domenica 14 aprile 2024

A Place to Bury Strangers @ Monk Club - Roma

 11 Aprile 2024


"Li ho fatti conoscere io a te o tu a me?", questa la domanda che accompagna il mio compagno di avventure e me poco prima dell'inizio dello spettacolo. La verita' e' che nessuno dei due se lo ricorda, sono passati troppi anni per le nostre memorie, e non c'e' nessun motivo specifico per cui potrebbe essere piu' probabile l'una o l'altra. Ha un che di dolcissimo questa cosa.

Ma andiamo con ordine.

Il mio compagno di avventure ha prenotato un tavolo per le otto, arriviamo al locale ed e' semi-deserto: c'e' un solo tavolo occupato, da band, gruppo spalla e tecnici. Il cameriere ci chiede se vogliamo anche guardare la partita (ah, c'e' una partita?) e noi cortesemente diciamo che no, che siamo qui per il concerto. Ci sediamo quindi, ordiniamo e mangiamo in fretta. Per qualche motivo ci siamo convinti che si iniziera' alle nove percio' tentenniamo quando si tratta di decidere se ordinare il dolce: memore dell'esperienza con Benvegnu' lancio uno sguardo alla porta della sala teatro ancora irrevocabilmente chiusa e ordino due cannoli. Il caffe' post prandiale lo berremo al bancone, di fretta, in bicchierini di cartone, per poi uscire e trovare ancora la porta chiusa. A riguardare i biglietti ci accorgiamo con una risata di aver anticipato l'ora di inizio di 45 grassissimi minuti. Bene cosi'.

Quando finalmente la porta si apre ed entriamo, i nostri sguardi si posano immediatamente sul banchetto dove notiamo cd, vinili e pedali (pedali??, pedali!!), ma non ci lasciamo incantare e andiamo ad agguantare un posto gomiti-sulle-transenne proprio al centro del palco. Certo non mi era mai capitato di vedere pedali in vendita a un concerto: il mio compagno di avventure capisce il mio curioso sconcerto e si offre di tenermi il posto mentre vado a dare un'occhiata. I nomi degli effetti sono stranissimi: fuzz war, octave clang, disturbance, apocalypse, robot, rooms, echo dream, evil filter, exploding head... decisamente evocativi, non c'e' che dire. Anche il nome della marca, Death by Audio, ha un fascino non indifferente. Chiedo al ragazzetto dietro al banco come mai ci siano dei pedali in vendita. "They are made by them" risponde lui. Vedi?, non lo sapevo: chissa' che personaggio deve essere Ackermann... Sul banchetto ci sono anche piccole scatolette cilindriche colorate, ne avvicino una e leggo che contengono tappi per le orecchie: mi viene il sospetto che dovrei prenderne un paio, una per il mio compagno di avventure e una per me, ma alla fine decido di no. Scatto una foto ai cd in vendita e una ai pedali, la prima per il mio compagno di avventure che mi aveva chiesto di fargli sapere cosa ci fosse, la seconda per me, e una volta soddisfatta ogni curiosita' torno al mio posto.

Il gruppo spalla non tarda molto a salire sul palco. Sono un terzetto, giovani e potenti, e ci sparano con gusto i loro riff ossessivi e ipnotici. Suonano quattro, forse cinque brani, e purtroppo non sapro' mai come si chiamano: a fine serata, al banchetto, avrei comprato il loro cd se non fosse stato "sold out". "Buy the LP" mi diranno. "I don't have the turntable" rispondero'. "Buy it anyways and tomorrow buy also a turntable" proveranno a dire. Io sorridero', faro' spallucce e comprero' tre cd degli APTBS che non avevo.

Quando il gruppo spalla finisce di suonare tutti, i ragazzetti, i tecnici e gli APTBS, smontano la batteria, spostano amplificatori, aggiustano microfoni, avvicinano chitarra e basso. Mi accorgo che la scaletta consiste di un foglietto di carta sgualcito e riempito di sgorbi scritti a mano, piu' come se fossero appunti scritti di getto che non un utile supporto da consultare durante lo spettacolo. Il mio compagno di avventure, che ha visto la scaletta delle date precedenti, sostiene che se la rispettassero davvero suonerebbero si' e no un'ora, e quindi probabilmente ci infileranno anche qualcos'altro. Il livello di curiosita' aumenta, tutti dietro le quinte. Buio.

Tornano sul palco senza farsi attendere troppo. Ackermann agguanta una Jaguar nera completamente riempita di graffi, e si comincia. E non c'e' un suono che non sia distorto, compresso, elettrificato, scarnificato. Anche i microfoni della batteria passano per qualche pedale, ne sono sicura. E' un muro sonoro pazzesco, una cosa che non avevo mai sentito. "The loudest band in New York City" dicono di loro: non lo sapevo, confesso che questa definizione l'ho letta a posteriori, ma infondo lo si poteva immaginare gia' dai dischi, e ripenso per un attimo a quei tappi che avevo visto al banchetto. Amen.

Al secondo, forse terzo brano, Ackermann solleva la Jaguar come fosse una reliquia, prendendola dal basso, si avvicina al pubblico e cala su di noi il manico. Parecchie mani si allunano per toccarla, o anche solo sfiorarla: io, con la destra, tocco le corde e senza pensare le suono, contribuendo in prima persona, sia pure per un istante, al feedback avvolgente della serata. Sono sicura di non essere stata la sola a farlo. Poi, quasi a farlo apposta, dopo aver ripreso il suo posto sul palco, questo strano cerimoniere stempiato coi capelli lunghi sradica le corde basse della povera Jaguar e la agguanta per le corde, per il cavo, la fa roteare sopra la testa finche' stacca il cavo e la lascia cadere sul palco, stremata, afferrandone un'altra, bianca questa volta, anche lei riempita di graffi. Il cadavere della Jaguar nera restera' sul palco fino a fine concerto, abbandonata li', a volte anche calpestata (!!!) con noncuranza: ogni volta che i piedi di Ackermann la toccheranno sentiro' lo stomaco che si contrae e vorro' dirgli di lasciarla stare, che la poverina ha gia' sofferto abbastanza e non e' giusto infierire, che vista da qui sembrava tanto bella... Ma il muro sonoro e' implacabile: death by audio, come si diceva sopra. Le voci sono praticamente lasciate all'immaginazione, il feedback di basso e chitarra quasi sovrasta persino la batteria e le luci psichedeliche contribuiscono a creare un effetto di stordimento quasi totale: i brani sono tutti assolutamente irriconoscibili.

Sul finale di un brano (credo sia il finale di un brano, ma vai a capire) Ackermann scende tra la folla, seguito presto dalla Fedowitz che si porta appresso il tamburo e le bacchette: suo marito resta sul palco ancora un minuto o giu' di li', a giocare coi fischi del basso, poi li segue. Vanno a mettersi in mezzo alla folla, a forse cinque-sei file di persone dalla nostra posizione, Ackermann si e' portato un carrello con sopra una quantita' di strumentazione elettronica che non riesco a vedere chiaramente ma fa un po' paura. E attaccano a suonare. In uno spazio strettissimo che quasi non consente il respiro. Oddio suonare... ma si', suonare. La gente intorno a loro si scatena in una danza tribale caotica e devastante. Il mio istinto vorrebbe farmi andare li', in mezzo a loro, a vedere, a partecipare, a lasciarmi annichilire. Il mio istinto. Ma il mio cervello mi dice che ho quarant'anni e due ginocchia rovinate, che e' tutta la sera che sono aggrappata alle transenne per non caricare le gambe di troppo peso, che uno spintone preso in un momento di disattenzione potrebbe spaccarmi almeno un menisco se non entrambi, percio' mi aggrappo alle transenne con tutta la forza che ho nelle braccia, contraggo i muscoli delle cosce tenendomi in posizione di semi-squat e stringo i denti, perche' lo so che adesso qualche spintone arrivera'. La serata inizia a farsi piu' faticosa del previsto.

Dopo un po' i tre tornano sul palco per il gran finale. Ackermann ha lasciato a terra anche la Jaguar bianca, seconda vittima sacrificale della serata, e ne agguanta un'altra, anzi mezza: le rimane il manico e la parte superiore del corpo, mentre la meta' inferiore deve essersi spaccata chissa' quanti concerti fa. Mi domando dove sia collegato il cavo visto che l'ingresso in una Jaguar e' proprio nella meta' che non c'e' piu'... sembra sia attaccato direttamente ai pick-up... ossignore... A un certo punto la appende alla transenna delle luci, lasciandola li' come un impiccato, mentre agguanta prima la macchina dei fumogeni puntandola come un mitragliatore a turno sul palco, sui musicisti e su di noi, poi la abbandona a terra, afferra una luce e la fa roteare. Le luci nella nebbia aumentano il senso di stordimento creato dai feedback e inizio ad essere stanca, i timpani cominciano a pulsare e mi maledico per non aver comprato quei famosi tappi. Ripenso a quella volta a Toronto, quando gia' dai primi minuti avevo capito quale fosse l'andamento della serata e avevo passato due ore con le mani a coprirmi le orecchie: questa sera lo ho capito troppo tardi. Mi maledico e comincio a pensare che vorrei finisse, che non riuscirei a resistere ancora troppo a lungo. Ma loro ne hanno ancora. Ackermann recupera la mezza Jaguar e la Fedowitz prende il rullante e si sposta proprio davanti a noi e tenere il suo ritmo ossessivo: osservo i tappi nelle sue orecchie e la invidio. Lei ride, sembra piena di energia, mentre io sono stanchissima: felice, intendiamoci, ma stanchissima. Ancora uno, forse due o tre brani, poi chiudono, coi fischi che sovrastano l'applauso del pubblico.

Per i primi cinque minuti da quando si riaccendono le luci non riesco a sentire praticamente niente, poi piano piano qualcosa, ma completamente ovattato e sovrastato da un acufene mai provato prima. Un tizio e' riuscito a recuperare il famoso foglietto sgualcito della scaletta e il mio compagno di avventure lo fotografa: riguardandolo alcune cose si capiscono, altre si intuiscono, altre potrebbero essere scritte da un dottore. In ogni caso sembra una scaletta molto breve, eppure sono andati avanti un'ora e mezza abbondante... molta improvvisazione a quanto pare: del resto i brani erano davvero irriconoscibili.

 Va detto che, sia pure estremamente faticoso, e' stato davvero emozionante.


Nel cuore della notte mi svegliero' con le orecchie ancora ovattate, doloranti, che continuano a fischiare, e il terrore nero di essermele finalmente giocate una volta per tutte: restero' sveglia tre ore col cuore che palpita e la paura che paralizza. Il giorno dopo sara' ancora cosi', ma a meta' pomeriggio il dolore si attenuera' e usciro' dalla bolla ovattata in cui galleggiavo. A distanza di due giorni il fischio e' ancora li', anche se decisamente piu' basso. Nel frattempo ho comprato dei tappi.

...Porcamiseria!

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