domenica 14 aprile 2024

A Place to Bury Strangers @ Monk Club - Roma

 11 Aprile 2024


"Li ho fatti conoscere io a te o tu a me?", questa la domanda che accompagna il mio compagno di avventure e me poco prima dell'inizio dello spettacolo. La verita' e' che nessuno dei due se lo ricorda, sono passati troppi anni per le nostre memorie, e non c'e' nessun motivo specifico per cui potrebbe essere piu' probabile l'una o l'altra. Ha un che di dolcissimo questa cosa.

Ma andiamo con ordine.

Il mio compagno di avventure ha prenotato un tavolo per le otto, arriviamo al locale ed e' semi-deserto: c'e' un solo tavolo occupato, da band, gruppo spalla e tecnici. Il cameriere ci chiede se vogliamo anche guardare la partita (ah, c'e' una partita?) e noi cortesemente diciamo che no, che siamo qui per il concerto. Ci sediamo quindi, ordiniamo e mangiamo in fretta. Per qualche motivo ci siamo convinti che si iniziera' alle nove percio' tentenniamo quando si tratta di decidere se ordinare il dolce: memore dell'esperienza con Benvegnu' lancio uno sguardo alla porta della sala teatro ancora irrevocabilmente chiusa e ordino due cannoli. Il caffe' post prandiale lo berremo al bancone, di fretta, in bicchierini di cartone, per poi uscire e trovare ancora la porta chiusa. A riguardare i biglietti ci accorgiamo con una risata di aver anticipato l'ora di inizio di 45 grassissimi minuti. Bene cosi'.

Quando finalmente la porta si apre ed entriamo, i nostri sguardi si posano immediatamente sul banchetto dove notiamo cd, vinili e pedali (pedali??, pedali!!), ma non ci lasciamo incantare e andiamo ad agguantare un posto gomiti-sulle-transenne proprio al centro del palco. Certo non mi era mai capitato di vedere pedali in vendita a un concerto: il mio compagno di avventure capisce il mio curioso sconcerto e si offre di tenermi il posto mentre vado a dare un'occhiata. I nomi degli effetti sono stranissimi: fuzz war, octave clang, disturbance, apocalypse, robot, rooms, echo dream, evil filter, exploding head... decisamente evocativi, non c'e' che dire. Anche il nome della marca, Death by Audio, ha un fascino non indifferente. Chiedo al ragazzetto dietro al banco come mai ci siano dei pedali in vendita. "They are made by them" risponde lui. Vedi?, non lo sapevo: chissa' che personaggio deve essere Ackermann... Sul banchetto ci sono anche piccole scatolette cilindriche colorate, ne avvicino una e leggo che contengono tappi per le orecchie: mi viene il sospetto che dovrei prenderne un paio, una per il mio compagno di avventure e una per me, ma alla fine decido di no. Scatto una foto ai cd in vendita e una ai pedali, la prima per il mio compagno di avventure che mi aveva chiesto di fargli sapere cosa ci fosse, la seconda per me, e una volta soddisfatta ogni curiosita' torno al mio posto.

Il gruppo spalla non tarda molto a salire sul palco. Sono un terzetto, giovani e potenti, e ci sparano con gusto i loro riff ossessivi e ipnotici. Suonano quattro, forse cinque brani, e purtroppo non sapro' mai come si chiamano: a fine serata, al banchetto, avrei comprato il loro cd se non fosse stato "sold out". "Buy the LP" mi diranno. "I don't have the turntable" rispondero'. "Buy it anyways and tomorrow buy also a turntable" proveranno a dire. Io sorridero', faro' spallucce e comprero' tre cd degli APTBS che non avevo.

Quando il gruppo spalla finisce di suonare tutti, i ragazzetti, i tecnici e gli APTBS, smontano la batteria, spostano amplificatori, aggiustano microfoni, avvicinano chitarra e basso. Mi accorgo che la scaletta consiste di un foglietto di carta sgualcito e riempito di sgorbi scritti a mano, piu' come se fossero appunti scritti di getto che non un utile supporto da consultare durante lo spettacolo. Il mio compagno di avventure, che ha visto la scaletta delle date precedenti, sostiene che se la rispettassero davvero suonerebbero si' e no un'ora, e quindi probabilmente ci infileranno anche qualcos'altro. Il livello di curiosita' aumenta, tutti dietro le quinte. Buio.

Tornano sul palco senza farsi attendere troppo. Ackermann agguanta una Jaguar nera completamente riempita di graffi, e si comincia. E non c'e' un suono che non sia distorto, compresso, elettrificato, scarnificato. Anche i microfoni della batteria passano per qualche pedale, ne sono sicura. E' un muro sonoro pazzesco, una cosa che non avevo mai sentito. "The loudest band in New York City" dicono di loro: non lo sapevo, confesso che questa definizione l'ho letta a posteriori, ma infondo lo si poteva immaginare gia' dai dischi, e ripenso per un attimo a quei tappi che avevo visto al banchetto. Amen.

Al secondo, forse terzo brano, Ackermann solleva la Jaguar come fosse una reliquia, prendendola dal basso, si avvicina al pubblico e cala su di noi il manico. Parecchie mani si allunano per toccarla, o anche solo sfiorarla: io, con la destra, tocco le corde e senza pensare le suono, contribuendo in prima persona, sia pure per un istante, al feedback avvolgente della serata. Sono sicura di non essere stata la sola a farlo. Poi, quasi a farlo apposta, dopo aver ripreso il suo posto sul palco, questo strano cerimoniere stempiato coi capelli lunghi sradica le corde basse della povera Jaguar e la agguanta per le corde, per il cavo, la fa roteare sopra la testa finche' stacca il cavo e la lascia cadere sul palco, stremata, afferrandone un'altra, bianca questa volta, anche lei riempita di graffi. Il cadavere della Jaguar nera restera' sul palco fino a fine concerto, abbandonata li', a volte anche calpestata (!!!) con noncuranza: ogni volta che i piedi di Ackermann la toccheranno sentiro' lo stomaco che si contrae e vorro' dirgli di lasciarla stare, che la poverina ha gia' sofferto abbastanza e non e' giusto infierire, che vista da qui sembrava tanto bella... Ma il muro sonoro e' implacabile: death by audio, come si diceva sopra. Le voci sono praticamente lasciate all'immaginazione, il feedback di basso e chitarra quasi sovrasta persino la batteria e le luci psichedeliche contribuiscono a creare un effetto di stordimento quasi totale: i brani sono tutti assolutamente irriconoscibili.

Sul finale di un brano (credo sia il finale di un brano, ma vai a capire) Ackermann scende tra la folla, seguito presto dalla Fedowitz che si porta appresso il tamburo e le bacchette: suo marito resta sul palco ancora un minuto o giu' di li', a giocare coi fischi del basso, poi li segue. Vanno a mettersi in mezzo alla folla, a forse cinque-sei file di persone dalla nostra posizione, Ackermann si e' portato un carrello con sopra una quantita' di strumentazione elettronica che non riesco a vedere chiaramente ma fa un po' paura. E attaccano a suonare. In uno spazio strettissimo che quasi non consente il respiro. Oddio suonare... ma si', suonare. La gente intorno a loro si scatena in una danza tribale caotica e devastante. Il mio istinto vorrebbe farmi andare li', in mezzo a loro, a vedere, a partecipare, a lasciarmi annichilire. Il mio istinto. Ma il mio cervello mi dice che ho quarant'anni e due ginocchia rovinate, che e' tutta la sera che sono aggrappata alle transenne per non caricare le gambe di troppo peso, che uno spintone preso in un momento di disattenzione potrebbe spaccarmi almeno un menisco se non entrambi, percio' mi aggrappo alle transenne con tutta la forza che ho nelle braccia, contraggo i muscoli delle cosce tenendomi in posizione di semi-squat e stringo i denti, perche' lo so che adesso qualche spintone arrivera'. La serata inizia a farsi piu' faticosa del previsto.

Dopo un po' i tre tornano sul palco per il gran finale. Ackermann ha lasciato a terra anche la Jaguar bianca, seconda vittima sacrificale della serata, e ne agguanta un'altra, anzi mezza: le rimane il manico e la parte superiore del corpo, mentre la meta' inferiore deve essersi spaccata chissa' quanti concerti fa. Mi domando dove sia collegato il cavo visto che l'ingresso in una Jaguar e' proprio nella meta' che non c'e' piu'... sembra sia attaccato direttamente ai pick-up... ossignore... A un certo punto la appende alla transenna delle luci, lasciandola li' come un impiccato, mentre agguanta prima la macchina dei fumogeni puntandola come un mitragliatore a turno sul palco, sui musicisti e su di noi, poi la abbandona a terra, afferra una luce e la fa roteare. Le luci nella nebbia aumentano il senso di stordimento creato dai feedback e inizio ad essere stanca, i timpani cominciano a pulsare e mi maledico per non aver comprato quei famosi tappi. Ripenso a quella volta a Toronto, quando gia' dai primi minuti avevo capito quale fosse l'andamento della serata e avevo passato due ore con le mani a coprirmi le orecchie: questa sera lo ho capito troppo tardi. Mi maledico e comincio a pensare che vorrei finisse, che non riuscirei a resistere ancora troppo a lungo. Ma loro ne hanno ancora. Ackermann recupera la mezza Jaguar e la Fedowitz prende il rullante e si sposta proprio davanti a noi e tenere il suo ritmo ossessivo: osservo i tappi nelle sue orecchie e la invidio. Lei ride, sembra piena di energia, mentre io sono stanchissima: felice, intendiamoci, ma stanchissima. Ancora uno, forse due o tre brani, poi chiudono, coi fischi che sovrastano l'applauso del pubblico.

Per i primi cinque minuti da quando si riaccendono le luci non riesco a sentire praticamente niente, poi piano piano qualcosa, ma completamente ovattato e sovrastato da un acufene mai provato prima. Un tizio e' riuscito a recuperare il famoso foglietto sgualcito della scaletta e il mio compagno di avventure lo fotografa: riguardandolo alcune cose si capiscono, altre si intuiscono, altre potrebbero essere scritte da un dottore. In ogni caso sembra una scaletta molto breve, eppure sono andati avanti un'ora e mezza abbondante... molta improvvisazione a quanto pare: del resto i brani erano davvero irriconoscibili.

 Va detto che, sia pure estremamente faticoso, e' stato davvero emozionante.


Nel cuore della notte mi svegliero' con le orecchie ancora ovattate, doloranti, che continuano a fischiare, e il terrore nero di essermele finalmente giocate una volta per tutte: restero' sveglia tre ore col cuore che palpita e la paura che paralizza. Il giorno dopo sara' ancora cosi', ma a meta' pomeriggio il dolore si attenuera' e usciro' dalla bolla ovattata in cui galleggiavo. A distanza di due giorni il fischio e' ancora li', anche se decisamente piu' basso. Nel frattempo ho comprato dei tappi.

...Porcamiseria!

lunedì 18 marzo 2024

Marlene Kuntz @ Orion - Ciampino

15 Marzo 2024


Nonostante le buone intenzioni mi rendo ahime' conto che e' pressocche' impossibile che io riesca a scrivere di tutti i concerti a cui vado: solo nei dieci giorni tra Benvegnu' e questo ci sono stati i Veeble (ordinata follia), Any Other (musica dell'anima), i C'mon Tigre (un viaggio psichedelico) e Umberto Maria Giardini (un colpo al cuore). Tutti e tre memorabili, ciascuno per un motivo diverso. Tutti e tre meritevoli di un bel racconto da parte mia, ma il tempo di scrivere diminuisce all'aumentare del tempo trascorso sotto un palco, a maggior ragione se si tiene conto che faccio ben altro mestiere. 

Stasera pero' e' tempo di tornare a quell'amore ancestrale che tante volte, da quell'ormai mitico nove-nove-novantanove, mi ha vista sotto il palco, coi gomiti sulle transenne.


Raggiungere l'Orion e' un po' piu' rognoso del previsto, piu' che altro per quanto riguarda il parcheggio, finche' chiediamo mesti un suggerimento al "buttafuori" del locale che ci rivela l'esistenza di un'altra entrata e, proprio li' davanti, ampio parcheggio gratuito. Parcheggiamo dunque, rimediamo qualche trancio di pizza al taglio da mangiare in piedi, in fretta e furia, ed entriamo.

Dopo una rapidissima scansione del palco e della gente gia' ammassata, riconosciuto il lato-Tesio lo raggiungo con decisione, seguita dal mio (stavolta un po' recalcitrante) compagno di avventure, che forse preferirebbe stare piu' tranquillo in previsione del feedback che verra': ahime' questa sera piu' di ogni altra sera non e' un'opzione accettabile percio' insisto e riusciamo a intrufolarci in modo da avere almeno i cappotti poggiati sulle transenne e una mano a testa a mantenere la posizione. Siamo quasi in braccio alla pedaliera di Tesio e dovrei fare uno sforzo sovrumano per non leggere la scaletta, ma inevitabilmente l'occhio ci cade e il cuore e' gia' partito ancor prima di cominciare. Mi giro a guardare la folla e scambio uno sguardo con una faccia nota che mi riconosce per nome. Io, che evidentemente non sono una fisionomista, gli chiedo senza pudore chi sia: e' Luca Grumvalski, conosciuto mesi fa perche' apriva il concerto a Monsieur Cambuzat in una fredda e piovosissima serata dello scorso autunno, quando, a fine esibizione, il mio compagno di avventure ed io abbiamo acquistato una copia a testa del suo (pregevole) cd "...bliss illusion". Scambia un abbraccio quasi fraterno con me e un cinque col il mio compagno di avventure, perche' quando si e' fratelli per quelle due ore sotto il palco si e' fratelli per sempre, anche se non ci si conosce.


Sale sul palco il ragazzo-spalla, riccioletto e paccioccone, voce soave, chitarrina di accompagno: non ricordo il nome, ma il cognome e' proprio "Ragazzo", e penso che e' una cosa bellissima. Ci regala forse quattro/cinque brani e poi esce tremante e felice. Mi ha fatto tenerezza ma ecco, il cd, anche ci fosse, non credo lo comprerei: forse e' ancora troppo acerbo ma in futuro chissa'. Ancora pochi minuti per un ultima sistemata al palco.

Buio.

Salgono sul palco ed e' gia' tripudio. Tesio agguanta la diavoletto rosso-rubino (std) e parte "Trasudamerica", accompagnata da un boato feroce. Segue "Canzone di domani" a cui donano una coda-noise pazzesca come quelle dei vecchi tempi. Poi "Gioia che mi do", e finalmente tiro fuori carta e penna: e' passato il tempo della telecamera puntata sulle mani del mio beniamino, ma prendo appunti freneticamente sperando che, una volta a casa, aiutata dall'orecchio, quelle poche parole basteranno. Se siete (ma voi chi?)  interessati... si', e' bastato: da oggi posso suonare anche questa. Senza soluzione di continuita' e' il turno di "Fuoco su di te". Confesso che dalla nostra posizione l'insieme si sente poco; siamo inondati dal feedback dell'ampli di Tesio che forse e' un po' estremo, tanto che anche lui sembra fare fatica a sentire il resto e ogni tanto si confonde. Applausi scroscianti e il primo ringraziamento al pubblico per dare il tempo di effettuare il primo cambio di chitarra della serata, Tesio imbraccia la diavoletto nera (dadgad) ed e' "Aurora" col suo splendido riff sghembo, che forse adesso quella telecamera la vorrei con me, perche' col telefonino neanche ci provo... E poi "L'agguato" (ah era la nera quindi?, buono a sapersi!) e il pubblico salta, urla, si esalta. Arriva quindi "Il lamento dello sbronzo", e di nuovo, carta e penna alla mano, prendo appunti frenetici, anche se ho la sensazione che ci siano problemi qua e la', Tesio sbaglia qualcosa (scambio uno sguardo di intesa e un sorriso con Grumvalski, che evidentemente - da chitarrista - e' l'altra persona in sala ad essersene accorto), ma quello che dovevo capire l'ho capito, quindi bene cosi'. Altro cambio di chitarra, torna la diavoletto rosso-rubino, e parte "Mala mela": anche qui prendo appunti e anche qui, a posteriori, saranno sufficienti per farmi capire almeno la strofa. Altra pausa per ringraziamenti. Godano ci tiene a farci sapere che questa sera sentiremo quasi tutto Catartica e anche qualche brano "pre-duemila, per cosi' dire". Io che purtroppo ho la scaletta letteralmente a portata di mano so che sta barando ma non importa: le uniche due eccezioni saranno sensatissime e va bene cosi'. Accompagnata da un lunghissimo fischio parte "1°2°3°" col suo giro pazzesco: sorrido immaginando la prima volta che Godano ha sentito Tesio e Bergia andare avanti all'infinito su quel giro, e nel mentre realizzo che sin qui Arneodo deve aver suonato almeno cinque strumenti diversi, tra tastiere e percussioni di vario genere. Un tizio in prima fila verso centro del palco e' rimasto a torso nudo e si sbraccia come un forsennato, come li vedevo fare vent'anni fa nei centri sociali: confesso che un po' mi fa tenerezza, e una parte di me pensa che al concerto di quest'estate, concerto delicato per il tour di "Karma Clima", e' possibile non sia neanche venuto. E a questo pensiero, piu' che tenerezza, provo anche un po' di tristezza, perche' "Karma Clima" e' proprio bello! Bah. Altro cambio di chitarra, e nel mentre financo Tesio decide di togliere la giacca e rimanere in maniche di camicia, rigorosamente nera. Imbraccia la lespaul studio (cgcggc), la mia preferita di sempre. Intanto Carnevale ha cominciato a battere colpi su un piatto (un-du-tre-quat - un-du-tre-quat - un-du-tre-quat - un-du-tre-quat) che se anche non avessi la scaletta davanti agli occhi saprei esattamente cosa sta per succedere. Mi giro verso il mio compagno di avventure cercando di suggerirgli di guardare, indicandogli le mani di Tesio e lasciarsene inebriare, e succede "Infinita'". E poi, con questa accoppiata di chitarre (ovviamente non lo ho scritto ma Godano aveva in braccio la thunderbird) non puo' che arrivare lei, "Ineluttabile" la primissima canzone che io abbia sentito suonare a Marlene dal vivo, in quel lontanissimo nove-nove-novantanove al Villaggio Globale, che quel giorno veniva suonata a Roma per la prima volta, che da allora mi e' entrata dentro e non e' uscita piu', e che nonostante il tiro e la pesantezza generale, e' quella in cui la destra di Tesio mi ammalia maggiormente con la sua elegante morbidezza. Altro cambio, di nuovo compare la diavoletto rosso-rubino, e Godano annuncia "questa' e' "Lieve"". Un esplosione in sala. Mi giro e mi accorgo che il tizio a torso nudo non c'e' piu', che forse e' stato allontanato al quarto tentativo di scavalcare le transenne. Pace all'anima dei punkettoni invecchiati. Pero' "Lieve" suonata con la diavoletto e' strana, diversa: forse lo penso solo io. E poi "Festa mesta", e gia' al primo accordo c'e' piu' rumore sotto al palco che sopra: il pubblico e' in delirio e salta, salta, salta, cinquantenni che pogano dio mio!, mi stringo alle transenne sperando di non venire spintonata perche' non so se il mio ginocchio malandato reggerebbe l'impatto. Finito il brano Tesio imbraccia la diavoletto nera mentre Godano afferra una bacchetta di batteria e la infila con vigore tra le corde della strato bianca e nera. Chiunque in sala sa esattamente cosa sta per arrivarci in faccia, eppure e' solo al primo "re" di Tesio che parte l'urlo di entusiasmo. Tesio quasi balla, e mi dispiaccio nel realizzare che la sua parte, al momento dell'assolo di Godano, un tempo veniva suonata diversamente, che questa sera mancano alcuni dettagli sulle corde acute che mi avevano fatto lucidare gli occhi la prima volta che li ho capiti. Peccato. Il pubblico non sembra accorgersene e a fine brano esplode con un applauso che sembra interminabile. Nel mentre Tesio riprende in braccio la diavoletto rosso-rubino ed e' il momento di "Nuotando nell'aria", col pubblico che canta e si stringe in un abbraccio sognante: anche qui pero' resto leggerissimamente delusa dall'assenza della pennata sghemba verso l'alto nel pre-finale in cui tutto dovrebbe tacere tranne appunto Tesio e qualche feedback di Godano. Magari non e' serata, magari e' ancora rigido, magari non sente benissimo dalle spie. Ri-peccato.

Pausa, ma brevissima.

Tornano, Tesio imbraccia ancora una volta la diavoletto rosso-rubino e Godano prende la parola per dirci che qui infrangeranno la loro regola di suonare solo brani pre-duemila per dedicarne uno a Luca Bergia, uno dal suo (splendido) disco solista, uno che e' stato scritto quando Bergia era ancora in vita ma gia' dava cenni di quel cedimento che lo ha strappato ai suoi cari e a noi che lo ammiravamo. Il pubblico, se all'inizio rumoreggia scontento che si esca dall'epopea noise, al sentire il nome di Bergia si commuove e fa commuovere Marlene chiamandolo a gran voce (e' umidita' quella che vedo negli occhi di Tesio?, o sono io ad averli appannati?). Suonano dunque "Ti voglio dire". Dal ventritre' marzo dello scorso anno il mio modo di ascoltare questo brano e' cambiato, e se prima suonava come un brano dolcissimo da dedicare a un amico in difficolta', oggi e' un brano di una malinconia straziante, perche' lo ascolti e pensi che la mano di un amico non e' mai sufficiente per battere i mostri, e ti senti inerme. Scaccio via questi pensieri aiutata dal fatto che a fine brano Tesio ha di nuovo imbracciato la lespaul studio e parte "Come stavamo ieri", che e' un modo molto delicato di riportarci qui, all'Orion, a questa sera di festa. E poi, immancabile, dopo aver cambiato la lespaul studio con la diavoletto nera, parte l'arpeggino in re che e' il preludio di un boato, quello di "Ape regina": il pezzo delle api, ancora una volta, come ogni volta, mi esplode in faccia. La chiusa, dopo un ennesimo cambio verso la diavoletto rosso-rubino, e' lasciata a "MK-OK", ed e' tutta la sala a gridare che "Ma-marlene e' la migliore!", e tutti dimentichiamo per un attimo che Marlene nell'intellighezia ci e' entrata di diritto ormai tanti anni fa. Presentazione della band, saluti, ringraziamenti. Escono.

Ri-pausa, ancora piu' breve.

Tornano per un ultimo brano, un ultimo regalo, l'altra eccezione della serata, "una canzone che ci piace di lasciarvi come una specie di bella suggestione da portarvi a casa" Ed e' "Bellezza", col suo arpeggio meraviglioso sulla diavoletto rosso-rubino. Sono solo io a pensare che con la tele-oro veniva meglio?, forse si, forse non se la ricorda nessuno, ma va bene cosi'.

Ultimi saluti, questa volta davvero.

Allungo una mano sulla scaletta come fa la mia gatta quando vuole qualcosa e chiedo al tecnico se posso staccarla e portarmela a casa. "Te la sei meritata" mi risponde lui con un sorriso: io gongolo. 

Salutiamo Grumvalski alla prossima volta ("ho male alla schiena", "io alle ginocchia".... ah, avere di nuovo vent'anni!) e ci fiondiamo a prendere una birra veloce prima di rimetterci in macchina stremati: lui forse un po' stordito, io forse pure, che ormai di anni ne ho quaranta e forse (forse) va bene cosi'.

venerdì 23 febbraio 2024

Paolo Bevengnu' @ Monk Club - Roma

 22 Febbraio 2024


Ci sono storie belle da raccontare, ci sono quelle che fanno ridere, quelle che ti prendono e ti scuotono, quelle che, infondo, sono solo storie normali ma ti lasciano dentro un sorriso di benessere.

Questa volta siamo in due, ultimamente siamo sempre noi due: quello che era il "team" dello scorso anno si e' sgretolato ma noi, imperterriti, ancora resistiamo.

Arriviamo al Monk in largo anticipo, abbiamo prenotato un tavolo per mangiare presto al ristorante del club: il nostro piano e' di nutrirci in fretta per poi volare nella sala-teatro e prendere posto in prima fila, gomiti sulle transenne. Arriviamo dunque, e il nostro tavolo e' proprio accanto a quello della banda. Io, che nella vita vera cerco di nascondere la mia timidezza cronica con una spavalderia ridicola, ho il cuore che inizia a pompare come quello di un'adolescente scema (quarant'anni buttati!). E sento l'emozione nella mia voce quando mi accorgo che Benvegnu' mi sta facendo un cenno di saluto: ricambio timidamente con una mano, anche se a dirla tutta non sono sicurissima stia salutando me, perche' sarebbe assurdo si ricordasse, a distanza di tanti anni, il viso di qualcuno che a malapena e' stato in grado di balbettare qualche frase sconnessa in sua presenza. Poi, come quella volta a Prato e' il primo ad alzarsi da tavola. Dopo un po' anche Roccia mi vede e mi fa un cenno, ma questa volta lo so che e' per me, perche' con lui ho interagito in piu' di un'occasione, e ricambio con un sorriso piu' ampio e meno imbarazzato: a fine pasto si avvicinera' al nostro tavolo - noi stiamo ancora finendo - per un saluto piu' caloroso e per dirmi che in effetti ha letto quello che ho scritto. E niente, come sempre la cosa mi scuote e mi lusinga. Poco dopo arriva il caffe', lo beviamo in fretta e ci alziamo - lasciando una bottiglia di vino da finire, cosa decisamente non da noi - per andare ad accaparrarci il posto in prima fila. Entrando nella sala-teatro il mio compagno di avventure mi prende vigorosamente in giro, perche' in prima fila a questo punto ci saranno si' e no cinque persone, e a dirla tutta avremmo avuto il tempo per finire il vino con calma. Ma mi vuole bene, mi sopporta, e penso che alla fine gli faccia piacere farmi contenta.


Siamo in prima fila dunque, gomiti sulle transenne, piu' o meno a meta' strada tra il basso di Roccia e la chitarra di Benvegnu' che riposano sul palco, mentre la sala si riempie lentamente. Il mio sguardo cade sulla scaletta ai piedi del basso e la indico al mio compagno di avventure, dicendo che a fine concerto bisognera' cercare di prenderla: lui non batte ciglio, attraversa le transenne, sale sul palco e scatta una foto. Gli intimo di non azzardarsi a darmi anticipazioni ma lo vedo che freme per poter discutere con me quello che ha visto, cosi' gli lascio dire - con gli occhi che brillano - che i primi brani saranno quelli del nuovo lavoro, in fila. E aggiunge, ricollegandosi a un dialogo che avevamo avuto in macchina, di non volermi dire quale sara' l'ultimo brano.

Finche' ecco, si abbassano impercettibilmente le luci, il volume della musica si alza e riconosco le note del finale strumentale di "Alla disobbedienza". Faccio cenno al mio amico che si sta per cominciare.


Salgono sul palco e il mio cuore e' gia' partito. Iniziano con "Tecnica e simbolica", e sorrido quando Roccia sottolinea con forza che la primavera tarda ad arrivare. Segue "L'oceano", che senza Brunori perde qualcosa ma guadagna qualcos'altro. Mi accorgo che, uno per uno, riesco a seguire tutti gli strumenti, piccole gemme musicali che compaiono una alla volta per farsi notare. E' il turno di "Marlene Dietrich" e penso sia un peccato abbiano saltato "Pescatori di perle", di cui sto provando a capire la delicata intro al pianoforte, ma vabbeh: del resto anche quella volta incredibile a Grottammare mica avevano veramente suonato tutto l'album. E va detto che "Marlene Dietrich" dal vivo ha un impatto bestiale sulle mie orecchie. Segue, come da copione, "Il nostro amore indifferente", che poi e' la canzone con cui di recente arrivo in dipartimento, quella che colleghi e studenti, ridendo sotto i baffi, mi hanno visto ballare mentre cammino e attraverso la sbarra del parcheggio: ridano pure!, non sanno che meraviglia ci sta dentro a quel cuffione. Finche' arriva "27/12". Doveva arrivare e arriva. Ed e' bellissimo essere li' con il mio compagno di avventure, entrambi coi gomiti sulle transenne, pensando a tutto senza pensare a niente, con un sorriso enorme e gli occhi e le orecchie pieni di meraviglia e dolcezza. Segue "Our love song" e si balla. In realta' ho il ginocchio destro che mi fa malissimo: la scorsa estate mi sono presa un'orribile storta camminando per strada, credo che l'album su cui ballavo fosse Karma Clima, che avrei visto dal vivo - zoppicante - di li' a breve. Insomma, quel giorno ho quasi rotto il menisco e dato una scrollata importante al crociato anteriore gia' abbondantemente provato. Dunque ho passato l'estate con le stampelle e, a seguito una riabilitazione un po' troppo frettolosa, in cui "forse" ho "leggermente" forzato la mano, ora, di tanto in tanto, specie quando cambia il tempo, anche solo camminare in realta' non e' il massimo. Ma stasera si balla, anche a costo di farlo mantenendo tutto il peso sulla gamba sinistra, tenendo il collo del piede destro appoggiato leggermente sul retro della caviglia sinistra, tanto ci sono le transenne a darmi una mano per non cadere. E se mai dovessi rompere il maledetto crociato una volta per tutte... pace. Si balla dunque, e ne vale la pena. Poi, con mia grande e piacevolissima sorpresa, parte "Pescatori di perle" e i miei occhi si piantano sulle mani di Aprile: non vedo benissimo ma credo di aver capito qualcosa, poi al resto pensera' il mio orecchio nei prossimi giorni. Segue "Canzoni brutte" e il mio compagno di avventure ed io ci scambiamo un sorriso e uno sguardo d'intesa: solo pochi giorni fa ci dicevamo quanto questo brano piacesse a entrambi nella sua ironia feroce. In particolare il ponte di quel brano, con Benvegnu' che distorce la voce come un trapper qualsiasi, ci fa sganasciare dalle risate. "In der nicht sein" e' un altro tipo di impatto sonoro, con quel muro impressionante e quei passaggi semplicemente bellissimi. Poi parte "All'origine del mondo" ma stavolta non mi fregano: sono sicura che "Libero" sara' suonata, ne sono sicura e basta. C'e' da qualche giorno un dibattito in corso, col mio compagno di avventure, su "All'origine del mondo", perche' lui ci sente un brano della colonna sonora di "The fountain" (che entrambi riteniamo sia un film molto ma molto sottovalutato) e si e' addirittura convinto che Benvegnu' qui si sia ispirato a Mansell al punto che anche il titolo del brano potrebbe essere stato scelto di conseguenza. Viceversa io penso che poche note non siano sufficienti per una deduzione cosi' drastica, ma va anche detto che mi diverto da impazzire a dargli torto: fa parte della nostra dinamica d'interazione da talmente tanti anni che a volte mi rendo conto di stuzzicarlo solo per il gusto di farlo. Quelle poche note questa sera ce le regala Zacchei e al ritorno, in macchina, scopriro' che il mio compagno di avventure non riusciva a distinguerle dal resto - al punto da aver dubitato della sua stessa teoria. Poi, con dolcezza, segue "Libero", con quel basso da far girare la testa. Che poi stasera Roccia, che appunto ha letto quello che ho scritto, si permette anche di regalarmi qualche piccola improvvisazione da brivido. La voce di Benvegnu' sorride, io sorrido. Chiudono la prima parte del concerto con l'immancabile "Alla disobbedienza", il brano meno immediato di tutto l'album, e inevitabilmente i miei occhi si piantano sulle mani di Berioli (G.), dalla parte opposta del palco, a seguire quella chitarrina sghemba che mette i brividi. Prima della parte strumentale strumentale del brano, ci salutano, escono, e noi restiamo li' coccolati di nuovo da quella musica ipnotica che ci aveva accolti all'inizio del concerto.


La pausa e' brevissima e rientrano, nel buio piu' completo, prima della fine di "Alla disobbedienza", e quando l'ultima nota evapora e le luci si riaccendono parte un caloroso applauso. Sin qui non e' stata detta una sola parola per non interrompere la magia, ma adesso il nostro si fa piu' loquace, di quella sua loquacita' finto-spavalda che mi ricorda tanto la mia.

Il primo brano che ci regalano e' "La schiena" e penso che certo la Vita e' strana. Quella dottorandina che tanti anni fa ascoltava questa canzone aspettando l'autobus all'incrocio tra viale Marconi e via Pincherle, la sera tornando a casa, con un cuffione ad avvolgerle le orecchie e isolarla dal mondo, oggi torna a casa a piedi, dallo stesso posto e con un simile cuffione: torna a una casa molto diversa da quella di allora, ma appunto ci torna dallo stesso posto, che poi infondo e' la sua vera Casa. Perche' e' quella la Casa a cui sono tornata quando ho preso l'aereo che mi ha riportata a Roma. E a dirla tutta quella Casa era l'unica cosa che in quel momento potesse riportarmi da questo lato dell'Atlantico. E il fatto che stasera, in piedi accanto a me, coi gomiti sulle transenne a condividere questo momento, ci sia proprio la persona che mi ha convinta a tornare, mi riempie il cuore di una dolcezza indescrivibile. A seguire "Andromeda Maria", dolcissima, inizia con Benvegnu' solo con la sua chitarra e gli altri che arrivano dopo il primo ritornello, il tutto con una delicatezza da brivido. Poi un brano "tristissimo ma che sorprendentemente e' in mi bemolle" e gia' dalla descrizione non puo' che essere "Avanzate ascoltate", con tutta la sua dolcezza e il suo calore: e se un tempo questo brano faceva volare i miei pensieri in mille direzioni, stasera mi àncora qui, a questa transenna, presente a me stessa come non mai. E poi ancora "Il mare verticale", con quegli accordi di apertura che di fatto sono il mare verticale, e quel ritmo sincopato che dona il senso alla canzone. Qui confesso di sentire l'assenza di Druga: egregiamente sostituito da Berioli (D.), intendiamoci, ma una parte di me, nel buio del cuore, si augura che prima o poi Drughino torni dietro quella batteria. Poi "Io e il mio amore" che e' di una potenza inaudita e la sua carica esplosiva toglie il respiro e lascia spossati e contenti. E da ultimo, come sempre, "Cerchi nell'acqua", la canzone dei saluti. Scambio uno sguardo col mio compagno di avventure e il mio sorriso e' a meta' tra il soddisfatto ("che ti dicevo? questa e' la canzone di "ciao"!") e il malinconico ("accidenti, il concerto e' gia' finito!"). Tre inchini, tre saluti. Ma noi continuiamo ad applaudire con forza. Cosi' suonano anche "E' solo un sogno", che in effetti e' un'altra ottima canzone di "ciao": un dolce rimandarsi nel mondo dopo questa serata carica di emozioni.

Una ragazza e' piu' veloce di me nel chiedere a Roccia la scaletta ai suoi piedi, un altro, velocissimo, arraffa quella ai piedi di Berioli (G.). Il mio compagno di avventure mi incita a salire sul palco puntando a quella accanto alla batteria ma io tentenno: la verita' e' che non ho il coraggio di salire cosi' impunemente. Per fortuna un tecnico mi vede li' a tentennare, mi fa cenno che non si puo' salire, io indico la scaletta e lui con un sorriso me la porta, risparmiandomi l'imbarazzo.

Resterei ancora, vorrei dare un ultimo saluto a Roccia e vorrei far vedere il mio bracciale di cuoio (con su inciso "La mia verita' e' nell'ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi ma sono troppo suggestionabile") a Benvegnu', magari senza dire niente che tanto le parole non mi verrebbero. Vorrei trovare il coraggio di fare tutto questo, ma leggo la stanchezza nello sguardo del mio compagno di avventure e non provo neanche a proporgli di restare ancora qualche minuto.


Torniamo a casa con le orecchie che fischiano e i cuori che battono.

Questa sera penso di essere davvero tornata.

domenica 18 febbraio 2024

Paolo Benvegnu' - E' inutile parlare d'amore [2024]

Un lago immerso nella foschia, le acque leggermente increspate, colline laggiu' sullo sfondo a separare il cielo dalla terra. In primo piano  un rettangolo, forse uno specchio da cui si vede la riva: canne, arbusti, e Lui, vestito di nero, capelli ormai bianchissimi, lo sguardo rivolto chissa' a cosa.


Play.


Caro Signor Benvegnu', eccoci di nuovo qui, ti do ancora una volta del tu. 

Era praticamente ovvio che, semmai avessi ricominciato a scrivere su queste pagine, sarebbe stato per merito tuo (qualcuno forse direbbe "causa tua"...). E nonostante sospetto non te ne importi niente, lascia che io cominci col chiederti scusa per non averlo fatto per l'odio dell'innocenza, o nessuna delle inutili premonizioni, o anche solo per i fiori (ma perche' niente CD?), o per qualcuno dei tuoi concerti (da quell'ultima volta a Prato, tu non puoi saperlo, ma io ti ho visto altre volte di cui una, meravigliosa, in un minuscolo teatrino nel cuore di Trastevere). Ti confesso che, alla sua uscita, DellOdio dell'Innocenza mi provoco' sensazioni contrastanti, perche' ero appena tornata a vivere a Roma pur non essendo ancora completamente convinta di aver fatto la scelta giusta, e giusto il tempo di adattarmi al nuovo fuso orario che il Covid mi aveva costretta sola in casa: i vicini, tutte le sere alle sei, puntualissimi, facevano la discoteca sui balconi per mezz'ora, iniziando con l'inno nazionale, passando per il Gioca Jouer e altre simili piacevolezze, a un volume tale che anche chiudendo tutte le finestre, abbassando tutte le persiane, avvolgendo le orecchie in un cuffione teoricamente isolante, li potevo sentire. Ero arrabbiata col mondo. E quando, con l'aiuto di detto cuffione, ho ascoltato quel disco, non ho potuto far altro che accrescere il mio rancore nei confronti dell'aereo che mi aveva riportata nello Stivale, dei vicini rumorosi, dell'umanita' che si lagnava, della casa orribilmente buia in cui mi ero ritrovata a vivere ("che ti importa" dicevano mentre firmavo il contratto di affitto solo un paio di mesi prima, "tanto qua dentro ci starai soltanto la sera" dicevano, "non te ne accorgerai nemmeno" dicevano...). Oltretutto l'assurda storia che raccontavi all'epoca, secondo cui non saresti stato tu l'autore di quelle canzoni, mi irritava oltremodo: era come se tu non volessi prenderti la responsabilita' di un disco che entrava in pericolosissima risonanza con la rabbia che avevo dentro... E insomma ti ho odiato di un odio sincero e violentissimo. Da allora, ogni volta che ho accarezzato l'idea di tornare a scrivere, l'eco di quella rabbia mi ha trattenuta. Solo il tempo ha saputo dirmi che non era il Covid, non era l'Atlantico, non era l'umanita' e certo non eri tu: ero io ad essere prosciugata. E solo recentemente ho ritrovato la giusta tranquillita', ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.

Ecco, questo lungo preambolo per giustificare, se mai ti fosse importato qualcosa, sei anni di silenzio e dirti che oggi torni alle mie orecchie accolto (finalmente) con ritrovata serenita'.


Caro Signor Benvegnu', che gran disco hai scritto.

Nessuna sorpresa, intendiamoci, ma che piacere ritrovarsi...

Al primo ascolto la sensazione e' che si tratti di un lavoro piu' immediato - armonicamente e ritmicamente - di quello che mi aveva fatto girare la testa esattamente vent'anni (argh!) fa, ma che proprio questa sia la sua splendida dimensione. Poi ai giri successivi, entrando in dettaglio, ci si accorge che la semplicita' e' solo apparente e superficiale, che aiuta a rendere piu' immediato il primo ascolto, ma a ben sentire c'e' tutto un mondo di dettagli da scoprire. Penso ad esempio al basso che irrompe prepotente a sottolineare che la primavera tarda ad arrivare, alla chitarrina sghemba di "Alla disobbedienza" che ancora non ci ho capito niente, al riff che sottolinea le tue parole in "L'origine del mondo" su cui il mio orecchio cade sistematicamente, al vero e proprio finale strumentale di "Alla disobbedienza" che rimanendo sospeso chiama al silenzio, alla batteria del ritornello di "Our Love Song" che nella sua semplicita' mi fa ballare, al basso di "Libero" (ok, mi sa che sono una bassista mancata!) che e' un godimento infinito, al piano delicato di "Pescatori di perle" che e' un inno alla dolcezza, all'ironia feroce di "Canzoni brutte" che negli scorsi giorni sanremesi sembrava piu' che mai appropriata. Tanti piccoli dettagli che messi insieme uno in fila all'altro fanno quasi un'ora di meraviglia, e se li sommi assieme ti accorgi che in questo disco di immediato non c'e' proprio niente.

E posto che il primo religioso ascolto deve essere in casa, dal CD, gli altri possono avvenire - e di fatto spesso avvengono - mentre si cammina per andare al lavoro. Sicche' devi sapere che quello straziante "raw marconi raw" mi strappa un sorriso tutte le volte, perche'... ma che ne sai tu, caro Signor Benvegnu', della mezz'ora a piedi la mattina, su un'affollato e caotico Viale Marconi, a ballare facendo lo slalom tra la gente? Perche' poi, come sempre accade, sono io quella che ascolta e si sente messa in mezzo.


Caro Signor Benvegnu' ti aspettavo da un po', o forse aspettavo me.

Hai smesso di fumare e si sente: la voce ha cambiato spettro, e' meno cupa, piu' carezzevole, piu' rotonda. Mi piace. Anche io ho smesso di fumare: negli ultimi anni ogni tanto ci ero ricascata - sempre a proposito di cio' che mi prosciugava - ma ora io sono di nuovo io, e proprio non mi va piu'. Ecco, mi piace come la tua voce ritrovata si intreccia con le nuove tonalita' piu' morbide. E mi piace come si intreccia con quella di Dario Brunori e (per mia enorme sorpresa) con quella di Neri Marcore': intendiamoci, era bella "27/12" sull'EP, ma oggi mi sembra ancora piu' bella: va detto che c'e' un intreccio speciale su quel fiume, tra le vostre voci e Ponte Marconi, la sera quando torno a casa (lato A la mattina, lato B la sera, che sembra quasi un disco cronometrato sui miei passi).  Ma tu non lo sai, questa volta davvero non lo puoi sapere anche perche' nessuno lo puo' sapere, quali sentimenti stanno recentemente crescendo infondo al mio cuore nonostante io faccia di tutto - in modo orribilmente maldestro e con scarsissimi risultati - per tenerli a bada.


Caro Signor Benvegnu', la tua musica parla al mio cuore.

In quest'assurda epoca in cui tutto sembra dover correre chissa' dove e fermarsi a respirare sembra un'aberrazione, in cui e fondamentale che tutto sia facile da imparare, che non ci vogliano ne' attenzione ne' sudore, e che sia necessario dominare tutto, in cui lo studente e' il cliente e il cliente e' il padrone, aggrapparsi a cio' che e' "Inutile" sembra essere l'unica speranza. Ed io, per la mia natura di inguarbile romantica, ho bisogno di mantenere viva la speranza che non sia davvero tutto qui. Ed ecco che ad ascoltare un disco come questo mi sento fortunata, perche' capisco che non sono sola.


Percio' caro Signor Benvegnu' e cari Signori Baldini, Berioli, Berioli, Zacchei e Aprile, ci vediamo giovedi' a Roma, ovvero io vi vedro': voi forse avrete il dubbio che quella tizia in prima fila, quella con gli occhi e la bocca spalancati per la meraviglia, e' questa scema che vi da del tu quando scrive su un blog che nessuno leggera'.



Lista delle tracce

Tecnica e simbolica
L'oceano (feat. Brunori Sas)
Pescatori di perle
Marlene Dietrich
Il nostro amore indifferente
27/12 (feat. Neri Marcore')
Our love song
Canzoni brutte
In der nicht sein
Libero
L'origine del mondo
Alla disobbedienza

sabato 10 febbraio 2024

...and back again

Ecco qua. Dopo 5 (cinque!) anni dall'ultimo post, e alla fine la mia Itaca mi ha riavuta indietro.  

In effetti, da quel fatidico post, mi sono presa un ultimo anno piu' epsilon di America prima di tornare per davvero da questo lato dell'Oceano: se a ottobre 2018 ho saputo che avrei potuto tornare, se a gennaio 2019 ho avuto la certezza che sarei tornata, di fatto ho ricominciato una nuova vita nella Capitale nel febbraio del 2020... 

Ecco, rileggete (ma voi chi?) la data... 

...

gia'...

...ottimo auspicio per una nuova vita, non c'e' che dire. 

E questo mio lungo silenzio, da ottobre 2018?

Il fatto e' che in quell'ultimo anno di America avevo poco da scrivere e troppo da pensare: perche' d'accordo, sarei tornata, questo era certo, ma non ero poi cosi' sicura di volerlo, anzi in quel momento credevo di voler restare da quel lato dell'Atlantico che finalmente sembrava avermi accolta. Poi, quando sono tornata, il Covid ha inevitabilmente rallentato il riadattamento alla vita nello Stivale. Ho ascoltato musica, certo, ma ero troppo arrabbiata col destino per goderla. E anche finito il Covid c'e' voluto tempo - parecchio - per riscoprirmi fieramente romana, finalmente risolta.

La parentesi americana, ora lo capisco, era necessaria, ma era appunto una parentesi. Oggi, con questi (quasi) 10 anni in piu' sulle spalle, ringrazio chi ha voluto fortemente il mio ritorno, soprattutto perche' mi ha spinta ad accettare quella che era ed e' la mia vera volonta'.

...

...

...

...e ora si ricomincia.