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sabato 24 settembre 2016

Nick Cave & the Bad Seeds - Skeleton tree [2016]

Nero inchiostro, nessuna immagine, nessuna luce o trasparenza, solo nero ad eccezion fatta del nome della band e il titolo dell'album, uno sotto l'altro scritti in un verdazzurro fosforescente e caratteri da shell linux. Appena sotto, il tipico trattino-basso di quando il computer e' in attesa di istruzioni.

Play.

Sia lode e gloria al Re Corvo Nero.

Provo un certo orrore di me stessa nello scrivere di questo album, eppure una forza potente di espiazione mi costringe a farlo.

Spiego.
Generalmente tendo a considerarmi una persona dotata di una certa empatia, e' il mio vanto e il mio tormento, eppure a volte tocco delle punte di cinismo glaciale che mi spaventa.
Poco piu' di un anno fa, quel maledetto 14 luglio, ero con una delle mie migliori amiche (per altro la stessa mia compagna d'avventure in vari concerti, tra cui questo) e sua figlia, venutemi a trovare ad Hamilton per le vacanze estive. Eravamo andate a far colazione con uova e bacon (e salsicce, e patate, e pancackes... oh, io la mattina ho fame!) in un posto di quelli aperti h24, uno di quelli che odorano di malsano e sugna, una di quelle cose che vanno provate almeno una volta per poter dire di essere stati in nordamerica; eravamo li' dunque, pronte a gustarci una luminosa giornata di soleggiato luglio-canadese, quando alla tv del locale passa la terribile notizia: il figlio di Nick Cave e' caduto da una scogliera, si e' schiantato al suolo ed e' morto.
Dopo un primo momento di inevitabile smarrimento sorprendo me stessa nel sentire la mia stessa voce esclamare "Il suo prossimo album, se riesce a farne uno, sara' bellissimo!".
La mia amica aveva sbarrato gli occhi al mio indirizzo: come potevo io pensare una cosa del genere di fronte a un lutto cosi' straziante?, come ho potuto dirlo ad alta voce?, che razza di mostro senza cuore puo' concepire un pensiero simile?, davvero non riuscivo a sentire l'uomo-Cave e il suo tormento?, la mia mente lo capiva ma il mio cuore non lo sentiva, come se si trattasse di una delle sue favole-dark, non di vita vera... perche' non ho provato niente in quel momento?
Orrore.

Certo pero' che avevo ragione: si tratta di un album davvero bellissimo.
Trentanove minuti e quarantasei secondi torcibudella.

Musicalmente l'impressione e' che Skeleton Tree si inserisca perfettamente dietro la scia di Push the sky away, che fra l'altro (a pensarci) e' stato l'album della mia prima recensione su queste pagine, quando ancora non mi era chiaro che piega avrebbe preso questo blog.
Suoni lunghissimi di organi, archi e sintetizzatori, quasi totale assenza di ritmi identificabili, infiniti tappeti arabescati, immancabilmente firmati Warren Ellis, avvolgono la voce del Re Inchiostro e l'accompagnano tenendola per mano.
Direi anzi che questo nuovo lavoro esalti all'ennesima potenza le intuizioni stilistiche del precedente, spingendosi la' dove quello non aveva ancora osato arrivare.

Ma qui ovviamente la voce trema, piange, irrimediabilmente spezzata per sempre, invecchiata senza scampo da un giorno all'altro: vuoto, vuoto, vuoto.
In Push the sky away si poteva ancora perder tempo a pensare alle vite passate, alle infamie, alle gioie, alle delusioni da allontanare, alle occasioni perdute: si poteva ancora ballare un sexy-blues selvaggio.
Ora no, non piu'.
Niente piu' ballate di assassini o blues sensuali, niente piu' ossessioni allucinogene, neanche piu' un dio consolatore: oggi c'e' solo un immenso senso di nulla, c'e' un dolore che non da tregua e non permette di sentire altro.
La morte non e' piu' una favola oscura da raccontare con furbesca malizia: questa volta e' irrimediabilmente reale e si abbatte come una scure sulle corde vocali del nostro e sul suo modo quasi apatico (sic) di sfiorare gli strumenti.
E lui, Mr. Cave, puo' dire cio' che vuole, che questo album non ha a che vedere con suo figlio e che le canzoni sono state scritte precedentemente, ma se il primissimo verso di apertura dell'album recita "You fell from the sky", tu puoi pure far finta di credere che stia davvero parlando del disastro aereo di Shoreham ma la prima immagine che ti si para davanti e' quella del gracile corpo di un quindicenne, con ancora gli allucinogeni in circolo, fracassato sulle rocce di Ovingdean.
Il resto, infondo, e' accademia.
Ed e' disgustoso anche che io sia qui a scriverne.
Non c'e' niente da scrivere, solo da ascoltare, a ripetizione, e lasciarsi avvolgere.

Nick Cave non sara' mai piu' lo stesso uomo che ho visto quella sera.
E' difficile prevedere come evolvera', ma non credo potra' mai piu' emanare quel fascino magnetico di animale selvaggio: un'aura diversa lo avvolge ormai, ascoltare per credere.


Lista delle tracce:

Jesus alone
Rings of Saturn
Girl in amber
Magneto
Anthrocene
I need you
Distant sky
Skeleton tree

venerdì 29 novembre 2013

Nick Cave & The bad seeds @ Auditorium "Parco della musica" - Roma

27 novembre 2013

L'auditorum "Parco della musica" di Roma e' il posto che piu' amo per ascoltare un bel concerto: pensato e costruito in modo tale che ogni suono arrivi perfetto all'orecchio dell'ascoltatore.
Il mio posto e' in alto, alla sinistra del palco; mi guardo intorno e mi accorgo che siamo diventati degli adulti, che anzi, io sono tra quelli che abbassano, e neanche poco, l'eta' media.

Ad aprire il concerto ci pensa una ragazza che suona una specie di fisarmonica e canta con grande energia; non viene molto ascoltata, c'e' brusio di sottofondo: ovviamente la gente e' tutta li' per Nick, ma lei non sembra farci caso.
La guardo e mi colpisce il movimento sinuoso del braccio destro, quello con cui cambia la dinamica: e' ipnotico, sembra che stia massaggiando lo strumento.
Alla lunga e' decisamente troppo auto-simile perche' la mia attenzione si mantenga viva: fortunatamente, proprio quando la noia e' a un soffio dal prendere il sopravvento, la ragazza dichiara "un ultimo brano e poi vi lascio a Nick" (applausi solo nel sentire il nome).
Terminato il fatidico ultimo brano esce di scena e i tecnici si mettono a perfezionare la strumentazione un'ultima volta: la chitarra-tenore Eastwood, il mandolino elettrico e l'inseparabile violino di Warren Ellis, il pianoforte di Nick, il basso di Martyn Casey, le tastiere di Conway Savage, le batterie di Barry Adamson e Jim Sclavunos, la gibson Memphis e un'acustica (che dalla mia posizione non riesco a distinguere) di George Vjestica.

Buio.

I semi cattivi salgono sul palco e la sala esplode; il re inchiostro, vestito rigorosamente in nero, si muove dinoccolato.
Apre il concerto "We know who u r" con la sua dolce pacatezza sognante, poi "Jubilee street". Ma il Nostro non puo' evidentemente accettare che il suo pubblico sia li', seduto sulle poltroncine di velluto, limitandosi a guardarlo mentre si muove su e giu' per il palco; cosi', nel crescendo del finale di "Jubilee street" scende d'impeto dal palco e tutt'a un tratto la gente si ricorda di quando aveva la cresta e il piercing al naso, si alzano tutti, corrono verso di lui per toccarlo, sollevarlo, avere un contatto animale con colui che del magnetismo animale ha fatto la sua bandiera. Risale nel tumulto sul palco in tempo per chiudere il brano: ormai il pubblico in platea e' in piedi, radunato sotto il palco, e Nick puo' finalmente permettersi un concerto come piace a lui.
Da questo momento il concerto assume una dimensione che non credo si sia mai vista in quel luogo: il re corvo nero, scatenato, ci spara "Tupeloo" e "Red right hand" direttamente dal fondo dello stomaco, dedica "Mermaids" a una donna che ha lasciato salire sul palco e lo abbraccia mentre lui canta; e poi ancora "The weeping song" e "From her to eternity": quest'ultima un vero turbine di potenza come se gli ultimi trent'anni si fossero volatilizzati. E poi ancora "West country girl" (``do you know that song?´´ chiede ``yeah´´rispondiamo ``do you know also the girl?´´, beh, conosciamo la sua voce sensuale e il suo modo -caldissimo- di suonare la chitarra, penso io). Mi commuovo.
Una pausa di respiro in cui lui, forse provato dal troppo correre su e giu', si siede al piano e domanda se c'e' qualcosa che vorremmo sentirgli suonare ``We are here for you´´ dice. Non riesco a sentire le richieste del pubblico quindi non so se lui le accontenta, ma suona "People ain't no good", "Sad waters" e "Into my arms" riempiendole di dolcezza.
Ha ripreso fiato e puo' rialzarsi, tornare sulla punta del palco a lasciarsi toccare; "Higgs boson blues" funge da ponte, "The mercy seat" e' di una potenza indescrivibile e "Stagger Lee" arriva a sorprendermi per la sua intensita': il colpo di pistola simulato alla batteria (per quanto atteso) ci fa saltare tutti.
Il corpo di Nick, cristo post-moderno, e' una reliquia da toccare, una calamita naturale per le mani di donne e uomini: il suo magnetismo animale e' senza confini.
I semi cattivi sono altrettanto magici con le loro intense barriere sonore, l'ottima sezione ritmica, il violino allucinato di Ellis. Chiudono con un'intensissima "Push the sky away" che mi fa letteralmente venire i brividi.

Pausa.
Ma il pubblico ne vuole ancora e lo reclama a gran voce.

Riemergono da dietro il palco e ci regalano "God is in the house", "Deanna", "Papa won't leave you, Henry" e il gran finale di inquietudine con "We real cool", cantata abbracciando un ragazzino che non credo abbia vent'anni.

Eccolo qui, un uomo di 56 anni energico, sensuale, brutale, dolce, intenso, emozionante, vivo, vivissimo.

martedì 16 luglio 2013

Nick Cave & The Bad Seeds - Push the sky away [2013]

La copertina e' in bianco e nero, il nome della band e il titolo dell'album sono scritti con i caratteri di una vecchia machina da scrivere. Il fondo e' quello di una parete con tre porte-finestre da cui filtra una luce quasi abbagliante, salvifica. Nick, con indosso un vestito nero da cui fuoriesce il colletto bianco della camicia, tiene aperta la porta-finestra sulla sinistra. Una donna completamente nuda si muove in punta di piedi nella sua direzione. Ha la testa china (la donna) e i capelli nerissimi le coprono il viso: le mani le scompaiono sotto la chioma corvina, ma la sensazione e' che siano li' a coprire delle lacrime. Il modo in cui lui tiene aperta la porta-finestra e' un invito perentorio e definitivo:  vuole far uscire la donna, la sta mandando via.

Play.

Il pensiero che viene subito, al primo ascolto, e' che si tratta di un album molto vicino a "The Boatman's Call", uno dei miei preferiti del Re Inchiostro: intimo, dolce, malinconico, forse autoreferenziale, toccante ("and some people say it's just rock and roll/ah, but it gets you right down to your soul"… se lo dice da solo, ma direi che ha ragione, almeno per quanto mi riguarda).

Ogni canzone e' segnata da poche manciate di accordi, la batteria e' un soffio, il piano appena accennato, le chitarre bisbigliano: tappeti sonori per la voce di Nick che arriva dalla fine del mondo e ti rovescia addosso tutto quello che ha accumulato nei suoi (quasi) 56 anni di vita. Ballate elementari, allucinazioni claustrofobiche, ricordi piu' o meno lontani che si affacciano prepotenti, e ancora immagini, e ancora musica.

Ad aprire le danze ci pensa 'We no who u r' morbida e sognante, elementare nella sua dolcezza leggermente sporca, rilassante, pervasa da una specie di speranza pacata e rassegnata allo stesso tempo.
Poi 'Wide lovely eyes' eterea, soffusa, delicata sebbene la chitarra ossessiva di sottofondo lasci una specie di amaro in bocca come di qualcosa che non ci viene detto, ma dopo un po' neanche si nota piu': diventa semplicemente un sostituto vagamene armonico della batteria.
Iniziamo a rilassarci e cosi', senza preavviso, parte l'incubo allucinato di 'Water's edge' con la sua imposta freddezza cupa e amara, gli archi di Ellis che fanno da contrappunto ipnotico.
Se ne esce (ma neanche troppo) con 'Jubilee street' e il suo arpeggio a meta' strada tra la dolcezza e il disgusto: un crescendo lento e inesorabile in cui si resta invischiati senza rendersene conto.
Per riprendersi davvero bisogna arrivare a 'Mermaids' che ritorna alla dolcezza, l'amplifica e fa salire un sorriso mesto: echi della splendida 'Song to the siren' di Tim Buckley qua e la'.
Dopo aver preso questa boccata d'aria ci reimmergiamo nell'angoscia con 'We real cool', ma stavolta e' con toni ancor piu' malinconici, rassegnati e definitivi.
E poi un'altro sogno allucinato in 'Finishing Jubilee street', con una chitarra che ripete ossessivamente lo stesso arpeggio asimmetrico incurante di quel che le succede attorno.
Arriviamo cosi' all'intensa 'Higgs boson blues' dai toni caldi e suadenti, il nostro che sporca la voce apposta all'occorrenza; un blues post-moderno in piena regola che s'insinua nelle vene crescendo in modo impercettibile per poi calare improvvisamente, riesplodere in tutta la sua potenza e calmarsi (di nuovo all'improvviso) solo nel finale: (quasi) otto minuti e non riesci a credere che siano passati cosi' in
fretta.
Conclude la traccia-titolo, il gran finale; arriva dritta allo stomaco, nella sua delicatezza e' un pugno ben assestato sui nervi scoperti che ciascuno di noi ha: minimalista e totale. La prima volta ti entra dentro, la seconda ti scuote le budella, la terza ti fa piangere, la quarta cominci ad odiare l'autore per averti colpito cosi' bene, la quinta capisci che e' tua, la sesta e' gia' troppo tardi: non potrai mai piu' dimenticarla.

E tra le pieghe armoniche, nascoste tra le parole, si riescono a scorgere figure di donne (tante, diverse, ma forse e' sempre la stessa immagine). Donne che non si riescono a perdonare, donne da amare, donne-bambine da guardare di nascosto, donne da scopare, donne da adorare, donne da proteggere, donne da sognare, donne con cui fare l'amore dolcemente, donne (infine) da spingere via, da allontanare, perche' fa troppo male tenersi dentro i loro fantasmi.

Nick e' vivo, vivissimo, e di questo non possiamo che essere felici.


Lista delle tracce:

We no who u r
Wide lovely eyes
Water's edge
Jubilee street
Mermaids
We real cool
Finishing jubilee street
Higgs boson blues
Push the sky away