoscendosi perpetui studenti della vita.

I dolci contrappunti di James, Rayani e Smith accarezzano, mentre Hrasky magistralmente sottolinea e da corpo senza sbavature; i nove brani che compongono l'album sono relativamente brevi ma lasciano il segno, con menzione d'onore per "Logic of a dream" e per il finale semi-sospeso di "Landing cliffs" che lascia spazio a infinite possibilita', cosi' come la vita e' lungi dall'avere finali definitivi prima del Grande Buio.

"The wilderness" mi accompagna per mano verso la primavera esplosiva del Sud Ontario, scioglie i ghiacci e prepara l'animo alla meraviglia che a breve arrivera'.


Lista delle tracce:

Wilderness
The ecstatics
Tangle formations
Logic of a dream
Disintegration anxiety
Losing the light
Infinite orbit
Colors in the space
Landing cliffs

lunedì 15 febbraio 2016

The Cure - Disintegration [1989]

A quanto pare questo e' il periodo dell'anno in cui mi ritrovo ad aver voglia di guardarmi indietro; l'inverno e' a meta' del suo percorso, bisogna avvolgersi in una calda coperta e aspettare che ritorni aprile e le allergie...

Ombre confuse di oscuri fiori psichedelici: il grosso dell'immagine e' scuro, appaiono poche macchie vagamente colorate. Dai fiori emerge, in gelido riflesso verde-azzurrognolo il volto di un uomo, forse un fantasma, con gli occhi contornati di ombretto nero e le labbra ripassate da un rossetto sanguigno. Il nome del gruppo e il titolo dell'album sono in alto, lievemente squilibrati verso il lato destro, scritti uno di fianco all'altro in un rosso scarlatto che appare come usurato.

Play.

Ci vuole una certa dose di sbruffoneria per scrivere di "Disintegration" a venticinque anni dalla sua uscita, ma si sa che la sbruffoneria non mi manca.
Temo pero' di dover cominciare con una confessione, a orecchie basse e capo cosparso di cenere.

Il mio primo incontro con i Cure avvenne nell'autunno del millenovecentonovantasette, all'inizio del secondo liceo; ero stata presentata ad un tipo, un bassista in cerca di chitarrista e/o cantante per il suo gruppo, come possibile candidata al ruolo. Quella formazione ebbe vita brevissima, il tastierista e il batterista svanirono nel giro di pochi incontri e rimanemmo il bassista ed io; in seguito incontrammo (fortunatamente in breve tempo) un altro batterista e fu l'inizio di un'avventura buffa e meravigliosa che restera' per sempre nel mio cuore, ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.
Ora. Ovviamente la prima cosa che si fa quando si comincia a suonare con qualcuno che non si conosce e' scambiarsi compilazioni, in modo da avere un'idea di che musica risuona nel cuore dell'altro. Io all'epoca ero in fase hard-rock: ebbene si', se avevano i capelloni cotonati, suonavano su un'ibanez spigolosa, erano ricoperti di borchie e indossavano calzoni di pelle nera attillati, verosimilmente li ascoltavo. Il mio amico no, lui era avanti, ed esordi' con una cassetta frusciante contenente Eroi nel vento, Festa mesta, Sonica, Nuotando nell'aria, Lieve, Male di miele, Voglio una pelle splendida, Curami, Spara Juri, Matrilineare, Millenni, Girasole, Lumière Blanche, New year's day, She's lost control, Disorder... insomma, aveva capito tutto. Non credo che lo sappia, temo che il mio proverbiale orgoglio mi abbia impedito di dirglielo, ma la mia vita di ascoltatrice cambio' quel giorno... vabbeh, ora che lo sai pero' non tirartela!
Poco dopo mi presto' "Pornography", voleva che io imparassi a cantare l'apripista ovvero, per chi non lo sapesse, One hundred years.
E non mi piacque.
La voce di Smith era irriproducibile, la batteria troppo rigida, la chitarra tutta sbagliata...
Avevo quindici anni.
E decisamente non capivo un cazzo.

Tempo dopo, due o tre anni per la precisione, quando ormai il mio orecchio aveva maturato una sensibilita' diversa, approdai a "Disintegration": dovevo arrivarci prima o poi, ha la giusta estetica per entrare a pieno titolo nei miei ascolti preferiti da sempre (beh, dall'autunno del millenovecentonovantasette) e per sempre.
Sicuramente e' un album dall'ascolto piu' facile di "Pornography" e certamente ero cresciuta, o forse era semplicemente il momento giusto, chissa', ma mi entro' dentro con potenza.
Eccomi dunque a scriverne nel suo venticinquesimo anniversario.

E' un album di pura emozione.
Se chiudiamo gli occhi ci ritroviamo a camminare a passo lento sotto una pioggia tiepida e dolciastra; ci lasciamo bagnare, goccia dopo goccia, finche' non sentiamo piu' niente, ne' fatica ne' dolore, finche' i capelli non si appiccicano al viso e l'acqua scioglie il gotico ombretto nero degno di Brandon Lee che abbiamo messo sugli occhi.
E nel mentre ci lasciamo abbracciare e scaldare da immagini radicate talmente nel profondo del cuore da essere inaccessibili al nostro controllo.

Suoni lunghissimi di organi avvolgenti, di chitarre dilatate all'infinito (rigorosamente senza overdrive), di bassi ripetuti fino allo spasmo, di riverberi di rullante che riecheggia a lungo dopo il colpo. Suoni infiniti e la voce magica di Robert Smith ad arrotondarli, a farci sognare.
Perche' almeno una cosa a quindici anni l'avevo capita: la voce di Robert Smith non ha eguali, cosi' come inconfondibile e' il suo modo di accarezzare morbidamente la chitarra.

E' un album di una malinconia bestiale, dove persino il supereroe non e' una figura salvifica, anzi, viene di notte, mentre sei nel letto, e con bisbigli e movimenti sinuosi scivola lentamente sulle tue lenzuola per mangiarti il cuore. E' un album in cui un abbraccio si fa sacramento.
Unica eccezione al grigiore senza fine e' Lovesong, famosa per essere stata scritta come pegno d'amore alla donna che Smith amava e ama: non era una promessa la sua, ma la semplice constatazione (fin qui verificata, almeno a quanto ne so) che l'avrebbe amata per sempre.
Il resto, tutto il resto, lascia sugli occhi un'ombra, come fa il cielo del Ontario del Sud quando non e' pulito, cosa che purtroppo accade fin troppo spesso per i miei gusti.
E Smith piange, grida, si (ci) contorce, ma senza mai essere lagnoso.

Le melodie tutto sommato sono elementari, niente di artefatto, nessuna sorpresa armonica, nessun cambio mozzafiato, nessuna costruzione cervellotica, ma davvero non ce n'e' bisogno, anzi, e' proprio la sua prevedibile e apparentemente ripetitiva semplicita' a parlarti, a rievocare ogni momento bello della tua esistenza su questo sasso sperduto nell'universo.

Lasciarsi cullare dunque, lasciare che la malinconia ci abbracci in attesa del rifiorire degli alberi, di quell'incredibile esplosione di Vita che e' la primavera Canadese; lasciarsi addormentare e sognare tutto il calore che e' stato, in questa lunga pausa ghiacciata, in attesa del calore che verra'.


Lista delle tracce

Plainsong
Pictures of you
Closedown
Lovesong
Last Dance
Lullaby
Fascination street
Prayers for rain
The same deep water as you
Disintegration
Homesick
Untitled

sabato 13 febbraio 2016

David Bowie - ★ [2016]

Fondo bianco, una stella a cinque punte nera riempie il centro della copertina; subito sotto, piu' piccoli, quattro pezzi di altrettante stelline nere, tranne una, la seconda da sinistra, che a colpo d'occhio pare un pezzo come le altre ma non e' cosi': quella e' rimasta integra.

Play.

Fiumi sono gia' stati scritti in questi giorni, parole sull'uomo, sulla sua vita, sulle sue opere: relativamente poche su quest'opera, non s'e' fatto davvero in tempo ma del resto e' difficile scrivere di quest'album facendo finta che sia uno come gli altri.
A dirla tutta c'e' un prima e un dopo dell'undici gennaio: le grandi riviste ovviamente sono arrivate prima e alcune, lette oggi, colpiscono violentemente.

This tortured immortality is no gimmick: Bowie will live on long after the man has died. For now, though, he’s making the most of his latest reawakening, adding to the myth while the myth is his to hold. (Pitchfork, 7 gennaio)

Beneath the swooning cinematic rush of Dollar Days beats a gorgeous, bittersweet piano ballad on which Bowie proclaims himself “dying to... fool them all again and again” but the phrase breaks apart until he sounds like he might be singing “I’m dying too.” [...] What can it all mean? The man himself gives no interviews and apparently remains firm in his insistence that he will not tour again. Looking for clues in his music, we are confronted with inscrutability.  (Telegraph, 8 gennaio)


Dopo l'undici gennaio tutto cambia, si scrivono solo banalita'.
E' il mio turno di incrementarne il numero: chiedo scusa, ma la verita' e' che quest'album piu' lo ascolto e piu' mi piace!

In rete se ne parlava da mesi, voci piu' o meno di corridoio si rincorrevano nell'attesa: ogni tanto una notizia, a volte un video che non osavo guardare per non rovinarmi il gusto della scoperta; poi l'uscita, ben congegnata in modo da coincidere col sessantanovesimo compleanno del Duca, e in un battito di ciglia parte l'ordine su Amazon, con tanto di acquolina in bocca e la flebile speranza di un passaggio in citta' (anzi, in Citta').
Neanche tre giorni e, ben prima che l'album venga depositato nella mia buchetta delle lettere, arriva la notizia: il Duca e' morto: un tumore se l'e' mangiato.

E allora ogni religioso attendere e' vanificato: si cerca l'ultimo video, le ultime parole, l'ultimo messaggio, si cerca di capire, forse per accettare, forse per sospendere la realta' e fingere che non sia vero, per rintanarsi in quei sogni glam-patinati di cui lui era stato l'inventore. Ma non c'e' sospensione, solo parole nude: guardiamo lassu', il Duca e' in paradiso e vola libero come una sialia. Lui ha voluto (e potuto) uscire di scena con una frase di congedo finale da tutto quanto e' li' li' per finire: nessun altro avrebbe saputo fare meglio di cosi', e se uno ci pensa capisce subito che non poteva andare diversamente.

★, dunque: che lo si ascolti ripetutamente, che se ne scriva, ma soprattutto che lo si ascolti.

Col senno di cui son piene le fosse si osserva subito il nero funereo che pervade tutto il libretto: nere le pagine, nere le parole stampate, i testi e i crediti, leggere e capire richiede sforzo, attenzione, pazienza.

Poi la musica.
Anzi, prima di tutto la Musica.
Perche' il fatto e' che ★ e' un album di una bellezza disarmante.

Chissa' cosa avrei pensato se avessi potuto ascoltarlo prima del dieci gennaio, chissa' cosa avrei capito... ma infondo e' stato lui a volere cosi': se la vita e' parte imprescindibile dell'arte, se l'arte si fonde nella vita, allora deve fare altrettanto con la morte.

★ e' un album elettro-prog di ritmi zoppi e voci tremanti in cui sassofoni cristallini e graffianti indirizzano lo sguardo verso spazi sconfinati dalle tinte fosche (Grazia, Graziella...). E' un commiato, una faccenda maledettamente privata che si fa pubblica e viceversa. E' il fondersi dell'eleganza musicale esasperata e di una nudita' verbale cruda al limite del sublime. E' una danza che ti entra dentro e ti resta avvinghiata addosso, un sussulto di vita, l'alito della morte che avanza.

Ad ogni ascolto noti un dettaglio, una sfumatura.
Dalla suite progressiva della traccia-titolo all'assolo del gran finale (e no, ha troppe variazioni armoniche perche' io possa definirlo completamente liberatorio), siamo cullati in un mondo sospeso tra jazz instabile, ballate al limite del post-punk, rock dagli echi metallici, deviazioni verso l'hip-hop (sic!) e aperture psichedeliche torcibudella. E il tutto, che ci si creda o no, e' organizzato in modo splendidamente omogeneo e compatto: del resto questo non e' certamente un album di canzoni buttate li' a caso.

Perche' insomma, diciamocelo: se sei David Bowie e sai di dover morire tra un anno o poco piu', che altro puoi fare se non lasciare il tuo ultimo messaggio in un album meraviglioso e poi chiudere gli occhi per sempre?


Lista delle tracce:


'Tis a pity she was a whore
Lazarus
Sue (or in a season of crime)
Girl loves me
Dollar days
I can't give everything away

domenica 31 gennaio 2016

Ulan Bator - Abracadabra [2016]

Sfondo nero, nerissimo; dal nero emergono due mani di donna che sorreggono un cuore: l'immagine e' in bianco e nero salvo che per le unghie della donna, laccate di rosso scarlatto, cosi' come in rosso scarlatto sono scritti il nome della band in alto e il titolo dell'album in basso. Un senso di inquietudine grava sul tutto.

Play.

A circa un anno di distanza da quella perlina di rivisitazioni acustiche, ecco che Cambuzat ci propone un nuovo lavoro di inediti, se possibile ancor piu' difficile da raccontare a parole, ma ci provero' lo stesso.

Tornano le atmosfere cupe, la nausea allucinata, il senso di oppressione, i suoni lunghi e pesanti a ripetizione (anzi, "à répétition") musicale che stordiscono e incantano, le iterazioni scardinate solo a tratti da alcuni passaggi armonici inattesi e perfetti.

E' un'ossessione infernale che non lascia scampo, una violenza auditiva che quasi mi riporta al mio primissimo incontro con "Lumière Blanche" (quanto eravamo piccoli e buffi amico mio: lo so che mi leggi, lo sai che parlo di te); d'accordo, quello era il finire degli anni novanta, una vita fa, ed era un'altra me quella che a primo impatto si era lasciata impressionare da quei suoni malati e ubriachi, ma a quanto pare non e' cambiato poi molto.

Anche le atmosfere di "Abracadabra" sono sconvolgenti e ossessive, sebbene meno esplosive; la' dove "Végétale" era una pesante scarica elettrica omicida qui assistiamo piuttosto a un rito di magia nera, alla gelida violenza nei confronti del bue sacrificale il cui cuore ci viene esposto in bella mostra con tutta la sua crudezza, alla carne che si lacera, al sangue che sgorga...
E l'ascoltatore non sa piu' se ha davanti le viscere del bue, quelle di Cambuzat o le sue proprie viscere, attorcigliate sulle corde d'acciaio di una chitarra che non lascia scampo.

Una (io) non vorrebbe scadere nella banalita' ma ecco, secondo me chi dice di aver sentito riverberi di "Ego:Echo" sta in effetti dicendo di aver sentito un tocco di inquietudine à la Gira nei suoi momenti migliori (perche', ne ha di peggiori?). Niente di male, anzi, lo sento anche io, ma in versione Cambuzat del duemilaesedici: chiedo scusa, non so dirlo meglio di cosi' ma spero renda l'idea.
Ormai non c'e' piu' bisogno di violenza dinamica, tant'e' che non si tratta di un album che ha bisogno di essere ascoltato a volume lancinante, anzi, si puo' addirittura mandare in sottofondo; e Cambuzat non ha bisogno di gridare per farci accapponare la pelle, anzi, i suoi bisbigli sono la lama del coltello che penetra nelle viscere.
Intendiamoci: non ne ha bisogno, ma comunque l'ascolto col fedele cuffione a volume sostenuto lascia semplicemente storditi e senza fiato.

Eppure, nonostante tutto cio', questo album esprime anche una strana dolcezza, sia pur perversa e senza speranza, forse memore dell'esperienza acustica, chissa'.

Insomma, a mio modestissimo giudizio si tratta un lavoro di altissimo livello, ma del resto da artisti di questo calibro non so aspettarmi di meno.

Voi (ma voi chi?) che potete, se potete, trovate un modo per andare ad ascoltarli dal vivo: penso possa essere un'esperienza di quelle che lasciano un segno indelebile.


Lista delle tracce:

Chaos
Longues Distances
Coeurrida
Ether
Saint Mars
Evra Kedebra
Holy Wood
Radiant Utopia
Golden Down
Protection