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domenica 14 aprile 2024

A Place to Bury Strangers @ Monk Club - Roma

 11 Aprile 2024


"Li ho fatti conoscere io a te o tu a me?", questa la domanda che accompagna il mio compagno di avventure e me poco prima dell'inizio dello spettacolo. La verita' e' che nessuno dei due se lo ricorda, sono passati troppi anni per le nostre memorie, e non c'e' nessun motivo specifico per cui potrebbe essere piu' probabile l'una o l'altra. Ha un che di dolcissimo questa cosa.

Ma andiamo con ordine.

Il mio compagno di avventure ha prenotato un tavolo per le otto, arriviamo al locale ed e' semi-deserto: c'e' un solo tavolo occupato, da band, gruppo spalla e tecnici. Il cameriere ci chiede se vogliamo anche guardare la partita (ah, c'e' una partita?) e noi cortesemente diciamo che no, che siamo qui per il concerto. Ci sediamo quindi, ordiniamo e mangiamo in fretta. Per qualche motivo ci siamo convinti che si iniziera' alle nove percio' tentenniamo quando si tratta di decidere se ordinare il dolce: memore dell'esperienza con Benvegnu' lancio uno sguardo alla porta della sala teatro ancora irrevocabilmente chiusa e ordino due cannoli. Il caffe' post prandiale lo berremo al bancone, di fretta, in bicchierini di cartone, per poi uscire e trovare ancora la porta chiusa. A riguardare i biglietti ci accorgiamo con una risata di aver anticipato l'ora di inizio di 45 grassissimi minuti. Bene cosi'.

Quando finalmente la porta si apre ed entriamo, i nostri sguardi si posano immediatamente sul banchetto dove notiamo cd, vinili e pedali (pedali??, pedali!!), ma non ci lasciamo incantare e andiamo ad agguantare un posto gomiti-sulle-transenne proprio al centro del palco. Certo non mi era mai capitato di vedere pedali in vendita a un concerto: il mio compagno di avventure capisce il mio curioso sconcerto e si offre di tenermi il posto mentre vado a dare un'occhiata. I nomi degli effetti sono stranissimi: fuzz war, octave clang, disturbance, apocalypse, robot, rooms, echo dream, evil filter, exploding head... decisamente evocativi, non c'e' che dire. Anche il nome della marca, Death by Audio, ha un fascino non indifferente. Chiedo al ragazzetto dietro al banco come mai ci siano dei pedali in vendita. "They are made by them" risponde lui. Vedi?, non lo sapevo: chissa' che personaggio deve essere Ackermann... Sul banchetto ci sono anche piccole scatolette cilindriche colorate, ne avvicino una e leggo che contengono tappi per le orecchie: mi viene il sospetto che dovrei prenderne un paio, una per il mio compagno di avventure e una per me, ma alla fine decido di no. Scatto una foto ai cd in vendita e una ai pedali, la prima per il mio compagno di avventure che mi aveva chiesto di fargli sapere cosa ci fosse, la seconda per me, e una volta soddisfatta ogni curiosita' torno al mio posto.

Il gruppo spalla non tarda molto a salire sul palco. Sono un terzetto, giovani e potenti, e ci sparano con gusto i loro riff ossessivi e ipnotici. Suonano quattro, forse cinque brani, e purtroppo non sapro' mai come si chiamano: a fine serata, al banchetto, avrei comprato il loro cd se non fosse stato "sold out". "Buy the LP" mi diranno. "I don't have the turntable" rispondero'. "Buy it anyways and tomorrow buy also a turntable" proveranno a dire. Io sorridero', faro' spallucce e comprero' tre cd degli APTBS che non avevo.

Quando il gruppo spalla finisce di suonare tutti, i ragazzetti, i tecnici e gli APTBS, smontano la batteria, spostano amplificatori, aggiustano microfoni, avvicinano chitarra e basso. Mi accorgo che la scaletta consiste di un foglietto di carta sgualcito e riempito di sgorbi scritti a mano, piu' come se fossero appunti scritti di getto che non un utile supporto da consultare durante lo spettacolo. Il mio compagno di avventure, che ha visto la scaletta delle date precedenti, sostiene che se la rispettassero davvero suonerebbero si' e no un'ora, e quindi probabilmente ci infileranno anche qualcos'altro. Il livello di curiosita' aumenta, tutti dietro le quinte. Buio.

Tornano sul palco senza farsi attendere troppo. Ackermann agguanta una Jaguar nera completamente riempita di graffi, e si comincia. E non c'e' un suono che non sia distorto, compresso, elettrificato, scarnificato. Anche i microfoni della batteria passano per qualche pedale, ne sono sicura. E' un muro sonoro pazzesco, una cosa che non avevo mai sentito. "The loudest band in New York City" dicono di loro: non lo sapevo, confesso che questa definizione l'ho letta a posteriori, ma infondo lo si poteva immaginare gia' dai dischi, e ripenso per un attimo a quei tappi che avevo visto al banchetto. Amen.

Al secondo, forse terzo brano, Ackermann solleva la Jaguar come fosse una reliquia, prendendola dal basso, si avvicina al pubblico e cala su di noi il manico. Parecchie mani si allunano per toccarla, o anche solo sfiorarla: io, con la destra, tocco le corde e senza pensare le suono, contribuendo in prima persona, sia pure per un istante, al feedback avvolgente della serata. Sono sicura di non essere stata la sola a farlo. Poi, quasi a farlo apposta, dopo aver ripreso il suo posto sul palco, questo strano cerimoniere stempiato coi capelli lunghi sradica le corde basse della povera Jaguar e la agguanta per le corde, per il cavo, la fa roteare sopra la testa finche' stacca il cavo e la lascia cadere sul palco, stremata, afferrandone un'altra, bianca questa volta, anche lei riempita di graffi. Il cadavere della Jaguar nera restera' sul palco fino a fine concerto, abbandonata li', a volte anche calpestata (!!!) con noncuranza: ogni volta che i piedi di Ackermann la toccheranno sentiro' lo stomaco che si contrae e vorro' dirgli di lasciarla stare, che la poverina ha gia' sofferto abbastanza e non e' giusto infierire, che vista da qui sembrava tanto bella... Ma il muro sonoro e' implacabile: death by audio, come si diceva sopra. Le voci sono praticamente lasciate all'immaginazione, il feedback di basso e chitarra quasi sovrasta persino la batteria e le luci psichedeliche contribuiscono a creare un effetto di stordimento quasi totale: i brani sono tutti assolutamente irriconoscibili.

Sul finale di un brano (credo sia il finale di un brano, ma vai a capire) Ackermann scende tra la folla, seguito presto dalla Fedowitz che si porta appresso il tamburo e le bacchette: suo marito resta sul palco ancora un minuto o giu' di li', a giocare coi fischi del basso, poi li segue. Vanno a mettersi in mezzo alla folla, a forse cinque-sei file di persone dalla nostra posizione, Ackermann si e' portato un carrello con sopra una quantita' di strumentazione elettronica che non riesco a vedere chiaramente ma fa un po' paura. E attaccano a suonare. In uno spazio strettissimo che quasi non consente il respiro. Oddio suonare... ma si', suonare. La gente intorno a loro si scatena in una danza tribale caotica e devastante. Il mio istinto vorrebbe farmi andare li', in mezzo a loro, a vedere, a partecipare, a lasciarmi annichilire. Il mio istinto. Ma il mio cervello mi dice che ho quarant'anni e due ginocchia rovinate, che e' tutta la sera che sono aggrappata alle transenne per non caricare le gambe di troppo peso, che uno spintone preso in un momento di disattenzione potrebbe spaccarmi almeno un menisco se non entrambi, percio' mi aggrappo alle transenne con tutta la forza che ho nelle braccia, contraggo i muscoli delle cosce tenendomi in posizione di semi-squat e stringo i denti, perche' lo so che adesso qualche spintone arrivera'. La serata inizia a farsi piu' faticosa del previsto.

Dopo un po' i tre tornano sul palco per il gran finale. Ackermann ha lasciato a terra anche la Jaguar bianca, seconda vittima sacrificale della serata, e ne agguanta un'altra, anzi mezza: le rimane il manico e la parte superiore del corpo, mentre la meta' inferiore deve essersi spaccata chissa' quanti concerti fa. Mi domando dove sia collegato il cavo visto che l'ingresso in una Jaguar e' proprio nella meta' che non c'e' piu'... sembra sia attaccato direttamente ai pick-up... ossignore... A un certo punto la appende alla transenna delle luci, lasciandola li' come un impiccato, mentre agguanta prima la macchina dei fumogeni puntandola come un mitragliatore a turno sul palco, sui musicisti e su di noi, poi la abbandona a terra, afferra una luce e la fa roteare. Le luci nella nebbia aumentano il senso di stordimento creato dai feedback e inizio ad essere stanca, i timpani cominciano a pulsare e mi maledico per non aver comprato quei famosi tappi. Ripenso a quella volta a Toronto, quando gia' dai primi minuti avevo capito quale fosse l'andamento della serata e avevo passato due ore con le mani a coprirmi le orecchie: questa sera lo ho capito troppo tardi. Mi maledico e comincio a pensare che vorrei finisse, che non riuscirei a resistere ancora troppo a lungo. Ma loro ne hanno ancora. Ackermann recupera la mezza Jaguar e la Fedowitz prende il rullante e si sposta proprio davanti a noi e tenere il suo ritmo ossessivo: osservo i tappi nelle sue orecchie e la invidio. Lei ride, sembra piena di energia, mentre io sono stanchissima: felice, intendiamoci, ma stanchissima. Ancora uno, forse due o tre brani, poi chiudono, coi fischi che sovrastano l'applauso del pubblico.

Per i primi cinque minuti da quando si riaccendono le luci non riesco a sentire praticamente niente, poi piano piano qualcosa, ma completamente ovattato e sovrastato da un acufene mai provato prima. Un tizio e' riuscito a recuperare il famoso foglietto sgualcito della scaletta e il mio compagno di avventure lo fotografa: riguardandolo alcune cose si capiscono, altre si intuiscono, altre potrebbero essere scritte da un dottore. In ogni caso sembra una scaletta molto breve, eppure sono andati avanti un'ora e mezza abbondante... molta improvvisazione a quanto pare: del resto i brani erano davvero irriconoscibili.

 Va detto che, sia pure estremamente faticoso, e' stato davvero emozionante.


Nel cuore della notte mi svegliero' con le orecchie ancora ovattate, doloranti, che continuano a fischiare, e il terrore nero di essermele finalmente giocate una volta per tutte: restero' sveglia tre ore col cuore che palpita e la paura che paralizza. Il giorno dopo sara' ancora cosi', ma a meta' pomeriggio il dolore si attenuera' e usciro' dalla bolla ovattata in cui galleggiavo. A distanza di due giorni il fischio e' ancora li', anche se decisamente piu' basso. Nel frattempo ho comprato dei tappi.

...Porcamiseria!

lunedì 18 marzo 2024

Marlene Kuntz @ Orion - Ciampino

15 Marzo 2024


Nonostante le buone intenzioni mi rendo ahime' conto che e' pressocche' impossibile che io riesca a scrivere di tutti i concerti a cui vado: solo nei dieci giorni tra Benvegnu' e questo ci sono stati i Veeble (ordinata follia), Any Other (musica dell'anima), i C'mon Tigre (un viaggio psichedelico) e Umberto Maria Giardini (un colpo al cuore). Tutti e tre memorabili, ciascuno per un motivo diverso. Tutti e tre meritevoli di un bel racconto da parte mia, ma il tempo di scrivere diminuisce all'aumentare del tempo trascorso sotto un palco, a maggior ragione se si tiene conto che faccio ben altro mestiere. 

Stasera pero' e' tempo di tornare a quell'amore ancestrale che tante volte, da quell'ormai mitico nove-nove-novantanove, mi ha vista sotto il palco, coi gomiti sulle transenne.


Raggiungere l'Orion e' un po' piu' rognoso del previsto, piu' che altro per quanto riguarda il parcheggio, finche' chiediamo mesti un suggerimento al "buttafuori" del locale che ci rivela l'esistenza di un'altra entrata e, proprio li' davanti, ampio parcheggio gratuito. Parcheggiamo dunque, rimediamo qualche trancio di pizza al taglio da mangiare in piedi, in fretta e furia, ed entriamo.

Dopo una rapidissima scansione del palco e della gente gia' ammassata, riconosciuto il lato-Tesio lo raggiungo con decisione, seguita dal mio (stavolta un po' recalcitrante) compagno di avventure, che forse preferirebbe stare piu' tranquillo in previsione del feedback che verra': ahime' questa sera piu' di ogni altra sera non e' un'opzione accettabile percio' insisto e riusciamo a intrufolarci in modo da avere almeno i cappotti poggiati sulle transenne e una mano a testa a mantenere la posizione. Siamo quasi in braccio alla pedaliera di Tesio e dovrei fare uno sforzo sovrumano per non leggere la scaletta, ma inevitabilmente l'occhio ci cade e il cuore e' gia' partito ancor prima di cominciare. Mi giro a guardare la folla e scambio uno sguardo con una faccia nota che mi riconosce per nome. Io, che evidentemente non sono una fisionomista, gli chiedo senza pudore chi sia: e' Luca Grumvalski, conosciuto mesi fa perche' apriva il concerto a Monsieur Cambuzat in una fredda e piovosissima serata dello scorso autunno, quando, a fine esibizione, il mio compagno di avventure ed io abbiamo acquistato una copia a testa del suo (pregevole) cd "...bliss illusion". Scambia un abbraccio quasi fraterno con me e un cinque col il mio compagno di avventure, perche' quando si e' fratelli per quelle due ore sotto il palco si e' fratelli per sempre, anche se non ci si conosce.


Sale sul palco il ragazzo-spalla, riccioletto e paccioccone, voce soave, chitarrina di accompagno: non ricordo il nome, ma il cognome e' proprio "Ragazzo", e penso che e' una cosa bellissima. Ci regala forse quattro/cinque brani e poi esce tremante e felice. Mi ha fatto tenerezza ma ecco, il cd, anche ci fosse, non credo lo comprerei: forse e' ancora troppo acerbo ma in futuro chissa'. Ancora pochi minuti per un ultima sistemata al palco.

Buio.

Salgono sul palco ed e' gia' tripudio. Tesio agguanta la diavoletto rosso-rubino (std) e parte "Trasudamerica", accompagnata da un boato feroce. Segue "Canzone di domani" a cui donano una coda-noise pazzesca come quelle dei vecchi tempi. Poi "Gioia che mi do", e finalmente tiro fuori carta e penna: e' passato il tempo della telecamera puntata sulle mani del mio beniamino, ma prendo appunti freneticamente sperando che, una volta a casa, aiutata dall'orecchio, quelle poche parole basteranno. Se siete (ma voi chi?)  interessati... si', e' bastato: da oggi posso suonare anche questa. Senza soluzione di continuita' e' il turno di "Fuoco su di te". Confesso che dalla nostra posizione l'insieme si sente poco; siamo inondati dal feedback dell'ampli di Tesio che forse e' un po' estremo, tanto che anche lui sembra fare fatica a sentire il resto e ogni tanto si confonde. Applausi scroscianti e il primo ringraziamento al pubblico per dare il tempo di effettuare il primo cambio di chitarra della serata, Tesio imbraccia la diavoletto nera (dadgad) ed e' "Aurora" col suo splendido riff sghembo, che forse adesso quella telecamera la vorrei con me, perche' col telefonino neanche ci provo... E poi "L'agguato" (ah era la nera quindi?, buono a sapersi!) e il pubblico salta, urla, si esalta. Arriva quindi "Il lamento dello sbronzo", e di nuovo, carta e penna alla mano, prendo appunti frenetici, anche se ho la sensazione che ci siano problemi qua e la', Tesio sbaglia qualcosa (scambio uno sguardo di intesa e un sorriso con Grumvalski, che evidentemente - da chitarrista - e' l'altra persona in sala ad essersene accorto), ma quello che dovevo capire l'ho capito, quindi bene cosi'. Altro cambio di chitarra, torna la diavoletto rosso-rubino, e parte "Mala mela": anche qui prendo appunti e anche qui, a posteriori, saranno sufficienti per farmi capire almeno la strofa. Altra pausa per ringraziamenti. Godano ci tiene a farci sapere che questa sera sentiremo quasi tutto Catartica e anche qualche brano "pre-duemila, per cosi' dire". Io che purtroppo ho la scaletta letteralmente a portata di mano so che sta barando ma non importa: le uniche due eccezioni saranno sensatissime e va bene cosi'. Accompagnata da un lunghissimo fischio parte "1°2°3°" col suo giro pazzesco: sorrido immaginando la prima volta che Godano ha sentito Tesio e Bergia andare avanti all'infinito su quel giro, e nel mentre realizzo che sin qui Arneodo deve aver suonato almeno cinque strumenti diversi, tra tastiere e percussioni di vario genere. Un tizio in prima fila verso centro del palco e' rimasto a torso nudo e si sbraccia come un forsennato, come li vedevo fare vent'anni fa nei centri sociali: confesso che un po' mi fa tenerezza, e una parte di me pensa che al concerto di quest'estate, concerto delicato per il tour di "Karma Clima", e' possibile non sia neanche venuto. E a questo pensiero, piu' che tenerezza, provo anche un po' di tristezza, perche' "Karma Clima" e' proprio bello! Bah. Altro cambio di chitarra, e nel mentre financo Tesio decide di togliere la giacca e rimanere in maniche di camicia, rigorosamente nera. Imbraccia la lespaul studio (cgcggc), la mia preferita di sempre. Intanto Carnevale ha cominciato a battere colpi su un piatto (un-du-tre-quat - un-du-tre-quat - un-du-tre-quat - un-du-tre-quat) che se anche non avessi la scaletta davanti agli occhi saprei esattamente cosa sta per succedere. Mi giro verso il mio compagno di avventure cercando di suggerirgli di guardare, indicandogli le mani di Tesio e lasciarsene inebriare, e succede "Infinita'". E poi, con questa accoppiata di chitarre (ovviamente non lo ho scritto ma Godano aveva in braccio la thunderbird) non puo' che arrivare lei, "Ineluttabile" la primissima canzone che io abbia sentito suonare a Marlene dal vivo, in quel lontanissimo nove-nove-novantanove al Villaggio Globale, che quel giorno veniva suonata a Roma per la prima volta, che da allora mi e' entrata dentro e non e' uscita piu', e che nonostante il tiro e la pesantezza generale, e' quella in cui la destra di Tesio mi ammalia maggiormente con la sua elegante morbidezza. Altro cambio, di nuovo compare la diavoletto rosso-rubino, e Godano annuncia "questa' e' "Lieve"". Un esplosione in sala. Mi giro e mi accorgo che il tizio a torso nudo non c'e' piu', che forse e' stato allontanato al quarto tentativo di scavalcare le transenne. Pace all'anima dei punkettoni invecchiati. Pero' "Lieve" suonata con la diavoletto e' strana, diversa: forse lo penso solo io. E poi "Festa mesta", e gia' al primo accordo c'e' piu' rumore sotto al palco che sopra: il pubblico e' in delirio e salta, salta, salta, cinquantenni che pogano dio mio!, mi stringo alle transenne sperando di non venire spintonata perche' non so se il mio ginocchio malandato reggerebbe l'impatto. Finito il brano Tesio imbraccia la diavoletto nera mentre Godano afferra una bacchetta di batteria e la infila con vigore tra le corde della strato bianca e nera. Chiunque in sala sa esattamente cosa sta per arrivarci in faccia, eppure e' solo al primo "re" di Tesio che parte l'urlo di entusiasmo. Tesio quasi balla, e mi dispiaccio nel realizzare che la sua parte, al momento dell'assolo di Godano, un tempo veniva suonata diversamente, che questa sera mancano alcuni dettagli sulle corde acute che mi avevano fatto lucidare gli occhi la prima volta che li ho capiti. Peccato. Il pubblico non sembra accorgersene e a fine brano esplode con un applauso che sembra interminabile. Nel mentre Tesio riprende in braccio la diavoletto rosso-rubino ed e' il momento di "Nuotando nell'aria", col pubblico che canta e si stringe in un abbraccio sognante: anche qui pero' resto leggerissimamente delusa dall'assenza della pennata sghemba verso l'alto nel pre-finale in cui tutto dovrebbe tacere tranne appunto Tesio e qualche feedback di Godano. Magari non e' serata, magari e' ancora rigido, magari non sente benissimo dalle spie. Ri-peccato.

Pausa, ma brevissima.

Tornano, Tesio imbraccia ancora una volta la diavoletto rosso-rubino e Godano prende la parola per dirci che qui infrangeranno la loro regola di suonare solo brani pre-duemila per dedicarne uno a Luca Bergia, uno dal suo (splendido) disco solista, uno che e' stato scritto quando Bergia era ancora in vita ma gia' dava cenni di quel cedimento che lo ha strappato ai suoi cari e a noi che lo ammiravamo. Il pubblico, se all'inizio rumoreggia scontento che si esca dall'epopea noise, al sentire il nome di Bergia si commuove e fa commuovere Marlene chiamandolo a gran voce (e' umidita' quella che vedo negli occhi di Tesio?, o sono io ad averli appannati?). Suonano dunque "Ti voglio dire". Dal ventritre' marzo dello scorso anno il mio modo di ascoltare questo brano e' cambiato, e se prima suonava come un brano dolcissimo da dedicare a un amico in difficolta', oggi e' un brano di una malinconia straziante, perche' lo ascolti e pensi che la mano di un amico non e' mai sufficiente per battere i mostri, e ti senti inerme. Scaccio via questi pensieri aiutata dal fatto che a fine brano Tesio ha di nuovo imbracciato la lespaul studio e parte "Come stavamo ieri", che e' un modo molto delicato di riportarci qui, all'Orion, a questa sera di festa. E poi, immancabile, dopo aver cambiato la lespaul studio con la diavoletto nera, parte l'arpeggino in re che e' il preludio di un boato, quello di "Ape regina": il pezzo delle api, ancora una volta, come ogni volta, mi esplode in faccia. La chiusa, dopo un ennesimo cambio verso la diavoletto rosso-rubino, e' lasciata a "MK-OK", ed e' tutta la sala a gridare che "Ma-marlene e' la migliore!", e tutti dimentichiamo per un attimo che Marlene nell'intellighezia ci e' entrata di diritto ormai tanti anni fa. Presentazione della band, saluti, ringraziamenti. Escono.

Ri-pausa, ancora piu' breve.

Tornano per un ultimo brano, un ultimo regalo, l'altra eccezione della serata, "una canzone che ci piace di lasciarvi come una specie di bella suggestione da portarvi a casa" Ed e' "Bellezza", col suo arpeggio meraviglioso sulla diavoletto rosso-rubino. Sono solo io a pensare che con la tele-oro veniva meglio?, forse si, forse non se la ricorda nessuno, ma va bene cosi'.

Ultimi saluti, questa volta davvero.

Allungo una mano sulla scaletta come fa la mia gatta quando vuole qualcosa e chiedo al tecnico se posso staccarla e portarmela a casa. "Te la sei meritata" mi risponde lui con un sorriso: io gongolo. 

Salutiamo Grumvalski alla prossima volta ("ho male alla schiena", "io alle ginocchia".... ah, avere di nuovo vent'anni!) e ci fiondiamo a prendere una birra veloce prima di rimetterci in macchina stremati: lui forse un po' stordito, io forse pure, che ormai di anni ne ho quaranta e forse (forse) va bene cosi'.

venerdì 23 febbraio 2024

Paolo Bevengnu' @ Monk Club - Roma

 22 Febbraio 2024


Ci sono storie belle da raccontare, ci sono quelle che fanno ridere, quelle che ti prendono e ti scuotono, quelle che, infondo, sono solo storie normali ma ti lasciano dentro un sorriso di benessere.

Questa volta siamo in due, ultimamente siamo sempre noi due: quello che era il "team" dello scorso anno si e' sgretolato ma noi, imperterriti, ancora resistiamo.

Arriviamo al Monk in largo anticipo, abbiamo prenotato un tavolo per mangiare presto al ristorante del club: il nostro piano e' di nutrirci in fretta per poi volare nella sala-teatro e prendere posto in prima fila, gomiti sulle transenne. Arriviamo dunque, e il nostro tavolo e' proprio accanto a quello della banda. Io, che nella vita vera cerco di nascondere la mia timidezza cronica con una spavalderia ridicola, ho il cuore che inizia a pompare come quello di un'adolescente scema (quarant'anni buttati!). E sento l'emozione nella mia voce quando mi accorgo che Benvegnu' mi sta facendo un cenno di saluto: ricambio timidamente con una mano, anche se a dirla tutta non sono sicurissima stia salutando me, perche' sarebbe assurdo si ricordasse, a distanza di tanti anni, il viso di qualcuno che a malapena e' stato in grado di balbettare qualche frase sconnessa in sua presenza. Poi, come quella volta a Prato e' il primo ad alzarsi da tavola. Dopo un po' anche Roccia mi vede e mi fa un cenno, ma questa volta lo so che e' per me, perche' con lui ho interagito in piu' di un'occasione, e ricambio con un sorriso piu' ampio e meno imbarazzato: a fine pasto si avvicinera' al nostro tavolo - noi stiamo ancora finendo - per un saluto piu' caloroso e per dirmi che in effetti ha letto quello che ho scritto. E niente, come sempre la cosa mi scuote e mi lusinga. Poco dopo arriva il caffe', lo beviamo in fretta e ci alziamo - lasciando una bottiglia di vino da finire, cosa decisamente non da noi - per andare ad accaparrarci il posto in prima fila. Entrando nella sala-teatro il mio compagno di avventure mi prende vigorosamente in giro, perche' in prima fila a questo punto ci saranno si' e no cinque persone, e a dirla tutta avremmo avuto il tempo per finire il vino con calma. Ma mi vuole bene, mi sopporta, e penso che alla fine gli faccia piacere farmi contenta.


Siamo in prima fila dunque, gomiti sulle transenne, piu' o meno a meta' strada tra il basso di Roccia e la chitarra di Benvegnu' che riposano sul palco, mentre la sala si riempie lentamente. Il mio sguardo cade sulla scaletta ai piedi del basso e la indico al mio compagno di avventure, dicendo che a fine concerto bisognera' cercare di prenderla: lui non batte ciglio, attraversa le transenne, sale sul palco e scatta una foto. Gli intimo di non azzardarsi a darmi anticipazioni ma lo vedo che freme per poter discutere con me quello che ha visto, cosi' gli lascio dire - con gli occhi che brillano - che i primi brani saranno quelli del nuovo lavoro, in fila. E aggiunge, ricollegandosi a un dialogo che avevamo avuto in macchina, di non volermi dire quale sara' l'ultimo brano.

Finche' ecco, si abbassano impercettibilmente le luci, il volume della musica si alza e riconosco le note del finale strumentale di "Alla disobbedienza". Faccio cenno al mio amico che si sta per cominciare.


Salgono sul palco e il mio cuore e' gia' partito. Iniziano con "Tecnica e simbolica", e sorrido quando Roccia sottolinea con forza che la primavera tarda ad arrivare. Segue "L'oceano", che senza Brunori perde qualcosa ma guadagna qualcos'altro. Mi accorgo che, uno per uno, riesco a seguire tutti gli strumenti, piccole gemme musicali che compaiono una alla volta per farsi notare. E' il turno di "Marlene Dietrich" e penso sia un peccato abbiano saltato "Pescatori di perle", di cui sto provando a capire la delicata intro al pianoforte, ma vabbeh: del resto anche quella volta incredibile a Grottammare mica avevano veramente suonato tutto l'album. E va detto che "Marlene Dietrich" dal vivo ha un impatto bestiale sulle mie orecchie. Segue, come da copione, "Il nostro amore indifferente", che poi e' la canzone con cui di recente arrivo in dipartimento, quella che colleghi e studenti, ridendo sotto i baffi, mi hanno visto ballare mentre cammino e attraverso la sbarra del parcheggio: ridano pure!, non sanno che meraviglia ci sta dentro a quel cuffione. Finche' arriva "27/12". Doveva arrivare e arriva. Ed e' bellissimo essere li' con il mio compagno di avventure, entrambi coi gomiti sulle transenne, pensando a tutto senza pensare a niente, con un sorriso enorme e gli occhi e le orecchie pieni di meraviglia e dolcezza. Segue "Our love song" e si balla. In realta' ho il ginocchio destro che mi fa malissimo: la scorsa estate mi sono presa un'orribile storta camminando per strada, credo che l'album su cui ballavo fosse Karma Clima, che avrei visto dal vivo - zoppicante - di li' a breve. Insomma, quel giorno ho quasi rotto il menisco e dato una scrollata importante al crociato anteriore gia' abbondantemente provato. Dunque ho passato l'estate con le stampelle e, a seguito una riabilitazione un po' troppo frettolosa, in cui "forse" ho "leggermente" forzato la mano, ora, di tanto in tanto, specie quando cambia il tempo, anche solo camminare in realta' non e' il massimo. Ma stasera si balla, anche a costo di farlo mantenendo tutto il peso sulla gamba sinistra, tenendo il collo del piede destro appoggiato leggermente sul retro della caviglia sinistra, tanto ci sono le transenne a darmi una mano per non cadere. E se mai dovessi rompere il maledetto crociato una volta per tutte... pace. Si balla dunque, e ne vale la pena. Poi, con mia grande e piacevolissima sorpresa, parte "Pescatori di perle" e i miei occhi si piantano sulle mani di Aprile: non vedo benissimo ma credo di aver capito qualcosa, poi al resto pensera' il mio orecchio nei prossimi giorni. Segue "Canzoni brutte" e il mio compagno di avventure ed io ci scambiamo un sorriso e uno sguardo d'intesa: solo pochi giorni fa ci dicevamo quanto questo brano piacesse a entrambi nella sua ironia feroce. In particolare il ponte di quel brano, con Benvegnu' che distorce la voce come un trapper qualsiasi, ci fa sganasciare dalle risate. "In der nicht sein" e' un altro tipo di impatto sonoro, con quel muro impressionante e quei passaggi semplicemente bellissimi. Poi parte "All'origine del mondo" ma stavolta non mi fregano: sono sicura che "Libero" sara' suonata, ne sono sicura e basta. C'e' da qualche giorno un dibattito in corso, col mio compagno di avventure, su "All'origine del mondo", perche' lui ci sente un brano della colonna sonora di "The fountain" (che entrambi riteniamo sia un film molto ma molto sottovalutato) e si e' addirittura convinto che Benvegnu' qui si sia ispirato a Mansell al punto che anche il titolo del brano potrebbe essere stato scelto di conseguenza. Viceversa io penso che poche note non siano sufficienti per una deduzione cosi' drastica, ma va anche detto che mi diverto da impazzire a dargli torto: fa parte della nostra dinamica d'interazione da talmente tanti anni che a volte mi rendo conto di stuzzicarlo solo per il gusto di farlo. Quelle poche note questa sera ce le regala Zacchei e al ritorno, in macchina, scopriro' che il mio compagno di avventure non riusciva a distinguerle dal resto - al punto da aver dubitato della sua stessa teoria. Poi, con dolcezza, segue "Libero", con quel basso da far girare la testa. Che poi stasera Roccia, che appunto ha letto quello che ho scritto, si permette anche di regalarmi qualche piccola improvvisazione da brivido. La voce di Benvegnu' sorride, io sorrido. Chiudono la prima parte del concerto con l'immancabile "Alla disobbedienza", il brano meno immediato di tutto l'album, e inevitabilmente i miei occhi si piantano sulle mani di Berioli (G.), dalla parte opposta del palco, a seguire quella chitarrina sghemba che mette i brividi. Prima della parte strumentale strumentale del brano, ci salutano, escono, e noi restiamo li' coccolati di nuovo da quella musica ipnotica che ci aveva accolti all'inizio del concerto.


La pausa e' brevissima e rientrano, nel buio piu' completo, prima della fine di "Alla disobbedienza", e quando l'ultima nota evapora e le luci si riaccendono parte un caloroso applauso. Sin qui non e' stata detta una sola parola per non interrompere la magia, ma adesso il nostro si fa piu' loquace, di quella sua loquacita' finto-spavalda che mi ricorda tanto la mia.

Il primo brano che ci regalano e' "La schiena" e penso che certo la Vita e' strana. Quella dottorandina che tanti anni fa ascoltava questa canzone aspettando l'autobus all'incrocio tra viale Marconi e via Pincherle, la sera tornando a casa, con un cuffione ad avvolgerle le orecchie e isolarla dal mondo, oggi torna a casa a piedi, dallo stesso posto e con un simile cuffione: torna a una casa molto diversa da quella di allora, ma appunto ci torna dallo stesso posto, che poi infondo e' la sua vera Casa. Perche' e' quella la Casa a cui sono tornata quando ho preso l'aereo che mi ha riportata a Roma. E a dirla tutta quella Casa era l'unica cosa che in quel momento potesse riportarmi da questo lato dell'Atlantico. E il fatto che stasera, in piedi accanto a me, coi gomiti sulle transenne a condividere questo momento, ci sia proprio la persona che mi ha convinta a tornare, mi riempie il cuore di una dolcezza indescrivibile. A seguire "Andromeda Maria", dolcissima, inizia con Benvegnu' solo con la sua chitarra e gli altri che arrivano dopo il primo ritornello, il tutto con una delicatezza da brivido. Poi un brano "tristissimo ma che sorprendentemente e' in mi bemolle" e gia' dalla descrizione non puo' che essere "Avanzate ascoltate", con tutta la sua dolcezza e il suo calore: e se un tempo questo brano faceva volare i miei pensieri in mille direzioni, stasera mi àncora qui, a questa transenna, presente a me stessa come non mai. E poi ancora "Il mare verticale", con quegli accordi di apertura che di fatto sono il mare verticale, e quel ritmo sincopato che dona il senso alla canzone. Qui confesso di sentire l'assenza di Druga: egregiamente sostituito da Berioli (D.), intendiamoci, ma una parte di me, nel buio del cuore, si augura che prima o poi Drughino torni dietro quella batteria. Poi "Io e il mio amore" che e' di una potenza inaudita e la sua carica esplosiva toglie il respiro e lascia spossati e contenti. E da ultimo, come sempre, "Cerchi nell'acqua", la canzone dei saluti. Scambio uno sguardo col mio compagno di avventure e il mio sorriso e' a meta' tra il soddisfatto ("che ti dicevo? questa e' la canzone di "ciao"!") e il malinconico ("accidenti, il concerto e' gia' finito!"). Tre inchini, tre saluti. Ma noi continuiamo ad applaudire con forza. Cosi' suonano anche "E' solo un sogno", che in effetti e' un'altra ottima canzone di "ciao": un dolce rimandarsi nel mondo dopo questa serata carica di emozioni.

Una ragazza e' piu' veloce di me nel chiedere a Roccia la scaletta ai suoi piedi, un altro, velocissimo, arraffa quella ai piedi di Berioli (G.). Il mio compagno di avventure mi incita a salire sul palco puntando a quella accanto alla batteria ma io tentenno: la verita' e' che non ho il coraggio di salire cosi' impunemente. Per fortuna un tecnico mi vede li' a tentennare, mi fa cenno che non si puo' salire, io indico la scaletta e lui con un sorriso me la porta, risparmiandomi l'imbarazzo.

Resterei ancora, vorrei dare un ultimo saluto a Roccia e vorrei far vedere il mio bracciale di cuoio (con su inciso "La mia verita' e' nell'ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi ma sono troppo suggestionabile") a Benvegnu', magari senza dire niente che tanto le parole non mi verrebbero. Vorrei trovare il coraggio di fare tutto questo, ma leggo la stanchezza nello sguardo del mio compagno di avventure e non provo neanche a proporgli di restare ancora qualche minuto.


Torniamo a casa con le orecchie che fischiano e i cuori che battono.

Questa sera penso di essere davvero tornata.

lunedì 26 giugno 2017

Paolo Bevengnu' @ Biblioteca Lazzerini - Prato

20 giugno 2017

Zurigo, Barcellona, Sardegna, un rapido passaggio per Roma tra un volo e l'altro: una tournee Europea piuttosto faticosa. Il passaggio per Roma tra Barcellona e la Sardegna e' stato il piu' lungo, ben cinque giorni, un'immensita'.
E poi.
E poi sono venuta a sapere che Benvegnu', dopo l'interruzione forzata avvenuta a fine aprile, riprendera' la sua tournee in giro per lo Stivale proprio durante quei cinque giorni. E non importa dove si tenga questo concerto, non importa neanche che io debba fare un seminario a Torvergata il pomeriggio dello stesso giorno: l'idea di prendere un treno per andarlo a sentire si era affacciato subito alla mente, e la brevissima conversazione di domenica sera mi ha convinta definitivamente.

Un concerto di Benvegnu' e' per me un viaggio nell'anima che va ben oltre la musica. C'e' una sola persona al mondo con cui vorrei tentare di condividere quest'esperienza, ma un volo al mattino dopo rende impossibile la sua presenza: pazienza, sara' per la prossima volta.
Cosi', anche oggi, parto sola.

Un breve scambio di messaggi con l'ottimo Andrea (che si', a questo punto considero un amico) e rimedio un ostello e un invito a cena con il gruppo.
E' quindi con emozione infinita che salgo sul frecciargento in direzione Firenze; l'orrido treno arrivera' in ritardo anche questa volta (che sia una maledizione?) ma da Firenze a Prato i regionali sono frequentissimi e quantomeno non devo prendere un taxi: mi basta aspettare un po', giusto dispiaciuta per il ritardo di venti minuti sulla mia personale tabella di marcia e, soprattutto, sperando di non crear problemi.

Arrivo all'osteria e Andrea e' fuori che mi aspetta, gli altri sono dentro insieme ad un paio di loro amici: uno poi scopriro' essere il fotografo della serata, l'altro e' M., un carissimo amico di Andrea. Tutti mi salutano con caloroso affetto, con baci e abbracci come si fa con gli amici.
Mi sento un po' un'adolescente imbecille ad emozionarmi cosi', ma cerco di non darlo a vedere.
Hanno finito di mangiare e mi sento fortemente in imbarazzo, ma si impegnano molto per farmi sentire a mio agio, Andrea ordina altri tortelli (spettacolari!) e mi fanno un po' compagnia; poi, uno alla volta, la banda si alza per andare a preparare gli ultimi dettagli per la serata, io finisco il pasto e M. mi accompagna all'ostello per fare il check-in e lasciare lo zaino.
Pochi minuti e sono di nuovo in strada, aiutata da Mr. Google (il savio gentil che tutto seppe) a trovare la strada verso la biblioteca.

Lo spazio designato per il concerto e' all'aperto, il palco e' allestito, ci sono sedie ordinate all'uopo, tutte occupate; prendo posto in piedi su un lato. Sulla parete diametralmente opposta rispetto alla mia posizione troneggia un enorme striscione rosso con la scritta "Tu sei un filo passato attraverso la cruna di un ago. Tu sei una trama di momenti accumulati che si ammassa in giorni, notti e anni. Tu sei un rotolo di tela teso dalla nascita alla morte. Tu sei fasciato come un neonato, vestito come una stella e avvolto come un cadavere". Gente interessante da queste parti.
Il tutto mi fa pensare a una situazione casereccia, al limite del familiare: ci sara' di che godere.

Entrano in scena, lui/loro/lui.
Salgono su palco e senza dire una parola parte il fischio iniziale di "Victor Neuer" (piu' nuovo del signor Uomonuovo) e l'incipit e' cantato senza arpeggio, che entrera' solo sulla seconda meta' della prima strofa; e' una dichiarazione di intenti: il moderno Ulisse sta per mettersi(ci) in viaggio, e la sua voce ci prende per mano con garbo, quasi chiedendoci di affidarci a lui. L'arpeggio di Andrea e' bellissimo ma ahime' sono troppo lontana per riuscire a studiarlo con l'attenzione che vorrei.
Poi "Nello spazio profondo" col suo ritmo incalzante, e nonostante il caldo mi trovo per un attimo immersa nella neve di Hamilton, all'incrocio tra Queen e King, nel silenzio, e inizia ad affiorare una sensazione che focalizzero' piano piano durante la serata: il fatto e' che quest'anno il cambiamento in me e' stato reale, ho solo un ricordo nebbioso di cio' che e' stato, e mi appare come una pausa dalla vita, una storia vissuta da un'altra persona, e questo pensiero mi tira fuori un sorriso nuovo.
Segue "Suggestionabili" in versione superrock, che invece sento ancora mia, perche' ancora mi ostino a cercare di capire questo puzzle che in quasi trentaquattro anni non sono mai riuscita a risolvere. Non arriva potente come fu un anno e mezzo fa, ma certo fa venire la pelle d'oca.
E' la volta di "Goodbye planet Earth", con gli splendidi bassi saltellanti di Luca e quella pronuncia forse volutamente sbagliata da far sembrare si tratti di un addio al cuore. E sono io tre anni fa, quando ho salutato quello che era il mio mondo per sfuggire a me stessa; la sensazione pero' non e' di malinconia ma piuttosto di dolcezza nei confronti della me del passato, la me contro cui ho lottato violentemente e che adesso sta forse trovando una pace insperata.
Ci attaccano direttamente "Olovisione in parte terza", con le dita infuocate di Marco che accarezzano la tastiera e le mie orecchie, e capisco che H3+ sara' suonato in ordine, eventualmente saltando qualche brano come e' accaduto con "Macchine"... speravo si sentirla stasera... ok, next time.
E' la volta di "Una nuova innocenza" e penso che adesso il Nostro una figlia ce l'ha davvero e boh?, forse e' solo suggestione, ma nei suoi occhi mi pare di vedere una luce diversa, un senso di benessere che forse non credeva sarebbe prima o poi arrivato. Il finale che ci regalano e' supersonico e mi stringe le budella.
Alla fine del brano una piccola pausa per ringraziare il pubblico e dire due parole. Questo e' il primo concerto vero e proprio dopo Bologna (i tre pezzi suonati l'altra sera a Roma non valgono) e se ne percepisce l'emozione fortissima, la voce che trema: oltretutto Andrea e' di qui, Benvegnu' ha vissuto qui, gli altri sono comunque di zona, qui si gioca in casa, e giocare in casa e' sempre piu' difficile. Ringrazia dunque, e presenta l'ultimo brano, sostenendo di aver trovato ispirazione in alcuni dei presenti...
...e parte "Se questo sono io", che suona inizialmente da solo, con la fida jazzmaster ad accarezzare la sua voce calda e bellissima, per poi lasciar riempire il tutto dal resto del gruppo.
E no Signor Benvegnu' dai, non prendermi in giro, non stai parlando di me, non fare il furbo, non e' vero, non ci credero' mai! Non e' vero che parli di me, di come tre anni fa ho varcato un oceano sperando di ricominciare, di come ho avuto troppa fretta e mi sono persa sempre, di come ho bruciato due anni di vita, di come ho deliberatamente ignorato i miei fantasmi negli inverni Hamiltoniani convinta che bastasse prendere un aereo per rinascere, di come ho pensato troppo presto di avercela fatta, di come ho giocato alla spavalda e mi sono frantumata le gengive. E non sai che in tutto questo contorcimento la tua voce mi ha camminato a fianco tante di quelle volte che quasi ti considero uno di casa: eri li' nella neve, nell'inverno, alla stazione di Toronto, eri li' quelle rare volte in cui ho potuto mettere i piedi nell'oceano...
Due ragazze accanto a me chiacchierano indifferenti; io, stordita, mi domando cosa ci vengano a fare a un concerto se poi devono parlare tutto il tempo, vorrei trovare il coraggio di zittirle ma non ne sono capace e mi limito a fare un paio di passi indietro per allontanarmi dal loro chiacchiericcio.
Come da disco segue "Quattrocentoquattromila", che dal vivo e' piu' entusiasmante che mai e mi strappa un sorriso d'ammirazione; questi musicisti sono dei giganti!, il finale, prolungato fino allo spasmo, non lascia scampo.
E di nuovo, come da disco, segue "Boxes" con la sua cadenza al limitare del blues, il cuore che batte a tempo con i colpi magistrali e potenti di Ciro, le pareti attorno che vibrano, le stelle lassu' che ci guardano: e' un brano molto intenso e Benvegnu' questa sera lo interpreta quasi da attore.
Poi "Avanzate, ascoltate", e di nuovo quella bella sensazione di prima mi assale. Un anno e mezzo fa mi erano bastate poche note per essere catapultata nel passato. Oggi il pensiero va al mio salotto ad Atlanta, alla mia dolce Ofelia che mi aspetta in finestra, al mio pianoforte, silenzioso da settimane, su cui prima di partire provavo ad imparare a suonare questo brano perche' avevo la sensazione che non fosse poi cosi' difficile, che l'avrei potuto fare; solo in un secondo momento realizzo l'essenza profonda del cambiamento avvenuto, e questa chiarezza addolcisce i miei pensieri che si posano, quasi senza che me ne accorga, su di un cappello da pompiere.
E' il turno di "Slow parsec slow" e della sua pace salvifica, a cornice perfetta del mio flusso di coscienza. Il NuovoMondo, il mio mondo nuovo, la luce del Grande Sud che scalda il cuore... ed e' gioia pura, indescrivibile.
L'ultimo brano prima della pausa e' "Il mare bellissimo", un viaggio senza destinazione in cui perdersi, dietro note, e ritmi, e meraviglia, e pensieri, e sensazioni, e le curvature del ghiaccio (gniiiiiiiick!, genio chiunque di voi abbia pensato di mettere li' quel fischio: ogni volta che arrivo a quel punto penso che si', e' proprio il suono del ghiaccio).

Pausa, brevissima.

Tornano in scena e Benvegnu' presenta, con voce lievemente tremante dall'emozione, il brano con cui apriranno l'encore: e' "The tourist" nella versione da pelle d'oca che ho avuto il piacere di ascoltare solo due giorni fa, e che a differenza della versione registrata in KO Computer comincia, stasera come domenica sera, con il ritornello cantato a cappella da Benvegnu', Andrea e Luca. Bellissimo!
Segue "Andromeda Maria", suonata essenzialmente in solitaria, giusto con un morbido tappeto disegnato appena da Ciro, Luca (ai synth, o cosa?, non vedo...) e Marco. Mi sembra di sentirla oggi per la prima volta, ha un calore incredibile, dolcissimo, da piangere.
Torna in scena anche Andrea, Luca torna al basso e ci regalano una versione molto potente di "Solo io e il mio amore" e il suo schiaffo agli indifferenti, ai codardi, agli ipocriti. Alcuni di quelli accanto a me muovono la testa a ritmo, altri accennano un ballo. Io guardo le stelle e mi lascio emozionare.
Siamo al gran finale, "Cerchi nell'acqua" e il suo invito a continuare ad andare sempre avanti, a camminare, a fermarsi quando serve, per respirare, per pensare, per soffermarsi sulle cose belle, e poi proseguire, ancora e ancora, fino alla fine.
Ma no, non era l'ultima, con l'uscita di H3+ il finale non puo' che essere affidato a "No drinks, no food", alla sua armonia degregoriana, al benessere che emana, alla sua dolcezza che e' pace, pace, pace. Chiudo gli occhi, respiro e mentalmente li ringrazio, uno per uno, per questo bel regalo che mi hanno fatto in occasione del mio n-simo giro di boa europeo.
Tre inchini, saluti, ed escono di scena.

Ma il pubblico ne vuole ancora, li richiama a gran voce, cosi' escono, sorridenti, e ci regalano una dolcissima versione di "Hurt" dei Nine Inch Nails che mette i brividi. Tutto il pubblico si e' alzato e avvicinato al palco e io, per vedere qualcosa, salgo in piedi su una panchina di pietra.
Gran finale, non c'e' che dire.
Di nuovo tre inchini, saluti, buio.
Stavolta e' finito davvero.

Li aspetto per salutarli, ringraziarli, complimentarmi.
Un abbraccio ciascuno, un ringraziamento ciascuno, compro anche una maglietta con il 'tian' di H3+ disegnato sopra.

Andrea mi chiede di aspettarlo. Andremo poi a bere sangria con alcuni suoi amici sulla splendida terrazza di una sua amica, un piccolo angolo di paradiso in centro a Prato.
Chiacchiereremo, stringero' nuove amicizie, addirittura cantero' sottovoce "Il mare verticale" e "Smells like teen spirit" accompagnata da Andrea alla chitarra classica.
Avro' occasione di conoscere persone deliziose che spero di rincontrare prima o poi.
Tornero' all'ostello tardissimo, stanca morta, ma felice come una bambina.

Al mattino dopo ho appuntamento in piazza con Andrea per fare colazione assieme.
Vuole coinvolgermi nel suo nuovo disco, per questo aveva tanta voglia di parlarmene: la cosa mi onora a tal punto che, nonostante io dubiti di poter fare davvero qualcosa di buono, accetto la sfida e decido di tentare.
Ascoltero' i provini sul treno verso casa e... beh, se questi sono solo provini non oso immaginare che meraviglia sara' il prodotto finale... e' deciso: mi lancio, e poi vedremo se ne uscira' qualcosa.

E cosi', ancora una volta, grazie.
Grazie amici, grazie, grazie, grazie.

venerdì 23 giugno 2017

KO Computer @ Ex Dogana - Roma

18 giugno 2017

Feisbuc, mostro a sette teste, orrido prosciugatore di umanita', io ti benedico.
Ti benedico perche' conosci i miei gusti musicali, sai ogni giorno in quale angolo di mondo io mi trovi (o mi trovero') e per conseguenza mi fai sapere chi suonera' (o suonera') in un intorno ragionevolmente piccolo della mia persona.

La compilazione "KO computer", per chi non lo sapesse, e' un omaggio di King Kong radio al disco dei Radiohead che scosse il mondo musicale esattamente vent'anni fa; oggi, in occasione del suo compleanno, undici artisti italiani, ne reinterpretano un brano a testa: parliamo di brani schifosamente belli, reinterpretarli e' una gran sfida, ma l'operazione a me pare abbastanza riuscita, del resto la musica italica gode di ottima salute, checche' se ne dica.
Per chi fosse interessato si puo' ascoltare e/o scaricare il tutto da qui.

Due giorni dopo l'uscita della compilazione, King Kong radio organizza in quel di Roma una serata (gratuita) a tema, da principio sperando di avere tutti i musicisti, in seconda battuta accontentandosi essenzialmente della meta', perche' e' estate, perche' ci sono tour da fare, perche' la gente va in vacanza, anche i musicisti. Ma anche avere mezzo disco e' un bel lusso in casi come questo.

Chiamo un caro amico, uno che so potrebbe apprezzare cose come questa, uno dei due che vennero qui, per capirci: decisione dell'ultimo secondo, si va.

Il posto e' carino, siamo in un cortile, c'e' un bar con tavoli e sedie, un biliardino, dei tavoli da ping pong, il palco e' allestito su una specie di balaustra: tutto l'ambiente e' delizioso.
Col mio amico ci sediamo, ci beviamo un paio di birre piccole, chiacchieriamo raccontandoci le rispettive vite come facciamo ogni volta che passo per la capitale.
Sono belli gli amici cosi': durante la mia vita dall'altro lato dell'Atlantico non ci sentiamo praticamente mai, eppure quando sono dentro il raccordo, che sia passato un giorno, un mese, un anno, riprendiamo sempre dallo stesso punto.
Sono fortunata ad avere amici cosi'.

Quando lo spettacolo sta per cominciare ci dirigiamo verso il palco e rimediamo senza troppo sforzo un dignitosissimo posto in quarta fila.

Spengono le luci, accendono i riflettori, la presentatrice sale sul palco e, dopo averci detto quali sono i grandi assenti della serata, fa partire la registrazione di "Airbag" reinterpretata da Motta e Appino: discreto inizio per scaldare gli animi.

Finito il brano invita Diodato (che nella mia ignoranza non avevo mai sentito nominare) a salire sul palco per la sua versione di "Paranoid Android".
Ora.
"Paranoid Android" e' una delle canzoni piu' belle della storia del rock.
Posso dire 'la piu' bella?', non lo so, forse si'.
"Paranoid Android" e' la canzone che vorrei aver scritto io se fossi musicista.
Ci vuole un coraggio estremo per reinterpretare un brano cosi': toccarlo, scalfirlo... sembra un orrido sacrilegio... e nessuna versione potrebbe rendere giustizia all'originale a meno di esservi essenzialmente fedele. O almeno questo credevo.
Diodato riesce nell'impossibile con discreta eleganza guadagnandosi per sempre la mia ammirazione.
Poi gli viene chiesto di suonare un suo brano: mi appunto mentalmente di comprare un CD prima della partenza per le americhe o di farmene spedire uno da amazon.

I grandi assenti sono parecchi e si passa direttamente a "Karma Police", che nella compilazione e' reinterpretata in versione puramente elettronica dalla bella Marlene ma che oggi, causa vacanza, ci viene proposta in chiave acustica dal solo Godano: peccato per l'assenza del Maestro-Tesio, ma anche Godano da solo con una chitarra acustica, in barba al suo polso destro rigido come marmo, riesce a far venire la pelle d'oca.
Dopo "Karma Police", dovendo scegliere un suo brano da regalarci, ci suona "Nuotando nell'aria" e li' io (che sono io) inevitabilmente mi ritrovo a canticchiare il riff della chitarra mancante, che il mio orecchio ne soffre un poco l'assenza.

Poi tocca a "Fitter happier" in un'incredibile versione di Spartiti col testo tradotto in italiano, che solo Max Collini poteva rendere umana quella voce metallica senza snaturarne l'essenza.
Dal loro repertorio ci regalano "Sendero Luminoso" e vedo il mio amico ridere di gusto: ricordo il mio primo impatto con gli Offlaga Disco Pax (un sospiro a Enrico Fontanelli) e immagino che all'epoca anche io avessi la stessa espressione compiaciuta, che noi vecchi pseudocomunisti disillusi abbiamo quantomeno imparato a riderci su.

Poi Nada. Splendida, sorridente, luminosa. Nada e una "No surprises" dolcissima che poco o nulla ha da invidiare all'originale, e noi li', con la pelle d'oca, immobilizzati.
Quando e' il suo turno di scegliere un brano dei suoi, ci confessa "Questa l'avevo pensata a cappella ed e' cosi' che ve la voglio proporre stasera", e incredibilmente canta "All'aria aperta", lasciandoci tutti a bocca aperta, innamorati di quegli occhi da eterna bambina cresciuta.

Il gran finale e' affidato a Benvegnu', che voi (ma voi chi?) lo sapete, e' ultimamente il mio preferito al mondo.
Suona "The tourist", che se qualcuno doveva suonarla mi riesce difficile pensare ad altri, e l'attacco a tre voci con Luca e Andrea lascia senza fiato.
Quanto al suo repertorio ci propone "No drinks no food" e io, immancabilmente, mi ritrovo con gli occhi lucidi in un perverso gioco di specchi uno dentro l'altro, al ricordo di quando lo ascoltavo e ricordavo quando ero altrove e ricordavo altre memorie, e sorridevo al pensiero di me cosi' arrotolata.
Alla fine del brano la presentatrice di King Kong radio gli chiede si suonare un altro pezzo. "Vecchio o nuovo?" chiede, dal pubblico in molti rispondono "Vecchio!", io provo a dire "Nuovo!" ma sono probabilmente l'unica.
Vedo Franchi rivolgersi a Benvegnu' e chiedere "Paolo, che si fa?"; non vedo la risposta, non so cosa faranno, ma non fa nessuna differenza, mi giro verso l'amico che e' con me e dichiaro "Questa colpisce al cuore"; lui domanda "La conosci?"; rispondo "Si', ma non so quale sara'".
Parte "Cerchi nell'acqua". Certo, un brano da fine concerto, il messaggio positivo con cui si saluta.
Sorrido.

Il mio amico torna a casa, io invece voglio salutare Andrea, che da quella notte e' diventato quasi un amico: e' un onore immenso per me poter dire che anche lui mi considera quasi un'amica.
Lo avevo avvisato che ci sarei stata e lui mi ha portato dei cantuccini da Prato che assaggio (e godo) immediatamente, ma che decido di conservare gelosamente per il rientro nelle Americhe, per condividerli con qualcuno che abbia voglia di meritarseli (se mi leggi: altri sacrifici...).
Chiacchieriamo, mi dice di avere un nuovo album in cantiere ma lo fermo: non voglio sapere niente, non voglio rovinarmi il gusto della sorpresa quando lo ascoltero' per la prima volta.
Baci e abbracci anche con Luca, Ciro e Marco: scatta anche una sfida a biliardino Andrea/io vs Ciro/Luca, che finisce in un onorabile pareggio.
Anche Paolo mi vede, mi sorride, mi si avvicina, mi saluta.
"Che piacere vederti!", dice "Ti leggo sempre, con quelle cose che hai scritto mi hai proprio beccato!, quella conversazione che avevamo avuto mi aveva davvero colpito...".
Non dico niente, non riesco a dire niente come al solito, resto li', inebetita e confusa.
Avevo gia' una mezza idea di prendere un treno per Prato un paio di giorni dopo, per sentirli di nuovo dal vivo: a questo punto, dopo questa sera, decido definitivamente che lo faro'.

martedì 20 giugno 2017

Guns n' Roses @ Letzigrund Stadion - Zurich

7 giugno 2017

Correva l'anno 1990 e avevo da poco compiuto sette anni quando il figlio di amici di famiglia mi sottopose al primo ascolto di "G N' R Lies": la mia "carriera" da pessima musicista dilettante e attenta ascoltatrice di album comincio' quel giorno e i Guns N' Roses furono il mio primo amore musicale, parallelamente a Edoardo Bennato. Ebbene si', in versione ancora acerba (nel caso fosse sfuggito il dettaglio lo ripeto: avevo sette anni!) la mia anima rock e la mia vena cantautorale gia' cominciavano a farsi vedere.

Passarono per Roma nel '92 ma a quell'eta' non si poteva andare a un concerto dei Guns N' Roses: mi e' sempre rimasta una punta di amarezza nonostante mi sia sempre resa conto della ragionevolezza dell'imposizione parentale.

Nel '93, con lo scatto della decina e l'uscita di "In Utero", mi stavo gia' spostatando nella direzione musicale che chi mi legge con attenzione (dai, ci saranno almeno due persone che leggono questi miei scritti?, facciamo tre?) conosce bene, e l'uscita di "The Spagetti Incident?" mi lascio' quasi del tutto indifferente... e d'altra parte esiste forse qualcuno in giro che lo tiene in gran conto?
Per finire la lite tra Axl e Slash con conseguente fine di cio' che ai miei occhi erano in Guns n' Roses fu la pietra tombale del mio primo amore.
Da allora non ho praticamente avuto la piu' pallida idea di cosa fosse stato di tutti loro.
Fino a poco fa.

(Si', lo so che questa storia l'ho gia' raccontata, ma amor di prosa voleva che io la riproponessi: tutto quel che segue pero' e' scritto odierno)

Poco meno di due anni fa, in quel di Hamilton (ON) a cinque minuti a piedi da quella che era casa mia, venne a suonare Slash, ormai gigante fuori tempo massimo: nessuno, allora, avrebbe potuto prevedere una rappacificazione tra lui e Axl e pensai che vedere anche solo uno dei due fosse per me un accettabile di premio di consolazione.

Poi.

Poi pero' capita che devo farmi una delle mie tournee' in Europa, e capita che io debba passare anche per Zurigo (CH) quattro giorni a lavorare con un carissimo amico, e capita che poco prima della mia partenza io riceva notizia che tutti i G N' R degli anni del mio innamoramento - beh, Axl, Slash, Duff e Dizzy - suonino proprio in quel di Zurigo (CH), proprio mentre io sono li', e capita che il mio amico sia a tutt'oggi di ascolti assai tamarrock.
Allora ci si consulta rapidamente via skype.

- Che facciamo?, sono 176 franchi svizzeri perdio!
-Vero, ma questa occasione non ricapita...

A nulla valgono due dottorati in matematica quando si ha un desiderio infantile da realizzare, non esistono argomentazioni logiche, c'e' solo voglia di andare: ciascuno cerca nell'altro la razionalita' necessaria per dire di no, ma e' una ricerca vana.
E' un romanticismo profondo quello che ci spinge alla fine a svuotare il conto in banca; non avrei mai preso un treno apposta per i G N' R, forse addirittura non sarei andata neanche se fossero venuti ad Atlanta in un posto raggiungibile a piedi, o comunque ci avrei pensato; ma ecco, l'idea che un viaggio di lavoro si trasformi per incanto in un'occasione irripetibile da vivere con uno degli amichetti del cuore ha un fascino a cui nessuno dei due sa resistere.
E' deciso, si va.

Arrivati allo Stadio siamo catapultati direttamente alla fine degli anni ottanta: giacche jeans strappate, magliette sbiadite per essere rimaste trent'anni in un armadio, bandane, borchie, occhiali da sole.
Io sono gia' emozionata.
Entriamo e suona il primo dei gruppi spalla, c'e' pochissima gente e ci prendiamo il tempo per comprare anche noi una maglietta che indosseremo sopra il maglioncino (fa freschino a Zurigo accipicchia!), poi scendiamo sul prato dello stadio cercando di avvicinarci il piu' possibile al palco.
Il primo gruppo spalla se ne va nella piu' totale indifferenza degli astanti.

Viene piazzata un'altra batteria sul palco.
Il mio amico, tamarrock si', ma evidentemente digiuno di concerti, pensa che ormai ci siamo e tutto sommato pensa sia normale che lo stadio sia mezzo vuoto dato che siamo in Svizzera e domani e' giorno lavorativo.
Ah, beata innocenza.

Il secondo gruppo spalla sono i The Darkness.
Chi?
Il mio amico tamarrock li riconosce subito, io ci metto un po' di piu'.
Gli inglesissimi The Darkness, gruppo self-called rock che all'inizio degli anni zero aveva avuto un discreto successo su empty-vi con un paio di canzoni per poi svanire essenzialmente nel nulla.
Il mio amico ed io ridiamo come pazzi ad ogni gorgheggio del cantante, che a un certo punto addirittura si mettera' in verticale ad aprire e chiudere le gambe come una forbice. Mi guardo intorno e noto essenzialmente due categorie: quelli che ignorano il palco e quelli che ridono.
Ad un certo punto il cantante, piccatissimo, ci manda tutti a quel paese "Siamo qui per scaldarvi ma se voi non ballate o battete le mani non arriverete mai carichi per i Guns N' Roses... Fottetevi!"
Il suo tentativo resta pressocche' ignorato.
Chiudono il loro momento inglorioso con quello che era stato il loro brano di successo.
Chissa' che male ha fatto il mondo per meritarsi i The Darkness.

Se ne vanno senza salutare tra le grida della folla.
Lo stadio si va riempiendo.
Salgono i tecnici, smontano e rimontano.
Sugli schermi, uno al centro e due ai lati del palco, viene sparato un filmato con lo storico logo circolare che gira e vari tipi di armi da fuoco (dalla classica rivoltella del logo a fucili di varia fattura) che sparano. Tecnologia audiovisiva moderna sfruttata da gente che ha il cervello negli anni ottanta.
Fa quasi tristezza il pensiero.

Poi, dopo un tempo che pare interminabile (ma sono solo le sette e quaranta), quando ormai lo stadio e' gremito (sold-out!, altro che svizzeri!), i tecnici scendono, le pistole sullo schermo sparano un ultima volta, calano le luci e poi... e poi via, entrano Axl, Slash, Duff, Dizzy, il giovane batterista e la bella tastieristina.
Il mio cuore e' gia' andato.
Attaccano con "It's so easy" e io gia' canto a squarcia gola. Axl e' un cicciottone ma la voce ancora c'e', giusto un filo piu' sporca e bassa. E non ne sbaglia una.
Segue a ruota "Mr. Brownstone", e se sul momento fa ridere vedere 'sto panzone che fa le mossette-sexy come quando era un bel ventenne, dopo un po' non ci fai piu' caso: quello e' Axl che mette un braccio intorno alla spalla di Slash e tu (io) hai di nuovo otto anni e stai di nuovo sognando tutto un mondo di possibilita'.
Suonano un brano che non conosco, immagino da Chinese Democracy e... bah, buon tamarrock non c'e' che dire, ma tutti quanti vogliamo sentire altro.
I Nostri ovviamente lo sanno, quel brano li' serviva a far salire la tensione, perche' dopo l'applauso di rito ma chiaramente freddino Axl chiede urlando "You know where you are?"... e si' che lo sappiamo!, "Welcome to the jungle" scuote lo stadio: per aprire la propria carriera con un brano come questo ci voleva una spavalderia non indifferente.
Poi "Double talkin' jive" e Slash, che fin qui era stato tutto sommato tranquillo, ci regala un assolo in coda lunghissimo e da brividi.
Bisogna di nuovo allentare la tensione e suonano un altro brano che non conoscono, ma e' un soffio, va via cosi' senza accorgersene, e poi, introdotta un dolce accordo di settima minore, parte "Estranged".
Ora.
"Estranged" e' una di quelle canzoni 'per sempre', se si capisce cosa intendo.
Mi ricordo il video da cui traspariva tutta l'inquietudine di Axl, la sua infanzia negata, la sua stanchezza... ricordo l'assolo di Slash come un cristo sulle acque... avevo nove anni, non potevo capire un verso come "old at heart but I'm only 28", ma anche allora era la mia preferita (si vede che la propensione ai Joy Division l'avevo gia', seppur in forma embrionale) e stasera, gia' sulla prima strofa - quella si', la capivo anche all'epoca - mi scendono le lacrime e resto li', immobile, senza neanche la forza di cantare. Penso che Axl gia' allora sapesse che non potevano andare avanti a lungo, che erano stanchi, svuotati... faceva lo sbruffone lui, ma era un pulcino con la maschera da leone.
Sono stordita.
Mi servirebbe una gran forza di volonta' per asciugare le lacrime e non perdermi su una pericolosissima strada di pensieri pesanti, ma ci pensano loro con "Live and let die", a cui oggi come allora regalano una potenza che Sir Paul non avrebbe potuto immaginare: del resto i Guns N' Roses sono stati (sic) la piu' grande cover-band della storia.
Segue "Rocket queen" e no, non vogliono farci mancare niente stasera: non era tra le mie preferite, ma stasera vale tutto. Certo niente di comparabile al modo in cui mi parte il cuore quando subito dopo la batteria attacca in solitaria quel ritmo inconfondibile che tutti noi associamo immancabilmente all'ex governatore della California... turututtu-pa turututtu-pa turututtu-pa turututtu-pa... e "You could be mine", che un anno e mezzo fa mi aveva sferzata con la sua potenza, oggi, con Axl, Slash e Duff insieme sul palco, e' semplicemente una magia.
Ho bisogno di riprendere fiato, tutti siamo troppo storditi, e come per rispondere a una richiesta silenziosa, suonano due brani che non conosco, giusto per lasciarci rimettere insieme tutti i pezzi.
Poi.
Poi Axl fa una specie di verso per schiarirsi la voce, ma non e' un verso qualsiasi, e' quel verso, quello che poi ci vorrebbe un cinguettio di passerotti, e gia' cosi' lo stadio esplode.
"Civil war", la prima canzone che io abbia mai cantato in pubblico.
E canto con tutta la voce che ho in corpo, canto per quella bambina che voleva farlo venticinque anni fa, canto per questa donna che non riesce a lasciar andare la bambina e forse non lo fara' mai.
Segue un'altra cover, "Black hole sun", e non riesco a decidere se apprezzo la scelta o la trovo di cattivissimo gusto, ha l'aria della ruffianata e mi irrita un po', ma giusto un filino: infondo sono dei veri tamarri, non e' che gli si possa chiedere delicatezza e contegno.
E con ancor piu' cattivo gusto per la scelta dell'ordine in scaletta attaccano "Coma". Alzo un sopracciglio e un minuscolo pezzetto del mio rispetto nei loro confronti se ne va.
Segue un lunghissimo assolo di Slash, uno di quelli che ti fanno ringraziare gli dei del rock: ruvido, sporco, da vero zappatore d'altri tempi, ma e' proprio in questo che ha il suo bello. E come faceva gia' quando poteva permettersi di suonare a petto nudo (oggi per fortuna ci risparmia) ci mette in mezzo la musica de "Il padrino", con la sua Gibson rigorosamente mantenuta in posizione verticale.
Brividi.
Ed e' sempre lui a dare il via al brano successivo, con uno dei giri piu' famosi della storia del tamarrock... ed e' "Sweet child o' mine", quella che cantavamo da bambini in garage, nella primissima band di cui io abbia mai fatto parte, che ovviamente era una cover-band dei G N' R. E poi ancora "My Michelle", che con quella di Sir Paul non c'entra un accidente!
Sospetto che le ultime due siano state un grosso sforzo per le corde vocali di Axl perche' di nuovo lascia spazio ai due chitarristi (l'altro e' Richard Fortus) per una versione strumentale di "Wish you were here" che fa venire la pelle d'oca: Fortus e' tecnicamente piu' preparato di Slash, piu' pulito, piu' veloce, piu' elegante.
Ma Slash ha quel modo caldo e lurido che e' solo suo e che ti (mi) lascia senza fiato.
Alla fine del lungo brano strumentale torna Axl e si siede al piano.
E devo davvero dire cosa sta per succedere?
Da bambina il pianoforte introduttivo di "November rain" mi avvolgeva come una calda coperta. Anche di questa ho netto il ricordo del video, Slash a gambe larghe che esce dalla chiesa per suonare l'assolo fuori, in mezzo a un deserto dall'aria texana, la pioggia che comincia a cadere, il finale doloroso... e stasera tutto questo torna a galla come se non avesse aspettato altro per 25 anni.
E poi?, poi ci vuole "Knocking on heaven's door", cover talmente particolare e famosa che certi ignoranti - come me - non riescono piu' ad associarla a Bob Dylan. Il finale e' prolungato al limite della perversione, ma ci sta.
Poi "Nightrain", per non tornare mai piu', perche' questa notte non finisca mai.

Pausa.
Brevissima.

Tornano ed e' "Don't cry", la prima canzone che io abbia mai suonato alla chitarra.
E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: anche questa mi strappa dei bei lacrimoni.
Poi "Whole lotta Rosie", che Axl dedica al suo cagnolino morto di recente: gran pezzo, gran cover.
Sappiamo tutti a quale canzone sara' affidato il gran finale, sappiamo tutti che quando sentiremo Sol-Do-Fa-Do-Sol questa sospensione del tempo sara' finita, vorremmo tutti ritardare quel momento ma e' inevitabile. Quando i famigerati cinque accordi vibrano, tutto lo stadio canta all'unisono "Take me down to the Paradise city/where the grass is green and the girls are pretty/oh won't you please take me home".
Fuoco sul palco e coriandoli sparati sul pubblico accompagnano il finale, gli inchini, i saluti, la definitiva uscita di scena.
Sono le dieci e mezza.
Hanno suonato quasi quattro ore.
Massimo rispetto.

Il mio amico ed io torniamo a casa ubriachi di rock e di infanzia.
Felici.

giovedì 3 novembre 2016

Mike Mills & Robert McDuffie @ Schwartz Center for Performing Arts - Atlanta

28 Ottobre 2016

La vita della terronia statunitense e' frenetica: tante sono le cose da fare che arrivo a far passare quasi una settimana prima di trovare il tempo per recensire questo concerto... mea maxima culpa, ma infondo mi domando a chi mai importi di leggere quel che ho da scrivere.
Tant'e'.

Mike Mills non avrebbe bisogno di presentazioni, certo non da me che vivo ad Atlanta da neanche tre mesi: bassista e fondatore dei R.E.M., e ho detto tutto. Ricordo a chi non fosse ferrato in geografia che Atene (GA) e' a meno di due ore di macchina da qui. Mi dicono sia una cittadina universitaria deliziosa: prima o poi tocchera' che io vi faccia un pellegrinaggio.
Robert McDuffie era un compagno di liceo di Mills, uno dei suoi piu' cari amici all'epoca; le strade dei due si sono relativamente separate da allora: bassista di uno dei gruppi fondamentali nella storia del Rock uno, pluripremiato violinista classico l'altro.
Finche' non molto tempo fa al nostro Mills viene in mente l'idea di scrivere un Concerto per l'amico, una cosa che metta insieme la tradizione Classica con quella Rock.
Detto, fatto: scritte le parti, registrato un album, si va in scena.

Mi accompagno con uno dei miei nuovi amici, uno cui non riuscirei a proporre un concerto rock come si deve ma quanto a musica classica e' anni luce avanti a me: chissa' che da quest'amicizia non si possa imparare reciprocamente qualcosa di bello.

Il luogo scelto da Mills&McDuffie e' il teatro di Emory, la terza universita' di Atlanta, quella privata: scelta curiosa, ma fino a un certo punto.
Un Uber porta il mio amico e me dalla zona dove entrambi viviamo fino al campus, poi ci perdiamo un po' tra gli edifici universitari e arriviamo al teatro giusto in tempo per sederci ai nostri posti.

Entra McDuffie con due donne, si presenta, scherza un po' sul fatto che venderanno i CD all'uscita "per pagare l'aereo privato della rock-star" e introduce la prima parte della serata: un'opera in tre movimenti di un compositore moderno ("Road Movies" l'opera, John Adams il compositore) che "certo non e' un grande classico, ma mi sono divertito molto a impararla... vedrete, e' una specie di cubo di Rubik".
E attaccano, lui e la pianista (la seconda donna e' li' solo per girare le pagine dello spartito).
Gira la testa a cercare di star dietro al procedere ipnotico del piano mentre il violino sfiora il noise: no, non e' un grande classico, ma trovo sia davvero bellissimo.
Il secondo movimento, delicato, lascia letteralmente senza fiato: quando termina mi ritrovo ad emanare un profondo sospiro.
Il terzo movimento e' uno swing folle che torna a far girare la testa e ammalia per tecnica ed eleganza.
Al termine siamo tutti in piedi ad applaudire.

Escono.

Entra l'orchestra di archi.
Una dei violinisti, una ragazzetta dall'aria dolce, si avvicina al microfono per una breve presentazione: sono di Chicago, suonano musica da camera, sono emozionati di essere qui e dividere il palco con Mills, suoneranno una sinfonia di Philip Glass. Ci dice che la prima parte della sinfonia e' come un battito, poi comincia a trovare un senso ed entrare nella musica vera e propria, poi esplode e il finale... beh, e' puro Rock.
Ed e' proprio cosi'.
Difficile descriverlo meglio di come ha fatto questa ragazza: splendido.
Escono.

Intervallo.
Il mio amico ed io usciamo a prendere una boccata d'aria e comprare il CD (era inevitabile che lo facessi); quando rientriamo gli equilibri sul palco sono cambiati: sono comparsi gli amplificatori di chitarre e basso e al centro campeggia una batteria, circondata da una gabbia di plastica trasparente per attutirne il volume e renderlo compatibile con gli archi.

Rientrano gli archi di Chicago, entrano due chitarrisiti e il batterista, entra McDuffie e alla fine, nel tripudio dei ragazzi seduti qualche posto alla mia destra, entra Mills.
Il Nostro si avvicina al microfono per una breve presentazione; vuole dirci che quest'idea di mischiare rock e musica classica e' un modo di abbattere un muro che non dovrebbe esistere; vuole dirci che il volume sara' piu' alto di quello cui siamo abituati (guardando le vecchiette in prima fila sono d'accordo, ma sorrido tra me pensando all'ultimo concerto che ho visto a Toronto); vuole dirci che non vogliono un concerto formale, che siamo autorizzati non solo ad applaudire tra un movimento e l'altro, ma anche e soprattutto nel bel mezzo di un brano, proprio come a un concerto Rock, battendo le mani se qualcosa ci piace, magari anche urlando, perche' no.
Sorrido.
Alla fine del discorsetto un tecnico porta via il microfono e si parte.
Ed e' subito R.E.M..
Dicono che si tratta un ponte verso la musica classica perche' ci sono gli archi, perche' c'e' McDuffie che e' un vero virtuoso dello strumento, ma questo che stiamo ascoltando e' puro Mills al 100%, ne ha i tempi, i modi, l'essenza, l'energia che tocca il suo punto massimo con il terzo brano. C'e' anche una versione di Nightswimming (che mi caccia una lacrimuccia e un pensiero alla soffitta polverosa che chiamavo "casa") riarrangiata affinche' McDuffie possa coprire il ruolo di Stipe arricchendone la melodia.
Io, immobile, ammaliata, ascolto.
Ascolto e penso.
Penso che "musica classica" e' un'etichetta bislacca.
Che Beethoven (per dirne uno) quando era in vita non si considerava "classico" ma innovatore.
Che la musica e' espressione e comunicazione di qualcosa, un'idea, un sentimento, un pensiero, un'emozione. un individuo, una comunita', un momento storico, e che le etichette servono agli imbecilli per identificarsi sotto una bandiera.
Che un'autore, in questo caso Mills, e' prima di tutto se' stesso, ed e' se' stesso che mette nello strumento che suona, nelle note che compone: tutto il resto sono parole inutili che servono solo per farcire recensioni sulle riviste specializzate o sui blog amatoriali.
Che a me la musica di Mills piace molto, ma che il potere dei R.E.M. era nell'amalgama, nella voce di Stipe, nelle sue poesie, e qui se ne sente un po' la mancanza: ci ho messo anni a mandar giu' i R.E.M. proprio perche' li consideravo troppo facili e leggeri, perche' non mi soffermavo ad ascoltare a cuore aperto...
E mi torna prepotente alla memoria una sera di tanti anni fa (una vita fa!) in cui suonavo e cantavo "Losing my Religion", una delle tante volte che l'ho fatto, una in particolare. Ricordo tutto, dall'ambiente intorno, al modo in cui ero seduta sul letto, alla luce nella stanza... suonavo e cantavo a memoria... e a un certo punto mi sono immobilizzata... avevo ascoltato per la prima volta le parole che stavo cantando... mi sono fermata e ho esclamato "Bellissimo!" con voce rotta... e la persona accanto a me rideva nel realizzare che per tanti anni avevo cantato quelle parole come se fossero dei semplici suoni emessi dalla bocca invece che dalla chitarra... rideva e non capiva cosa mi avesse messa in ginocchio...
I R.E.M. senza Stipe perdono qualcosa di importante.
Torno in me: certo che questo McDuffie e' proprio forte!

Suonano circa un'ora, poi si prendono gli applausi ed escono.
Ma questo non e' un concerto di musica classica, ci vuole il bis, sicche' rientrano dopo neanche un minuto e ci suonano di nuovo il terzo brano, quello piu' energico, quello in cui McDuffie aveva mostrato il meglio del suo virtuosismo. Ecco, questa cosa del riproporre un brano mi spiazza ma vabbeh, cose strane accadono quando si fanno commistioni strane.
Alla fine e' standing ovation.

Soddisfatti e felici il mio amico ed io andiamo a discutere di musica davanti ad un hamburger della terronia statunitense, cosi', per chiudere in bellezza la serata.

domenica 2 ottobre 2016

Tycho @ Variety Playhouse - Atlanta

28 Settembre 2016

Non lo ho ancora capito se Atlanta e' come la Citta' (maiuscola, quella) ma di certo la sensazione e' che abbia molto da offire: il cielo e' blu, le foglie sugli alberi crescono rigogliose, la gente e' allegra e la vita si fa ogni giorno piu' entusiasmante.

Sto scoprendo inoltre le gioie vere di possedere uno smartphone: il mio rapporto con la tecnologia e' sempre leggermente freddo, ma quando il telefonino e' in grado di dirti quali concerti ci sono nel raggio di 10 kilometri da casa, non solo segnalando gli artisi conosciuti e amati, ma anche quelli che "forse ti interessa visto che ti piace XXX", e' chiaro che il mio cuore si riscalda.
Mercoledi' scorso, per l'appunto, il telefonino mi dice che, dato il mio interesse per gli Explosions in the sky, forse potrebbe per me aver senso andare a sentire i Tycho. "E chi sono i Tycho?", mi domando io... ma fiduciosa salto su un Uber e parto all'avvenutra.

Arrivo al Variety Playhouse e realizzo con orrore che lo spettacolo e' sold out.
Potrei decidere di tornarmene a casa ma a questo punto sono ancor piu' incuriosita: mi metto quindi fuori, insieme agli altri avventori dell'ultimo minuto, alla ricerca (sic!) di bagarini. Quando sono ormai sul punto di arrendermi sento due tipi dire a una coppia qualcosa come "noi abbiamo un biglietto in piu' ma solo uno e lo abbiamo pagato 90 dollari...". Mi inserisco "Novanta no per un gruppo che non ho mai sentito nominare: posso spingermi fino a 50". Ci stanno, gli do i 50 USD ed entriamo.

Una volta dentro ci separiamo e mi guardo intorno alla ricerca di un posto dove godermi lo spettacolo.
E' una specie di teatro, con una zona centrale dotata di polotrncine di velluto e due corridoi laterali e la zona appena sotto il palco per chi vuol ballare; cercherei una poltroncina ma sono tutte prese percio' mi apposto in uno dei due corridoi e aspetto.
Dopo un po' uno dei due tipi con cui sono entrata mi viene a cercare dicendo che hanno trovato tre posti a sedere e invitandomi a unirmi a loro: accetto volentieri, sembrano simpatici e di stare in piedi non mi va per niente.

Non e' il Canada ma e' comunque nordamerica e il ragazzo-spalla non si fa attendere.
Entra solo, agguanta una finta telecaster e suona quattro, forse cinque pezzi strumentali, con sapiente utilizzo del registratore-riproduttore di suoni a dar l'impressione che sul palco di chitarristi ce ne siano almeno tre che ripetono ossessivamente ritmi a meta' tra il folk e il post-rock.
Giovanotto interessante, alcuni passaggi fanno proprio godere le mie orecchie, ma purtroppo non riesco a scoprire come si chiama.

Al termine del tempo concessogli saluta ed esce.
Mentre i tecnici riassestano il palco, sullo sfondo viene proiettata la foto di un paesaggio alpino innevato e uno dei miei compagni di viaggio mi spiega che tutto il concerto sara' cosi', musica e immagini, che uno dei membri del gruppo (il "main guy", dice) e' anche curatore dell'artwork dei dischi, dei poster e cosi' via.

Non lasciano aspettare molto, siamo nelle americhe e domattina tutti si devono svegliare per andare al lavoro.
Entrano dunque i Tycho: batteria, moog, basso (ma a tratti suonera' anche una chitarra) e un altro moog (ma a tratti suonera' anche una chitarra).

Fanno un post-rock elettronico che mi fa pensare piu' agli Air che non agli Explosions in the sky, sono ipnotici nei loro ritmi pseudo-danzerecci e nei suoni morbidi e avvolgenti.
Le immagini sul fondo variano da paesaggi marini, figure caleidoscopiche, visioni oniriche, cieli infiniti, spazi profondi.
Mi torna in mente quella serata in Citta', in cui i Godspeed you! Black Emperor ci avevano ipnotizzati, e una volta di piu' capisco come le differenze climatiche possano influenzare la percezione dell'individuo sulla musica e sulla vita. Il collettivo di Montreal mandava immagini di freddo e tempeste, venti gelidi, calamita'; questi hanno dentro la luce californiana di chi gira in magliettina per dodici mesi l'anno, cosicche', con la loro musica di sottofondo, anche le montagne innevate sembrano un posto caldo, accogliente e felice.

Noi intanto seduti e ammaliati, muoviamo le teste e parte delle spalle; ci sarebbe di che ballare ma nessuno lo fa: anche quelli in piedi, sotto il palco, al massimo ondeggiano leggermente.

L'evvoluzione della musica colta mi colpisce.
Sto assistendo a uno spettacolo di cultura moderna, circondata da colto pubblico cittadino del sud-nobiliare dell'impero moderno, nella citta' dove ormai anche Hollywood si sta trasferendo per ragioni economiche.
E ci sono io, in mezzo a tutto questo, e penso a quelli che ascoltavano un concerto di Beethoven quando Beethoven era vivo ed era la novita', e chiamavano Mozart "classico" e Beethoven "barbaro moderno", ma ci andavano e se lo gustavano.
Poi uscirono le opere, che avevano le parole e quindi erano ancor piu' barbare agli occhi dei colti del tempo; finche' (orrore!) e' stata inventata la chitarra elettrica, e da li' si e' persa l'idea dell'evoluzione, si e' sentito uno strappo e non si e' capito che si trattava dello stesso tipo di processo.
Cambiando gli strumenti e' ovvio che cambi il modo di fare musica.
E in questi anni, finalmente, qualcuno sta prendendo in mano i sintetizzatori in modo ragionato per dire qualcosa.
Perche' la musica, quella vera, e' comunicazione.
E questi ragazzi ci comunicano un universo psichedelico e gioioso con cui entrare in comunione.
E c'e' di che chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.

Nella pausa che precede il bis la gente intorno a me chiede a gran voce un brano, tutti lo stesso, evidentemente un grande successo; lo eseguiranno come secondo brano dell'encore e boh?, mi colpisce meno di altri, ma dovrei dargli un secondo ascolto piu' attento.
In ogni caso sono decisamente soddisfatta di cio' che sto ascoltando.

All'uscita comprero' un album a caso, anzi, l'unico in formato CD visto che gli altri erano solo in vinile (ah, i nuovi giovani radical-chic... devo comprare un lettore di vinili!) e prima o poi ve (ma voi chi?) ne rendero' conto.

Un altro Uber mi riporta a casa, sono le undici e mezzo, l'ora in cui sarebbe cominciato lo spettacolo se fossimo nella vecchia Europa; tutto sommato questo stile mi piace: domattina andro' al lavoro riposata e felice.
Bene.

martedì 12 luglio 2016

Swans @ Danforth Music Hall - Toronto

11 luglio 2016

Vivere in nordamerica, bisogna ammetterlo, comporta alcuni indiscutibili vantaggi; vivere a poche miglia dalla citta' (anzi, dalla Citta'), coccola il lato musicofilo dell'individuo che voglia approfittarne.

Toronto d'estate e' la felicita', un'esplosione di luce, di colore, di calore e di sorrisi cosi' intensa da farti quasi dimenticare che l'inverno sia mai esistito; non escludo che la prossimita' dal congedo renda tutto ancora piu' bello ai miei occhi di quanto non sia, ma che importa?, godiamolo finche' ce n'e'.

Al Danforth ci sono gia' stata, a maggio e a settembre dell'anno scorso, in giornate troppo grigie e fredde (si', a maggio e a settembre!) perche' venisse voglia di stare all'aria aperta: oggi e' diverso, oggi e' luglio, fanno trenta gradi e c'e' un sole bellissimo che quasi ti implora di passeggiare per la colorata Greek-Town, dove anche i nomi delle strade vengono riportati sia in caratteri latini che in quelli ellenici. Ah quanto e' bella la Citta'...

Sul biglietto c'e' scritto 7pm e qui sono piuttosto puntuali, ma e' pur sempre un concerto rock: mi metto in coda alle sette e cinque (dio, mi sto forse canadesizzando?). Ho accesso al "main floor", volevo, dovevo, stare in bocca a Mr. Gira: per troppi anni ho sperato di poterlo vedere dal vivo.
Entro dunque, e la sala e' semideserta, tanto che riesco a guadagnare senza il minimo sforzo un posto in prima fila, con i gomiti letteralmente poggiati sul palco, decentrata di forse venti centimetri.

Al centro del palco c'e' uno sgabello con accanto due archetti da violoncello; appena alle spalle dello sgabello un muro di sei (!) amplificatori, con una piccola apertura delle dimensioni esatte della gran cassa della batteria: il resto dello strumento e' nascosto dagli impianti, giusto tom e piatti sono chiaramente distinguibili. Accanto alla fila di amplificatori, sulla sinistra rispetto alla mia visuale, una tastiera a due piani e un'altro ampli alle sue spalle; ancora piu' a sinistra altri due ampli con davanti una chitarra (che non sara' sfiorata per tutto lo spettacolo) e una postazione con sgabello davanti a uno strumento che non riesco a catalogare.
Di sottofondo una musica da rito celtico ci introduce al giusto stato d'animo.

Dopo un po' entra una donna dai lineamenti orientali, credo coreana; indossa una camicia di seta gialla e si muove con decisione. Stende un foulard sullo sgabello, vi poggia accanto, sul pavimento, un tablet e poi va ad aprire una custodia da cui estrae un violoncello. Non un sorriso, non un cenno, niente. Si sistema, imbraccia un archetto, fa partire un cronometro sul tablet e sfiora le corde del violoncello. Ci ripensa "scusate, faro' dei rumori" dice senza la minima inflessione mentre sistema i circuiti dell'amplificazione dello strumento; siamo tutti in solenne attesa.
Chiude gli occhi e attacca.
Magia.
Difficile da descrivere la sua musica/non-musica, il suo percuotere e sfiorare, il noise estremo, la dissonanza totale, la grazia la rabbia: la guardo rapita. Le sue dita si muovono sullo strumento con chirurgica precisione, la bocca e' imbronciata, quasi infastidita, tanto che per certi versi mi fa pensare a un certo pianista geniale, musicalmente emozionale eppure immensamente glaciale col suo pubblico adorante.
Dopo circa dieci-quindici minuti si ferma e si prende un applauso scrosciante dal pubblico Cittadino che era rimasto in totale paralisi fino a quel momento; la donna si alza dallo sgabello, fa due o tre passi e va a sovrastare un ragazzo, circa cinque-sei persone da dove sono io: "Crederesti che non sento se bisbigli eh?" lo fulmina con tono severo e torna a sedere, se possibile con l'aria ancor piu' imbronciata. Chissa' cosa ha sentito con quelle orecchie ultrasoniche.
Ricomincia.
Lo strumento, sotto le sue dita, grida e si dimena: noi tutti siamo di nuovo a bocca aperta e sguardo estatico. Certe cose le ho sentite fare da chitarristi con chili di overdrive, come puo' riuscirci lei?, dalla mia posizione privilegiata vedo addirittura spruzzi di polvere di corda corrosa dalla foga.
Va avanti per altri dieci-quindici minuti e si ferma di nuovo, e nonappena stacca l'archetto dalle corde parte il nostro applauso entusiasta. Fa per alzarsi, si china giusto a guardare il timer sul tablet e decide di risedersi: evidentemente ha ancora tempo a disposizione e, per nostra fortuna, lo usa tutto.
Mi appunto mentalmente di comprare il suo album all'uscita ma purtroppo non lo trovero': dovro' rimandare a dopo il trasloco perche' adesso ho paura che non faccia in tempo... peccato.
Finito il terzo brano si alza definitivamente, china il capo in segno di ringraziamento e senza dire una parola mette via violoncello, foulard, tablet ed esce.
Senza un sorriso.

Buio.

Ora la musica di sottofondo e' un country sbilenco, l'altra anima di Gira che emerge.
Mi guardo intorno e mi accorgo che tutti indossano tappi per le orecchie: cuccioli!, penso.
Nel buio entra Westberg ad accordare la sua chitarra; lo vedo, lo riconosco e mi impressiona la sua magrezza scheletrica. Uno alla volta entrano anche gli altri, Gira incluso, a sistemare i rispettivi strumenti: e' la prima volta che mi capita una cosa del genere, i roadie esistono apposta, no?, la sensazione che mi rimane addosso e' quella che nessuno puo' toccare uno strumento degli Swans.

Ri-buio.

Alle nove in punto entrano i sei: Westberger laggiu' alla mia destra, Pravdica accanto, Puleo dietro le pelli, un inatteso ricciolone alle tastiere (che fine ha fatto Thor Harris?), Hahn alla mia sinistra davanti allo strumento non identificato mastica un chewing-gum, Gira al centro, spalle al pubblico.
Hahn indossa dei plettri da dita e comincia ad arpeggiare dolcemente e freneticamente, il ricciolone lo segue, poi, in crescendo gli altri; e' un brano strumentale che contiene buona parte di "No words/no thoughts" e il resto e' lasciato all'improvvisazione. Col crescendo comincio a sentire le vibrazioni acustiche sul corpo.

Ora.
Una (io) pensa di essere preparato.
Sedici anni di concerti noise-rock non sono certo bruscolini.
Ho assistito ad "Hallucination City" di Glenn Branca all'Auditorium e non l'ho mai dimenticato (oh come s'era pischelli...)
Ho perso il conto delle volte in cui la parte delle api mi e' stata sonicamente sparata addosso mentre ero in primissima fila, letteralmente davanti all'ampli di Tesio.
Il mio lettore mp3 a volte mi chiede se sono sicura di quello che sto facendo con la levetta del volume e prova a convincermi di salvare i timpani finche' sono giovane.
Ma niente, neanche "Hallucination City" poteva prepararmi a questa sera.
I nove amplificatori sembrano tutti puntare contro di me, le spie sul fronte del palco sono talmente vicine che sento anche loro, i miei gomiti vibrano, la sala vibra... guardo i musicisti e mi accorgo che tutti loro indossano tappi per le orecchie... beh quasi tutti: Gira no, le sue deve averle bruciate ai tempi di "Children of God".
Cedo.
Umilmente cedo e appoggio delicatamente gli indici sulle orecchie: per tutta la durata del concerto le mie dita aumenteranno o ridurranno la pressione a seconda del volume, perche' amo troppo la musica per rischiare la sordita'. Come questo pensiero mi attraversa la mente capisco che e' avvenuta in me una trasformazione importante negli ultimi due anni.
Sorrido e torno alla musica.

Sul cantato Gira allarga le braccia come un moderno Mose' davanti al Mar Rosso: invece di separare le acque pero', il nostro Profeta alza e abbassa il volume dei suoi compagni che lo guardano costantemente. Qualcosa nella piega delle labbra, nel modo in cui le arriccia, mi fa pensare a un collega francese che non c'entra assolutamente niente... va a capire perche'.

Alla fine Gira saluta: "grazie perche' accogliete e ricambiate il nostro amore", dice e
attaccano "Screen Shot", col suo ritmo ipnotico e allucinato che sconquassa le membra: nessun dolore, nessun adesso, nessun tempo, nessun qui, guidati dal nostro guru viviamo questo momento come se non ci fosse ne' un prima ne' un dopo.

"Grazie ancora", dice Gira alla fine del brano "se ci amate fateci un bell'applauso".
Urla e applausi.
"Se vi e' piaciuta la prestazione di Okkyung Lee al violoncello fatele sentire un bell'applauso"
Applauso scrosciante, urla di approvazione.
Gira sorride.

Seguono le preghiere: "The cloud of forgetting" prima e "The cloud of unknowing" poi.
Se della prima mi colpisce l'aspetto quasi etereo, la seconda capisco che e' una sinfonia su un atto sessuale: i preliminari, il su e giu', su e giu', che non vuole farti arrivare subito all'orgasmo, ti porta vicino e si ritrae, prolunga ancora e ancora e ancora finche' non arriva l'agognata esplosione che ti pervade, una volta, due, tre, e poi musicisti e pubblico si accasciano esausti, l'uno contro l'altro, ad accarezzarsi con un sorriso stanco.
Gira ringrazia e chiede scusa per la voce (?) "sapete, ieri sera ho bevuto un po' troppo" prova a giustificarsi.
Seguono senza soluzione di continuita' "Some things we do" e "The world looks black".
Guardo ammirata.
Westberger, secco secco, sembra possa rimanerci da un momento all'altro, i giovani Pravdica e Puleo, quando non guardano Gira, si scambiano sguardi d'intesa, il ricciolone gode per l'appunto come un riccio, Hahn sembra spiritato: ogni tanto si massaggia l'avambraccio, segno che lo strumento non identificato lo sta impegnando parecchio. Lo guardo con occhi meravigliati e lui se ne accorge, mi sorride, mi fa l'occhiolino e sillaba un ringraziamento in risposta al mio "uau!".
Chiudono con una "The glowing man" pazzesca.
Non resisto piu'.
In barba al volume stacco completamente le mani dalle orecchie, caccio un foglio e una penna, scrivo "che strumento e' quello?" e lascio scivolare il foglio ai piedi di Hahn che lo legge, mi sorride e mi lascia capire che rispondera'.
L'uomo splendente e' un uomo in cammino: l'esplosione finale ci lascia inebetiti e felici.
Sullo scroscio del pubblico i musicisti raggiungono il fronte del palco e si inchinano tre volte, a toccare il pavimento con le punte delle dita: il bassista addirittura si inginocchia (dolori alla schiena?, eppure e' visibilmente il piu' giovane).
Nell'uscire Hahn si gira verso di me, indica lo strumento, segna un due con la mano come a dire "dammi due minuti" (pausa pipi'?), poi ci ripensa e lo cambia in un tre: alzo i pollici per ringraziarlo.

I ragazzi accanto a me hanno assistito alla scena, letto il mio biglietto e adesso sono curiosi quanto me. Hahn riesce, prende lo strumento dal supporto e me lo avvicina. "E' una specie di chitarra hawaiana" dice. "Vedi?, ti metti qui con le dita e fai casino... beh, in teoria serve per suonare una musica tipo 'Sponge Bob', pero' io non lo so suonare: ammiro molto quelli che lo sanno suonare ma io non ci sono capace!, io sono sicuramente il piu' rumoroso: il piu' rumoroso suonatore ignorante di questo strumento!". "Beh, era davvero bellissimo, complimenti!" dico di rimando, pensandolo sinceramente. Lo ringrazio, gli stringo la mano ed esco.

Alla fermata del pullman verso Hamilton un ragazzo mi si avvicina. "Tutte le persone fighe al concerto degli Swans tornano a Hamilton" dice. Ci metto qualche istante, poi riconosco uno di quelli che si erano fermati a sentire la spiegazione di Hahn.
Chiacchieriamo per tutto il viaggio di ritorno: a quanto pare anche a Hamilton esistono persone dotate di gusto musicale... peccato averlo scoperto solo oggi.