martedì 7 gennaio 2025
Ciao Signor Benvegnù - 31/12/2024
venerdì 23 febbraio 2024
Paolo Bevengnu' @ Monk Club - Roma
22 Febbraio 2024
Ci sono storie belle da raccontare, ci sono quelle che fanno ridere, quelle che ti prendono e ti scuotono, quelle che, infondo, sono solo storie normali ma ti lasciano dentro un sorriso di benessere.
Questa volta siamo in due, ultimamente siamo sempre noi due: quello che era il "team" dello scorso anno si e' sgretolato ma noi, imperterriti, ancora resistiamo.
Arriviamo al Monk in largo anticipo, abbiamo prenotato un tavolo per mangiare presto al ristorante del club: il nostro piano e' di nutrirci in fretta per poi volare nella sala-teatro e prendere posto in prima fila, gomiti sulle transenne. Arriviamo dunque, e il nostro tavolo e' proprio accanto a quello della banda. Io, che nella vita vera cerco di nascondere la mia timidezza cronica con una spavalderia ridicola, ho il cuore che inizia a pompare come quello di un'adolescente scema (quarant'anni buttati!). E sento l'emozione nella mia voce quando mi accorgo che Benvegnu' mi sta facendo un cenno di saluto: ricambio timidamente con una mano, anche se a dirla tutta non sono sicurissima stia salutando me, perche' sarebbe assurdo si ricordasse, a distanza di tanti anni, il viso di qualcuno che a malapena e' stato in grado di balbettare qualche frase sconnessa in sua presenza. Poi, come quella volta a Prato e' il primo ad alzarsi da tavola. Dopo un po' anche Roccia mi vede e mi fa un cenno, ma questa volta lo so che e' per me, perche' con lui ho interagito in piu' di un'occasione, e ricambio con un sorriso piu' ampio e meno imbarazzato: a fine pasto si avvicinera' al nostro tavolo - noi stiamo ancora finendo - per un saluto piu' caloroso e per dirmi che in effetti ha letto quello che ho scritto. E niente, come sempre la cosa mi scuote e mi lusinga. Poco dopo arriva il caffe', lo beviamo in fretta e ci alziamo - lasciando una bottiglia di vino da finire, cosa decisamente non da noi - per andare ad accaparrarci il posto in prima fila. Entrando nella sala-teatro il mio compagno di avventure mi prende vigorosamente in giro, perche' in prima fila a questo punto ci saranno si' e no cinque persone, e a dirla tutta avremmo avuto il tempo per finire il vino con calma. Ma mi vuole bene, mi sopporta, e penso che alla fine gli faccia piacere farmi contenta.
Siamo in prima fila dunque, gomiti sulle transenne, piu' o meno a meta' strada tra il basso di Roccia e la chitarra di Benvegnu' che riposano sul palco, mentre la sala si riempie lentamente. Il mio sguardo cade sulla scaletta ai piedi del basso e la indico al mio compagno di avventure, dicendo che a fine concerto bisognera' cercare di prenderla: lui non batte ciglio, attraversa le transenne, sale sul palco e scatta una foto. Gli intimo di non azzardarsi a darmi anticipazioni ma lo vedo che freme per poter discutere con me quello che ha visto, cosi' gli lascio dire - con gli occhi che brillano - che i primi brani saranno quelli del nuovo lavoro, in fila. E aggiunge, ricollegandosi a un dialogo che avevamo avuto in macchina, di non volermi dire quale sara' l'ultimo brano.
Finche' ecco, si abbassano impercettibilmente le luci, il volume della musica si alza e riconosco le note del finale strumentale di "Alla disobbedienza". Faccio cenno al mio amico che si sta per cominciare.
Salgono sul palco e il mio cuore e' gia' partito. Iniziano con "Tecnica e simbolica", e sorrido quando Roccia sottolinea con forza che la primavera tarda ad arrivare. Segue "L'oceano", che senza Brunori perde qualcosa ma guadagna qualcos'altro. Mi accorgo che, uno per uno, riesco a seguire tutti gli strumenti, piccole gemme musicali che compaiono una alla volta per farsi notare. E' il turno di "Marlene Dietrich" e penso sia un peccato abbiano saltato "Pescatori di perle", di cui sto provando a capire la delicata intro al pianoforte, ma vabbeh: del resto anche quella volta incredibile a Grottammare mica avevano veramente suonato tutto l'album. E va detto che "Marlene Dietrich" dal vivo ha un impatto bestiale sulle mie orecchie. Segue, come da copione, "Il nostro amore indifferente", che poi e' la canzone con cui di recente arrivo in dipartimento, quella che colleghi e studenti, ridendo sotto i baffi, mi hanno visto ballare mentre cammino e attraverso la sbarra del parcheggio: ridano pure!, non sanno che meraviglia ci sta dentro a quel cuffione. Finche' arriva "27/12". Doveva arrivare e arriva. Ed e' bellissimo essere li' con il mio compagno di avventure, entrambi coi gomiti sulle transenne, pensando a tutto senza pensare a niente, con un sorriso enorme e gli occhi e le orecchie pieni di meraviglia e dolcezza. Segue "Our love song" e si balla. In realta' ho il ginocchio destro che mi fa malissimo: la scorsa estate mi sono presa un'orribile storta camminando per strada, credo che l'album su cui ballavo fosse Karma Clima, che avrei visto dal vivo - zoppicante - di li' a breve. Insomma, quel giorno ho quasi rotto il menisco e dato una scrollata importante al crociato anteriore gia' abbondantemente provato. Dunque ho passato l'estate con le stampelle e, a seguito una riabilitazione un po' troppo frettolosa, in cui "forse" ho "leggermente" forzato la mano, ora, di tanto in tanto, specie quando cambia il tempo, anche solo camminare in realta' non e' il massimo. Ma stasera si balla, anche a costo di farlo mantenendo tutto il peso sulla gamba sinistra, tenendo il collo del piede destro appoggiato leggermente sul retro della caviglia sinistra, tanto ci sono le transenne a darmi una mano per non cadere. E se mai dovessi rompere il maledetto crociato una volta per tutte... pace. Si balla dunque, e ne vale la pena. Poi, con mia grande e piacevolissima sorpresa, parte "Pescatori di perle" e i miei occhi si piantano sulle mani di Aprile: non vedo benissimo ma credo di aver capito qualcosa, poi al resto pensera' il mio orecchio nei prossimi giorni. Segue "Canzoni brutte" e il mio compagno di avventure ed io ci scambiamo un sorriso e uno sguardo d'intesa: solo pochi giorni fa ci dicevamo quanto questo brano piacesse a entrambi nella sua ironia feroce. In particolare il ponte di quel brano, con Benvegnu' che distorce la voce come un trapper qualsiasi, ci fa sganasciare dalle risate. "In der nicht sein" e' un altro tipo di impatto sonoro, con quel muro impressionante e quei passaggi semplicemente bellissimi. Poi parte "All'origine del mondo" ma stavolta non mi fregano: sono sicura che "Libero" sara' suonata, ne sono sicura e basta. C'e' da qualche giorno un dibattito in corso, col mio compagno di avventure, su "All'origine del mondo", perche' lui ci sente un brano della colonna sonora di "The fountain" (che entrambi riteniamo sia un film molto ma molto sottovalutato) e si e' addirittura convinto che Benvegnu' qui si sia ispirato a Mansell al punto che anche il titolo del brano potrebbe essere stato scelto di conseguenza. Viceversa io penso che poche note non siano sufficienti per una deduzione cosi' drastica, ma va anche detto che mi diverto da impazzire a dargli torto: fa parte della nostra dinamica d'interazione da talmente tanti anni che a volte mi rendo conto di stuzzicarlo solo per il gusto di farlo. Quelle poche note questa sera ce le regala Zacchei e al ritorno, in macchina, scopriro' che il mio compagno di avventure non riusciva a distinguerle dal resto - al punto da aver dubitato della sua stessa teoria. Poi, con dolcezza, segue "Libero", con quel basso da far girare la testa. Che poi stasera Roccia, che appunto ha letto quello che ho scritto, si permette anche di regalarmi qualche piccola improvvisazione da brivido. La voce di Benvegnu' sorride, io sorrido. Chiudono la prima parte del concerto con l'immancabile "Alla disobbedienza", il brano meno immediato di tutto l'album, e inevitabilmente i miei occhi si piantano sulle mani di Berioli (G.), dalla parte opposta del palco, a seguire quella chitarrina sghemba che mette i brividi. Prima della parte strumentale strumentale del brano, ci salutano, escono, e noi restiamo li' coccolati di nuovo da quella musica ipnotica che ci aveva accolti all'inizio del concerto.
La pausa e' brevissima e rientrano, nel buio piu' completo, prima della fine di "Alla disobbedienza", e quando l'ultima nota evapora e le luci si riaccendono parte un caloroso applauso. Sin qui non e' stata detta una sola parola per non interrompere la magia, ma adesso il nostro si fa piu' loquace, di quella sua loquacita' finto-spavalda che mi ricorda tanto la mia.
Il primo brano che ci regalano e' "La schiena" e penso che certo la Vita e' strana. Quella dottorandina che tanti anni fa ascoltava questa canzone aspettando l'autobus all'incrocio tra viale Marconi e via Pincherle, la sera tornando a casa, con un cuffione ad avvolgerle le orecchie e isolarla dal mondo, oggi torna a casa a piedi, dallo stesso posto e con un simile cuffione: torna a una casa molto diversa da quella di allora, ma appunto ci torna dallo stesso posto, che poi infondo e' la sua vera Casa. Perche' e' quella la Casa a cui sono tornata quando ho preso l'aereo che mi ha riportata a Roma. E a dirla tutta quella Casa era l'unica cosa che in quel momento potesse riportarmi da questo lato dell'Atlantico. E il fatto che stasera, in piedi accanto a me, coi gomiti sulle transenne a condividere questo momento, ci sia proprio la persona che mi ha convinta a tornare, mi riempie il cuore di una dolcezza indescrivibile. A seguire "Andromeda Maria", dolcissima, inizia con Benvegnu' solo con la sua chitarra e gli altri che arrivano dopo il primo ritornello, il tutto con una delicatezza da brivido. Poi un brano "tristissimo ma che sorprendentemente e' in mi bemolle" e gia' dalla descrizione non puo' che essere "Avanzate ascoltate", con tutta la sua dolcezza e il suo calore: e se un tempo questo brano faceva volare i miei pensieri in mille direzioni, stasera mi àncora qui, a questa transenna, presente a me stessa come non mai. E poi ancora "Il mare verticale", con quegli accordi di apertura che di fatto sono il mare verticale, e quel ritmo sincopato che dona il senso alla canzone. Qui confesso di sentire l'assenza di Druga: egregiamente sostituito da Berioli (D.), intendiamoci, ma una parte di me, nel buio del cuore, si augura che prima o poi Drughino torni dietro quella batteria. Poi "Io e il mio amore" che e' di una potenza inaudita e la sua carica esplosiva toglie il respiro e lascia spossati e contenti. E da ultimo, come sempre, "Cerchi nell'acqua", la canzone dei saluti. Scambio uno sguardo col mio compagno di avventure e il mio sorriso e' a meta' tra il soddisfatto ("che ti dicevo? questa e' la canzone di "ciao"!") e il malinconico ("accidenti, il concerto e' gia' finito!"). Tre inchini, tre saluti. Ma noi continuiamo ad applaudire con forza. Cosi' suonano anche "E' solo un sogno", che in effetti e' un'altra ottima canzone di "ciao": un dolce rimandarsi nel mondo dopo questa serata carica di emozioni.
Una ragazza e' piu' veloce di me nel chiedere a Roccia la scaletta ai suoi piedi, un altro, velocissimo, arraffa quella ai piedi di Berioli (G.). Il mio compagno di avventure mi incita a salire sul palco puntando a quella accanto alla batteria ma io tentenno: la verita' e' che non ho il coraggio di salire cosi' impunemente. Per fortuna un tecnico mi vede li' a tentennare, mi fa cenno che non si puo' salire, io indico la scaletta e lui con un sorriso me la porta, risparmiandomi l'imbarazzo.
Resterei ancora, vorrei dare un ultimo saluto a Roccia e vorrei far vedere il mio bracciale di cuoio (con su inciso "La mia verita' e' nell'ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi ma sono troppo suggestionabile") a Benvegnu', magari senza dire niente che tanto le parole non mi verrebbero. Vorrei trovare il coraggio di fare tutto questo, ma leggo la stanchezza nello sguardo del mio compagno di avventure e non provo neanche a proporgli di restare ancora qualche minuto.
Torniamo a casa con le orecchie che fischiano e i cuori che battono.
Questa sera penso di essere davvero tornata.
domenica 18 febbraio 2024
Paolo Benvegnu' - E' inutile parlare d'amore [2024]
Un lago immerso nella foschia, le acque leggermente increspate, colline laggiu' sullo sfondo a separare il cielo dalla terra. In primo piano un rettangolo, forse uno specchio da cui si vede la riva: canne, arbusti, e Lui, vestito di nero, capelli ormai bianchissimi, lo sguardo rivolto chissa' a cosa.
Play.
Caro Signor Benvegnu', eccoci di nuovo qui, ti do ancora una volta del tu.
Era praticamente ovvio che, semmai avessi ricominciato a scrivere su queste pagine, sarebbe stato per merito tuo (qualcuno forse direbbe "causa tua"...). E nonostante sospetto non te ne importi niente, lascia che io cominci col chiederti scusa per non averlo fatto per l'odio dell'innocenza, o nessuna delle inutili premonizioni, o anche solo per i fiori (ma perche' niente CD?), o per qualcuno dei tuoi concerti (da quell'ultima volta a Prato, tu non puoi saperlo, ma io ti ho visto altre volte di cui una, meravigliosa, in un minuscolo teatrino nel cuore di Trastevere). Ti confesso che, alla sua uscita, DellOdio dell'Innocenza mi provoco' sensazioni contrastanti, perche' ero appena tornata a vivere a Roma pur non essendo ancora completamente convinta di aver fatto la scelta giusta, e giusto il tempo di adattarmi al nuovo fuso orario che il Covid mi aveva costretta sola in casa: i vicini, tutte le sere alle sei, puntualissimi, facevano la discoteca sui balconi per mezz'ora, iniziando con l'inno nazionale, passando per il Gioca Jouer e altre simili piacevolezze, a un volume tale che anche chiudendo tutte le finestre, abbassando tutte le persiane, avvolgendo le orecchie in un cuffione teoricamente isolante, li potevo sentire. Ero arrabbiata col mondo. E quando, con l'aiuto di detto cuffione, ho ascoltato quel disco, non ho potuto far altro che accrescere il mio rancore nei confronti dell'aereo che mi aveva riportata nello Stivale, dei vicini rumorosi, dell'umanita' che si lagnava, della casa orribilmente buia in cui mi ero ritrovata a vivere ("che ti importa" dicevano mentre firmavo il contratto di affitto solo un paio di mesi prima, "tanto qua dentro ci starai soltanto la sera" dicevano, "non te ne accorgerai nemmeno" dicevano...). Oltretutto l'assurda storia che raccontavi all'epoca, secondo cui non saresti stato tu l'autore di quelle canzoni, mi irritava oltremodo: era come se tu non volessi prenderti la responsabilita' di un disco che entrava in pericolosissima risonanza con la rabbia che avevo dentro... E insomma ti ho odiato di un odio sincero e violentissimo. Da allora, ogni volta che ho accarezzato l'idea di tornare a scrivere, l'eco di quella rabbia mi ha trattenuta. Solo il tempo ha saputo dirmi che non era il Covid, non era l'Atlantico, non era l'umanita' e certo non eri tu: ero io ad essere prosciugata. E solo recentemente ho ritrovato la giusta tranquillita', ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.
Ecco, questo lungo preambolo per giustificare, se mai ti fosse importato qualcosa, sei anni di silenzio e dirti che oggi torni alle mie orecchie accolto (finalmente) con ritrovata serenita'.
Caro Signor Benvegnu', che gran disco hai scritto.
Nessuna sorpresa, intendiamoci, ma che piacere ritrovarsi...
Al primo ascolto la sensazione e' che si tratti di un lavoro piu' immediato - armonicamente e ritmicamente - di quello che mi aveva fatto girare la testa esattamente vent'anni (argh!) fa, ma che proprio questa sia la sua splendida dimensione. Poi ai giri successivi, entrando in dettaglio, ci si accorge che la semplicita' e' solo apparente e superficiale, che aiuta a rendere piu' immediato il primo ascolto, ma a ben sentire c'e' tutto un mondo di dettagli da scoprire. Penso ad esempio al basso che irrompe prepotente a sottolineare che la primavera tarda ad arrivare, alla chitarrina sghemba di "Alla disobbedienza" che ancora non ci ho capito niente, al riff che sottolinea le tue parole in "L'origine del mondo" su cui il mio orecchio cade sistematicamente, al vero e proprio finale strumentale di "Alla disobbedienza" che rimanendo sospeso chiama al silenzio, alla batteria del ritornello di "Our Love Song" che nella sua semplicita' mi fa ballare, al basso di "Libero" (ok, mi sa che sono una bassista mancata!) che e' un godimento infinito, al piano delicato di "Pescatori di perle" che e' un inno alla dolcezza, all'ironia feroce di "Canzoni brutte" che negli scorsi giorni sanremesi sembrava piu' che mai appropriata. Tanti piccoli dettagli che messi insieme uno in fila all'altro fanno quasi un'ora di meraviglia, e se li sommi assieme ti accorgi che in questo disco di immediato non c'e' proprio niente.
E posto che il primo religioso ascolto deve essere in casa, dal CD, gli altri possono avvenire - e di fatto spesso avvengono - mentre si cammina per andare al lavoro. Sicche' devi sapere che quello straziante "raw marconi raw" mi strappa un sorriso tutte le volte, perche'... ma che ne sai tu, caro Signor Benvegnu', della mezz'ora a piedi la mattina, su un'affollato e caotico Viale Marconi, a ballare facendo lo slalom tra la gente? Perche' poi, come sempre accade, sono io quella che ascolta e si sente messa in mezzo.
Caro Signor Benvegnu' ti aspettavo da un po', o forse aspettavo me.
Hai smesso di fumare e si sente: la voce ha cambiato spettro, e' meno cupa, piu' carezzevole, piu' rotonda. Mi piace. Anche io ho smesso di fumare: negli ultimi anni ogni tanto ci ero ricascata - sempre a proposito di cio' che mi prosciugava - ma ora io sono di nuovo io, e proprio non mi va piu'. Ecco, mi piace come la tua voce ritrovata si intreccia con le nuove tonalita' piu' morbide. E mi piace come si intreccia con quella di Dario Brunori e (per mia enorme sorpresa) con quella di Neri Marcore': intendiamoci, era bella "27/12" sull'EP, ma oggi mi sembra ancora piu' bella: va detto che c'e' un intreccio speciale su quel fiume, tra le vostre voci e Ponte Marconi, la sera quando torno a casa (lato A la mattina, lato B la sera, che sembra quasi un disco cronometrato sui miei passi). Ma tu non lo sai, questa volta davvero non lo puoi sapere anche perche' nessuno lo puo' sapere, quali sentimenti stanno recentemente crescendo infondo al mio cuore nonostante io faccia di tutto - in modo orribilmente maldestro e con scarsissimi risultati - per tenerli a bada.
Caro Signor Benvegnu', la tua musica parla al mio cuore.
In quest'assurda epoca in cui tutto sembra dover correre chissa' dove e fermarsi a respirare sembra un'aberrazione, in cui e fondamentale che tutto sia facile da imparare, che non ci vogliano ne' attenzione ne' sudore, e che sia necessario dominare tutto, in cui lo studente e' il cliente e il cliente e' il padrone, aggrapparsi a cio' che e' "Inutile" sembra essere l'unica speranza. Ed io, per la mia natura di inguarbile romantica, ho bisogno di mantenere viva la speranza che non sia davvero tutto qui. Ed ecco che ad ascoltare un disco come questo mi sento fortunata, perche' capisco che non sono sola.
Percio' caro Signor Benvegnu' e cari Signori Baldini, Berioli, Berioli, Zacchei e Aprile, ci vediamo giovedi' a Roma, ovvero io vi vedro': voi forse avrete il dubbio che quella tizia in prima fila, quella con gli occhi e la bocca spalancati per la meraviglia, e' questa scema che vi da del tu quando scrive su un blog che nessuno leggera'.
Lista delle tracce
Tecnica e simbolica
L'oceano (feat. Brunori Sas)
Pescatori di perle
Marlene Dietrich
Il nostro amore indifferente
27/12 (feat. Neri Marcore')
Our love song
Canzoni brutte
In der nicht sein
Libero
L'origine del mondo
Alla disobbedienza
lunedì 26 giugno 2017
Paolo Bevengnu' @ Biblioteca Lazzerini - Prato
E poi.
E poi sono venuta a sapere che Benvegnu', dopo l'interruzione forzata avvenuta a fine aprile, riprendera' la sua tournee in giro per lo Stivale proprio durante quei cinque giorni. E non importa dove si tenga questo concerto, non importa neanche che io debba fare un seminario a Torvergata il pomeriggio dello stesso giorno: l'idea di prendere un treno per andarlo a sentire si era affacciato subito alla mente, e la brevissima conversazione di domenica sera mi ha convinta definitivamente.
Un concerto di Benvegnu' e' per me un viaggio nell'anima che va ben oltre la musica. C'e' una sola persona al mondo con cui vorrei tentare di condividere quest'esperienza, ma un volo al mattino dopo rende impossibile la sua presenza: pazienza, sara' per la prossima volta.
Cosi', anche oggi, parto sola.
Un breve scambio di messaggi con l'ottimo Andrea (che si', a questo punto considero un amico) e rimedio un ostello e un invito a cena con il gruppo.
E' quindi con emozione infinita che salgo sul frecciargento in direzione Firenze; l'orrido treno arrivera' in ritardo anche questa volta (che sia una maledizione?) ma da Firenze a Prato i regionali sono frequentissimi e quantomeno non devo prendere un taxi: mi basta aspettare un po', giusto dispiaciuta per il ritardo di venti minuti sulla mia personale tabella di marcia e, soprattutto, sperando di non crear problemi.
Arrivo all'osteria e Andrea e' fuori che mi aspetta, gli altri sono dentro insieme ad un paio di loro amici: uno poi scopriro' essere il fotografo della serata, l'altro e' M., un carissimo amico di Andrea. Tutti mi salutano con caloroso affetto, con baci e abbracci come si fa con gli amici.
Mi sento un po' un'adolescente imbecille ad emozionarmi cosi', ma cerco di non darlo a vedere.
Hanno finito di mangiare e mi sento fortemente in imbarazzo, ma si impegnano molto per farmi sentire a mio agio, Andrea ordina altri tortelli (spettacolari!) e mi fanno un po' compagnia; poi, uno alla volta, la banda si alza per andare a preparare gli ultimi dettagli per la serata, io finisco il pasto e M. mi accompagna all'ostello per fare il check-in e lasciare lo zaino.
Pochi minuti e sono di nuovo in strada, aiutata da Mr. Google (il savio gentil che tutto seppe) a trovare la strada verso la biblioteca.
Lo spazio designato per il concerto e' all'aperto, il palco e' allestito, ci sono sedie ordinate all'uopo, tutte occupate; prendo posto in piedi su un lato. Sulla parete diametralmente opposta rispetto alla mia posizione troneggia un enorme striscione rosso con la scritta "Tu sei un filo passato attraverso la cruna di un ago. Tu sei una trama di momenti accumulati che si ammassa in giorni, notti e anni. Tu sei un rotolo di tela teso dalla nascita alla morte. Tu sei fasciato come un neonato, vestito come una stella e avvolto come un cadavere". Gente interessante da queste parti.
Il tutto mi fa pensare a una situazione casereccia, al limite del familiare: ci sara' di che godere.
Entrano in scena, lui/loro/lui.
Salgono su palco e senza dire una parola parte il fischio iniziale di "Victor Neuer" (piu' nuovo del signor Uomonuovo) e l'incipit e' cantato senza arpeggio, che entrera' solo sulla seconda meta' della prima strofa; e' una dichiarazione di intenti: il moderno Ulisse sta per mettersi(ci) in viaggio, e la sua voce ci prende per mano con garbo, quasi chiedendoci di affidarci a lui. L'arpeggio di Andrea e' bellissimo ma ahime' sono troppo lontana per riuscire a studiarlo con l'attenzione che vorrei.
Poi "Nello spazio profondo" col suo ritmo incalzante, e nonostante il caldo mi trovo per un attimo immersa nella neve di Hamilton, all'incrocio tra Queen e King, nel silenzio, e inizia ad affiorare una sensazione che focalizzero' piano piano durante la serata: il fatto e' che quest'anno il cambiamento in me e' stato reale, ho solo un ricordo nebbioso di cio' che e' stato, e mi appare come una pausa dalla vita, una storia vissuta da un'altra persona, e questo pensiero mi tira fuori un sorriso nuovo.
Segue "Suggestionabili" in versione superrock, che invece sento ancora mia, perche' ancora mi ostino a cercare di capire questo puzzle che in quasi trentaquattro anni non sono mai riuscita a risolvere. Non arriva potente come fu un anno e mezzo fa, ma certo fa venire la pelle d'oca.
E' la volta di "Goodbye planet Earth", con gli splendidi bassi saltellanti di Luca e quella pronuncia forse volutamente sbagliata da far sembrare si tratti di un addio al cuore. E sono io tre anni fa, quando ho salutato quello che era il mio mondo per sfuggire a me stessa; la sensazione pero' non e' di malinconia ma piuttosto di dolcezza nei confronti della me del passato, la me contro cui ho lottato violentemente e che adesso sta forse trovando una pace insperata.
Ci attaccano direttamente "Olovisione in parte terza", con le dita infuocate di Marco che accarezzano la tastiera e le mie orecchie, e capisco che H3+ sara' suonato in ordine, eventualmente saltando qualche brano come e' accaduto con "Macchine"... speravo si sentirla stasera... ok, next time.
E' la volta di "Una nuova innocenza" e penso che adesso il Nostro una figlia ce l'ha davvero e boh?, forse e' solo suggestione, ma nei suoi occhi mi pare di vedere una luce diversa, un senso di benessere che forse non credeva sarebbe prima o poi arrivato. Il finale che ci regalano e' supersonico e mi stringe le budella.
Alla fine del brano una piccola pausa per ringraziare il pubblico e dire due parole. Questo e' il primo concerto vero e proprio dopo Bologna (i tre pezzi suonati l'altra sera a Roma non valgono) e se ne percepisce l'emozione fortissima, la voce che trema: oltretutto Andrea e' di qui, Benvegnu' ha vissuto qui, gli altri sono comunque di zona, qui si gioca in casa, e giocare in casa e' sempre piu' difficile. Ringrazia dunque, e presenta l'ultimo brano, sostenendo di aver trovato ispirazione in alcuni dei presenti...
...e parte "Se questo sono io", che suona inizialmente da solo, con la fida jazzmaster ad accarezzare la sua voce calda e bellissima, per poi lasciar riempire il tutto dal resto del gruppo.
E no Signor Benvegnu' dai, non prendermi in giro, non stai parlando di me, non fare il furbo, non e' vero, non ci credero' mai! Non e' vero che parli di me, di come tre anni fa ho varcato un oceano sperando di ricominciare, di come ho avuto troppa fretta e mi sono persa sempre, di come ho bruciato due anni di vita, di come ho deliberatamente ignorato i miei fantasmi negli inverni Hamiltoniani convinta che bastasse prendere un aereo per rinascere, di come ho pensato troppo presto di avercela fatta, di come ho giocato alla spavalda e mi sono frantumata le gengive. E non sai che in tutto questo contorcimento la tua voce mi ha camminato a fianco tante di quelle volte che quasi ti considero uno di casa: eri li' nella neve, nell'inverno, alla stazione di Toronto, eri li' quelle rare volte in cui ho potuto mettere i piedi nell'oceano...
Due ragazze accanto a me chiacchierano indifferenti; io, stordita, mi domando cosa ci vengano a fare a un concerto se poi devono parlare tutto il tempo, vorrei trovare il coraggio di zittirle ma non ne sono capace e mi limito a fare un paio di passi indietro per allontanarmi dal loro chiacchiericcio.
Come da disco segue "Quattrocentoquattromila", che dal vivo e' piu' entusiasmante che mai e mi strappa un sorriso d'ammirazione; questi musicisti sono dei giganti!, il finale, prolungato fino allo spasmo, non lascia scampo.
E di nuovo, come da disco, segue "Boxes" con la sua cadenza al limitare del blues, il cuore che batte a tempo con i colpi magistrali e potenti di Ciro, le pareti attorno che vibrano, le stelle lassu' che ci guardano: e' un brano molto intenso e Benvegnu' questa sera lo interpreta quasi da attore.
Poi "Avanzate, ascoltate", e di nuovo quella bella sensazione di prima mi assale. Un anno e mezzo fa mi erano bastate poche note per essere catapultata nel passato. Oggi il pensiero va al mio salotto ad Atlanta, alla mia dolce Ofelia che mi aspetta in finestra, al mio pianoforte, silenzioso da settimane, su cui prima di partire provavo ad imparare a suonare questo brano perche' avevo la sensazione che non fosse poi cosi' difficile, che l'avrei potuto fare; solo in un secondo momento realizzo l'essenza profonda del cambiamento avvenuto, e questa chiarezza addolcisce i miei pensieri che si posano, quasi senza che me ne accorga, su di un cappello da pompiere.
E' il turno di "Slow parsec slow" e della sua pace salvifica, a cornice perfetta del mio flusso di coscienza. Il NuovoMondo, il mio mondo nuovo, la luce del Grande Sud che scalda il cuore... ed e' gioia pura, indescrivibile.
L'ultimo brano prima della pausa e' "Il mare bellissimo", un viaggio senza destinazione in cui perdersi, dietro note, e ritmi, e meraviglia, e pensieri, e sensazioni, e le curvature del ghiaccio (gniiiiiiiick!, genio chiunque di voi abbia pensato di mettere li' quel fischio: ogni volta che arrivo a quel punto penso che si', e' proprio il suono del ghiaccio).
Pausa, brevissima.
Tornano in scena e Benvegnu' presenta, con voce lievemente tremante dall'emozione, il brano con cui apriranno l'encore: e' "The tourist" nella versione da pelle d'oca che ho avuto il piacere di ascoltare solo due giorni fa, e che a differenza della versione registrata in KO Computer comincia, stasera come domenica sera, con il ritornello cantato a cappella da Benvegnu', Andrea e Luca. Bellissimo!
Segue "Andromeda Maria", suonata essenzialmente in solitaria, giusto con un morbido tappeto disegnato appena da Ciro, Luca (ai synth, o cosa?, non vedo...) e Marco. Mi sembra di sentirla oggi per la prima volta, ha un calore incredibile, dolcissimo, da piangere.
Torna in scena anche Andrea, Luca torna al basso e ci regalano una versione molto potente di "Solo io e il mio amore" e il suo schiaffo agli indifferenti, ai codardi, agli ipocriti. Alcuni di quelli accanto a me muovono la testa a ritmo, altri accennano un ballo. Io guardo le stelle e mi lascio emozionare.
Siamo al gran finale, "Cerchi nell'acqua" e il suo invito a continuare ad andare sempre avanti, a camminare, a fermarsi quando serve, per respirare, per pensare, per soffermarsi sulle cose belle, e poi proseguire, ancora e ancora, fino alla fine.
Ma no, non era l'ultima, con l'uscita di H3+ il finale non puo' che essere affidato a "No drinks, no food", alla sua armonia degregoriana, al benessere che emana, alla sua dolcezza che e' pace, pace, pace. Chiudo gli occhi, respiro e mentalmente li ringrazio, uno per uno, per questo bel regalo che mi hanno fatto in occasione del mio n-simo giro di boa europeo.
Tre inchini, saluti, ed escono di scena.
Ma il pubblico ne vuole ancora, li richiama a gran voce, cosi' escono, sorridenti, e ci regalano una dolcissima versione di "Hurt" dei Nine Inch Nails che mette i brividi. Tutto il pubblico si e' alzato e avvicinato al palco e io, per vedere qualcosa, salgo in piedi su una panchina di pietra.
Gran finale, non c'e' che dire.
Di nuovo tre inchini, saluti, buio.
Stavolta e' finito davvero.
Li aspetto per salutarli, ringraziarli, complimentarmi.
Un abbraccio ciascuno, un ringraziamento ciascuno, compro anche una maglietta con il 'tian' di H3+ disegnato sopra.
Andrea mi chiede di aspettarlo. Andremo poi a bere sangria con alcuni suoi amici sulla splendida terrazza di una sua amica, un piccolo angolo di paradiso in centro a Prato.
Chiacchiereremo, stringero' nuove amicizie, addirittura cantero' sottovoce "Il mare verticale" e "Smells like teen spirit" accompagnata da Andrea alla chitarra classica.
Avro' occasione di conoscere persone deliziose che spero di rincontrare prima o poi.
Tornero' all'ostello tardissimo, stanca morta, ma felice come una bambina.
Al mattino dopo ho appuntamento in piazza con Andrea per fare colazione assieme.
Vuole coinvolgermi nel suo nuovo disco, per questo aveva tanta voglia di parlarmene: la cosa mi onora a tal punto che, nonostante io dubiti di poter fare davvero qualcosa di buono, accetto la sfida e decido di tentare.
Ascoltero' i provini sul treno verso casa e... beh, se questi sono solo provini non oso immaginare che meraviglia sara' il prodotto finale... e' deciso: mi lancio, e poi vedremo se ne uscira' qualcosa.
E cosi', ancora una volta, grazie.
Grazie amici, grazie, grazie, grazie.
venerdì 23 giugno 2017
KO Computer @ Ex Dogana - Roma
"Che piacere vederti!", dice "Ti leggo sempre, con quelle cose che hai scritto mi hai proprio beccato!, quella conversazione che avevamo avuto mi aveva davvero colpito...".
Non dico niente, non riesco a dire niente come al solito, resto li', inebetita e confusa.
Avevo gia' una mezza idea di prendere un treno per Prato un paio di giorni dopo, per sentirli di nuovo dal vivo: a questo punto, dopo questa sera, decido definitivamente che lo faro'.
martedì 7 marzo 2017
Paolo Benvegnu' - H3+ [2017]
Play.
Caro Signor Benvegnu',
chiedo scusa, ti do del tu.
So per certo che hai letto quello che avevo scritto dopo il vostro concerto a Grottammare a Natale di due anni fa; lo so perche' tu stesso me lo hai detto dopo il vostro concerto a Roma a Natale di un anno fa, dal che ho immaginato che tu abbia poi letto anche cio' che avevo scritto in quell'occasione. Il fatto che tu ricordassi la mia recensione a distanza di un anno, di piu', che tu associassi immediatamente la parola "Toronto" al mio scritto e deducessi all'istante chi fossi mi aveva profondamente colpita: penso sempre di non lasciare grandi tracce del mio passaggio e quando capitano cose cosi', quando scopro di qualcuno che si ricorda qualcosa fatto/scritto/detto da me, resto sempre un po' a bocca aperta.
Mi sono spesso domandata se tu avessi cliccato qua e la' in quei post scoprendo cio' che avevo scritto di Earth Hotel (l'album piu' bello del 2014) o di Mr. Newman (l'EP piu' bello del 2015, la' dove il primo posto per l'album se lo aggiudicano Maroccolo e Rocchi di un soffio), o se le impressioni di questa bambina ti avessero lasciato intuire che effetto puo' fare l'ascolto della tua/vostra musica.
Caro Signor Benvegnu',
non sei completamente digiuno di scienza, lo ho capito dal modo in cui mi ascoltavi quella sera mentre provavo a spiegare grossolanamente il mio lavoro ad Andrea; non sei uno di quelli che si riempiono la bocca di frasi come "H3+ e' la molecola dell'universo" senza andare al fondo: hai intitolato il tuo album come il catione idrogenonio, una molecola che si' e' tra le piu' comuni dell'universo, che forse e' realmente importante per la creazione delle stelle, ma che soprattutto ha la peculiarita' di essere stabile solo la' dove la temperatura e la densita' di materia sono prossime allo zero, qualcosa che quindi si romperebbe, cesserebbe di essere se stessa (sic!), se vi fosse un po' piu' di movimento (temperatura ed energia cinetica sono infondo la stessa cosa) o qualora si trovasse troppo vicina ad altro. Non credo sia un caso, anche questo dettaglio mi parla.
Caro Signor Benvegnu',
io non so perche', ma va sempre a finire che parli a me, alla mia storia, alla fase che attraverso, anno dopo anno, album dopo album. Ma dimmi, chi ti ha dato il permesso di spogliarmi?, perche' quando canti "E cerco cio' che e' intatto. Astratto, sommerso. Sconfitto. Diverso. E cerco cio' che e' intatto, esatto, sommerso. Sconfitto. Diverso. Nell'imperfetto astratto." io ripenso a quella notte in cui vi ho raccontato il mio essere matematica, il mio andare a caccia di armonia nel rumore, di moti regolari che sopravvivono al caos. E sono sicura che non lo hai fatto intenzionalmente, pero' accidenti che impressione!
Cosi' come sono sicura che non e' intenzionalmente a me che ti rivolgi in "Se questo sono io", pero' te lo devo dire: e' a me che parli!, e mica e' carino sentirsi scoperti cosi'... e pensa, non so nemmeno se mi sembra piu' che parli di me che varco orizzonti soltanto per perdermi sempre o se parli a me, alla bambina che ti ascolta e sogna, quella che chiude gli occhi mentre cammina col fedele cuffione e tu sei invariabilmente li' con lei.
E so che non puoi immaginare il mio cammino, ne' come la Luce del Grande Sud del NuovoMondo (gia', niente piu' Toronto, ora vivo ad Atlanta, Signora del Sud) mi stia lentamente facendo rinascere. Gli errori, le paure, le frustrazioni, la fretta sciocca che di fatto rallenta, la ricerca continua di un'ascesa che pare irraggiungibile, lo schiantarsi e ripartire... non lo sai, ma certo che lo racconti proprio bene.
Caro Signor Benvegnu',
intendiamoci. Quando ho trovato il cartoncino dell'UPS sulla porta di casa tutto quello che sono riuscita a pensare e' stato "tra un po' avro' in mano l'album piu' bello del 2017" e mi sono emozionata. Mi hai/avete viziata: lo sapevo in anticipo e senza dubbio che me ne sarei innamorata.
E ascoltando, riascoltando, ancora e ancora, ogni volta entra un po' piu' a fondo e si', confermo: questo e' l'album piu' bello del 2017.
Caro Signor Benvenu',
ringrazio oggi piu' che mai il giorno in cui hai deciso di diventare un musicista, e ringrazio ancora di piu' il giorno in cui hai conosciuto Andrea Franchi, Luca "Roccia" Baldini, Marco Lazzeri e il nuovo arrivato Ciro Fiorucci (era suo il nome che non ho capito l'anno scorso a Roma?), tutti musicisti spettacolari, di notevole sensibilita' e tecnica squisita, cosi' come ringrazio il giorno in cui hai deciso di affidarti a Michele Pazzaglia e al suo gusto raffinato.
Cari Signori Benvegnu',
ecco, finalmente mi rivolgo a tutti voi chiedendo scusa per averci messo tanto: Paolo, Andrea, Luca, Marco, Ciro, Michele e collaboratori.
Avete scritto un disco meraviglioso sotto ogni aspetto: quelle divagazioni armoniche mi piacciono da pazzi, i bassi (tanto per cambiare) mi fanno girare la testa, il modo in cui avete usato quel pizzico di elettronica mi strappa sorrisi di ammirazione, i vostri ritmi mi seducono, i suoni che avete disegnato mi cullano... tutto, tutto, tutto concorre al mio benessere psicofisico.
Ringrazio Andrea per aver portato qui l'esperienza di Tanz!, gioiellino che chi non l'avesse ancora ascoltato dovrebbe senz'altro rimediare, lo ringrazio perche' ne riconosco il tocco in piu' punti e me lo godo fin nelle ossa, dall'arpeggio elegantissimo di "Victor Neuer" (piu' nuovo del Signor Uomonuovo) a tutti minuscoli giri ipnotici disseminati qua e la'.
Ringrazio Luca perche' se il basso di "Love is talking" mi si attorciglia addosso da sempre, se quello di "Avenida Silencio" mi strappa ogni volta una lacrima, quelli di "Goodbye planet Earth" (a proposito, la pronuncia sbagliata da sembrare "heart" non lo so se e' voluta, in effetti dubito, ma mi pare anche questo un ignaro tocco di classe) o di "Quattrocentoquattromila" sono semplicemente sublimi.
Ringrazio Marco perche' le sue dita di fuoco accarezzano le mie orecchie con dolcezza, perche' quel suo meraviglioso pianoforte di "Olovisione in parte terza" e' una delizia di note che si rincorrono con garbo, perche' gli archi DeGregoriani di "No drinks no food" mi riportano all'infanzia e alla dolcezza.
Ringrazio Ciro per i suoi ritmi sincopati, perche' e' l'ultimo arrivato e gia' dice egregiamente la sua.
Ringrazio Michele perche' ha un orecchio spettacolare, perche' se ascolto l'album ad occhi chiusi e' il mio corpo a diventare un'astronave e perdersi in questo mare di nero e stelle e note e benessere, e letteralmente lasciarsi andare tra echi e ritorni.
Ringrazio chiunque di voi abbia avuto l'idea di ritardare l'entrata in scena della batteria in "Macchine", tenendo le mie orecchie sospese ad aspettare su quel crescendo che si perde nel nulla e regalando poi soddisfazione quando finalmente esplode dopo l'intermezzo elettronico, per non parlare del lungo finale strumentale che e' gioia allo stato puro.
Ringrazio chi ha pensato la costruzione di "Boxes" e l'inquietudine blues che si porta dentro, cosi' come vi ringrazio per la serena accettazione di "Astrobar Sinatra", in cui l'abbandono si fa finalmente pace, e per la gioia pura di "Slow Parsec Slow", brano di bellezza colossale.
Ringrazio tutti voi, che confermate ancora una volta di essere Musica colta a tutto tondo, ringrazio la vostra vena cantautorale all'italiana che si ammanta di jazz e di elettronica senza perdere mai la sua essenza, la sua grazia, la sua dolcezza.
Ringrazio il vostro amore per la Terra e la Vita, riassunto nel gran finale salvifico che ti rimescola dentro e ti rimette in armonia col mondo.
Cari Signori Benvegnu',
oggi il mio unico rimpianto e' di essere a 8000km (metro piu' metro meno) di distanza da un vostro concerto, troppi per potervi ringraziare di persona; lasciatemi pero' esprimere il desiderio che portiate avanti il tour fino a Natale prossimo, perche' se per allora sarete in giro, in qualsiasi parte dello Stivale, mi troverete sotto al palco, a guardarvi con occhi spalancati, a far entrare la vostra musica nelle ossa, a lasciarmi avvolgere ancora una volta, come ogni volta.
Lista delle tracce
Victor Neuer
Macchine
Goodbye planet Earth
Olovisione in parte terza
Se questo sono io
Quattrocentoquattromila
Boxes
Slow parsec slow
Astrobar Sinatra
No drinks no food