Visualizzazione post con etichetta dal Canada. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dal Canada. Mostra tutti i post

sabato 22 luglio 2017

Montréal

(Sedersi a pranzare con un foglio, una matita e nessuna voglia di fare i conti: ecco che succede...)

Il Quebéc non e' Canada, e' un'altra cosa, ha un altro respiro. Non e' solo una questione di lingua, e' qualcos'altro che fatico a capire ma che sento nettamente. Il loro francese e' strano, spesso non lo capisco: un autoctono con cui parlavo l'altra sera al bancone del posto dove ho cenato (dove per altro ho mangiato un francesissimo Chèvre chaud decisamente notevole) diceva che dal suo punto di vista sono i francesi ad avere un accento strano. Gia'. Storicamente sbagliato, ma che importa?
Con l'inglese e' la stessa cosa, solo che siamo tutti abituati all'accento americano: chissa', magari passando un tempo sufficiente in Quebéc potrei addirittura cercare di capire se l'evoluzione dell'accento e' simile in spirito a quella avvenuta con la lingua d'Albione. E del resto ci sara' qualche linguista che ha studiato la questione ben prima e ben piu' approfonditamente di quanto potrei mai fare io col mio orecchio e i miei pensieri sconnessi.
Ma sto divagando, tanto per cambiare.

Dicevo che il Quebéc non e' Canada, ma non e' corretto: il Canada e' talmente vasto ed io lo conosco talmente poco che non e' giusto da parte mia lanciarmi in affermazioni cos' forti. Diciamo che il Quebéc e' profondamente diverso dall'Ontario del sud, affermazione molto piu' debole e oserei dire al limite del tautologico.
E' pur vero che i miei amici Hamiltoniani sostenevano di potersi sentire a casa in tutto il paese tranne che in Quebéc, quindi chissa'.
Quanto a me sento piu' forte il salto tra qui e l'Ontario del sud di quello che ho sentito tra l'Ontario del sud e il Grande Sud degli Stati: buffo, interessante, e' un altro fatto che vorrei capire.
Avere antenati francesi o ingelsi fa davvero cosi' tanta differenza?, il ben noto (e ingiustificato) senso di superiorita' francese e' davvero cosi' forte da sopravvivere per 200 anni a 5000 km di distanza?
Sara' che sono lontana dall'Europa da troppo tempo, ma oggi mi sembra che la somiglianza tra questi e i cugini d'oltralpe sia molto piu' forte di quella tra i nordamericani parlanti lingua inglese e i britannici. Buffo. Va detto anche che non ricordo di aver avuto la stessa sensazione quattro anni fa, durante la mia prima visita qui, ma va pur detto che all'epoca non avevo nessuna esperienza di vita nordamericana e inoltre i miei pensieri erano focalizzati su altro: oggi invece ho voglia e bisogno di guardarmi attorno e pensare.
Forse l'essere una comunita' piu' piccola rispetto a quella anglofona li ha portati ad aggrapparsi con piu' forza alle loro radici. O magari c'entra anche il fatto che il mio airbnb e' al Plateau...

Ma ecco, qui seduta in questo patio in una traversa di rue Sainte Catherine, mi guardo intorno e penso che tutto sommato potrebbe essere una traversa di Queen Street a Toronto, e a malapena noto la differenza. Cosi' come per certi versi il Plateau mi ricorda vagamente James Street North a Hamilton, solo piu' pulita e piu' viva.

Semmai dovessi tornare a casa saro' una persona diversa, una che si orienta in Citta' (maiuscola, quella), per dire. Saro' una che ha imparato il silenzio, una che ha perso il senso dell'orientamento, una che per tre anni ha dimenticato cosa vuol dire sentirsi a casa, sapersi accolti, ascoltati... non dico capiti, quello non e' possibile, l'essere umano non e' fatto per capire un altro essere umano, ma ascoltati... Saro' una che ha dimenticato (se mai lo ha saputo) come si parla, una che ha ascoltato tanto e non ha parlato mai. E chi lo sa, quandanche dovessi tornare a casa o trovarne una nuova, se tornero' a parlare. Qualcuno direbbe che non ho parlato mai e in linea di massima non avrebbe completamente torto ma ecco, diciamo pure che sono peggiorata molto.

Un uomo seduto a un tavolo qui accanto mi guarda. Non ha l'intento di approcciarmi, non e' quello sguardo li'. Mi guarda perche' mi vede sola e pensosa, con gli occhi che a tratti si alzano dal foglio per perdersi nel vuoto, e questa cosa lo incuriosisce genuinamente; magari si domanda cosa ci faccio qui, sola e pensosa, con una birra che si va scaldando al sole, una matita e un pezzo di carta.
Gia'.
Cosa ci faccio qui?
Mi sono persa e non riesco ancora a ritrovarmi.














































































...e comunque vedere un Tim Hortons sparuto sulla strada tra l'aeroporto e il centro mi ha scosso: accidenti quanto sono malinconica di questi tempi!

lunedì 20 giugno 2016

2016: An American Odissey

Ormai quasi due anni fa c'e' stato il primo salto, i primi passi.

Come ci sono arrivata, ormai, non ha piu' nessuna importanza: sono qui, a ovest dell'Atlantico, e a questo punto mi domando se tornero' mai dall'altra parte. E infondo perche' dovrei?, qui sono trattata in un modo che di la' non sarebbe possibile e non credo di essere disposta a rinunciarvi.
L'America e' per sua stessa costituzione il "fresh start"! Dovevo cominciare dal Canada, e' ovvio, perche' due anni fa non ce l'avrei mai fatta ad andare a vivere negli Stati... ora e' diverso, tant'e' che la mia prossima meta sono gli Stati del sud (sic!), tanto sud che, a quanto capisco, tranne che in citta' (minuscola questa, almeno per ora) sono tutti repubblicani.
Ma sto divagando, tanto per cambiare.

Il viaggio, dicevo, e' cominciato quasi due anni fa, e infondo al cuore, all'epoca, pensavo che sarei tornata: me lo dicevo ancora un mese fa, anche se in realta' oggi capisco che non lo pensavo piu'.
Quasi due anni sono lunghi, piu' lunghi di quel che si puo' credere lasciandosi ingannare da un sguardo superficiale e poche parole.
Quasi due anni nel profondo nordamerica sono difficili da spiegare, il profondo nordamerica assomiglia a quei film che dall'Europa, con la puzza sotto il naso, giudichiamo belli, inquietanti e comunque di sicuro esagerati.
Bisogna viverlo da dentro per capirlo: fare amicizia con i venditori al farmers market, quelli che ci sono tre giorni a settimana perche' gli altri, per l'appunto, si lavora in fattoria. Bisogna scambiare due parole con la signora del caffenordamericano (no, non e' caffe', e' caffenordamericano, un'altra bevanda!) che sorride sempre. Bisogna passeggiare in certe zone che prende male solo a pensarci, averne sentito l'odore. Bisogna aver visto i bambini che giocano alla raccolta differenziata nel cortile della scuola. Bisogna esser stati a casa di una famiglia ultra'.cattolica a suonare il rock-&-roll. Bisogna aver festeggiato il ringraziamento.

La GTA e' piena di "italiani".
Non riesco a non mettere le virgolette: qui "italiano" e' usato in senso razziale.
Razza italica, come razza cinese o razza africana: non spiccicano una parola di italiano, figurarsi aver mai messo piede in Italia.
In questi due anni, vivendo gomito a gomito con queste persone, ho capito che quella che per me e' la definizione "italiano" va addirittura al di la' del passaporto; io stessa, in un certo senso, sono meno italiana oggi di due anni fa: lo ho capito quando una mia amica mi ha raccontato della presenza dei militari nella metro B, fatto di cui ero a conoscenza tramite i giornali, ma che non avevo capito e che infondo continuo a non capire. Ho vissuto i problemi del Canada, non quelli dell'Italia: oggi sono un po' meno italiana e un po' piu' canadese, domani saro' anche un po' statunitense, pensa un po'.

Un amico mi ha regalato "2001: A Space Odissey" e lo sto leggendo.
Ieri sera un passaggio mi ha colpita.

Base lunare Clavius, sala delle conferenze; Floyd e' appena arrivato e si guarda intorno.

"Floyd was particularly struck by a collection of signs, obviously assembled with loving care, which carried such messages as PLEASE KEEP OFF THE GRASS... NO PARKING ON EVEN DAYS... DEFENSE DE FUMER... TO THE BEACH... CATTLE CROSSING... SOFT SHOULDERS and DO NOT FEED THE ANIMALS. If these were genuine - as they certainly appeared to be - their transportation from Earth had cost a small fortune. There was a touching defiance about them; on this hostile world, men could still joke about the things that they had been forced to leave behind - and which their children would never miss."

Il corsivo l'ho aggiunto io.

Gli "italiani" di qui si riuniscono tra loro per guardare le partite della nazionale, ma si domandano come facciamo noialtri (voialtri) a vivere senza l'hockey o i french toast.
La puntualita' lucida con cui Clarke, con una frase, descrive i miei pensieri sconnessi mi fa sentire meno sola.

...e di dove saranno i miei figli se mai ne avro'?

martedì 20 ottobre 2015

Cosa sapete del Canada - Q.E.D.

Per l'appunto.

A leggere i giornali italiani sembra sia un risultato sorprendente, il risultato che nessuno poteva aspettarsi, ma d'altra parte bisognera' pure fare un po' di scena, no?, il Corriere e il Messaggero parlano addirittura di "svolta a sinistra"!

A casa dell'amico "politicizzato" ieri sera si e' stappata una bottiglia di spumante al grido di "Non siamo d'accordo con molte delle posizioni dei liberali, non abbiamo votato per loro, ma ci siamo liberati di Harper!, poi Trudeau e' uno di cui ci si puo' fidare, suo padre era una persona per bene, poi lo vedi?, e' appassionato: non come Harper o l'NDP... e infondo e' questo che ci vuole, passione!, largo al nuovo!"

Dio...

Dicono che Harper ha sbagliato la campagna elettorale e che ha sottovalutato il "grande cuore dei canadesi": nei giorni scorsi ogni mio tentativo di spiegare che era chiarissimo come sarebbe andata a finire, che era tempo di far arrivare anche qui il macellaio col grembiule rosso, era stato bollato come eretico.

Ieri sera ho preferito fare qualche sorriso di circostanza, mettere su la faccia della straniera che condivide volentieri la gioia degli amici e addormentarmi sul divano nel bel mezzo della festa: non avevo voglia di discutere.

Ho avuto ragione sui risultati elettorali: spero tanto (ma tanto) di sbagliare sul resto...

lunedì 19 ottobre 2015

Cosa sapete del Canada - Previsioni

Questa sera ci sara' lo spoglio, questa sera si sapra': nel mentre la mia cultura in merito si e' chiaramente accresciuta.

Sabato sera ero a casa dell'amico "politicizzato" a guardare l'hockey. Non riesco veramente ad appassionarmi a questo gioco, come al solito mi intriga di piu' il contesto sociale; l'hockey ha qualcosa del calcio, ma e' molto piu' sfacciatamente "violento" e soprattutto veloce, tanto che non se ne capiscono i ragionamenti. L'impressione e' quella di una spettacolarizzazione estrema, oltre al fatto che, nonostante quel che dicono riguardo alle botte che si danno, penso che a calcio ci si faccia molto piu' male: testimone ne e' il mio ginocchio sinistro.
Ma sto divagando, tanto per cambiare.

Ovviamente la partita era costantemente interrotta dalla pubblicita' (ah le gioie del nordamerica!) e molti erano spot elettorali.
Si impara tantissimo dalle pubblicita' a saperle guardare con occhio distaccato.

Innanzitutto devo chiedere scusa per quanto scritto precedentemente: Mulcair in effetti ha una posizione netta sul TPP da cui se ne puo' (spero) dedurre quella sul CETA, e se quella sera non se ne era parlato ovviamente e' colpa di chi poneva le domande.
Comunque vedere quello spot e' stata una sorpresa piacevolissima: e' la prima volta in tanti anni che sento un leader di sinistra (si puo' pronunciare questa parola?) esprimere una posizione netta contro questi trattati.
Gli spot successivi, quello dei liberali prima ma soprattutto quello dei conservatori poi, mi hanno chiarito definitivamente come andra' a finire.

Vincera' il Matteo-Alexis locale.

Tutta quello che ho sentito dire da amici e conoscenti negli ultimi mesi si puo' riassumere in un'unica frase esatta: "anyone but Harper!".
Che ai miei occhi e' come quando da noi si diceva che B. era il male peggiore e certe simpatiche canaglie hanno festeggiato (no, certe cose non si dimenticano) l'avvento di Monti.
Ora in Canada si apprestano a festeggiare l'arrivo del giovanotto col grembiule rosso (anzi, rosa pallido).
Del resto il primo dell'elenco dei giovanotti al comando di questa era che stiamo vivendo, non dimentichiamolo, e' stato premiato con un Nobel per la pace.

In teoria, e stando ai sondaggi, quella Canadese sarebbe una corsa a tre, perche' il leghista quebbecchese non ha i numeri per poter essere contato.
E tutti, tranne i cattofascisti ov cors, vogliono solo una cosa: che Harper scompaia.
E cosa fa Harper?, indice elezioni anticipate (questa cosa mi era sfuggita) e indica il Matteo-Alexis locale come unico rivale.
E indovinate un po' la reazione della gente?
Ma certo, noi lo conosciamo bene: il voto utile.
Dio...

Sono cosi' spaventata che vorrei urlare.

E quando spiego queste cose mi sento rispondere in tono piccato che non ne so niente, che di Matteo-Alexis ci si puo' fidare, che e' mille volte meglio lui di Belzebu'-Harper, che sono solo un'europea che del Canada non ha capito niente.
Lo spero per loro, perche' sono brave persone. E lo spero per il mondo, perche' ho bisogno di credere che da qualche parte esiste ancora della razionalita'.
Lo spero.
Ma non ci credo.

Questa sera ci sara' lo spoglio, questa sera si sapra'.

martedì 13 ottobre 2015

Ringraziamento Canadese - quel tacchino hollywoodiano

Come forse tutti sanno, negli "Stati" il ringraziamento si festeggia a fine novembre; qui in Canada invece si fa a meta' ottobre, e a pensarci e' naturale: il ringraziamento ha origini nella festa del raccolto ed ha perfettamente senso (ahime') che in Canada il raccolto avvenga prima.

Sono invitata a cena dalla "mia famiglia canadese", gli O., ed e' dunque tempo che io parli di loro, di quest'altro lato dell'altro lato dell'Atlantico.
Gli O. sono una famiglia che frequenta il mio dojang, o meglio, sono io che frequento il loro.
Il capofamiglia, Mister O., e' un uomo in un intorno dei sessanta, cintura nera, ottimo istruttore, con una tecnica strepitosa e un ottimo sguardo sulla tecnica degli altri: il mio primo giorno mi e' stato dietro dandomi i primi rudimenti, mi ha riso bonariamente in faccia vedendomi fare i primi crunch (confesso), a oggi mi da sempre consigli preziosissimi e lo considero quasi al pari del maestro.
Sua moglie J. e' una cintura verde-blu, donna dolcissima con dei bellissimi occhi azzurri, capelli bianchi tenuti sempre in una morbida coda di cavallo e ben curati, in generale emana felicita' e amore (giuro!); facciamo spesso coppia negli esercizi a due e con lei non riesco a usare la forza, non ce la faccio, ma lavoro bene sulla tecnica: ha un cuore d'oro.
Il figlio piccolo, S., e' una cintura blu-rossa, un naturale per tecnica, velocita', salti (sia detto che ha quattordici anni) e controllo del respiro: lui e' quello che mi ha insegnato quella che io chiamo "la danza di spada e coltello" e alcune tecniche di autodifesa.
Hanno anche due figli sui venti/venticinque anni, entrambi dotati di fidanzate, che ho conosciuto a un barbecue a luglio, quando hanno invitato me e la mia "famiglia" (ma questa e' un'altra storia e si dovra' raccontare un'altra volta) ma non ci ho mai interagito davvero: so che uno dei due e' una cintura nera che ha smesso, so che lo e' anche una delle due fidanzate, ma non ricordo l'accoppiamento con sicurezza.
Li considero, come ho detto, la mia famiglia Canadese.
Sono persone normali, anzi, sulla media di Hamilton direi benestanti, curati, puliti: la loro casa e' pulita, la loro pelle e' sana, si nutrono con attenzione e praticano sport. I figli sono ragazzetti molto belli per le rispettive eta'... insomma, la famiglia da serie tv.

Arrivo e padre e figli stanno lavorando al garage, che e' una costruzione separata e in effetti e' usato come luogo di lavoro del capofamiglia, che di mestiere fa impianti di sicurezza, chiavi e serrature; J. e' seduta a chiacchierare nella veranda-chiusa con la cugina del marito che vive negli "Stati", mi introduce, versiamo del vino (buono), chiacchieriamo, ci piacciamo. Dopo un po' ci spostiamo in cucina e, mentre J. segue i cibi in preparazione, arriva anche la sorella di Mister O.: ancor prima della sua entrata in scena mi viene detto che nel pomeriggio ha rasato il prato indossando tacchi alti e collana.
Si chiacchiera dunque, ed e' tutto molto tenero, casalingo.
Il ringraziamento, mi dicono, e' la festa del raccolto, la festa in cui le famiglie dei coloni (e prima ancora dei nativi), dopo aver raccolto quel che c'era da raccogliere prima dell'arrivo dell'inverno, si sedevano a tavola per ringraziare dio (e prima ancora la natura). Alla fine della fiera e' la festa della famiglia: avevo ricevuto due inviti per stasera, ma era giusto che passassi il ringraziamento con loro.

La conversazione e' gradevole, educata, non dico colta ma quantomeno non truce: non diversa da quella che avrei a Natale con la mia famiglia allargata.
Giusto a un certo punto mi si chiede cosa ne penso del Papa e mi sento con le spalle al muro: ho visto in casa un segno di cristianesimo, non estremo ma comunque presente, una piccola scritta in grigio leggero su bianco riportante una frase del vangelo e una croce, e le mie opinioni sul Papa non sono esattamente lusinghiere... Dopo un lungo tentennamento spiego brevemente la mia posizione ("mai fidarsi del tipo simpatico, specie quando e' un uomo di potere... e che potere!") e il discorso cambia subito, riprendendo la piega piacevole come se non fosse mai successo niente.
Da queste parti sono bravissimi a evitare o eventualmente cambiare un argomento potenzialmente controverso.

A un certo punto J. sforna il tacchino e mi emoziono.
Chi non ha mai visto in un film o in una serie televisiva la scena di un tacchino sfornato nel giorno del ringraziamento? Tutti abbiamo almeno un'esperienza hollywoodiana del ringraziamento.
Io c'ero.
E le patate al forno, e le carote, e la salsa di mirtilli rossi, e il purea di rutabaga che giuro: e' buonissimo. E le immancabili torte: quella con la marmellata ai mirtilli, quella con un frullato di fragole e yogurt, quella con mele, marmellata di mirtilli e crumble, e ovviamente quella di zucca, con tanto di decorazione al centro a forma di zucca da Halloween.
Vivere in nordamerica regala questi squarci filmici incredibili.
E' paradossale, ma conosciamo meglio le tradizioni nordamericane di quelle tedesche o spagnole.
Perche' adesso davvero, alzi la mano chi sa cosa fanno in Spagna per San Sebastian... potere del cinema di propaganda imperiale!
La cena del ringraziamento ha una dolcezza ancestrale saldamente incardinata nella testa di tutto il mondo occidentale grazie al grande e al piccolo schermo, e a mio modo anche io ne sento il fascino, e addirittura quasi mi commuovo quando J. ringrazia (dio, ma non lo nomina) per il cibo.
Il tacchino e' stato in forno otto ore, J. si e' svegliata alle sei per farlo: e' una bestia "piccola", dicono, altrimenti ce ne possono volere anche dieci di ore... sara' ma a me non pare affatto una bestia piccola. Mi torna in mente la mia ex compagna d'ufficio del Minnesota che sosteneva che il tacchino al ringraziamento e' uno spreco, che la carne viene sempre disgustosamente secca... quello di J. secondo me e' ottimo, si vede che gli e' stata dietro con cura e dedizione.

Ad un certo punto, in un momento in cui ci ritroviamo a parlare io e lei, mi racconta che suo padre era un ministro anglicano, che lei ha orbitato in chiesa a lungo ma poi ha visto quanta politica c'era dietro e si e' scocciata, ma questo non vuol dire che non crede. Deve averla colpita quello che ho detto sul Papa, forse sente di dovermi far capire che capisce quello cui ho accennato prima di cena. Le spiego che ho perso la Fede a Cana, durante un pellegrinaggio in Palestina (ecco qua, un pezzetto del mio passato oscuro e' rivelato), circa dieci anni fa. Sorride comprensiva e dolce.

Al momento del liquore il capofamiglia caccia con fierezza una Sambuca Ramazzotti che bevo con un sorriso: saranno anni che non ne bevo una e trovarmela a una cena del ringraziamento mi intenerisce. Prometto che al ritorno dalle vacanze di Natale portero' loro qualche liquore speciale che qui non si trova.

Al momento dei saluti mi indicano l'ingresso della casa con la bandiera canadese e quella statunitense ben in vista: Mister O. mi spiega che quando viene a trovarlo qualcuno uno dei parenti che vive negli "Stati" lui ha piacere di innalzare anche la loro bandiera; aggiunge anche il desiderio di comprare una bandiera italiana per le volte in cui io li andro' a trovare. La dolcezza di queste persone scalda il cuore.

Ho preso due porzioni di ogni cosa e assaggiato tutti i dolci: la pedalata del ritorno e' lenta e appesantita, ma decisamente appagata nel corpo e nello spirito.

sabato 3 ottobre 2015

Cosa sapete del Canada - Elezioni federali

Il 19 Ottobre in Canada si svolgeranno le elezioni federali. Curioso come di questo in Italia non arrivi nessuna informazione: leggo quotidiani italiani (ah l'era moderna), sono quotidianamente in "contatto" con Casa (le reti sociali... anche di questo bisognera' parlare prima o poi, ma non divaghiamo), e non ho mai visto una sola notizia a riguardo.

Certo, direte voi, il Canada non e' importante.
Sara', ma con gli Stati Uniti che stanno ipso facto (convincetemi che non e' vero, vi prego!) dichiarando guerra alla Russia stupisce come le elezioni federali canadesi non meritino neanche un trafiletto.
Ma magari mi sbaglio, magari almeno una volta ne hanno parlato e io me lo sono perso.
Comunque.

Ho un amico appassionato di politica che mi ha fatto un breve riassunto di storia recente e mi tiene aggiornata sugli esiti della campagna. Sto imparando molto.
Ci sono essenzialmente tre partiti, senza contare i "leghisti" quebecchesi di Duceppe (che da romana associo troppo facilmente a quello che di ceppa ne aveva solo una, ma dura): i conservatori di Harper, i democratici di Mulcair e i liberali di Trudeau.

In breve.

Harper e' al potere da dieci anni, nasce tra le fila degli ultras cattofascisti, e' diventato primo ministro in modo truffaldino, ed e' corrotto, e ha gli amici negli Stati Uniti e segue le loro direttive, e se ne frega dell'ambiente (qui a tutti importa molto dell'ambiente). I suoi cavalli di battaglia sono la difesa dei valori tradizionali , la difesa contro i terroristi, la difesa dell'economia (gli ho sentito usare la parola austerita'... ma che davvero?, ancora?, anche qui?, ma non gli e' bastatato?).
Mulclair e' il "vecchio comunista" anche se qui "comunista" e' una parola che non si puo' usare davvero: non e' chiaro cosa pensa del CETA (nessuno parla del CETA, neanche qui sotto elezioni... possibile?) ma sul resto e' piu' chiaro di altri.
Trudeau e' il figlio di uno dei padri nobili canadesi, giovane e alla prima esperienza con la "politica dei grandi".
Deja vu...

Ieri sera ho visto quello che probabilmente e' stato l'ultimo dibattito tra i quattro rivali.
Era in francese e non lo davano in tv, bisognava andarselo a cercare in rete.
Ebbene si'.

Harper aveva una spilletta con la bandiera canadese appuntata al petto, piccola abbastanza da passare inosservata, ma grande abbastanza da voler essere un messaggio subliminale; mani contratte, volto teso, aggirava le domande in modo davvero patetico. Si vedeva che era in difficolta'.
Il leghista... vabbeh, e' leghista: secessione e via il niqab.
Mulclair sembra una brava persona, uno che ci crede ancora (?). Affrontava il dibattito con energia, centrando sempre le risposte, ha opinioni nette ed e' chiaro nell'esprimerle.
Trudeau mi ha colpita.
Giovane, rampante, belloccio, sguardo sicuro, sorrisetto beffardo. Parla di tutto e di niente, evoca un non meglio precisato "nuovo" come panacea. Mi dicono "ci si puo' fidare perche' il padre era una brava persona, uno dei padri nobili, uno che ha fatto crescere il Canada".
Sara'.
Ma noi abbiamo una certa esperienza col giovanotto "nuovo" di turno.
Lo guardo e tremo: sentirlo parlare ha evocato in me l'immagine di un inviluppo convesso tra Matteo e Alexis.

Il Canada e' una terra immensa e prevalentemente disabitata, i pochi abitanti sono gente tranquilla e per bene. A chi andranno le risorse energetiche di quel mezzo continente quando sara' il momento?

(continua...)

martedì 8 settembre 2015

CNE reprise - occhi europei

Recentemente si e' unita al dojang una ragazza nuova; ha un paio di anni meno di me, e' qui per un postdoc in ingegneria dei materiali e viene dall'Austria.
E' un anno che aspetto qualcosa del genere; gli Hamiltoniani sono deliziosi, questo e' fuori discussione, ma io non appartengo a questo posto e il mio sguardo si posa su persone, luoghi, oggetti e cibo in modo irrimediabilmente diverso da come fanno loro: condividere certe impressioni con una mia coetanea europea che non sia qui per vacanza ha il sapore dolce del non sentirsi piu' l'unico animale esotico.

Da una settimana progettavamo di fare qualcosa assieme per il labour day e alla fine la scelta e' ricaduta sulla CNE, esperienza che un europeo che si trovi a vivere in nordamerica deve fare, perche' bisogna capire.

Non si puo' dire ad alta voce, ma e' forse l'ultimo giorno di questa estate incredibile: il cielo e' perfettamente azzurro, fuori ci sono trenta gradi, la festa ci avvolge.
Io sono quella che conosce la strada e si orienta, la mia compagna di avventure, essendo crucca, e' quella dotata di mappa e lista degli eventi del giorno: c'e' lo show degli aereoplani (quelli antichi, quelli acrobatici, quelli supersonici e i voli sincronizzati), un gruppo di ragazzi che fa parkour, e un altro gruppo che salta con trampoli a molla.
C'e' lo stand di una tizia che giura di poter indovinare l'eta' con uno scarto di due anni al massimo; tenendo conto che di solito me ne danno almeno cinque o sei di meno (una volta, qualche mese fa, anche tredici di meno, ma vabbeh) decido di sfidarla. Devo essermi presentata con un'aria troppo baldanzosa e lo sguardo che diceva "non lo indovinerai mai!" sicche' la tizia ha voluto sparare troppo in la' dandomene nove (nove) di piu'. Non mi era mai successo prima e rido di gusto: vinco un piccolo peluche a forma di mucca che sara' prontamente regalato ad Ofelia.

E gente, e cibo, e quell'immancabile odore di fritto che nessun racconto potra' mai spiegare.

"Dimmi qualcosa che pensi non si possa comprare qui" dice la mia amica con occhi divertiti.
"Un frutto" rispondo io senza pensarci un secondo.
Ridiamo come pazze.

Ci guardiamo intorno e a volte non c'e' neanche bisogno di commentare: leggiamo l'una negli occhi dell'altra l'impressione che fa l'idea di un panino "bacon e nutella" (sic) eppure ci lasciamo trasportare dall'euforia e dividiamo un mars impastellato e fritto, ovvero una di quelle cose che vanno fatte per poter dire a pieno titolo "ho vissuto in nordamerica".

I nostri occhi europei, pur differenziati dal suo esser crucca e il mio esser latina, pur venendo da conflitti indimenticabilmente dilanianti e nonostante la barriera linguistica la cui inevitabile conseguenza e' che tra noi comunichiamo con la lingua di coloro che ci ospitano, i nostri occhi europei, dicevo, hanno una base di fondo comune che con la gente di qui non riesco a trovare.
Vienna e Roma, capitali imperiali, luoghi di cultura, anime millenarie, si incontrano a Hamilton (On) e si riconoscono come parenti.
Alla CNE c'e' anche la fiera medioevale e vorremmo vederla: noi il medioevo sappiamo cos'e', loro no, hanno il nostro, sarebbe buffo vederlo attraverso i loro occhi, ma oggi e' chiusa percio' niente da fare. Ci consoliamo con uno spettacolo di danze indiane nel senso dell'India.

La vecchia Europa e' in me, nei miei modi, nei miei gesti, in cio' che trovo sensato e cio' che mi fa ridere; e' bello capire una volta di piu' che quello e' il lato dell'Atlantico che fa parte di me, e' doloroso pensare che potrei non viverci piu'.

domenica 6 settembre 2015

Barbecue con concerto

Volenti o nolenti, prima o poi si arriva al finesettimana del "Labour day", festa che da qui mi sembra estremamente affascinante; il "Primo Maggio" sarebbe troppo comunista e non si puo' fare, ma festeggiano il primo lunedi' di settembre: per questa gente l'anno scolastico/accademico/lavorativo comincia con l'ultima festa dell'estate, con la festa del lavoro. Psicologicamente dice molto.

Sono stata invitata a un barbecue in giardino, perche' la festa e' lunedi' ma come noialtri ben sappiamo questo di sette e' il più gradito giorno:  mi dicono "porta la chitarra elettrica o il basso" e io, doppiamente incuriosita, opto per la rossa diavoletta. Non sara' mai estratta dalla sua custodia ma poco male.

L'evento si svolge in quel di Caledonia, frazione di Hamilton raggiungibile in soli 20 minuti se si ha una macchina e irraggiungibile altrimenti; questa cosa ancora mi mette psicologicamente in difficolta', perche' da dove vengo io magari uno non puo' fare affidamento sui tempi di autobus e treni, pero' almeno in principio si puo' raggiungere qualsiasi posto... qui semplicemente no.
Ma vabbeh, la padrona di casa passa a prendere me, suo fratello (ovvero l'amico che mi ha invitata) e il figlio di suo fratello.

Il giardino e' ampio, dalla casa vi si accede passando per un patio in legno su cui stanno mondando batteria e amplificatori; qualcuno si occupa del barbecue, qualcuno dell'alcol, qualcuno fa girare erba ricreativa, e' una festa di famiglia ed e' coinvolta la famiglia allargata: padri, madri, mogli e mariti, ex-mogli ed ex-mariti, figli, zii e cugini, vecchi e nuovi amici.
Il grande cuore sereno di questa gente e' cio' che piu' mi piace.

Mi offrono del cibo che in confronto gli stand che ho visto alle fiere sembrano salubri: la cosa peggiore in assoluto, la cosa peggiore che io abbia mai visto (e ahime' mangiato) e' una pasta scotta (e sin qui) condita con una salsa prevalentemente a base di maionese. Anzi, una salsa prevalentemente a base di maionese in cui compare della pasta scotta: poi uno si domanda il perche' dell'obesita' in nordamerica!
Ormai dovrei esserci abituata eppure mi colpisce ogni volta.
Da queste parti le persone vere inseriscono quotidianamente delle sostanze nocive nei loro corpi, bevono pessimo alcol e altre strane sostanze dai colori sgargianti; ogni volta, giuro, ogni volta mi viene in mente Idiocracy.
Mi sembra incredibile che il mio amico venga da qui; lui e' chiaramente diverso e se ne rende conto da solo: ha viaggiato, ha studiato, legge, pensa. Ai miei occhi ha si' qualche inevitabile tratto hamiltoniano, ma chiunque si renderebbe conto che ragiona in modo diverso dagli altri, anche solo per il fatto che parla un inglese grammaticalmente corretto e si porta da casa la sua birra e la sua insalata... mentre gli altri lo guardano con uno strano sentimento misto di ammirazione e fastidio, io capisco chiaramente il motivo per cui siamo amici.

Arriva quindi il momento del concerto; tutti in cerchio, seduti su sedie da giardino, ascoltiamo questa band caserccia che mi ricorda il gruppo in cui mio padre suonava quando ero piccola, con la differenza che il cantante di questi e' stonato: si impegna tanto poveretto, ma proprio non riesce.
Ed e' rock anni sessanta-settanta, non si va oltre.
Mai.
Io siedo, ascolto, mi lascio trasportare da pensieri sconnessi.

Intorno alle nove e mezza passa la polizia chiamata da qualcuno nel vicinato, quindi la musica finisce: poco dopo la madre del mio amico e il suo compagno ci riportano indietro.

Irrimediabilmente, durante tutta la serata, la radio nella mia testa non ha fatto che suonare questa.


lunedì 31 agosto 2015

Greenbelt Harvest Picnic @ Christie Lake Conservation Area - Dundas

29 agosto 2015

L'estate Canadese e' un'esplosione continua che non da tregua: un brulicare di festival, fiere, concerti all'aperto, gioia, cibo e alcol, natura immensa e bellissima. Se l'inverno ti prosciuga le forze con il suo silenzio e i volti spenti dei passanti, l'estate e' vita vissuta fino all'ultima goccia, per immagazzinare energie sufficienti a sopravvivere al prossimo inverno.

L'evento del giorno e' una tradizione recente (anche su scala canadese) che viene organizzato nella Greenbelt dai contadini locali; ci sono gli stand degli artigiani locali, quelli dei contadini e quelli immancabili di cibo-spazzatura, ma non in quantita' abissale. E ci sono due palchi, uno principale e un altro, piccolo e male attrezzato, che serve esclusivamente come elemento di distrazione mentre i tecnici spogliano e rivestono il main stage.

Sono con un amico, una sua amica e la figlia (di forse sei anni, forse meno) dell'amica; siamo venuti a vedere Gordon Lightfoot, e mi si perdoni l'ignoranza ma non l'avevo mai sentito nominare prima: per i miei compagni d'avventure ovviamente e' una leggenda e mi diranno piu' volte che lo stesso Bob Dylan lo considera il suo cantautore preferito. Non ho il coraggio di dire ad alta voce che Bob Dylan e il folk-nordamericano in generale mi annoiano come pochi.

Arriviamo a meta' pomeriggio anche se qui si e' iniziato a suonare gia' da varie ore, parcheggiamo, mamma e figlia vanno a pescare e le ritroveremo piu' tardi, io e il mio amico facciamo un pigrissimo giro per gli stand e in riva a un minuscolo laghetto e poi ci andiamo a sedere sull'erba a gustarci la musica. Sui palchi si susseguono vari gruppi di interesse variabile tra lo zero e l'epsilon ma la situazione complessiva e' talmente piacevole che va bene cosi'.

Ad un certo punto sul palco principale sale un duo gradevole, due chitarre, una acustica e una elettrica, due voci ben amalgamate; sul momento non propongono niente di diverso da quanto li ha preceduti, ma nel finale dell'ultimo brano partono con una coda acustico-noise da brivido ed e' magia. Mi alzo e vado alla ricerca della scaletta della giornata: Gregory Alan Isakov e' il nome che cerco. Hanno fatto troppe cose perche' il tubo mi permetta di ritrovare il brano in questione... peccato.

Facciamo una pausa-merenda allo stand eritreo/etiope, mangiando un curioso piatto a base di mais e carne al sugo piccante accompagnato da due samosa: sembra piu' che altro un misto messicano-indiano, ma e' abbastanza buono da farci dimenticare l'assurdita' della cosa.

Dopo un po' sul palco piccolo sale un gruppo di nativi americani con tanto di copricapi pennuti e ci avviciniamo per sentire meglio: il mio amico in passato ha vissuto per un periodo insieme ai nativi americani e conosce la loro cultura in modo ovviamente piu' profondo di chiunque io abbia mai incontrato prima. Mi dice una cosa come "This song may have thousands of years" e quel che piu' mi colpisce in questa frase e' l'utilizzo della parola "song", canzone. Non sono versi a caso, sono parole nella loro lingua; questa canzoni parlano della terra, del Grande Spirito, delle foreste, dei laghi, di una ragazza da sposare. Sono canzoni vere e proprie. Antichissime.
E penso che da quell'altro lato dell'Atlantico, quello da dove vengo io, forse milleni fa si cantavano lo stesso tipo di canzoni, con strumenti altrettanto rudimentali quanto non del tutto assenti. Lo strumento era la voce, il tempo era tenuto con le mani su rozzi tamburi, ma si cantava gia' allora, chissa', magari addirittura nelle caverne. L'uomo canta perche' ha la necessita' intima di dare corpo e anima a quei pensieri che non sa esprimere: canta di cio' che conosce, perche' non si puo' cantare d'altro, ma canta e si libera.
Eppure da quell'altro lato dell'Atlantico c'e' stata un'evoluzione che qui e' mancata completamente.
Il Mediterraneo ha permesso scambi rapidi, e la' dove c'e' lo scambio di idee c'e' crescita, e gli strumenti evolvono e con essi evolve la musica. Il desiderio di comunicazione rimane lo stesso: sono i mezzi e i linguaggi a cambiare. E' cosi' da sempre, e' nella natura umana.
Questo popolo, i nativi americani, i conquistati e distrutti dalla follia inglese (gli spagnoli e i portoghesi in un qualche modo si sono integrati, gli inglesi mai: ovunque sono andati hanno fatto carne di porco di tutto cio' a loro preesistente, specie in nord America) ovviamente hanno chiuso a riccio la loro societa' e ne hanno preservate immutate abitudini e le canzoni.
Questo pensiero mi colpisce profondamente.

Subito dopo i nativi americani sul palco principale sale Gordon Lightfoot e qui non c'e' neanche da chiedere: ci avviciniamo senza indugio.
E' un uomo vecchissimo, con la voce devastata dagli anni (mi dicono, e il mio pensiero ovviamente vola a quella volta, un anno fa, quando ho visto i dinosauri ballare) e fa niente di piu' e niente di meno di quel che mi aspettavo. Un paio di brani, devo dirlo, mi convincono molto per stile e scelte armoniche, il resto purtroppo rispecchia tremendamente le aspettative, ma sorrido ai miei amici mentendo spudoratamente.
Alcuni brani mi vengono presentati come "successi intramontabili"; addirittura sara' lo stesso Lightfoot a presentare con infinito orgoglio un brano (l'ultimo) come uno che e' stato registrato anche da "Elvis, The Mamas and the Papas, Bob Dylan and others...". Chiedo scusa, siamo troppo lontani dalla mia area di competenza perche' io possa riconoscere il brano.
E' rimasto sul palco un'ora abbondante, quelli che lo avevano preceduto erano tutti da mezz'ora, ma qui si sta parlando di una star, un vero caposaldo per questa gente. Certo, troppo vecchio e troppo poco modaiolo per essere considerato l'artista principale della giornata (ruolo che sara' ricoperto da una band locale "da radio" assolutamente insignificante) ma comunque il livello e' di gran lunga superiore rispetto a quanto sentito fino a questo momento... e ahime' anche a quanto seguira'.

Quando Gordon Lightfoot finisce di suonare ci facciamo un giro alla ricerca di cibo: plachiamo lo stomaco con una pizza margherita cotta in un vero forno a legna (e che quindi sa quasi di pizza margherita, sottile come vuole mamma-Roma) e lo chiudiamo definitivamente con un panino assassino che porta l'inquietante nome di "Fatty meat" e contiene salsiccia "italiana", formaggi (si noti il plurale) e un numero imprecisato di salse.
Queste cose stanno accadendo decisamente troppo spesso, ma come si fa a non provare?

Rimaniamo in giro ancora un po' ma poi l'ultima band e' cosi' tremenda che anche i miei amici decidono che e' ora di rientrare.
In macchina la bimba dice di non avere sonno e ovviamente si addormenta dopo trenta metri. Sorrido nel vedere la sua testa ciondolante.

sabato 22 agosto 2015

CNE

La Canadian National Exhibition, per gli amici CNE, e' una cosa seria, serissima: quel minuscolo corridoio ad Ancaster non era niente. Per carita', esserci dentro mi aveva colpita, ma quando si tratta di Toronto, la citta' (anzi, la Citta'), bisogna fare le cose in grande.

Dopo aver lavorato in mattinata, nel pomeriggio ho raggiunto un amico e suo figlio che mi hanno regalato questo squarcio in immersione totale nella vita nordamericana: non da turista, non con un gruppo di europei, ma con qualcuno che vive queste cose come una tradizione da tramandare di generazione in generazione.

Arrivi e sei subito investito dall'odore di zucchero, bacon, fritto in varie forme; sai gia' che a fine giornata ti sentirai male ma fai buon viso a cattivo gioco: sono esperienze che una volta nella vita vanno fatte.

La prima tappa e' il "Food building" e gia' il nome dice tutto.
E' un posto colossale, da perdercisi, e dentro e' solo cibo-spazzatura: da quella che loro chiamano pizza (e io northamericanpizza: non e' cattiva, solo che non e' pizza, e' un'altra cosa) ai piatti caraibici, a quelli cinesi, a miliardi di hambruger, anelli di cipolla, poutine (non esistono molte cose piu' disgustose...). Gli odori ti assalgono al punto che non riesci neanche a sentirli davvero.
Mi concedo un kebab e un northamericancoffee, rigorosamente piccolo.

Poi inizia il tour vero e proprio.
Loro si muovono senza difficolta' nell'intricato groviglio di gente e stand, del resto vengono qui ogni anno da sempre: io ogni tanto perdo completamente l'orientamento.

C'e' il posto al chiuso con gli animali da fattoria e quello con i televisori; c'e' chi fa sculture di sabbia, che tutto diresti meno che e' sabbia; ci sono i giostrai e lo zucchero filato.
E' un lunapark mastodontico, dotato di tutte le attrazioni che uno si aspetterebbe da un lunapark, montagne russe comprese; e d'accordo, magari non sono vertiginose come quelle del Divo Ostrov, ma poggiano su pezzi di legno che mi paiono di una fragilita' allarmante: il pensiero che tra un mese questa fiera sara' finita e tutti i giostrai (montagne russe comprese) si sposteranno da qualche altra parte mi fa tremare.

Una delle cose piu' tipiche, a quanto mi dicono, e' il cosiddetto "ice cream waffle": la forma e' quella di un cucciolone, il gelato e' una specie di vaniglia dolce e piuttosto insapore ma in quantita' almeno doppia di quella nel cucciolone, il waffle lo fanno sul momento e il povero biscotto del cucciolone non puo' che dichiararsi sconfitto al suo confronto.
Ovviamente non posso esimermi dal provarlo.
E' assassino.
Ne mangeresti a quintalate pur sapendo che potresti morirne.

E gente che suona su vari palchi, e il posto e' talmente grande e affollato che possono anche suonare contemporaneamente.
E la parata con la banda in divisa che suona, i carri da cui ragazzine belline da teen-movie lanciano collanine luccicose e un'improbabile marcia di stormtrooper.

Tutto questo e' troppo per me: con l'avanzare della giornata sento sempre piu' forte la sensazione di non appartenere a questo posto.
Come sempre.
Non basta avere degli amici per sentirsi a casa in nordamerica.
Non basta neanche essere innamorati.

lunedì 3 agosto 2015

Ricorrenze

E' passato un anno esatto da quando e' cominciata questa mia avventura Canadese.
Lo ricordo con esattezza: ero su quel volo e tremavo, e mi sembrava che il mondo stesse girando troppo vorticosamente.
Il regalo del mio spacciatore era stato l'unica, dolcissima, consolazione.
Un anno fa.

In un anno molte cose cambiano: non tutte, ma molte.

Ora so come muovermi, conosco i nomi delle strade, ho i miei riferimenti, i miei ritmi, le mie abitudini, persino i miei contadini preferiti al Farmers Market che mi riconoscono e a volte mi consigliano sui prodotti stagionali.
Ho il mio percorso di corsa in riva al lago, l'albero sotto cui mi fermo a lavorare o ascoltare musica, o anche solo a lasciarmi scivolare pensieri addosso: il "mio" lago che e' tanto grande da sembrare un mare.
Ho imparato a riconoscere le caratteristiche di questo posto, le differenze culturali tra Hamilton e Toronto, e tra queste e Roma.

I primi due mesi mi sono serviti per focalizzare la mia nuova vita Hamiltoniana, poi in autunno e' emerso il desiderio quasi ossessivo di ricominciare da zero, come tutti gli emigranti che si rispettino: ho presto capito di non essere ancora pronta e ho fatto un passo indietro.
Durante il lungo inverno ho idealizzato la mia vita precedente in ogni suo piu' micragnoso dettaglio, mi mancava persino l'odore di piscio dietro Stazione Trastevere; il Canada mi appariva come un corpo troppo estraneo perche' potessi sentirmene parte, e il clima ostile non ha certamente aiutato.
Con l'esplodere della primavera e' cominciato un altro processo e il mio sguardo su questo posto si e' lentamente addolcito.

Il giugnoeuropeo e' stato uno spartiacque importante.
Mentre ero da quel lato dell'Atlantico ho intuito poco a poco quanto tutto cio' che credevo fosse la mia vita in realta' non mi appartiene piu'.
Non c'e' piu' niente per me laggiu', non tornerro' mai dov'ero gia', non tornero' mai a prima mai.
Sul momento e' stata una botta piuttosto dolorosa, ma poi sono tornata qui.

Ritrovare gli amici del dojang e' stato bellissimo.
Si', gli amici, ora penso proprio di poterlo dire.
Non sono come gli amici che avevo a Roma, quelli sono un'altra cosa e non ha senso cercarli qui, ma sono belli anche questi: mi hanno abbracciata nel rivedermi, mi hanno allargato i loro sorrisi e i loro cuori.

Non tutto e' cambiato, ma molto si', e in modo sostanziale.
In alto un calice per me: questa sera brindero' in compagnia al mio primo anno Canadese.

lunedì 11 maggio 2015

Persone vere

Va bene, chiedo perdono, ho esagerato per amor di prosa: in effetti in quella serata intorno al fuoco non c'erano solo fricchettoni miliardari ma anche persone che sembravano "persone vere" e con una di queste, una donna un poco piu' grande di me, avevo scambiato qualche parola piacevole prima che il freddo avesse la meglio su di me costringendomi in casa e innescando la serie di pensieri che avevano finito per farmi venir voglia di tornare a casa.
Successivamente sono rimasta in contatto con la tipa in questione e l'ho risentita un paio di volte: una volta siamo uscite per un caffe', un'altra volevamo andare a fare un'escursione che pero' e' saltata all'ultimo minuto. Venerdi' sera mia ha invitata a casa sua per una "girl night", di nuovo intorno al fuoco in giardino. Accetto volentieri: il nordamerica ha ancora molto da insegnarmi e voglio imparare piu' che posso.

Anche questa volta purtroppo mi presento un poco in ritardo, anche questa volta ero tornata da Toronto a un'ora improbabile: la differenza pero' e' che questa volta il posto non e' lontano e mi basta un quarto d'ora in bici per essere li'.
Mi ritrovo in una zona di Hamilton non esattamente di ricchi, anzi, viste da fuori le case sono trascurate e non particolarmente grandi (per gli standard nordamericani ov cors). Case vere per persone vere. Bene.
Le convitate sono tutte dentro, sedute intorno a un tavolo: un paio di loro sono visibilmente piu' giovani di me ma le altre, tra cui la padrona di casa, sono (altrettanto visibilmente) piu' grandi e hanno deciso che tutto sommato di notte, o comunque questa notte, si sta ancora meglio in ambiente chiuso. Scelta che mi strappa un sorriso d'approvazione, soprattutto pensando alla serata dai miliardari.
Mi unisco alla comitiva: si chiacchiera, si beve vino, si mangiano vedrurine crude e tacos con salsa ai formaggi. La cucina e' a gas e la cosa mi scalda il cuore: non ne vedevo una da Natale.
Dell'erba ricreativa mi viene presto offerta come un calumet della pace, senza tabacco aggiunto. La accetto per dovere sociale e mi accorgo subito che tre tiri mi saranno piu' che sufficienti per l'intera serata: loro hanno una resistenza diversa a cui forse un tempo sarei stata abituata ma che adesso (ebbene si', e lo dico con un certo orgoglio) ho evidentemente perduto.

Ci sono varie bottiglie di vino aperte sul tavolo e mi viene detto di servirmi a mio gusto: scelgo un onesto riesling della regione del Niagara.

Una doverosa parentesi.
Non ho mai seguito un corso da sommelier ma chi mi conosce sa che sono in grado riconoscere un vino buono: ebbene, i vini della regione del Niagara, con mia enorme sorpresa iniziale, sono buoni. Il gelo invernale non deve trarre in inganno: a maggio esplode letteralmente la primavera, a luglio (dicono) si possono sfiorare i trenta gradi, a settembre si sta ancora bene... questa e' una terra di grandi sbalzi climatici ma insomma, l'uva cresce d'estate e qui l'estate esiste. Inoltre la regione del Niagara e' parecchio umida e l'aria ora profuma di fiori d'acero, cosa che ovviamente da un certo carattere peculiare al vino.
Conclusione: quando posso scelgo i vini delle aziende locali e me li godo.

Verso dunque un po' di questo riesling nel mio bicchiere, sorrido alla padrona di casa e dico che mi sono scoperta fan dei vini locali.
Ci sono dei cartoncini sul tavolo, sono dei buoni da 14 dollari per un assaggio "per due" a una azienda vinicola del Niagara. Il prezzo mi colpisce: sul momento mi pare basso (per esperienza considero una bottiglia da 14 dollari come una una bottiglia di vino di medio interesse) ma poi penso che se uno va direttamente all'azienda vinicola il prezzo debba essere piu' contenuto: sarei curiosa di fare un giro per aziende vinicole del Niagara ora che finalmente fa abbastanza caldo. Il commento di una delle altre pero' mi colpisce con forza molto maggiore: "Ti pare che uno deve spendere 14 dollari per del vino?, lo fanno giusto i fighetti... dove lavoro io posso bere vino gratis ma non ho un preferito: bevo praticamente qualsiasi cosa e anzi, tipicamente meno costa e piu' mi piace...". Ridono tutte con approvazione.
Mi si stringe lo stomaco: negli ultimi anni raramente ho speso meno di quindici euro per una bottiglia di vino... mio dio, sono una fighetta!, il senso di colpa si abbatte su di me come una scure.
Le altre si fanno curiose, versano il riesling che avevo lodato in un bicchiere e se lo passano: il commento piu' generoso e' "che porcheria!" e mi sento malissimo.
La padrona di casa si allontana un attimo e cala un silenzio pesante come piombo fuso. L'elefante nella stanza e' che io ho un dottorato di ricerca, loro e' possibile che non siano neanche andate al college (qui l'universita' e' per gli intellettuali, il college per i lavoratori); io insegno a McMaster, loro versano caffe' da TimHorton (lo Starbucks canadese, ma col "feeling" piu' simile a quello di un McDonalds); io vengo da Roma, ho visto il mondo e continuero' a girarlo, il loro orizzonte e' Hamilton, una citta' provinciale, squallida, una citta' di operai, drogati e barboni.
Mi sento malissimo, schifosamente in imbarazzo per essere quella che sono.

Per fortuna la padrona di casa e' molto brava a rianimare la conversazione: io mi chiudo in una specie di mutismo imbarazzato.

Dopo un po' si uniscono a noi due ragazze giovanissime, avranno si' e no vent'anni: vivono anche loro con la padrona di casa anche se non mi e' chiaro a che titolo. Una di loro porta un rose' che viene aperto, versato e ampiamente lodato.

Altra parentesi: devo ancora trovare un rose' degno di essere bevuto.

Viene versato dunque un bicchiere di questo rose' e fatto girare: tutte ne sono entusiaste e io capisco che devo stare attenta, che questa e' una prova difficile: saro' l'ultima a bere e so gia' dai loro volti che non mi piacera' (ecco qua, disgustata di me stessa offro in sacrificio a voi tutta la mia arroganza), ma mostrare il mio disgusto sarebbe come innalzare la grande muraglia cinese tra me e loro.
Bevo.
Succo d'uva zuccherato e alcolico: raramente ho bevuto qualcosa di piu' disgustoso.
Per fortuna l'avevo immaginato e quindi sono preparata.
Sorrido e bevo un secondo sorso: "ottimo!", dico mentendo spudoratamente. Cala la tensione.
Per fortuna nel mio bicchiere c'e' ancora del riesling, che a questo punto non oserei versarmi ma ho bisogno di cambiare il sapore che ho in bocca; aspetto un minuto o due prima di avventarmi sul riesling cercando di non dare nell'occhio: l'attesa mi pare infinita.

L'ultima arrivata mi indica una bottiglia e il mio bicchiere: "e' fatto per essere messo qui!". Sul momento non capisco. "Scusa?". "No, dico, dovresti versarlo qui...". Continuo a non capire "Ho ancora del vino qui dentro...". "Ah scusa, l'hai gia' fatto... e' che non vedevo le bollicine!". Sono sempre piu' confusa. "Eh?, che bollicine?". Alla fine mi viene spiegato che nella seconda bottiglia c'e' un succo d'uva frizzante e analcolico, verosimilmente dolciastro, che "serve" per rendere frizzante e dolciastro ogni vino. Non riesco ad immaginare niente di piu' disgustoso: giusto in nordamerica potevano pensare una cosa del genere. Prendo in mano la bottiglia e la studio attentamente. "Product of Italy" recita a grandi lettere, ma viene indicato l'importatore canadese, non il produttore.
Dio santissimo.

Sono un mostro di arroganza, non posso farci niente.
Cosa ci facevano persone cosi' con i fricchettoni miliardari?
Questa sera discorsi sono diversi; ne sono altrettanto lontana, ma il sentimento piu' forte e' la pieta', profonda pieta', disgustosa pieta': la nauseante e sterile pieta' di una persona arrogante.

Queste donne, tutte loro, sono state madri a 17 anni: il solo pensiero mi mette i brividi.
Ad un certo punto una di loro mi fa capire come il messaggio che passa da tutte le parti (dagli show televisivi ai corsi a scuola) e' la bellezza di essere madre, messaggio che viene recepito senza filtro da adolescenti i cui corpi e cervelli sono imbottiti di zucchero. Le vogliono stupide, vogliono che sfornino bambini a cui non sara' permesso studiare, non avranno i soldi per farlo, saranno operai, drogati, barboni. Saranno pedine e all'occorrenza potranno essere usati come soldati.
Tutto questo mi e' chiarissimo, loro non sembrano vederlo.
E qui siamo in Canada, non negli Stati Uniti.

Una di loro a un certo punto domanda ad alta voce (non ricordo piu' seguendo quale filo logico) quale sia il motivo di imparare l'analisi grammaticale "tanto puo' farlo un computer per me: perche' devo sbattermi?"
Cristo.
Non posso trattenermi.
"Perche' cosi' impari a pensare: impari la differenza tra il presente e il passato, tra l'esistenza e la possibilita', tra chi compie un'azione e chi la subisce... tutto questo ti permette di avere spirito critico, di pensare con la tua testa e compiere scelte indipendenti".
Non ci avevano mai pensato.
In Europa, soprattutto in Italia, chi sceglie di non studiare lo fa (ancora) tutto sommato sapendo a cosa va incontro; qui non e' una scelta: se non hai i soldi davvero non hai alternative.
Fine.
E ti nutrirai da McDonalds, le tue bevande avranno uno strano colore fosforescente e l'ingrediente principale di ogni cosa che il tuo corpo assumera' sara' lo zucchero: ti verra' il diabete di tipo b e porterai sulla tua pelle il segno di ogni sostanza chimica assunta.
E crederai, perche' questo e' quel che ti viene detto, che l'assunzione di proteine sia una panacea.
Dovreste vederli in faccia per capirne tutta la miseria senza scampo.
La provincia nordamericana e' miseria, e' morte.
E qui siamo in Canada, non negli Stati Uniti.

A suo tempo avevo preso Idiocracy per un film demenziale buono per una serata alcolica e invece scopro oggi che e' una ferocissima critica a una societa' davvero prossima all'esistenza.
E l'americanizzazione dell'Europa mi ghiaccia il sangue nelle vene.

Per fortuna a un certo punto viene tirata fuori una chitarra: nessuna di loro sa suonare ma una vuol prendere lezioni... Vorrei essere il mio amico C.(P.)M., quello che se gli dai in mano una chitarra ti suona tutte le canzoni del mondo, dai grandi successi intercontinentali ai b-side del gruppetto che non e' mai uscito dal paesello del nord della Spagna, l'amico che bisogna avere in ogni serata alcolica al Circo Massimo. Beh, in effetti pur non arrivando ai livelli tecnici del mio amico posso anch'io imbastire un rozzo accompagnamento per una canzone se la conosco e non e' troppo complicata, e di solito i grandi successi non sono complicati (ed ecco di nuovo tutta la mia arroganza). Far cantare un gruppo di persone cambia ogni equilibrio, ci si dimentica di tutte le differenze, si mettono da parte le barriere linguistiche e culturali, si canta e si ride: sia lode eterna al potere infinito della musica.

La padrona mi fa fare il giro completo della casa: l'insieme emana un senso di calore umano incredibile, quasi mi commuovo.
Poi scendiamo nel sottoscala dove vive suo figlio di ventitre' anni (lei ne ha quaranta).
Abbondante spazio, una collezione di bong, vari barattoli pieni di erba ricreativa sul tavolo.
Fa un certo effetto pensare che ci sia tutta questa apertura tra madre e figlio ma pensandoci attentamente mi rendo conto che tutto sommato e' meglio cosi'.

Ho la testa piena di pensieri mentre pedalo nella notte (finalmente) tiepida, senza fretta, verso casa.

sabato 25 aprile 2015

Una notte sotto le stelle

(Vivere dall'altra parte dell'oceano, cominciare ad avere familiarita', non significa che non si continuino a fare esperienze nuove ogni giorno: questa sento di doverla condividere.)

Qualche settimana fa, in un locale dove suonavano dal vivo, ho conosciuto una tipa. Il locale in questione e' un posto di artisti e hippie generici, un posto col menu' "equo-e-solidale" per capirci, ma non altrettanto costoso: inoltre ci suonano musica dal vivo, espongono quadri, organizzano spettacoli vari di artisti (piu' o meno di strada) locali.

Insomma, una sera ero li' e mi introducono a questa tipa, seduta sulla sedia a gambe incrociate con la testa china su un librone: indossa abiti pseudo-indiani, porta anelli e bracciali e ovviamente ha svariati piercing. Il libro sulle ginocchia e' il pezzo forte dell'ensemble: si tratta di un manuale di geometria sacra. Chi mi conosce abbastanza sa che la postura mi sarebbe anche affine, ma l'attrezzatura decisamente no.

Parlando esce fuori che di "mestiere" crea gioielli artistici a mano con pietre energetiche e cristalli potenti (sic!) e li vende (a chi?, quanto se li fa pagare?), pratica il Reiki e legge i tarocchi. Poco piu' di due anni fa avrei alzato un sopracciglio con scetticismo (a voler essere estremamente educati) ma nel frattempo ho visto cose che mi hanno fatto cambiare idea.
Si', io, donna di scienza, ammetto che potrebbero non essere complete fesserie: il fatto che non conosciamo le equazioni non significa che non debbano esserci, infondo cento anni fa non c'erano le equazioni della meccanica quantistica, no?, non credo agli spiritelli, sia chiaro: non escudo pero' che possa esserci una forza nel senso fisico del termine, che non siamo in grado di misurare sperimentalmente e che quindi non sappiamo descrivere in equazioni.
Certo, la tipa in questione non ha un approccio "scientifico", sembra molto piu' felice di una spiegazione "spiritualista" ma sembra anche sinceramente interessata al mio punto di vista.

E' in partenza per l'ovest, raggiungera' il suo ragazzo, si faranno un'immersione totale nella natura quest'estate, poi faranno di nuovo un salto qui a inizio autunno e poi... chissa'?
A fine serata ci scambiamo i contatti con l'idea che lei mi avrebbe letto i tarocchi e poi mi avrebbe spiegato i "trucchi del mestiere". La prendo sportivamente con una certa curiosita'.
Da allora ci siamo viste un paio di volte e ne ho tratto qualche insegnamento: la cosa che piu' mi lascia perplessa e' che la tipa ha un sorriso che non riesco a decifrare davvero, sembra spesso rigida e controllata, cosa che non ti aspetti da un'hippie, ma da tempo ho imparato che i modi nordamericani sono diversi da quelli europei percio' chissa', verosimilmente mi sbaglio. Insomma, ieri sera c'era la sua festa di "compleanno + addio-agli amici", mi ha invitata e sono andata.

La mia giornata era stata lunga: ero andata a Toronto a lavorare, son tornata tardi, ho mangiato al volo, doccia e poi via, nella notte.
Beh no, il posto era troppo lontano: secondo google.maps con l'autobus ci sarebbero voluti piu' di 40 minuti contando un lungo tragitto a piedi nel buio... in macchina solo 7 minuti ma non ho una macchina; in bici mezz'ora ma buio e statale mi frenano. Chiamo un taxi.

Nella notte stellata percorriamo una strada deserta, qualche casa che compare ogni tanto, silenzio profondo intorno. Il tassista decreta la fine della corsa davanti a una casa non diversa dalle altre: grande, isolata, circondata da quello che sembra un giardino enorme.
Busso alla porta con una certa perplessita' e mi vengono ad aprire dei ragazzetti che avranno si' e no vent'anni (i coinquilini della tipa?, la casa e' molto grande e l'affitto va pagato...) e sembrano intimoriti quanto me; mi presento, sorridono, mi fanno attraversare il salone e riuscire da una porta finestra. Lo spettacolo che si para davanti ai miei occhi ha l'aria familiare con qualche nota stonata: sedie disposte a circolo intorno a un piccolo falo', un cerchio di pietre tra il falo' e le sedie (utile o spirituale?) e ragazzi con lattine di birra, djembe, vari strumenti esotici: una chitarra sarebbe troppo "mainstream" per sentirsi a suo agio in quest'ambiente.
Tengo a precisare che si', e' cominciato il disgelo e si', lo scorso finesettimana faceva +18, ma qui esistono dei disreti sbalzi di temperatura: giovedi' sera ha nevicato e ieri sera si stava comunque intorno allo zero: la sensazione e' quella di una serata al Circo Massimo, si', ma a gennaio!, e ovviamente non su asciugamani disposti alla bell'e meglio (troppo freddo) ma su apposite e comodissime sedie da giardino.

Vedo la tipa, mi avvicino, mi vede e mi abbraccia. Le ho portato un pensiero, un regalo di compleanno e un augurio di buon viaggio sicche' ci dirigiamo verso l'interno della casa perche' lei possa scartare e vedere di che si tratta: e' una stronzata ovviamente, solo un pensiero, ma mi ha fatto piacere trovare qualcosa per ringraziarla e augurarle una grande avventura nell'Ovest. Sorride, un sorriso diverso dai suoi soliti, sembra piu' "vero" ma forse e' solo un'impressione. Mi invita in casa per mostrarmi un gioiello che sta preparando per me; "Bella casa" commento una volta entrata "E' di mia mamma" dice lei.
Ah.
Mi porta in camera sua, stanza che profuma di incenso e candele, un acquario su un lato, un terrario sull'altro, contengono rispettivamente una tartaruga marina e una rana.
Il gioiello sta venendo carino, va detto.

Torniamo all'aperto e ci andiamo a sedere intorno al fuoco dove viene proposto un rito: a turno ci presentiamo e diciamo per cosa siamo grati mentre due di loro suonano il djembe, poi la festeggiata propone: "facciamo un bell'Ohm tutti assieme, al fuoco e alla notte". Vabbeh, so' gusti.

Poco dopo mi passano uno dei djembe e la musica (dispiace a dirlo) cambia: non per vantarmi, ma io il djembe lo so suonare davvero, lo ho fatto per anni durante il mio "passato oscuro", un ex direttore d'orchestra una volta mi chiese se avessi studiato percussioni al conservatorio e mi soprannomino' Ravel. Cosi' per dire.
Tant'e' che anche nella notte canadese se ne accorgono tutti.
A un certo punto duetto con un ragazzetto che aveva passato buoni cinque minuti a darsi del cretino per non aver portato la chitarra, e infatti ha l'aria un po' meno fricchettona degli altri: e' bravo col djembe, ha senso del ritmo e non manca di una certa eleganza.
Nel mentre la festeggiata tira fuori due catene di fuoco e si produce in una danza a ritmo: e' davvero brava, non c'e' che dire. Mi sembra di essere tornata indietro di una quindicina d'anni, tutta questa situazione sembra uscita direttamente dai tempi del liceo; comincio a domandarmi seriamente cosa c'entri con me tutto questo: si', occhei, a quindici anni sarebbe stato il mio ambiente naturale, ma capita che io abbia superato quella fase e soprattutto che a queste temperature trovi piu' piacevole il pensiero di essere al chiuso. Con la scusa che il mio fragile fisico italiano non regge la notte canadese mi dirigo verso l'interno dove qualcuno sgranocchia cibo e prende un po' di tepore prima di riuscire (allora non sono l'unica...).

Mentre il mio corpo si abitua lentamente alla temperatura e smette di tremare, la padrona di casa si offre di prepararmi un te' e finalmente comincio a guardarmi intorno.
Sono in un salotto dotato di cucina a giorno, seduta a un tavolo che pare di marmo; sul tavolo un piatto con del sushi, una teglia di cavolfiori al forno e una cofana contenente una salsa di formaggi e spezie varie in cui intingere dei nachos contenuti in un sacchetto "equo-e-solidale". I mobili sono nuovissimi e tenuti in condizione di assoluto splendore, il pavimento e' un parquet perfetto; un enorme scatolone riportante la figura di un tosaerba copre un mobile di legno lucido da cui sbuca un lettore dvd: sopra il mobile un enorme televisore ultrapiatto, pudicamente coperto con una specie di pareo blu e motivi in stile indiano.
Finalmente comincio a mettere a fuoco.
Un gatto siamese dal lungo pelo morbido e perfetto mi viene incontro e si fa accarezzare: chiaramente non e' un bastardino di strada e chiaramente viene nutrito con cibi che costano piu' degli hot dog che vendono nel piazzale dell'universita' da me.

La festeggiata e' davanti a me col tronco sul tavolo di marmo e i piedi su un mobile alle sue spalle: sembra una posa yoga e a sentire i discorsi verrebbe da prendere tutti e sbatterli al muro tanto suonano come quelli di viziatelli che non hanno mai lavorato per pagare l'affitto.
Non ricordo piu' come a un certo punto la festeggiata se ne esce "vegetariana da otto anni!" con una specie di gridolino di soddisfazione, un'altra accanto "vegetariana da dodici!" in una assurda gara a chi piscia piu' lontano: "yeah!" urlano all'unisono, mani al cielo, con l'aria di chi si sente migliore degli altri. Per la prima volta capisco che in un posto dove un hot dog farcito costa meno di una (una!) zucchina esser vegetariani e' sintomo di grande agiatezza.
Una ragazza guarda il sushi con curiosita' e tentazione, la festeggiata e' subito pronta a redarguirla con tono disgustato "guarda che dentro c'e' il pesce, fa un po' te...". Io sorrido e agguanto un pezzo: un po' troppo speziato per i miei gusti (sono una minimalista del sushi) ma buono.
Un'altra ragazza vede un oggetto al centro del tavolo e le si illuminano gli occhi: "facciamo la fonduta!". Cioccolato e fragole.
Non posso resistere un minuto di piu': chiedo scusa alla padrona di casa ma sono stanca, ho lavorato, e' stata una giornata lunghissima e ho bisogno di andare a letto.
Me ne vado.

Hippie de 'sto cazzo.

lunedì 9 marzo 2015

Primavera

La chiamano "primavera": c'e' ancora neve per le strade ma son gia' tre giorni di fila che il cielo e' perfettamente azzurro e nonostante cio' la temperatura media e' intorno a zero.

Le espressioni sul volto cambiano, la gente sorride di piu', "e' quasi primavera!" ti dicono.
Tu li guardi un po' stupito, col pensiero che corre ai ciliegi di via Marmorata, poi ripensi agli ultimi due mesi e capisci che hanno ragione loro: e' quasi primavera!

Cosi', da un giorno all'altro, la temperatura e' salita di 18 gradi perdendo uno zero e con lei l'umore di adulti e bambini: d'inverno nevica quasi ogni giorno, e se all'inizio puoi considerarlo "romantico" dopo un po' non ne puoi piu'. Certo, ogni tanto c'e' il sole anche in inverno, per carita', ma e' peggio, fa piu' freddo, sicche' quando torna la neve ti ritrovi a dire "Per fortuna oggi nevica, almeno fa un po' piu' caldo!", e chi l'avrebbe detto?

Ma la primavera...

(...Devo sbrigarmi se voglio andare a pattinare sul lago o c'e' il rischio che il ghiaccio si sciolga.)

sabato 22 novembre 2014

Sottosopra

...ma come si fa a suonare la chitarra di un mancino?


(e un applauso a chi capisce cosa dovrebbe essere...)

sabato 15 novembre 2014

Esportazioni

Ho un amico indigeno (non "nativo", qui fa una certa differenza) che ha un discreto gusto musicale e devo dire che e' davvero un piacere scambiare opinioni con lui. Qualche giorno fa, nel pieno di una discussione, mi sottopone l'ascolto di Only in Dreams degli Weezer, gruppo che (confesso) mi mancava. Siamo li' che la ascoltiamo, mi fa notare dettagli, gli faccio notare dettagli (perche' comunque un certo orecchio cell'ho anch'io, cosa che lo soddisfa e compiace) finche' non arriviamo alla coda, anzi, alla "pre-coda" (minuti 5:30-6:50 circa del link sopra), e lui quasi si sbraccia per farmi notare l'intreccio delle chitarre.
"And it was 1994!" dice con orgoglio.
Sorrido.
Il riferimento al 1994 di questi tempi mi fa fare un salto immediato.
"About binding guitars... do you want to know what was happening in 1994 in Italy?" domando.
"Sure" dice lui con il sorriso di chi pensa di aver capito tutto.

Provoco.
Dall'espressione sulla sua faccia (occhi sgranati, sorriso entusiasta) capisco tutto: colpito, affondato.
"That is pure genius! They have a rock spirit, noise and non-sense style, but still there's some of your Italian refined melody and culture hidden..."
Gli ci e' voluto un quarto di ascolto per dire la frase giusta: il ragazzo e' dotato.
Spinta dalla reazione provo con qualcosa di piu' recente.
"It's always them" dico.
Mentre la ascoltiamo cerco di indirizzare il suo orecchio alle chitarre, facendo particolare attenzione a quella di Tesio (figli e figliastri, come sempre).
"Wow! They've grown up..."
 Sorrido di nuovo.
"Is everyone like this in Italy?" domanda con ammirazione.
"No, but there is a lot of good stuff: different from them, but still super good" dico pensando in particolare a quello che per me e' il disco dell'anno.
"Wow..." non riesce ad aggiungere altro.



...un passetto alla volta chissa', magari me li ritrovo a suonare a Toronto!


(Il nostro problema e' che fuori dall'Italia arrivano - quando va bene - Ligabue e Gianluca Grignani: con rappresentanti del genere capisco che non dev'essere facile darci un minimo di credito...)