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martedì 7 gennaio 2025

Ciao Signor Benvegnù - 31/12/2024

Caro signor Benvegnù,
ti do un'ultima volta del "tu", ma solo per un'abitudine ormai radicata nei miei polpastrelli quando scrivo di te su questo blog.

Sono passati sette giorni e io ancora non me ne capacito, e non oso immaginare come devono stare quelli che ti conoscevano davvero e che ti vogliono bene: la tua famiglia, i tuoi amici quelli veri. Non riesco a pensarci eppure non riesco neanche a smettere di farlo.
Da lontano, da sconosciuto, eppure sei stato accanto a me per vent'anni, più precisamente nelle mie orecchie, in così tanti momenti importanti che non si riescono a contare. 

Le sere in cui tornavo dall'università, col fido cuffione, quando sapevo di dover andare via ma non ne avevo voglia, perché la verità è che per me, allora come ora, "casa" era proprio l'università. 
E non saprò mai cosa hai scritto sul libretto di "Le labbra" la prima volta che ho avuto il coraggio di avvicinarti. Questo invece è quello che avevo scritto io all'epoca

un luogo splendido per un concerto memorabile.
inizio ore 20:45, scrivono in rete: il mio ragazzo ed io siamo li' intorno alle 20:15... sai mai...

C'e' un parco, un palco nel parco, delle sedie posizionate all'uopo: bene, pensiamo noi. il sole (quel poco che c'era visto il tempo appena nuvoloso) comincia a calare, prendiamo un paio di birre e troviamo posto in terza fila, abbastanza centrali.

Gli offlaga salgono sul palco intorno alle 21:15 (credo... minuto piu', minuto meno). Iniziano con un pezzo che non conosco, ma mi par bello. poi suonano (in ordine sparso, perdonatemi)

Ventrale (sono quasi sicura fosse la seconda)
Dove ho messo la Golf? ("volendo anche questa e' una storia di rimozione sfrontata" dice max prima di attaccare il brano)
Sensibile
Lungimiranza
Fermo!
Onomastica
Venti minuti (qui vien sempre da piangere quando uno la ascolta: dal vivo, se possibile, e' ancora piu' intensa... e forse anche lui va dietro al palco per asciugarsi le lacrime... ha la voce rotta...)
Enver
Cinnamon (e max lancia gomme sul pubblico alla fine del brano... cinnamon 100% original!)
Robespierre (con cui chiudono la loro parte di concerto)

e' sempre un piacere ascoltarli, ricordarsi che sono davvero bravi...

tra loro e benvegnu' passa una mezz'ora in cui cambiano drammaticamente gli equilibri. molte persone si alzano per mettersi in piedi sotto al palco con nostra somma irritazione (alla fine ci arrenderemo anche noi... ahime'). poi arrivano loro, lui, loro.

iniziano con la coda jazz de "la peste" (come poter fare diversamente alla casa del jazz?) in modo da attaccarci subito "il nemico". seguono (sempre in ordine sparso)

Cerchi nell'acqua
Il sentimento delle cose (in una strana versione un po' piu' rock, cantata in tono monocorde... splendida!)
La schiena
Interno notte
Cinque secondi
Moses
Love is talking
Avanzate, ascoltate
Io ho visto
Andromeda Maria
Achab in New York
Good morning, mr. Monroe!
Johnnie and Jane

pausa, ma brevissima e poi

il mare verticale
rosemary plexiglas
io e il mio amore

sono commossa. era la prima volta che lo sentivo suonare dal vivo. la sua voce vibra profonda, ancora, nella mia testa.
una menzione speciale alla sezione ritmica del gruppo: davvero notevoli.

a fine concerto lui emerge immediatamente e gli si forma un piccolo gruppetto intorno: come non approfittare? tiro fuori "le labbra" e una penna.
lui gioca a fare il buffone. dice un sacco di cose terribili, ma ridendo, facendo finta di non cederci. mi sembra in imbarazzo: felice del riscontro positivo, senz'altro, si fa scudo a suon di scemenze farcite di verita'. firma autografi, saluta amici e sconosciuti. poi ci vede e si scusa per non averci rivolto prima la parola. mi fa il baciamano e da il cinque al mio ragazzo. gli do l'album gia' aperto al punto giusto chiedendogli di scrivere una roba qualsiasi. lo ringrazio per la bella musica che scrive, perche' non riesco a smettere di ascoltarlo, perche' non riesco a capire le note che suona, perche' tocca qualche nervo scoperto che non credevo di avere... lui si commuove. mi abbraccia, ma forte, come un'amico vero. ricambio l'abbraccio. dice "sono solo un'essere umano... avendo a che fare con me capireste quanto sono insopportabile...", dice. "certo, e' possibile, ma noi stiamo solo dicendo che la tua musica e' bellissima!". mi riabbraccia e ringrazia. "e' un riscontro bellissimo".

torniamo a casa felici.
gran serata, gran bei concerti, entrambi.


Che impressione rileggersi.

Eri poi con me quando ho capito quello che dovevo fare, anche se era orribilmente doloroso. Ed eri con me su tutti i treni che ho preso, su e giù per lo stivale, l'anno prima di partire per il Canada, a guardare fuori dal finestrino e sentire questo dalle orecchie al cuore.

Eri con me sul primo volo, quello di sola andata, per Hamilton, e poi quel primo autunno - che per temperature a Roma chiameremmo "inverno gelido" - i miei passi nella neve insieme a quelli di Stefan Zweig (...potevi dirmi quelle cose mentre io ero lì, al freddo, sola con i miei pensieri, senza che mi risuonassero dentro?).

Il primo Natale post trasloco ti ho reincontrato a Grottammare, dove ci saranno state sì e no cento persone e ho "fatto amicizia" con Druga e Roccia. Quella volta, sentendomi chiacchierare con Druga, mi hai chiesto come sia essere un matematico e io non ho saputo che balbettare qualcosa a mezza bocca. 
E ti ho reincontrato il Natale successivo al Monk, quando ho avuto conferma che leggevi le cretinate che scrivevo su di te.

Eri con me ad Atlanta, signora del Sud, a fare un riassunto del mio girovagare, tanto che, sapendo che mi avevi letto, ho sempre avuto il dubbio - lo so che è insensato, ma tant'è - che ci fossi anche io dentro quella canzone. O che ci fossimo noi tutti, i tuoi ascoltatori. A questo punto non lo sapremo mai, ma io ho bisogno di crederlo e temo che continuerò a farlo.
Dopodiché ci siamo reincontrati fugacemente all'Ex Dogana un paio di anni dopo, quando avevi da poco avuto un infarto e di conseguenza avevi appena smesso di fumare. Lì Druga mi invitò per quello di Prato due giorni dopo. Poi a Prato non ho avuto modo (coraggio?) di parlarti ma non era importante: ero lì per ascoltare. Durante il concerto hai detto che "Se questo sono io" aveva tratto ispirazione da alcuni dei presenti e mi sono domandata se la mia teoria (o per meglio dire il mio desiderio) fosse vera.
Quella è anche la serata in cui ho davvero stretto amicizia con Druga, che spero di rivedere prima o poi e a cui oggi va un grande abbraccio in attesa di poterglielo dare di persona.
Ed è stata l'ultima volta in cui vi ho sentiti suonare insieme.
Druga mi aveva accennato che stavate iniziando a prendere direzioni diverse, ma senza rancore.

Al mio rientro in Italia c'è stata la pandemia e, indovina un po'?, anche allora eri con me. Solo che c'era la pandemia e io ero incazzata col mondo e soprattutto con i miei vicini che suonavano sui balconi. E l'operazione buffona di dire che non erano canzoni tue (questo raccontavi nelle interviste all'epoca) mi sembrava al limite del cattivo gusto in un momento in cui la (mia) rabbia verso il buio di quella casa e verso i vicini entrava in pericolosa risonanza con frasi come "vi maledico insetti senza frontiere" o "io conosco gli umani e preferisco le pietre" e via e via, sparpagliate tra i brani. Pensavo che avresti dovuto avere il buon gusto di prenderti la responsabilità di quelle parole, anche se ovviamente quelle canzoni erano state scritte prima, con la pandemia non c'entravano niente, erano state solo molto sfortunate anche loro. E così mi sono arrabbiata anche con te che non c'entravi niente. 
La verità è che era un album bellissimo. L'apertura era un canto d'amore per tua figlia, in mezzo odio per il mondo e poi, in chiusura, la salvezza, tua moglie. Inizio e fine, figlia e moglie, ad abbracciare la rabbia. Confesso che, nella solitudine buia della pandemia, ben peggiore di quella Hamiltoniana, ero arrabbiata con te anche perché puntavi il dito su un nervo scoperto, perché quella salvezza in teoria l'avevo ma in pratica non era vero.

Ti ho rivisto "da lontano" in un teatrino a Trastevere. Ero con un caro amico e subito dopo il concerto siamo andati via. Era un periodo interlocutorio. Di quel pomeriggio ricordo l'intervista che ci hanno fatto prima dell'inizio dello spettacolo in una stanzetta con degli specchi, con domande a cui non sembrava possibile rispondere ("cos'è per te il desiderio?"... ma ti pare bello fare una domanda così prima di un tuo concerto??). Chissà che ne è stato di quei filmati.

E poi te ne sei uscito con l'ultimo EP seguito a ruota dall'ultimo album, quello della - tarda - consacrazione. E a parte la riedizione di "Piccoli Fragilissimi Film", che però conta diversamente, gli ultimi davvero.  
In un qualche modo, con questi due lavori, ti ho ritrovato, ovvero mi sono ritrovata.

Nel dannato 2024 ti ho visto due volte da sotto un palco, entrambe al Monk: una il 22 febbraio per "È inutile parlare d'amore" e una il 23 novembre, per "PFF reloaded". Del tuo ultimo concerto non ho scritto perché erano giorni infernali: avevo quattro seminari da fare, di cui tre diversi tra loro, nel giro in un mese, in giro per il mondo e a diversi climi e fusi orari.
Quella sera avevo dimenticato di indossare il braccialetto di cuoio che mi ha regalato un'amica facendoci incidere sopra che "la mia verità è nell'ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi ma sono troppo suggestionabile". Mi sono mangiata le mani quando, arrivata al Monk, me ne sono ricordata: lo avessi avuto al braccio avrei convinto il mio compagno di avventure di aspettare un attimo per fartelo vedere, perché penso ti avrebbe fatto piacere. E invece niente, ho pensato "prossima volta"...
Accidenti a me.
Se avessi saputo che il 28 dicembre eri a Cave, a meno di un'ora di macchina da casa, e che era la mia ultima occasione... Ma coi "se" non si fa la storia.

Il dannato 2024 è l'anno che si è portato via N., persona importantissima della la mia adolescenza e in un certo senso anche lui una parte di me, lasciandomi il giorno del funerale letteralmente marchiato a fuoco sulla gamba sinistra (stinco su radiatore ed è subito ustione). 
E nel pomeriggio dell'ultimo giorno del dannato 2024, giusto in tempo per evitare il cenone, te ne sei andato anche tu. Avevi vinto la targa Tenco con l'ultimo album, eri stato invitato da Bollani in Rai e la puntata era andata in onda solo la sera prima. E invece te ne sei andato.
E niente, anche solo a scriverlo fa male.
E io sono una cazzo di sconosciuta!
Una che ti guardava da lontano.
E con che coraggio io scrivo tutto questo quando ci sono la tua famiglia e i tuoi amici che davvero stanno trascorrendo questi giorni in una bolla?
Lo faccio perché tu eri una parte di me, perché, pur non sapendolo e non volendolo, camminavi con me.
Lo so che non è giusto, lo so che sono ridicola, mi leggo ridicola ma me ne infischio. 
Nel leggere la notizia le mani hanno iniziato a tremare.
No.
No.
No.
Non tu.
No.
Scorrevo pagine web e mi sembrava surreale. Ho mandato qualche abbraccio virtuale e poi ho messo su "Dell'odio dell'innocenza", tra tutti proprio quello, finalmente e dolorosamente rappacificandomici. E ho pianto. Con lacrime, singhiozzi e tutto il resto.
Come l'idiota che sono.

In questi giorni sono uscite decine di articoli in cui si scriveva che eri uno dei migliori cantautori italiani degli ultimi vent'anni, nonostante fossi ignorato dai più. Sospetto che se potessi leggerli ti schermiresti e diresti qualche cosa di assurdo come facevi dal palco ogni tanto tra un brano e l'altro, per vincere l'imbarazzo del ricevere applausi, allo stesso tempo gongolando.
E ti si sarebbero illuminati gli occhi, quegli occhi da eterno bambino che avevi quando sorridevi.

Se ci fosse un "dopo" ti immaginerei a guardarlo con stupore, infastidito all'idea di non poterlo mettere in musica, nascondendo l'emozione dietro battute idiote fatte al primo puttino di passaggio. Ti immaginerei sorridente. 
Sono davvero scema, non c'è che dire.
Proprio un animale rotto.

E allora ti saluto signor Benvegnù, e lo faccio storpiando parole tue, tanto non lo leggerai mai:

E se ti vedrò nel mare
allora dovrò bere dalle tue mani
e abbandonarti. Sarò incosciente
inafferrabile e seducente.
E se ancora voglio chiamarti amore
e regalarti un addio
che ogni sogno sia il mio
che il mio sogno sia il tuo

Ti cercherò tra le mie dita
e osserverò ogni cielo cambiare
e se vorrò immaginare
non potrò mai perdermi
perché sarai con me
ad accogliermi
ad accogliermi
ad accogliermi

venerdì 23 febbraio 2024

Paolo Bevengnu' @ Monk Club - Roma

 22 Febbraio 2024


Ci sono storie belle da raccontare, ci sono quelle che fanno ridere, quelle che ti prendono e ti scuotono, quelle che, infondo, sono solo storie normali ma ti lasciano dentro un sorriso di benessere.

Questa volta siamo in due, ultimamente siamo sempre noi due: quello che era il "team" dello scorso anno si e' sgretolato ma noi, imperterriti, ancora resistiamo.

Arriviamo al Monk in largo anticipo, abbiamo prenotato un tavolo per mangiare presto al ristorante del club: il nostro piano e' di nutrirci in fretta per poi volare nella sala-teatro e prendere posto in prima fila, gomiti sulle transenne. Arriviamo dunque, e il nostro tavolo e' proprio accanto a quello della banda. Io, che nella vita vera cerco di nascondere la mia timidezza cronica con una spavalderia ridicola, ho il cuore che inizia a pompare come quello di un'adolescente scema (quarant'anni buttati!). E sento l'emozione nella mia voce quando mi accorgo che Benvegnu' mi sta facendo un cenno di saluto: ricambio timidamente con una mano, anche se a dirla tutta non sono sicurissima stia salutando me, perche' sarebbe assurdo si ricordasse, a distanza di tanti anni, il viso di qualcuno che a malapena e' stato in grado di balbettare qualche frase sconnessa in sua presenza. Poi, come quella volta a Prato e' il primo ad alzarsi da tavola. Dopo un po' anche Roccia mi vede e mi fa un cenno, ma questa volta lo so che e' per me, perche' con lui ho interagito in piu' di un'occasione, e ricambio con un sorriso piu' ampio e meno imbarazzato: a fine pasto si avvicinera' al nostro tavolo - noi stiamo ancora finendo - per un saluto piu' caloroso e per dirmi che in effetti ha letto quello che ho scritto. E niente, come sempre la cosa mi scuote e mi lusinga. Poco dopo arriva il caffe', lo beviamo in fretta e ci alziamo - lasciando una bottiglia di vino da finire, cosa decisamente non da noi - per andare ad accaparrarci il posto in prima fila. Entrando nella sala-teatro il mio compagno di avventure mi prende vigorosamente in giro, perche' in prima fila a questo punto ci saranno si' e no cinque persone, e a dirla tutta avremmo avuto il tempo per finire il vino con calma. Ma mi vuole bene, mi sopporta, e penso che alla fine gli faccia piacere farmi contenta.


Siamo in prima fila dunque, gomiti sulle transenne, piu' o meno a meta' strada tra il basso di Roccia e la chitarra di Benvegnu' che riposano sul palco, mentre la sala si riempie lentamente. Il mio sguardo cade sulla scaletta ai piedi del basso e la indico al mio compagno di avventure, dicendo che a fine concerto bisognera' cercare di prenderla: lui non batte ciglio, attraversa le transenne, sale sul palco e scatta una foto. Gli intimo di non azzardarsi a darmi anticipazioni ma lo vedo che freme per poter discutere con me quello che ha visto, cosi' gli lascio dire - con gli occhi che brillano - che i primi brani saranno quelli del nuovo lavoro, in fila. E aggiunge, ricollegandosi a un dialogo che avevamo avuto in macchina, di non volermi dire quale sara' l'ultimo brano.

Finche' ecco, si abbassano impercettibilmente le luci, il volume della musica si alza e riconosco le note del finale strumentale di "Alla disobbedienza". Faccio cenno al mio amico che si sta per cominciare.


Salgono sul palco e il mio cuore e' gia' partito. Iniziano con "Tecnica e simbolica", e sorrido quando Roccia sottolinea con forza che la primavera tarda ad arrivare. Segue "L'oceano", che senza Brunori perde qualcosa ma guadagna qualcos'altro. Mi accorgo che, uno per uno, riesco a seguire tutti gli strumenti, piccole gemme musicali che compaiono una alla volta per farsi notare. E' il turno di "Marlene Dietrich" e penso sia un peccato abbiano saltato "Pescatori di perle", di cui sto provando a capire la delicata intro al pianoforte, ma vabbeh: del resto anche quella volta incredibile a Grottammare mica avevano veramente suonato tutto l'album. E va detto che "Marlene Dietrich" dal vivo ha un impatto bestiale sulle mie orecchie. Segue, come da copione, "Il nostro amore indifferente", che poi e' la canzone con cui di recente arrivo in dipartimento, quella che colleghi e studenti, ridendo sotto i baffi, mi hanno visto ballare mentre cammino e attraverso la sbarra del parcheggio: ridano pure!, non sanno che meraviglia ci sta dentro a quel cuffione. Finche' arriva "27/12". Doveva arrivare e arriva. Ed e' bellissimo essere li' con il mio compagno di avventure, entrambi coi gomiti sulle transenne, pensando a tutto senza pensare a niente, con un sorriso enorme e gli occhi e le orecchie pieni di meraviglia e dolcezza. Segue "Our love song" e si balla. In realta' ho il ginocchio destro che mi fa malissimo: la scorsa estate mi sono presa un'orribile storta camminando per strada, credo che l'album su cui ballavo fosse Karma Clima, che avrei visto dal vivo - zoppicante - di li' a breve. Insomma, quel giorno ho quasi rotto il menisco e dato una scrollata importante al crociato anteriore gia' abbondantemente provato. Dunque ho passato l'estate con le stampelle e, a seguito una riabilitazione un po' troppo frettolosa, in cui "forse" ho "leggermente" forzato la mano, ora, di tanto in tanto, specie quando cambia il tempo, anche solo camminare in realta' non e' il massimo. Ma stasera si balla, anche a costo di farlo mantenendo tutto il peso sulla gamba sinistra, tenendo il collo del piede destro appoggiato leggermente sul retro della caviglia sinistra, tanto ci sono le transenne a darmi una mano per non cadere. E se mai dovessi rompere il maledetto crociato una volta per tutte... pace. Si balla dunque, e ne vale la pena. Poi, con mia grande e piacevolissima sorpresa, parte "Pescatori di perle" e i miei occhi si piantano sulle mani di Aprile: non vedo benissimo ma credo di aver capito qualcosa, poi al resto pensera' il mio orecchio nei prossimi giorni. Segue "Canzoni brutte" e il mio compagno di avventure ed io ci scambiamo un sorriso e uno sguardo d'intesa: solo pochi giorni fa ci dicevamo quanto questo brano piacesse a entrambi nella sua ironia feroce. In particolare il ponte di quel brano, con Benvegnu' che distorce la voce come un trapper qualsiasi, ci fa sganasciare dalle risate. "In der nicht sein" e' un altro tipo di impatto sonoro, con quel muro impressionante e quei passaggi semplicemente bellissimi. Poi parte "All'origine del mondo" ma stavolta non mi fregano: sono sicura che "Libero" sara' suonata, ne sono sicura e basta. C'e' da qualche giorno un dibattito in corso, col mio compagno di avventure, su "All'origine del mondo", perche' lui ci sente un brano della colonna sonora di "The fountain" (che entrambi riteniamo sia un film molto ma molto sottovalutato) e si e' addirittura convinto che Benvegnu' qui si sia ispirato a Mansell al punto che anche il titolo del brano potrebbe essere stato scelto di conseguenza. Viceversa io penso che poche note non siano sufficienti per una deduzione cosi' drastica, ma va anche detto che mi diverto da impazzire a dargli torto: fa parte della nostra dinamica d'interazione da talmente tanti anni che a volte mi rendo conto di stuzzicarlo solo per il gusto di farlo. Quelle poche note questa sera ce le regala Zacchei e al ritorno, in macchina, scopriro' che il mio compagno di avventure non riusciva a distinguerle dal resto - al punto da aver dubitato della sua stessa teoria. Poi, con dolcezza, segue "Libero", con quel basso da far girare la testa. Che poi stasera Roccia, che appunto ha letto quello che ho scritto, si permette anche di regalarmi qualche piccola improvvisazione da brivido. La voce di Benvegnu' sorride, io sorrido. Chiudono la prima parte del concerto con l'immancabile "Alla disobbedienza", il brano meno immediato di tutto l'album, e inevitabilmente i miei occhi si piantano sulle mani di Berioli (G.), dalla parte opposta del palco, a seguire quella chitarrina sghemba che mette i brividi. Prima della parte strumentale strumentale del brano, ci salutano, escono, e noi restiamo li' coccolati di nuovo da quella musica ipnotica che ci aveva accolti all'inizio del concerto.


La pausa e' brevissima e rientrano, nel buio piu' completo, prima della fine di "Alla disobbedienza", e quando l'ultima nota evapora e le luci si riaccendono parte un caloroso applauso. Sin qui non e' stata detta una sola parola per non interrompere la magia, ma adesso il nostro si fa piu' loquace, di quella sua loquacita' finto-spavalda che mi ricorda tanto la mia.

Il primo brano che ci regalano e' "La schiena" e penso che certo la Vita e' strana. Quella dottorandina che tanti anni fa ascoltava questa canzone aspettando l'autobus all'incrocio tra viale Marconi e via Pincherle, la sera tornando a casa, con un cuffione ad avvolgerle le orecchie e isolarla dal mondo, oggi torna a casa a piedi, dallo stesso posto e con un simile cuffione: torna a una casa molto diversa da quella di allora, ma appunto ci torna dallo stesso posto, che poi infondo e' la sua vera Casa. Perche' e' quella la Casa a cui sono tornata quando ho preso l'aereo che mi ha riportata a Roma. E a dirla tutta quella Casa era l'unica cosa che in quel momento potesse riportarmi da questo lato dell'Atlantico. E il fatto che stasera, in piedi accanto a me, coi gomiti sulle transenne a condividere questo momento, ci sia proprio la persona che mi ha convinta a tornare, mi riempie il cuore di una dolcezza indescrivibile. A seguire "Andromeda Maria", dolcissima, inizia con Benvegnu' solo con la sua chitarra e gli altri che arrivano dopo il primo ritornello, il tutto con una delicatezza da brivido. Poi un brano "tristissimo ma che sorprendentemente e' in mi bemolle" e gia' dalla descrizione non puo' che essere "Avanzate ascoltate", con tutta la sua dolcezza e il suo calore: e se un tempo questo brano faceva volare i miei pensieri in mille direzioni, stasera mi àncora qui, a questa transenna, presente a me stessa come non mai. E poi ancora "Il mare verticale", con quegli accordi di apertura che di fatto sono il mare verticale, e quel ritmo sincopato che dona il senso alla canzone. Qui confesso di sentire l'assenza di Druga: egregiamente sostituito da Berioli (D.), intendiamoci, ma una parte di me, nel buio del cuore, si augura che prima o poi Drughino torni dietro quella batteria. Poi "Io e il mio amore" che e' di una potenza inaudita e la sua carica esplosiva toglie il respiro e lascia spossati e contenti. E da ultimo, come sempre, "Cerchi nell'acqua", la canzone dei saluti. Scambio uno sguardo col mio compagno di avventure e il mio sorriso e' a meta' tra il soddisfatto ("che ti dicevo? questa e' la canzone di "ciao"!") e il malinconico ("accidenti, il concerto e' gia' finito!"). Tre inchini, tre saluti. Ma noi continuiamo ad applaudire con forza. Cosi' suonano anche "E' solo un sogno", che in effetti e' un'altra ottima canzone di "ciao": un dolce rimandarsi nel mondo dopo questa serata carica di emozioni.

Una ragazza e' piu' veloce di me nel chiedere a Roccia la scaletta ai suoi piedi, un altro, velocissimo, arraffa quella ai piedi di Berioli (G.). Il mio compagno di avventure mi incita a salire sul palco puntando a quella accanto alla batteria ma io tentenno: la verita' e' che non ho il coraggio di salire cosi' impunemente. Per fortuna un tecnico mi vede li' a tentennare, mi fa cenno che non si puo' salire, io indico la scaletta e lui con un sorriso me la porta, risparmiandomi l'imbarazzo.

Resterei ancora, vorrei dare un ultimo saluto a Roccia e vorrei far vedere il mio bracciale di cuoio (con su inciso "La mia verita' e' nell'ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi ma sono troppo suggestionabile") a Benvegnu', magari senza dire niente che tanto le parole non mi verrebbero. Vorrei trovare il coraggio di fare tutto questo, ma leggo la stanchezza nello sguardo del mio compagno di avventure e non provo neanche a proporgli di restare ancora qualche minuto.


Torniamo a casa con le orecchie che fischiano e i cuori che battono.

Questa sera penso di essere davvero tornata.

domenica 18 febbraio 2024

Paolo Benvegnu' - E' inutile parlare d'amore [2024]

Un lago immerso nella foschia, le acque leggermente increspate, colline laggiu' sullo sfondo a separare il cielo dalla terra. In primo piano  un rettangolo, forse uno specchio da cui si vede la riva: canne, arbusti, e Lui, vestito di nero, capelli ormai bianchissimi, lo sguardo rivolto chissa' a cosa.


Play.


Caro Signor Benvegnu', eccoci di nuovo qui, ti do ancora una volta del tu. 

Era praticamente ovvio che, semmai avessi ricominciato a scrivere su queste pagine, sarebbe stato per merito tuo (qualcuno forse direbbe "causa tua"...). E nonostante sospetto non te ne importi niente, lascia che io cominci col chiederti scusa per non averlo fatto per l'odio dell'innocenza, o nessuna delle inutili premonizioni, o anche solo per i fiori (ma perche' niente CD?), o per qualcuno dei tuoi concerti (da quell'ultima volta a Prato, tu non puoi saperlo, ma io ti ho visto altre volte di cui una, meravigliosa, in un minuscolo teatrino nel cuore di Trastevere). Ti confesso che, alla sua uscita, DellOdio dell'Innocenza mi provoco' sensazioni contrastanti, perche' ero appena tornata a vivere a Roma pur non essendo ancora completamente convinta di aver fatto la scelta giusta, e giusto il tempo di adattarmi al nuovo fuso orario che il Covid mi aveva costretta sola in casa: i vicini, tutte le sere alle sei, puntualissimi, facevano la discoteca sui balconi per mezz'ora, iniziando con l'inno nazionale, passando per il Gioca Jouer e altre simili piacevolezze, a un volume tale che anche chiudendo tutte le finestre, abbassando tutte le persiane, avvolgendo le orecchie in un cuffione teoricamente isolante, li potevo sentire. Ero arrabbiata col mondo. E quando, con l'aiuto di detto cuffione, ho ascoltato quel disco, non ho potuto far altro che accrescere il mio rancore nei confronti dell'aereo che mi aveva riportata nello Stivale, dei vicini rumorosi, dell'umanita' che si lagnava, della casa orribilmente buia in cui mi ero ritrovata a vivere ("che ti importa" dicevano mentre firmavo il contratto di affitto solo un paio di mesi prima, "tanto qua dentro ci starai soltanto la sera" dicevano, "non te ne accorgerai nemmeno" dicevano...). Oltretutto l'assurda storia che raccontavi all'epoca, secondo cui non saresti stato tu l'autore di quelle canzoni, mi irritava oltremodo: era come se tu non volessi prenderti la responsabilita' di un disco che entrava in pericolosissima risonanza con la rabbia che avevo dentro... E insomma ti ho odiato di un odio sincero e violentissimo. Da allora, ogni volta che ho accarezzato l'idea di tornare a scrivere, l'eco di quella rabbia mi ha trattenuta. Solo il tempo ha saputo dirmi che non era il Covid, non era l'Atlantico, non era l'umanita' e certo non eri tu: ero io ad essere prosciugata. E solo recentemente ho ritrovato la giusta tranquillita', ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.

Ecco, questo lungo preambolo per giustificare, se mai ti fosse importato qualcosa, sei anni di silenzio e dirti che oggi torni alle mie orecchie accolto (finalmente) con ritrovata serenita'.


Caro Signor Benvegnu', che gran disco hai scritto.

Nessuna sorpresa, intendiamoci, ma che piacere ritrovarsi...

Al primo ascolto la sensazione e' che si tratti di un lavoro piu' immediato - armonicamente e ritmicamente - di quello che mi aveva fatto girare la testa esattamente vent'anni (argh!) fa, ma che proprio questa sia la sua splendida dimensione. Poi ai giri successivi, entrando in dettaglio, ci si accorge che la semplicita' e' solo apparente e superficiale, che aiuta a rendere piu' immediato il primo ascolto, ma a ben sentire c'e' tutto un mondo di dettagli da scoprire. Penso ad esempio al basso che irrompe prepotente a sottolineare che la primavera tarda ad arrivare, alla chitarrina sghemba di "Alla disobbedienza" che ancora non ci ho capito niente, al riff che sottolinea le tue parole in "L'origine del mondo" su cui il mio orecchio cade sistematicamente, al vero e proprio finale strumentale di "Alla disobbedienza" che rimanendo sospeso chiama al silenzio, alla batteria del ritornello di "Our Love Song" che nella sua semplicita' mi fa ballare, al basso di "Libero" (ok, mi sa che sono una bassista mancata!) che e' un godimento infinito, al piano delicato di "Pescatori di perle" che e' un inno alla dolcezza, all'ironia feroce di "Canzoni brutte" che negli scorsi giorni sanremesi sembrava piu' che mai appropriata. Tanti piccoli dettagli che messi insieme uno in fila all'altro fanno quasi un'ora di meraviglia, e se li sommi assieme ti accorgi che in questo disco di immediato non c'e' proprio niente.

E posto che il primo religioso ascolto deve essere in casa, dal CD, gli altri possono avvenire - e di fatto spesso avvengono - mentre si cammina per andare al lavoro. Sicche' devi sapere che quello straziante "raw marconi raw" mi strappa un sorriso tutte le volte, perche'... ma che ne sai tu, caro Signor Benvegnu', della mezz'ora a piedi la mattina, su un'affollato e caotico Viale Marconi, a ballare facendo lo slalom tra la gente? Perche' poi, come sempre accade, sono io quella che ascolta e si sente messa in mezzo.


Caro Signor Benvegnu' ti aspettavo da un po', o forse aspettavo me.

Hai smesso di fumare e si sente: la voce ha cambiato spettro, e' meno cupa, piu' carezzevole, piu' rotonda. Mi piace. Anche io ho smesso di fumare: negli ultimi anni ogni tanto ci ero ricascata - sempre a proposito di cio' che mi prosciugava - ma ora io sono di nuovo io, e proprio non mi va piu'. Ecco, mi piace come la tua voce ritrovata si intreccia con le nuove tonalita' piu' morbide. E mi piace come si intreccia con quella di Dario Brunori e (per mia enorme sorpresa) con quella di Neri Marcore': intendiamoci, era bella "27/12" sull'EP, ma oggi mi sembra ancora piu' bella: va detto che c'e' un intreccio speciale su quel fiume, tra le vostre voci e Ponte Marconi, la sera quando torno a casa (lato A la mattina, lato B la sera, che sembra quasi un disco cronometrato sui miei passi).  Ma tu non lo sai, questa volta davvero non lo puoi sapere anche perche' nessuno lo puo' sapere, quali sentimenti stanno recentemente crescendo infondo al mio cuore nonostante io faccia di tutto - in modo orribilmente maldestro e con scarsissimi risultati - per tenerli a bada.


Caro Signor Benvegnu', la tua musica parla al mio cuore.

In quest'assurda epoca in cui tutto sembra dover correre chissa' dove e fermarsi a respirare sembra un'aberrazione, in cui e fondamentale che tutto sia facile da imparare, che non ci vogliano ne' attenzione ne' sudore, e che sia necessario dominare tutto, in cui lo studente e' il cliente e il cliente e' il padrone, aggrapparsi a cio' che e' "Inutile" sembra essere l'unica speranza. Ed io, per la mia natura di inguarbile romantica, ho bisogno di mantenere viva la speranza che non sia davvero tutto qui. Ed ecco che ad ascoltare un disco come questo mi sento fortunata, perche' capisco che non sono sola.


Percio' caro Signor Benvegnu' e cari Signori Baldini, Berioli, Berioli, Zacchei e Aprile, ci vediamo giovedi' a Roma, ovvero io vi vedro': voi forse avrete il dubbio che quella tizia in prima fila, quella con gli occhi e la bocca spalancati per la meraviglia, e' questa scema che vi da del tu quando scrive su un blog che nessuno leggera'.



Lista delle tracce

Tecnica e simbolica
L'oceano (feat. Brunori Sas)
Pescatori di perle
Marlene Dietrich
Il nostro amore indifferente
27/12 (feat. Neri Marcore')
Our love song
Canzoni brutte
In der nicht sein
Libero
L'origine del mondo
Alla disobbedienza

lunedì 26 giugno 2017

Paolo Bevengnu' @ Biblioteca Lazzerini - Prato

20 giugno 2017

Zurigo, Barcellona, Sardegna, un rapido passaggio per Roma tra un volo e l'altro: una tournee Europea piuttosto faticosa. Il passaggio per Roma tra Barcellona e la Sardegna e' stato il piu' lungo, ben cinque giorni, un'immensita'.
E poi.
E poi sono venuta a sapere che Benvegnu', dopo l'interruzione forzata avvenuta a fine aprile, riprendera' la sua tournee in giro per lo Stivale proprio durante quei cinque giorni. E non importa dove si tenga questo concerto, non importa neanche che io debba fare un seminario a Torvergata il pomeriggio dello stesso giorno: l'idea di prendere un treno per andarlo a sentire si era affacciato subito alla mente, e la brevissima conversazione di domenica sera mi ha convinta definitivamente.

Un concerto di Benvegnu' e' per me un viaggio nell'anima che va ben oltre la musica. C'e' una sola persona al mondo con cui vorrei tentare di condividere quest'esperienza, ma un volo al mattino dopo rende impossibile la sua presenza: pazienza, sara' per la prossima volta.
Cosi', anche oggi, parto sola.

Un breve scambio di messaggi con l'ottimo Andrea (che si', a questo punto considero un amico) e rimedio un ostello e un invito a cena con il gruppo.
E' quindi con emozione infinita che salgo sul frecciargento in direzione Firenze; l'orrido treno arrivera' in ritardo anche questa volta (che sia una maledizione?) ma da Firenze a Prato i regionali sono frequentissimi e quantomeno non devo prendere un taxi: mi basta aspettare un po', giusto dispiaciuta per il ritardo di venti minuti sulla mia personale tabella di marcia e, soprattutto, sperando di non crear problemi.

Arrivo all'osteria e Andrea e' fuori che mi aspetta, gli altri sono dentro insieme ad un paio di loro amici: uno poi scopriro' essere il fotografo della serata, l'altro e' M., un carissimo amico di Andrea. Tutti mi salutano con caloroso affetto, con baci e abbracci come si fa con gli amici.
Mi sento un po' un'adolescente imbecille ad emozionarmi cosi', ma cerco di non darlo a vedere.
Hanno finito di mangiare e mi sento fortemente in imbarazzo, ma si impegnano molto per farmi sentire a mio agio, Andrea ordina altri tortelli (spettacolari!) e mi fanno un po' compagnia; poi, uno alla volta, la banda si alza per andare a preparare gli ultimi dettagli per la serata, io finisco il pasto e M. mi accompagna all'ostello per fare il check-in e lasciare lo zaino.
Pochi minuti e sono di nuovo in strada, aiutata da Mr. Google (il savio gentil che tutto seppe) a trovare la strada verso la biblioteca.

Lo spazio designato per il concerto e' all'aperto, il palco e' allestito, ci sono sedie ordinate all'uopo, tutte occupate; prendo posto in piedi su un lato. Sulla parete diametralmente opposta rispetto alla mia posizione troneggia un enorme striscione rosso con la scritta "Tu sei un filo passato attraverso la cruna di un ago. Tu sei una trama di momenti accumulati che si ammassa in giorni, notti e anni. Tu sei un rotolo di tela teso dalla nascita alla morte. Tu sei fasciato come un neonato, vestito come una stella e avvolto come un cadavere". Gente interessante da queste parti.
Il tutto mi fa pensare a una situazione casereccia, al limite del familiare: ci sara' di che godere.

Entrano in scena, lui/loro/lui.
Salgono su palco e senza dire una parola parte il fischio iniziale di "Victor Neuer" (piu' nuovo del signor Uomonuovo) e l'incipit e' cantato senza arpeggio, che entrera' solo sulla seconda meta' della prima strofa; e' una dichiarazione di intenti: il moderno Ulisse sta per mettersi(ci) in viaggio, e la sua voce ci prende per mano con garbo, quasi chiedendoci di affidarci a lui. L'arpeggio di Andrea e' bellissimo ma ahime' sono troppo lontana per riuscire a studiarlo con l'attenzione che vorrei.
Poi "Nello spazio profondo" col suo ritmo incalzante, e nonostante il caldo mi trovo per un attimo immersa nella neve di Hamilton, all'incrocio tra Queen e King, nel silenzio, e inizia ad affiorare una sensazione che focalizzero' piano piano durante la serata: il fatto e' che quest'anno il cambiamento in me e' stato reale, ho solo un ricordo nebbioso di cio' che e' stato, e mi appare come una pausa dalla vita, una storia vissuta da un'altra persona, e questo pensiero mi tira fuori un sorriso nuovo.
Segue "Suggestionabili" in versione superrock, che invece sento ancora mia, perche' ancora mi ostino a cercare di capire questo puzzle che in quasi trentaquattro anni non sono mai riuscita a risolvere. Non arriva potente come fu un anno e mezzo fa, ma certo fa venire la pelle d'oca.
E' la volta di "Goodbye planet Earth", con gli splendidi bassi saltellanti di Luca e quella pronuncia forse volutamente sbagliata da far sembrare si tratti di un addio al cuore. E sono io tre anni fa, quando ho salutato quello che era il mio mondo per sfuggire a me stessa; la sensazione pero' non e' di malinconia ma piuttosto di dolcezza nei confronti della me del passato, la me contro cui ho lottato violentemente e che adesso sta forse trovando una pace insperata.
Ci attaccano direttamente "Olovisione in parte terza", con le dita infuocate di Marco che accarezzano la tastiera e le mie orecchie, e capisco che H3+ sara' suonato in ordine, eventualmente saltando qualche brano come e' accaduto con "Macchine"... speravo si sentirla stasera... ok, next time.
E' la volta di "Una nuova innocenza" e penso che adesso il Nostro una figlia ce l'ha davvero e boh?, forse e' solo suggestione, ma nei suoi occhi mi pare di vedere una luce diversa, un senso di benessere che forse non credeva sarebbe prima o poi arrivato. Il finale che ci regalano e' supersonico e mi stringe le budella.
Alla fine del brano una piccola pausa per ringraziare il pubblico e dire due parole. Questo e' il primo concerto vero e proprio dopo Bologna (i tre pezzi suonati l'altra sera a Roma non valgono) e se ne percepisce l'emozione fortissima, la voce che trema: oltretutto Andrea e' di qui, Benvegnu' ha vissuto qui, gli altri sono comunque di zona, qui si gioca in casa, e giocare in casa e' sempre piu' difficile. Ringrazia dunque, e presenta l'ultimo brano, sostenendo di aver trovato ispirazione in alcuni dei presenti...
...e parte "Se questo sono io", che suona inizialmente da solo, con la fida jazzmaster ad accarezzare la sua voce calda e bellissima, per poi lasciar riempire il tutto dal resto del gruppo.
E no Signor Benvegnu' dai, non prendermi in giro, non stai parlando di me, non fare il furbo, non e' vero, non ci credero' mai! Non e' vero che parli di me, di come tre anni fa ho varcato un oceano sperando di ricominciare, di come ho avuto troppa fretta e mi sono persa sempre, di come ho bruciato due anni di vita, di come ho deliberatamente ignorato i miei fantasmi negli inverni Hamiltoniani convinta che bastasse prendere un aereo per rinascere, di come ho pensato troppo presto di avercela fatta, di come ho giocato alla spavalda e mi sono frantumata le gengive. E non sai che in tutto questo contorcimento la tua voce mi ha camminato a fianco tante di quelle volte che quasi ti considero uno di casa: eri li' nella neve, nell'inverno, alla stazione di Toronto, eri li' quelle rare volte in cui ho potuto mettere i piedi nell'oceano...
Due ragazze accanto a me chiacchierano indifferenti; io, stordita, mi domando cosa ci vengano a fare a un concerto se poi devono parlare tutto il tempo, vorrei trovare il coraggio di zittirle ma non ne sono capace e mi limito a fare un paio di passi indietro per allontanarmi dal loro chiacchiericcio.
Come da disco segue "Quattrocentoquattromila", che dal vivo e' piu' entusiasmante che mai e mi strappa un sorriso d'ammirazione; questi musicisti sono dei giganti!, il finale, prolungato fino allo spasmo, non lascia scampo.
E di nuovo, come da disco, segue "Boxes" con la sua cadenza al limitare del blues, il cuore che batte a tempo con i colpi magistrali e potenti di Ciro, le pareti attorno che vibrano, le stelle lassu' che ci guardano: e' un brano molto intenso e Benvegnu' questa sera lo interpreta quasi da attore.
Poi "Avanzate, ascoltate", e di nuovo quella bella sensazione di prima mi assale. Un anno e mezzo fa mi erano bastate poche note per essere catapultata nel passato. Oggi il pensiero va al mio salotto ad Atlanta, alla mia dolce Ofelia che mi aspetta in finestra, al mio pianoforte, silenzioso da settimane, su cui prima di partire provavo ad imparare a suonare questo brano perche' avevo la sensazione che non fosse poi cosi' difficile, che l'avrei potuto fare; solo in un secondo momento realizzo l'essenza profonda del cambiamento avvenuto, e questa chiarezza addolcisce i miei pensieri che si posano, quasi senza che me ne accorga, su di un cappello da pompiere.
E' il turno di "Slow parsec slow" e della sua pace salvifica, a cornice perfetta del mio flusso di coscienza. Il NuovoMondo, il mio mondo nuovo, la luce del Grande Sud che scalda il cuore... ed e' gioia pura, indescrivibile.
L'ultimo brano prima della pausa e' "Il mare bellissimo", un viaggio senza destinazione in cui perdersi, dietro note, e ritmi, e meraviglia, e pensieri, e sensazioni, e le curvature del ghiaccio (gniiiiiiiick!, genio chiunque di voi abbia pensato di mettere li' quel fischio: ogni volta che arrivo a quel punto penso che si', e' proprio il suono del ghiaccio).

Pausa, brevissima.

Tornano in scena e Benvegnu' presenta, con voce lievemente tremante dall'emozione, il brano con cui apriranno l'encore: e' "The tourist" nella versione da pelle d'oca che ho avuto il piacere di ascoltare solo due giorni fa, e che a differenza della versione registrata in KO Computer comincia, stasera come domenica sera, con il ritornello cantato a cappella da Benvegnu', Andrea e Luca. Bellissimo!
Segue "Andromeda Maria", suonata essenzialmente in solitaria, giusto con un morbido tappeto disegnato appena da Ciro, Luca (ai synth, o cosa?, non vedo...) e Marco. Mi sembra di sentirla oggi per la prima volta, ha un calore incredibile, dolcissimo, da piangere.
Torna in scena anche Andrea, Luca torna al basso e ci regalano una versione molto potente di "Solo io e il mio amore" e il suo schiaffo agli indifferenti, ai codardi, agli ipocriti. Alcuni di quelli accanto a me muovono la testa a ritmo, altri accennano un ballo. Io guardo le stelle e mi lascio emozionare.
Siamo al gran finale, "Cerchi nell'acqua" e il suo invito a continuare ad andare sempre avanti, a camminare, a fermarsi quando serve, per respirare, per pensare, per soffermarsi sulle cose belle, e poi proseguire, ancora e ancora, fino alla fine.
Ma no, non era l'ultima, con l'uscita di H3+ il finale non puo' che essere affidato a "No drinks, no food", alla sua armonia degregoriana, al benessere che emana, alla sua dolcezza che e' pace, pace, pace. Chiudo gli occhi, respiro e mentalmente li ringrazio, uno per uno, per questo bel regalo che mi hanno fatto in occasione del mio n-simo giro di boa europeo.
Tre inchini, saluti, ed escono di scena.

Ma il pubblico ne vuole ancora, li richiama a gran voce, cosi' escono, sorridenti, e ci regalano una dolcissima versione di "Hurt" dei Nine Inch Nails che mette i brividi. Tutto il pubblico si e' alzato e avvicinato al palco e io, per vedere qualcosa, salgo in piedi su una panchina di pietra.
Gran finale, non c'e' che dire.
Di nuovo tre inchini, saluti, buio.
Stavolta e' finito davvero.

Li aspetto per salutarli, ringraziarli, complimentarmi.
Un abbraccio ciascuno, un ringraziamento ciascuno, compro anche una maglietta con il 'tian' di H3+ disegnato sopra.

Andrea mi chiede di aspettarlo. Andremo poi a bere sangria con alcuni suoi amici sulla splendida terrazza di una sua amica, un piccolo angolo di paradiso in centro a Prato.
Chiacchiereremo, stringero' nuove amicizie, addirittura cantero' sottovoce "Il mare verticale" e "Smells like teen spirit" accompagnata da Andrea alla chitarra classica.
Avro' occasione di conoscere persone deliziose che spero di rincontrare prima o poi.
Tornero' all'ostello tardissimo, stanca morta, ma felice come una bambina.

Al mattino dopo ho appuntamento in piazza con Andrea per fare colazione assieme.
Vuole coinvolgermi nel suo nuovo disco, per questo aveva tanta voglia di parlarmene: la cosa mi onora a tal punto che, nonostante io dubiti di poter fare davvero qualcosa di buono, accetto la sfida e decido di tentare.
Ascoltero' i provini sul treno verso casa e... beh, se questi sono solo provini non oso immaginare che meraviglia sara' il prodotto finale... e' deciso: mi lancio, e poi vedremo se ne uscira' qualcosa.

E cosi', ancora una volta, grazie.
Grazie amici, grazie, grazie, grazie.

venerdì 23 giugno 2017

KO Computer @ Ex Dogana - Roma

18 giugno 2017

Feisbuc, mostro a sette teste, orrido prosciugatore di umanita', io ti benedico.
Ti benedico perche' conosci i miei gusti musicali, sai ogni giorno in quale angolo di mondo io mi trovi (o mi trovero') e per conseguenza mi fai sapere chi suonera' (o suonera') in un intorno ragionevolmente piccolo della mia persona.

La compilazione "KO computer", per chi non lo sapesse, e' un omaggio di King Kong radio al disco dei Radiohead che scosse il mondo musicale esattamente vent'anni fa; oggi, in occasione del suo compleanno, undici artisti italiani, ne reinterpretano un brano a testa: parliamo di brani schifosamente belli, reinterpretarli e' una gran sfida, ma l'operazione a me pare abbastanza riuscita, del resto la musica italica gode di ottima salute, checche' se ne dica.
Per chi fosse interessato si puo' ascoltare e/o scaricare il tutto da qui.

Due giorni dopo l'uscita della compilazione, King Kong radio organizza in quel di Roma una serata (gratuita) a tema, da principio sperando di avere tutti i musicisti, in seconda battuta accontentandosi essenzialmente della meta', perche' e' estate, perche' ci sono tour da fare, perche' la gente va in vacanza, anche i musicisti. Ma anche avere mezzo disco e' un bel lusso in casi come questo.

Chiamo un caro amico, uno che so potrebbe apprezzare cose come questa, uno dei due che vennero qui, per capirci: decisione dell'ultimo secondo, si va.

Il posto e' carino, siamo in un cortile, c'e' un bar con tavoli e sedie, un biliardino, dei tavoli da ping pong, il palco e' allestito su una specie di balaustra: tutto l'ambiente e' delizioso.
Col mio amico ci sediamo, ci beviamo un paio di birre piccole, chiacchieriamo raccontandoci le rispettive vite come facciamo ogni volta che passo per la capitale.
Sono belli gli amici cosi': durante la mia vita dall'altro lato dell'Atlantico non ci sentiamo praticamente mai, eppure quando sono dentro il raccordo, che sia passato un giorno, un mese, un anno, riprendiamo sempre dallo stesso punto.
Sono fortunata ad avere amici cosi'.

Quando lo spettacolo sta per cominciare ci dirigiamo verso il palco e rimediamo senza troppo sforzo un dignitosissimo posto in quarta fila.

Spengono le luci, accendono i riflettori, la presentatrice sale sul palco e, dopo averci detto quali sono i grandi assenti della serata, fa partire la registrazione di "Airbag" reinterpretata da Motta e Appino: discreto inizio per scaldare gli animi.

Finito il brano invita Diodato (che nella mia ignoranza non avevo mai sentito nominare) a salire sul palco per la sua versione di "Paranoid Android".
Ora.
"Paranoid Android" e' una delle canzoni piu' belle della storia del rock.
Posso dire 'la piu' bella?', non lo so, forse si'.
"Paranoid Android" e' la canzone che vorrei aver scritto io se fossi musicista.
Ci vuole un coraggio estremo per reinterpretare un brano cosi': toccarlo, scalfirlo... sembra un orrido sacrilegio... e nessuna versione potrebbe rendere giustizia all'originale a meno di esservi essenzialmente fedele. O almeno questo credevo.
Diodato riesce nell'impossibile con discreta eleganza guadagnandosi per sempre la mia ammirazione.
Poi gli viene chiesto di suonare un suo brano: mi appunto mentalmente di comprare un CD prima della partenza per le americhe o di farmene spedire uno da amazon.

I grandi assenti sono parecchi e si passa direttamente a "Karma Police", che nella compilazione e' reinterpretata in versione puramente elettronica dalla bella Marlene ma che oggi, causa vacanza, ci viene proposta in chiave acustica dal solo Godano: peccato per l'assenza del Maestro-Tesio, ma anche Godano da solo con una chitarra acustica, in barba al suo polso destro rigido come marmo, riesce a far venire la pelle d'oca.
Dopo "Karma Police", dovendo scegliere un suo brano da regalarci, ci suona "Nuotando nell'aria" e li' io (che sono io) inevitabilmente mi ritrovo a canticchiare il riff della chitarra mancante, che il mio orecchio ne soffre un poco l'assenza.

Poi tocca a "Fitter happier" in un'incredibile versione di Spartiti col testo tradotto in italiano, che solo Max Collini poteva rendere umana quella voce metallica senza snaturarne l'essenza.
Dal loro repertorio ci regalano "Sendero Luminoso" e vedo il mio amico ridere di gusto: ricordo il mio primo impatto con gli Offlaga Disco Pax (un sospiro a Enrico Fontanelli) e immagino che all'epoca anche io avessi la stessa espressione compiaciuta, che noi vecchi pseudocomunisti disillusi abbiamo quantomeno imparato a riderci su.

Poi Nada. Splendida, sorridente, luminosa. Nada e una "No surprises" dolcissima che poco o nulla ha da invidiare all'originale, e noi li', con la pelle d'oca, immobilizzati.
Quando e' il suo turno di scegliere un brano dei suoi, ci confessa "Questa l'avevo pensata a cappella ed e' cosi' che ve la voglio proporre stasera", e incredibilmente canta "All'aria aperta", lasciandoci tutti a bocca aperta, innamorati di quegli occhi da eterna bambina cresciuta.

Il gran finale e' affidato a Benvegnu', che voi (ma voi chi?) lo sapete, e' ultimamente il mio preferito al mondo.
Suona "The tourist", che se qualcuno doveva suonarla mi riesce difficile pensare ad altri, e l'attacco a tre voci con Luca e Andrea lascia senza fiato.
Quanto al suo repertorio ci propone "No drinks no food" e io, immancabilmente, mi ritrovo con gli occhi lucidi in un perverso gioco di specchi uno dentro l'altro, al ricordo di quando lo ascoltavo e ricordavo quando ero altrove e ricordavo altre memorie, e sorridevo al pensiero di me cosi' arrotolata.
Alla fine del brano la presentatrice di King Kong radio gli chiede si suonare un altro pezzo. "Vecchio o nuovo?" chiede, dal pubblico in molti rispondono "Vecchio!", io provo a dire "Nuovo!" ma sono probabilmente l'unica.
Vedo Franchi rivolgersi a Benvegnu' e chiedere "Paolo, che si fa?"; non vedo la risposta, non so cosa faranno, ma non fa nessuna differenza, mi giro verso l'amico che e' con me e dichiaro "Questa colpisce al cuore"; lui domanda "La conosci?"; rispondo "Si', ma non so quale sara'".
Parte "Cerchi nell'acqua". Certo, un brano da fine concerto, il messaggio positivo con cui si saluta.
Sorrido.

Il mio amico torna a casa, io invece voglio salutare Andrea, che da quella notte e' diventato quasi un amico: e' un onore immenso per me poter dire che anche lui mi considera quasi un'amica.
Lo avevo avvisato che ci sarei stata e lui mi ha portato dei cantuccini da Prato che assaggio (e godo) immediatamente, ma che decido di conservare gelosamente per il rientro nelle Americhe, per condividerli con qualcuno che abbia voglia di meritarseli (se mi leggi: altri sacrifici...).
Chiacchieriamo, mi dice di avere un nuovo album in cantiere ma lo fermo: non voglio sapere niente, non voglio rovinarmi il gusto della sorpresa quando lo ascoltero' per la prima volta.
Baci e abbracci anche con Luca, Ciro e Marco: scatta anche una sfida a biliardino Andrea/io vs Ciro/Luca, che finisce in un onorabile pareggio.
Anche Paolo mi vede, mi sorride, mi si avvicina, mi saluta.
"Che piacere vederti!", dice "Ti leggo sempre, con quelle cose che hai scritto mi hai proprio beccato!, quella conversazione che avevamo avuto mi aveva davvero colpito...".
Non dico niente, non riesco a dire niente come al solito, resto li', inebetita e confusa.
Avevo gia' una mezza idea di prendere un treno per Prato un paio di giorni dopo, per sentirli di nuovo dal vivo: a questo punto, dopo questa sera, decido definitivamente che lo faro'.

martedì 7 marzo 2017

Paolo Benvegnu' - H3+ [2017]

Sfondo giallognolo di cartoncino sbiadito dal tempo. Un ideogramma cinese (tian, cielo) disegnato come con un pennello, con inchiostro rosso.

Play.

Caro Signor Benvegnu',
chiedo scusa, ti do del tu.
So per certo che hai letto quello che avevo scritto dopo il vostro concerto a Grottammare a Natale di due anni fa; lo so perche' tu stesso me lo hai detto dopo il vostro concerto a Roma a Natale di un anno fa, dal che ho immaginato che tu abbia poi letto anche cio' che avevo scritto in quell'occasione. Il fatto che tu ricordassi la mia recensione a distanza di un anno, di piu', che tu associassi immediatamente la parola "Toronto" al mio scritto e deducessi all'istante chi fossi mi aveva profondamente colpita: penso sempre di non lasciare grandi tracce del mio passaggio e quando capitano cose cosi', quando scopro di qualcuno che si ricorda qualcosa fatto/scritto/detto da me, resto sempre un po' a bocca aperta.
Mi sono spesso domandata se tu avessi cliccato qua e la' in quei post scoprendo cio' che avevo scritto di Earth Hotel (l'album piu' bello del 2014) o di Mr. Newman (l'EP piu' bello del 2015, la' dove il primo posto per l'album se lo aggiudicano Maroccolo e Rocchi di un soffio), o se le impressioni di questa bambina ti avessero lasciato intuire che effetto puo' fare l'ascolto della tua/vostra musica.

Caro Signor Benvegnu',
non sei completamente digiuno di scienza, lo ho capito dal modo in cui mi ascoltavi quella sera mentre provavo a spiegare grossolanamente il mio lavoro ad Andrea; non sei uno di quelli che si riempiono la bocca di frasi come "H3+ e' la molecola dell'universo" senza andare al fondo: hai intitolato il tuo album come il catione idrogenonio, una molecola che si' e' tra le piu' comuni dell'universo, che forse e' realmente importante per la creazione delle stelle, ma che soprattutto ha la peculiarita' di essere stabile solo la' dove la temperatura e la densita' di materia sono prossime allo zero, qualcosa che quindi si romperebbe, cesserebbe di essere se stessa (sic!), se vi fosse un po' piu' di movimento (temperatura ed energia cinetica sono infondo la stessa cosa) o qualora si trovasse troppo vicina ad altro. Non credo sia un caso, anche questo dettaglio mi parla.

Caro Signor Benvegnu',
io non so perche', ma va sempre a finire che parli a me, alla mia storia, alla fase che attraverso, anno dopo anno, album dopo album. Ma dimmi, chi ti ha dato il permesso di spogliarmi?, perche' quando canti "E cerco cio' che e' intatto. Astratto, sommerso. Sconfitto. Diverso. E cerco cio' che e' intatto, esatto, sommerso. Sconfitto. Diverso. Nell'imperfetto astratto." io ripenso a quella notte in cui vi ho raccontato il mio essere matematica, il mio andare a caccia di armonia nel rumore, di moti regolari che sopravvivono al caos. E sono sicura che non lo hai fatto intenzionalmente, pero' accidenti che impressione!
Cosi' come sono sicura che non e' intenzionalmente a me che ti rivolgi in "Se questo sono io", pero' te lo devo dire: e' a me che parli!, e mica e' carino sentirsi scoperti cosi'... e pensa, non so nemmeno se mi sembra piu' che parli di me che varco orizzonti soltanto per perdermi sempre o se parli a me, alla bambina che ti ascolta e sogna, quella che chiude gli occhi mentre cammina col fedele cuffione e tu sei invariabilmente li' con lei.
E so che non puoi immaginare il mio cammino, ne' come la Luce del Grande Sud del NuovoMondo (gia', niente piu' Toronto, ora vivo ad Atlanta, Signora del Sud) mi stia lentamente facendo rinascere. Gli errori, le paure, le frustrazioni, la fretta sciocca che di fatto rallenta, la ricerca continua di un'ascesa che pare irraggiungibile, lo schiantarsi e ripartire... non lo sai, ma certo che lo racconti proprio bene.

Caro Signor Benvegnu',
intendiamoci. Quando ho trovato il cartoncino dell'UPS sulla porta di casa tutto quello che sono riuscita a pensare e' stato "tra un po' avro' in mano l'album piu' bello del 2017" e mi sono emozionata. Mi hai/avete viziata: lo sapevo in anticipo e senza dubbio che me ne sarei innamorata.
E ascoltando, riascoltando, ancora e ancora, ogni volta entra un po' piu' a fondo e si', confermo: questo e' l'album piu' bello del 2017.

Caro Signor Benvenu',
ringrazio oggi piu' che mai il giorno in cui hai deciso di diventare un musicista, e ringrazio ancora di piu' il giorno in cui hai conosciuto Andrea Franchi, Luca "Roccia" Baldini, Marco Lazzeri e il nuovo arrivato Ciro Fiorucci (era suo il nome che non ho capito l'anno scorso a Roma?), tutti musicisti spettacolari, di notevole sensibilita' e tecnica squisita, cosi' come ringrazio il giorno in cui hai deciso di affidarti a Michele Pazzaglia e al suo gusto raffinato.

Cari Signori Benvegnu',
ecco, finalmente mi rivolgo a tutti voi chiedendo scusa per averci messo tanto: Paolo, Andrea, Luca, Marco, Ciro, Michele e collaboratori.
Avete scritto un disco meraviglioso sotto ogni aspetto: quelle divagazioni armoniche mi piacciono da pazzi, i bassi (tanto per cambiare) mi fanno girare la testa, il modo in cui avete usato quel pizzico di elettronica mi strappa sorrisi di ammirazione, i vostri ritmi mi seducono, i suoni che avete disegnato mi cullano... tutto, tutto, tutto concorre al mio benessere psicofisico.
Ringrazio Andrea per aver portato qui l'esperienza di Tanz!, gioiellino che chi non l'avesse ancora ascoltato dovrebbe senz'altro rimediare, lo ringrazio perche' ne riconosco il tocco in piu' punti e me lo godo fin nelle ossa, dall'arpeggio elegantissimo di "Victor Neuer" (piu' nuovo del Signor Uomonuovo) a tutti minuscoli giri ipnotici disseminati qua e la'.
Ringrazio Luca perche' se il basso di "Love is talking" mi si attorciglia addosso da sempre, se quello di "Avenida Silencio" mi strappa ogni volta una lacrima, quelli di "Goodbye planet Earth" (a proposito, la pronuncia sbagliata da sembrare "heart" non lo so se e' voluta, in effetti dubito, ma mi pare anche questo un ignaro tocco di classe) o di "Quattrocentoquattromila" sono semplicemente sublimi.
Ringrazio Marco perche' le sue dita di fuoco accarezzano le mie orecchie con dolcezza, perche' quel suo meraviglioso pianoforte di "Olovisione in parte terza" e' una delizia di note che si rincorrono con garbo, perche' gli archi DeGregoriani di "No drinks no food" mi riportano all'infanzia e alla dolcezza.
Ringrazio Ciro per i suoi ritmi sincopati, perche' e' l'ultimo arrivato e gia' dice egregiamente la sua.
Ringrazio Michele perche' ha un orecchio spettacolare, perche' se ascolto l'album ad occhi chiusi e' il mio corpo a diventare un'astronave e perdersi in questo mare di nero e stelle e note e benessere, e letteralmente lasciarsi andare tra echi e ritorni.
Ringrazio chiunque di voi abbia avuto l'idea di ritardare l'entrata in scena della batteria in "Macchine", tenendo le mie orecchie sospese ad aspettare su quel crescendo che si perde nel nulla e regalando poi soddisfazione quando finalmente esplode dopo l'intermezzo elettronico, per non parlare del lungo finale strumentale che e' gioia allo stato puro.
Ringrazio chi ha pensato la costruzione di "Boxes" e l'inquietudine blues che si porta dentro, cosi' come vi ringrazio per la serena accettazione di "Astrobar Sinatra", in cui l'abbandono si fa finalmente pace, e per la gioia pura di "Slow Parsec Slow", brano di bellezza colossale.
Ringrazio tutti voi, che confermate ancora una volta di essere Musica colta a tutto tondo, ringrazio la vostra vena cantautorale all'italiana che si ammanta di jazz e di elettronica senza perdere mai la sua essenza, la sua grazia, la sua dolcezza.
Ringrazio il vostro amore per la Terra e la Vita, riassunto nel gran finale salvifico che ti rimescola dentro e ti rimette in armonia col mondo.

Cari Signori Benvegnu',
oggi il mio unico rimpianto e' di essere a 8000km (metro piu' metro meno) di distanza da un vostro concerto, troppi per potervi ringraziare di persona; lasciatemi pero' esprimere il desiderio che portiate avanti il tour fino a Natale prossimo, perche' se per allora sarete in giro, in qualsiasi parte dello Stivale, mi troverete sotto al palco, a guardarvi con occhi spalancati, a far entrare la vostra musica nelle ossa, a lasciarmi avvolgere ancora una volta, come ogni volta.


Lista delle tracce

Victor Neuer
Macchine
Goodbye planet Earth
Olovisione in parte terza
Se questo sono io
Quattrocentoquattromila
Boxes
Slow parsec slow
Astrobar Sinatra
No drinks no food

mercoledì 30 dicembre 2015

Paolo Benvegnu' @ Monk Club - Roma

28 dicembre 2015

Il regalo di Natale perfetto prima di tornare alle grigie lande del sud-Ontario: l'ultima data del tour di Earth Hotel.
Il posto e' lo stesso di due giorni fa ma la situazione e' completamente diversa; sara' che e' lunedi' sera ma c'e' davvero poca gente, incredibilmente poca, e quella poca sembra ancor piu' radical-chic di quella che s'e' vista sabato sera: questi sono piu' calmi, piu' adulti, piu' "signori". Infondo, a pensarci, non sorprende poi tanto.
Questa sera sono sola, questa non e' un'esperienza che io possa condividere, il mio legame con la discografia del signor Benvegnu', con i (plurale!) Paolo Benvegnu' o con gli Scisma, e' troppo intimo, troppo privato, troppo nudo: un concerto come questo per me non e' un "semplice" evento musicale, non e' solo musica che cerco e so gia' che non e' solo musica cio' che trovero', che' ogni brano mi parlera' di qualcosa: un luogo, una persona, una sensazione, un ricordo, un sogno. Con questi Signori va sempre cosi', c'e' una strana commistione di musica (e che musica!) ed emozioni, una risonanza che non so spiegare ma che mi impedisce di vivere un loro concerto se non cosi', emotivamente nuda.

Entro presto, la sala e' vuota e agguanto anche troppo facilmente un posto in prima fila al centro del palco, con visuale perfetta su tutti i Musicisti.
Dalla mia postazione, sporgendomi, intravedo accanto ai pedali del Signor Benvegnu' la scaletta: non riesco a leggerla, e' troppo buio e in piu' non voglio guastarmi la sorpresa dei brani, ma sembra ragionevolmente lunga: ottimo!, penso tra me.

Presto entra il ragazzo-spalla, chitarrina classica in braccio, voce leggera: e' da solo sul palco, lui con la sua chitarrina, e penso che ci voglia davvero un gran coraggio per affrontare da soli il pubblico di un altro gruppo.
Si presenta come "Frisino", un nome che e' tutto un programma, e li', su quel palco cosi' grande per lui solo, pare un uccellino; quando si rivolge a noi ha la voce che trema ma al dunque e' perfettamente in grado di tirarla fuori e anche piuttosto bene. Soprattutto mi fa tenerezza il modo in cui ci ringrazia: si vede che quel "grazie!, grazie mille!, grazie!" lo pensa davvero con una certa emozione, c'e' una dolcezza poetica nei suoi modi che mi strappa un sorriso.

Quando esce la sala e' ancora semivuota e a questo punto mi sa che non si riempira' piu': d'accordo, e' lunedi' sera, ma data la mia ammirazione per i Signori in questione sono comunque spiazzata.
Nel mentre i tecnici aggiustano il palco, accordano un'ultima volta gli strumenti, cambiano l'asta del microfono. Esce anche Franchi alla ricerca di qualcosa, perlustrano il palco in lungo e in largo, dietro gli amplificatori, sotto la pedana della tastiera; alla fine trovano una borsa e, soddisfatti, escono: a breve si comincera', penso.

Buio.

Il primo ad uscire e' di nuovo Franchi che, con mia massima sorpresa, va ad imbracciare una chitarra: dietro la batteria siede uno che non avevo mai visto e di cui (chiedo scusa) non ho capito il nome. Poi, in rapida successione, entrano anche gli altri.
Applausi.
Franchi mi vede subito, sorride e mi saluta con la mano; lo ricambio con un sorriso e un compiaciutissimo cenno della testa: non ero sicura che mi avrebbe riconosciuta e ovviamente la cosa mi fa molto piacere.

L'apertura e' affidata a "Orlando" e penso che sono degli assassini seriali a voler cominciare cosi': Orlando parla direttamente con me, riconosco la sua voce, mi fa tenerezza e rabbia vederlo li', tranciato dalla sua stessa trebbiatrice... Peccato che il bilanciamento dei suoni sia tremendo: quel basso e' bellissimo ma cosi' e' troppo forte perche' lo si possa apprezzare, mi rimbomba in faccia e non riesco ad gustarlo completamente, nessuno potrebbe. Non finiscono il brano, non danno il tempo al poveretto di sedersi sulle pietre, lo lasciano li' a gridare mentre tutto gli parla di "lei", e attaccano il ritmo incalzante di "Nello spazio profondo" che stasera mi pare piu' incalzante che mai e concede il tempo di sistemare l'audio. E, inevitabilmente, precipito.
A seguire una "Feed the destruction" potente, lancinante, mi prende lo stomaco: addio Roma, addio casa (e non lo so nemmeno piu' dov'e' "casa", se ne esiste davvero una), addio amici, addio... siete tutti troppo lontani, io sono cosi' dolorosamente lontana... in questi giorni sono di passaggio, mi sento di passaggio, e domani tornero' al silenzio di Hamilton, al cielo grigio e pesante del sud-Ontario, al lago che in inverno e' cosi' silenzioso che il suo rumore rimbomba nel profondo del cuore...
Accidenti non posso commuovermi gia' al terzo brano!, dovrei riprendermi, vorrei riprendermi, ma i Signori non me lo consentono: parte "Avenida silencio", e il mio sguardo torna su King Street, sul ponte della superstrada in una mattina di novembre di un anno fa, mentre camminavo in mezzo a una bufera di neve per andare all'universita', con questa musica nelle orecchie e il pensiero rivolto a Roma morta non in un giorno ma in un istante, in questo istante: "Avenida silencio" e' e restera' quel posto li', quel momento li'... La chiudono con un finale sonico bellissimo, con Franchi che fa magie sul sintetizzatore ed e' un brivido sotto la pelle.
Non paghi fanno seguire "Una nuova innocenza" e capisco una volta di piu' come in quest'anno, dopo un inverno a Hamilton, un giugno sconquassante e un autunno confuso, il mio sentire sia cambiato: non posso pensarci adesso, non ho nessuna voglia di farlo. Guardo il batterista, i sorrisi che gli rivolgono gli altri, e penso che se la sta cavando egregiamente.
Ora anche Baldini mi ha vista e mi fa un cenno col capo: sorrido di rimando e penso che e' incredibile che si ricordino di me.
Finalmente mi concedono un attimo di respiro e suonano "Quando passa lei" che mi riporta a un tempo felice; anche questa volta come sempre, mi strappa un sorriso e un pensiero a cio' che non lascero' mai uscire dalla mia vita: l'intermezzo sonico che ci regalano e' una perlina auditiva che mi riporta nella sala e costringe i miei occhi sulle loro mani, sui loro strumenti.
Segue "Il mare verticale", condita con stacchi sexy-blues che suscitano un orgasmo sonoro: li godo tutti, uno per uno, li lascio penetrare. Quanta bellezza...
La pausa sarebbe finita, "Avanzate, ascoltate" mi scuote le ossa e sta per lanciarmi su un divano in una stanza dalle pareti gialle ma non voglio permetterlo, e' ora di riprendere il controllo della situazione e concentro tutte le energie sul palco, sui musicisti, sulle note che Lazzeri, da li' dietro, accarezza con garbo, sul finale sonico che mi esplode in faccia e mi stordisce.
E' un concerto supersonico quello cui sto assistendo, un concerto bellissimo.
"Il prossimo brano" dice Benvegnu' "e' di un album un po' vecchio che si chiama Hermann, si intitola "Love is talking" ed e' un brano cui siamo molto legati". Vorrei dir loro che anche io sono legata a quel brano, quel giro di basso si attorciglia intorno a me e fa tremare l'aria: cerco di guardare con attenzione le mani di Baldini, vorrei imparare a suonarlo ma ho gia' dimenticato troppo e chissa' ormai quanto ci mettero' a ricostruirlo...
Al termine del brano suoni lunghi, lunghissimi, ci introducono a una versione super-rock di "Suggestionabili" che gridata cosi', con questa potenza, con questa intensita', con questa nudita', e' straziante: mai come oggi l'ho sentita cosi' dolorosamente mia.
Poi altri fischi morbidi e caldi ci conducono per mano verso "Io e te" e qualcosa in quei suoni me la fa indovinare in anticipo: alzo lo sguardo verso Benvegnu', dritto davanti a me, faccio appena in tempo a pensare "vabbeh, allora uccidimi!" ed ecco un altro balzo indietro, le alpi marittime, il cielo in una stanza d'albergo, Mina... associazioni di idee troppo facili per non scadere in un vergognoso cliche'. Franchi allunga i suoni all'infinito con una slide, i tempi sono dilatati come a prolungare la mia agonia (ma che bell'agonizzare!), "e poi dimmi se ci sei" grida Benvegnu' dal fondo dello stomaco, il brano esplode e torno in me.
Alla fine del brano Benvegnu' e Franchi riaccordano le rispettive chitarre in drop-d e di nuovo capisco immediatamente; "Johnny & Jane" suscita in me sentimenti contrastanti di benessere macchiato di attese disattese, perche' nella vita vera la paura non va via montando su un cavallo bianco (che per altro non arriva mai) ne' su un volo transoceanico: fa molto piu' effetto pedalare con tutta la forza che si ha nelle gambe a meno quindici in riva all'Ontario ghiacciato, sotto un cielo grigio pesante come un coperchio. Sorrido e riporto l'attenzione al palco, all'arpeggio, alla Musica.
Alla fine del brano un inchino e via, spariscono rapidamente dietro le tende.

Pausa.
Brevissima.

Sono di nuovo fuori, con "Io ho visto" che mi ricatapulta su un treno, ma e' solo un attimo, un battito di ciglia: tutta la mia attenzione e' incentrata sulle note e sui ritmi di questo brano bellissimo e ne lascio fluire la Musica fuori e dentro di me.
Poi "Nel silenzio" mi strappa un sorriso, mi inumidisce gli occhi di dolcezza e mi toglie il respiro: pensavo che avrei visto altro e invece, a quanto pare, c'e' ancora l'ulivo di Largo Murialdo pochi mesi prima di discutere la tesi di dottorato, poco prima che la Vita prendesse quello spin portentoso la cui forza centrifuga mi ha spedita in Canada.
A chiusura di questa seconda parte "E' solo un sogno" come un anno fa, ma anche qui mi accorgo che la mia percezione e' cambiata e questa volta sono sul 16 in direzione Toronto, sulla QEW, in quel punto della strada dove all'improvviso, da dietro il gruppo di grattacieli residenziali che introducono alla citta' (anzi, alla Citta') appare il lago, si vede la CN Tower avvicinarsi e il cuore si apre alla meraviglia.

Ri-Pausa.
Ri-brevissima.

Emergono e riattaccano da uno splendido finale per "E' solo un sogno", un bell'assolo di Franchi, una notevole coda rock: "prima aveva fatto un finale troppo magro" dice Benvegnu' indicando Franchi con un bel sorriso.
Suonano "Sempiterni sguardi e primati" che tocca ancora una volta le stesse corde, perche' a distanza di un anno mi sento ancora persa nel mondo che ho osato cercare. Questa volta pero' il finale lo cantano davvero e mi rendo conto che se un anno fa avrei pianto tutte le lacrime del mondo oggi mi tocca in modo diverso; la ragazza alla mia destra invece si toglie gli occhiali, si passa una mano sugli occhi e quest'immagine mi colpisce violentemente lasciandomi intuire che qualcosa sta cambiando, che il tempo e' passato, e del resto lo vedo ogni giorno nello specchio, in quel primo capello incontestabilmente bianco di cui vado fierissima, e chissa', forse e' vero che sto camminando bene.
E cosi', su questo pensiero, parte "Cerchi nell'acqua" (cosa avevo scritto un paio di mesi fa a proposito del Signor Uomonuovo che cercava di "riconoscersi per cerare"?, sorrido) per il gran finale sonico-rock: questo e' il messaggio con cui i Benvegnu' ci salutano e chiudono un tour durato quasi un anno e mezzo... occhei, messaggio ricevuto, credo.
Presentazione dei musicisti (e niente, il nome del batterista non l'ho capito...), tre inchini, applausi, buio.

Mi siedo su un divanetto ad aspettare (sperare) di veder emergere Andrea per salutarlo; mi dico che posso aspettare un quarto d'ora e se non esce vado a casa ma sono fortunata, esce prestissimo e mi faccio avanti. Sorride nel vedermi, ci abbracciamo e ci raccontiamo vicende e impressioni dell'ultimo anno quasi fossimo vecchi amici: mi colpisce il pensiero di come l'esperienza con musicraiser abbia fatto nascere una specie di amicizia: anche Luca, quando esce e mi vede, mi saluta con un abbraccio al grido di "la canadese!", ma poi, come e' logico, passa oltre.
Domani ho il volo per Toronto e sono gia' stanca morta, ma Andrea ha voglia di chiacchierare e del resto anche io: i miei tentativi di andar via sono debolissimi nonostante sia una settimana che dormo si' e no quattro ore a notte, nonostante mi aspetti un viaggio di piu' di quindici ore (tra una cosa e l'altra). Sono stati giorni cosi' belli - tra parenti, amici e musica - che tutto sommato mi dico che potro' dormire a Hamilton con Ofelia accanto, che questa e' la mia ultima notte a Roma per un po' e vorrei non finisse mai.
Chiacchieriamo a lungo con Andrea, del Canada, dell'Italia, della vita del matematico, di quella del musicista, mi offre da bere e poi, da gran signore, insiste per non lasciarmi da sola alla ricerca di un taxi a Portonaccio: mi offre quindi un passaggio sul pulmino verso il loro albergo da dove mi fara' chiamare un taxi.

Sul pulmino ad un certo punto trovo il coraggio di girarmi verso Benvegnu', seduto dietro di me, e di ringraziarlo del bellissimo regalo che mi hanno fatto nel venire a chiudere il tour a Roma la sera prima della mia partenza: lui mi ringrazia di rimando e mi stringe la mano con un gesto caldo e sincero.
Poi invito Andrea a venire a suonare a Toronto e li' Benvegnu' mi guarda e dice, con una naturalezza che mi spiazza, "tu hai scritto una cosa bellissima: grazie!" (uh?, io?, cos'e' che avrei fatto?) "massi'... una recensione personalissima in cui c'era quest'immagine dei tuoi passi nella neve..."
Dio...
...seriamente?, l'ha letta?, davvero?, e lo ha colpito tanto da associare Toronto a quello che ho scritto?, io, la matematica con l'animo rock, quella che non ha mai avuto il coraggio di provare a fare la musicista e si e' accontentata di suonare per se' stessa e ancor piu' per se' stessa tiene un blog su cui recensisce, per il bene di nessuno se non il suo, gli album e i concerti che la colpiscono in un senso o in un altro... io, con queste idee sconnesse che riporto a tempo perso, sarei riuscita a colpire le persone che mi prendono a pugni nello stomaco ogni volta che suonano una nota su disco o dal vivo? Andiamo, non ha nessun senso... vorrei dire che non e' niente di che, che sono loro a fare cose meravigliose, che io reagisco e basta, ma mi esce un pessimo "no, vabbeh, tu mi hai fatto male..." cui lui reagisce con un "tu invece mi hai fatto bene...". Metto su il tono spavaldo di quando mi sento fragile e dico che in un paio di giorni arrivera' anche il racconto di questa serata; e' vero ovviamente, e' lo scritto che state (ma voi chi?) leggendo, ma la verita' e' che se fossi da sola probabilmente piangerei e basta: eggia', ho la lacrima facile quando si tratta di commuoversi, ma non in pubblico, mai in pubblico.
...certo che sono ridicola: trentadue anni buttati!
Andrea mi chiede del mio lavoro, dei miei "conti": l'immagine del matematico che fa i conti coi numeri e' difficile da sradicare ma la verita' e' che i matematici sono dei pazzi, dei sognatori, dei poeti... o almeno io lo sono e per la prima volta, nel cercare di spiegarmi con lui, trovo la giusta immagine poetico-musicale, imprecisa ma evocativa, per raccontare cosa faccio.
E in un qualche modo, paradossalmente, lo capisco anche io per la prima volta.
Io non cerco di sfondare nessun limite, il muro dell'ignoto lo lascio sfondare ai professionisti, a gente piu' seria e preparata di me; se me lo chiede un matematico, in gergo, io vado a caccia di moti quasiperiodici in sistemi perturbati; per tutti gli altri - e infondo per me stessa - io cerco l'armonia la' dove dovrebbe esserci il caos, e questo perche' ho intimamente bisogno di credere sia cosi' che va il mondo, perche' l'armonia deve sopravvivere al rumore.

E sul taxi verso casa di mio padre, ripensando alla conversazione con Andrea, un'idea mi fulmina, un'idea semplice e bellissima, di quelle che ti fanno sentire il re degli imbecilli per non averci pensato prima, come solo le idee giuste sanno fare: l'unica speranza che ho per fare matematica davvero bene e' quella di ritrovare l'equilibrio e conciliare la matematica col mio animo di musicofila.
Cosa questo significhi all'atto pratico non ne sono ancora sicura, ma capisco intimamente che e' quello che devo fare.
Un ultimo grazie allora, piu' che mai, dal profondo del cuore.
Ad Andrea, a Benvegnu', agli abbracci degli amici, a quelli dei parenti, ai ritorni in Europa con cadenza piu' o meno semestrale che servono un po' a fare il punto della situazione e a dare nuovo slancio in avanti.
Ora mi aspetta un altro inverno canadese ma paradossalmente non vedo l'ora di affrontarlo: sono sopravvissuta una volta, posso farlo di nuovo e meglio.
Io non... io non ha piu' paura.
Davvero.
Grazie.