domenica 21 dicembre 2014

Esagerazioni

Un amico canadese mi ha chiesto di tradurgli i testi di Earth Hotel: decisamente non si tratta di un'operazione facile ma e' anche un ottimo esercizio di lingua quindi lo ho fatto molto volentieri.

...e dunque vi sono entrata ancor piu' in profondita', ne ho letto i testi piu' e piu' volte, mi sono sforzata per trovare la parola giusta o la giusta perifrasi... e accidenti a lui/loro, quest'album davvero mi vuol parlare: non c'e' un solo brano che io non possa associare in un qualche modo al mio essere e/o agli ultimi due anni e mezzo della mia vita.

Sicche' mi e' venuta voglia di scriverne una seconda recensione, brano per brano, verosimilmente a puntate, ma rischia di essere una cosa un po' onanistica e che non interessa nessuno e anzi, magari infastidisce qualcuno. Percio' ho deciso di mettere la cosa ai voti secondo le seguenti regole:

1) se nei commenti a questo post dovessero arrivare almeno una decina di voti a favore lo faccio,

2) se dovessi ricevere anche un solo voto contrario non lo faccio,

3) se il voto contrario dovesse arrivare in un secondo momento (anche dopo la pubblicazione di uno o piu' post) interrompo immediatamente e cancello i post pubblicati.

Sia aperta la votazione.

domenica 14 dicembre 2014

Marlene Kuntz @ C.S.O. Pedro - Padova

13 dicembre 2014

Due concerti uno dietro l'altro non li avevo mai sentiti. E non due concerti a caso, qui si sta parlando dei miei grandi amori: quello relativamente nuovo (e che ormai temo stia scalzando definitivamente tutto il resto) e quello di sempre, quello che rimane per sempre scolpito nel cuore.
La fortuna ha voluto che mia personalissima "tournee' europea", tra le tappe lavorative di Milano e Zurigo, coincidesse con la tournee' italiana di questi due capisaldi del mio cuore. Dunque al diavolo razionalita' ed economia: che si parta, si percorra lo stivale malandato, si usi la ghiotta occasione per sentirli.
Nel caso dei cuneesi l'occasione e' doppiamente ghiotta perche' questo non e' un tour qualsiasi: e' l'omaggio al disco che ha cambiato la mia vita di ascoltatrice quando avevo 15 anni, il tributo definitivo.
Guardando le date del tour catartico dalla mia postazione oltreoceano non avevo molti incastri: la scelta e' ricaduta quasi obbligatoriamente su Padova.
Per finire, a coronamento, questa volta ho un accompagnatore d'eccezione a suggellare il grande evento: il buon Viktor e' la persona giusta per condividere questa assurda avventura.

Arriviamo al locale in largo anticipo per essere sicuri di trovarlo; e' forse una delle zone piu' infami di tutta Padova e a saperlo avremmo girato in centro un poco piu' a lungo: in strada veniamo anche importunati da una coppia di ragazzi ubriachissimi che un po' mi impressionano (hanno l'aria di essere innocui da sobri, ma da ubriachi non si puo' mai dire) e in quel momento ringrazio la mia buona stella per il fatto di potermi aggrappare al braccio di Viktor in cerca di protezione, ma questa e' un'altra storia e si dovra' raccontare un'altra volta.

Siamo dunque tra i primissimi a entrare, come quando si aveva 16 anni; il posto e' piccolo e ancora vuoto, ci dirigiamo sotto il palco nonappena capisco qual'e' il lato-Tesio (ovviamente). L'atmosfera e' quella giusta, l'ambiente fa pensare a un'inquadratura de "Il cielo sopra Berlino" (mai scelta fu piu' adatta alla situazione), la compagnia e' perfetta: ci sara' di che godere, ne sono sicura.

Il palco e' sistemato per loro, questa sera niente gruppo spalla: gli amplificatori, la pelle della cassa, la parete alle loro spalle, sono tutti coperti da veli su cui e' disegnato in bianco e nero lo stesso schizzo che, colorato, e' la copertina di Pansonica.
In rete scrivevano che il concerto sarebbe iniziato alle nove ma siamo in un centro sociale occupato e al concerto dei Marlene Kuntz: non mi aspetto di vederli sul palco prima delle dieci e mezzo, verosimilmente anche dopo.
Ad un certo punto notiamo che la ragazza in piedi accanto a Viktor si sta sistemando il trucco: indossa un vestitino che fa decisamente a pugni con l'aria trasandata del centro sociale e noi due ridiamo come pazzi.
Ormai il locale e' stracolmo e ci guardiamo intorno: a parte pochissime persone che potrebbero avere l'eta' di Catartica, il resto del pubblico ha un'eta' visibilmente maggiore o uguale della mia, segno che questa serata in un certo senso e' una specie di raduno di vecchi amici del bel tempo che fu.

Sono le undici quando la musica tace e le luci si spengono, la folla che scalpitava gia' da un po' si fa piu' rumorosa. Poi dei faretti si accendono puntando sulla parete di fondo e le loro luci vi si muovono sopra sinuose come serpenti; parte una musica registrata ma stavolta e' diverso, il volume e' diverso, e' chiaro che questa fa parte dello spettacolo: e' una musica che odora di india e di incantatori di serpenti. Mi ci vuole qualche secondo per riconoscerla e quando capisco non posso far altro che pensare che sono dei figli di puttana, inteso con immensa ammirazione, come forse solo un romano potrebbe intenderlo: e' "Kuntz" dei Butthole Surfers, il brano da cui hanno tratto ispirazione per il cognome della bella Marlene, forse venticinque anni fa.
Geniali bastardi. Sorrido.

Entrano e la folla esplode.
L'apertura e' consegnata a "Mala Mela" (diavoletto rossa) che in tanti anni non mi era mai capitato di sentire dal vivo: inizia apparentemente soffice ma poi ti esplode in faccia e ti lascia li' inebetito; poi di seguito "1°2°3°" e "Fuoco su di te", raffiche sonore, energia allo stato puro, impatto devastante: Godano, tanto per cambiare, e' gia' sudatissimo, Bergia lo sarebbe se non fosse per un piccolo ventilatore sistemato sul suo fianco destro, Lagash si sta divertendo da pazzi, Tesio balla (!). Non paghi attaccano "Giu' giu' giu'" in una delle versioni piu' potenti che io abbia mai sentito; non e' umano continuare con questo ritmo, non credo di poter reggere, non ho piu' il fisico, e infatti ci infilano "Gioia che mi do", che comparata al resto e' una ballata delicata che serve a riprender fiato (sic). La 'pausa' (se cosi' la si vuol chiamare) e' finita, si puo' ripartire con "Canzone di domani" cui attaccano una coda noise di grande impatto e potenza. Silenzio di pochi secondi, un veloce passaggio dalla diavoletto rossa alla nera, e parte possente il basso di Lagash per "Donna L": mi sembra che la voce di Godano non sia mai stata cosi' energica e coinvolgente, a malapena riesce lui stesso a reggere i suoi ritmi. E' il turno di "L'oblio" e se prima avevo dei dubbi ora non ne ho piu': e' evidente che Pansonica, pur fatto di brani scritti negli anni novanta, e' stato ripensato da musicisti che suonano assieme da venticinque anni!, c'e' una fluidita' diversa, meno irruente e ingenua nell'esecuzione, alcuni passaggi armonici, alcuni colpetti sui piatti, sono chiaramente il frutto di vent'anni di carriera.
Finito il pezzo Godano saluta il pubblico, ringrazia, rievoca quella volta di vent'anni prima in cui erano stati li', spiega (come se ce ne fosse bisogno, come se non lo sapessimo gia' tutti) lo scopo celebrativo del tour e di Pansonica.
Applauso.
E' il turno di "Parti": certo che sto Pansonica e' davvero potente!
Un altro cambio dalla nera alla rossa e parte "Lieve" in una versione accelerata e potenziata, poi "Trasudamerica" per placarsi un attimo e a seguire l'esplosione di "Sig.Niente". E sara' l'ambiente, sara' la serata, sara' il brano, ma qui, questa sera, in questo momento, sento fortissimo il legame che aveva Godano con il Nick Cave di "From her to eternity": anche il fossanese si dimena sul palco con una sensualita' animale selvaggia, gronda sudore a goccioloni sul pavimento, sulla chitarra madida anch'essa del sudore di lui come un'amante nel pieno dell'atto, sulla batteria di Bergia ogni volta che vi si avvicina. Siamo arrivati a "Capello lungo", altra esplosione, altri brividi; dal vivo si sente ancora di piu' che hanno cambiato un poco il finale rispetto a come la suonavano piu' di vent'anni fa: quell'arpeggio era troppo bello per rischiare di non registrarlo mai (e quando usci' Catartica non era assolutamente ovvio che ce ne sarebbe stata occasione) sicche' lo avevano attaccato a "1°2°3°"...
Chiudono la prima parte due bombe a mano: "Merry Xmas" e "M.K.". La violenza e' tale che su "Merry Xmas" salta una corda alla chitarra di Tesio che e' costretto a ripiegare temporaneamente sulla tele di Godano.
Un pensiero mi trapassa il cervello e si impadronisce di me. Il fatto e' che loro adesso nell'intellighentia ci stanno dentro eccome, ne sono gli alfieri piu' accreditati: come ci si puo' aspettare che Godano 'senta' quelle parole come faceva allora?, puo' senz'altro interpretarle in onore e ricordo del ragazzo che fu, ma se le 'sentisse' gli consiglierei di farsi vedere. E da uno bravo.
Certo e' che sull'interpretazione non c'e' proprio niente da dire, e questo (almeno questa sera) e' decisamente vero per tutti e tre i Kuntz piu' uno.

Pausa.

Nel breve tempo prima del loro ritorno sul palco, Viktor mi confida che stiamo assistendo a un concerto molto diverso da quello di Torino, che deve ammettere che i Kuntz sono vivi (toh!) e che forse semplicemente quella sera erano presi male, o magari essendo inizio-tour dovevano ancora rodarsi. Capita. Sorrido: sono molto felice di essere arrivata a fine-tour allora!

La pausa, come si diceva, e' brevissima, tornano sul palco con "Ruggine" (diavoletto nera) che e' imponente, poi "Sotto la luna" a mo' di quiete prima della tempesta; anche qui decido che questo brano deve essere stato rimaneggiato o comunque e' nato un poco dopo Catartica visto che viene suonato (unico brano) con la lespaul "left": la sensazione e' che questa chitarra (quest'accordatura) sia arrivata in un momento appena successivo, dato che gia' a partire da "Il vile" viene utilizzata molto di piu'.
Altro cambio, torna la diavoletto rossa, alziamo lo sguardo e Godano e' sopra di noi a rumoreggiare ed e' un attimo prima che parta "Festa mesta": delirio, tripudio, hanno tenuto i grandi classici per il finale...
Ancora un cambio, diavoletto nera, iniziano a 'sporare' ed e' un piacere-sonico per le orecchie: Bergia ha una specie di corda con attaccati dei campanelli (?) con cui sfiora i piatti, Godano rumoreggia, Tesio arpeggia ed e' magia. Poi l'immancabile bacchetta di batteria a stuprare la chitarra, la spora continua ancor piu' nervosa, la tensione sale… un respiro brevissimo, Godano batte sulla bacchetta, tan-tan tan-tan-tan-tan tan-tan-tan-tan-tan: esplosione, "Sonica", un ruggito assoluto.
A chiudere il concerto ci pensa "Nuotando nell'aria" (ovviamente non-sottosopra, sulla diavoletto rossa) ed e' un gran lusso, il finale perfetto. Salutano, s'inchinano, escono; la diavoletto rossa e' poggiata sul rispettivo ampli, la strato legnosa (nuova?) accanto all'altro, sulla pedana della batteria, un feedback infinito ci avvolge: sale uno dei tecnici, stacca l'ampli di Tesio, poi quello di Godano, ultimo quello di Lagash.
Buio.

Avevo (ahime') letto che in altre occasioni avevano suonato "Musa" come tris-a-sorpresa e che la cosa non era piaciuta: confesso che dal lato dell'oceano dove mi trovavo mi era parsa una bellissima idea quella di mettere "Musa" dopo tutto quanto, ma forse ero solo io a pensarla cosi' e i Kuntz chissa', magari si sono adeguati... vabbeh, poco male.

Voglio salutare Tesio (ovviamente) e non ci mette molto a uscire: mi vede, mi viene incontro, viene fermato, chiacchiera, lo aspetto, si avvicina. "Come va in Canada?" chiede. "Freddo, ma bene" rispondo. Ringrazio per la serata e lo lascio andare, immagino sia distrutto: vorrei chiedergli questa storia di Pansonica, fino a che punto e' vera la mia teoria dei brani rimaneggiati, ma non importa: se fossi spavalda un quarto di quel che sembro proverei ad aspettare un attimo per fargli le mie domande ma lascio perdere: del resto anch'io sono distrutta, sono in giro da ieri, domani devo andare a Zurigo... va bene cosi'.
Sono felice di averli visti ancora una volta, felice di averlo fatto in questa occasione.

Mentre camminiamo verso l'albergo pero' realizzo qualcosa che non mi aspettavo: percepisco intimamente (credo) il sentimento dei cuneesi riguardo i brani suonati questa sera. Anche io (forse per la prima volta o forse lo sapevo gia' senza trovare il coraggio di ammetterlo) non li sento piu' come miei. E ci mancherebbe: non ho piu' 15 anni!
Non ce l'ho piu' con i fighetti, il loro atteggiamento mi scivola addosso come aria. Sono io la prof., quella che spiega, assegna compiti, mette voti, e nell'intellighentia a mio modo ci sono dentro anche io, o comunque ci sto entrando. Quella rabbia giovane non e' piu' mia: ne sopravvive un ricordo a suo modo tenero ma niente di piu'.
In questo lungo finesettimana quegli altri, il "nuovo amore", hanno parlato al mio cuore di oggi, se lo sono portato via delicatamente, mi hanno stregata. Questi hanno rievocato (con successo, sia chiaro) la bambina, ma inevitabilmente non hanno parlato a me.

E mi domando se i signori non l'abbiano fatto apposta: sono anni che il pubblico gli da dei venduti perche' non sono piu' "i Marlene Kuntz di un tempo" senza capire che la cosa non ha davvero nessun senso... e se il messaggio di fondo fosse proprio questo?, se il senso ultimo fosse quello di far capire quanto sia ridicolo cercare di sentirsi adolescenti quando non lo si e' piu'?

sabato 13 dicembre 2014

Paolo Benvegnu' @ Container - Grottammare

12 dicembre 2014

Le follie si possono fare solo per amore e solo quando l'amore e' intenso, altrimenti non si fanno, non ne vale la pena, non ci si spendono soldi, tempo e fatica: solo un grande amore puo' smuoverci a tal punto, e se leggendo capirete il mio grado di follia forse vi sarete fatti un'idea dell'amore.
Perche' la verita' e' che amo quest'uomo milanese (sic), la sua voce calda, roca e profonda, le parole (che come direbbe lui sono pietre ambiziose) il suo stile compositivo, cosi' come amo il gruppo di musicisti assolutamente geniali di cui ha imparato a circondarsi negli anni. E li amo quasi come amo i cuneesi anche se chiaramente in modo diverso: quelli sono un amore ancestrale, il colpo che ti arriva da ragazzo e non ti molla piu', una parte imprescindibile del mio essere; questi sono un amore maturo, adulto, cosciente, posato eppure intenso come pochi altri.

Salgo su un improbabile treno alle 17:40, arrivo a Fabriano in ritardo e perdo la coincidenza, sicche' mi ritrovo li', da sola, nel nulla. Ma e' noto che non sono una che si scoraggia o si arrende: chiamo un taxi. Si', da Fabriano.
Lungo la strada chiacchiero col tassista, persona carinissima, piacevole chiacchierata: questa mattina mi mandera' un messaggio per sapere se sto bene e com'e' andata a finire, ma questa e' un'altra storia e si dovra' raccontare un'altra volta.

Giungo in quel di Grottammare con l'acqua alla gola, il tempo di lasciare lo zaino col computer e la piccola valigia in albergo e sono gia' fuori nella notte alla non facile ricerca del locale: dopo aver camminato su e giu' un paio di volte chiedo a due ragazze dentro una macchina, anche loro sperdute come me, sicche' unendo gli sforzi raggiungiamo finalmente il posto.

Entro e mi guardo intorno: il palco e' poco piu' alto delle mie ginocchia, nella sala ci saranno si' e no cento persone (per sentire il disco dell'anno dal vivo?, davvero?, possibile?, davvero in questo paese non ci si accorge delle perle cui si danno i natali?) tutti troppo intimiditi per agguantare un posto in prima fila... se penso al pubblico delle grandi citta' mi viene da sorridere con affetto.
Poi pero' quando la musica del dj tace la gente vince un poco la timidezza e si avvicina al palco; lo faccio anch'io e mi ritrovo in prima fila, in una posizione fantastica per gustarmi la sezione ritmica, i miei prediletti.

I "Lettera 22" salgono sul palco accompagnati da un applauso di incoraggiamento: basso, batteria, tastiera e chitarra, attaccano un ottimo pop ben suonato. Il batterista e' interessante, la chitarrista (con una "godanica" diavoletto rosso-cupo) accompagna con arpeggi morbidi, il tastierista e cantante ha una bella voce scura e ben impostata, il bassista e' l'essenza portante dell'insieme.
Tra il secondo e il terzo brano sara' proprio il bassista a ringraziare il pubblico, i gestori del locale e Benvegnu': e' visibilmente in imbarazzo, si aggrappa con le mani al manico del basso... vorrei dirgli di non aver paura, che sono bravi, che comprero' il loro disco a fine serata: lo faro' poi, come faccio sempre in situazioni come questa. Suonano nove, forse dieci brani: l'ultimo lo chiudono con un'inaspettata coda noise da brivido che mi lascia senza fiato.
Silenzio.
Buio.

Mentre smontano e rimontano il palco vedo come dei pezzetti di carta colorati attaccati alle aste dei microfoni: plettri per Benvegnu' e Baldini (suona qualcosa col plettro, qualcosa no). Mi guardo intorno, ci saranno si' e no duecento anime: alla mia prima lezione quest'anno penso ci fossero piu' persone... fa un discreto effetto e ci sono tutte le premesse perche' ne venga un concerto stellare.

Dei Paolo Benvegnu' (un gruppo dietro un nome, un volto davanti a un gruppo) il primo a salire sul palco e' Franchi che va a sedersi dietro la batteria, proprio dritto davanti a me, e attacca il ritmo incalzante di "Nello spazio profondo": seguono Lazzeri, Baldini e per finire Benvegnu' (l'uomo): formazione scarna e grande assenza di Ridolfo Gagliano, ma anche cosi' e' un lusso, e' magia. Il secondo brano e' "Una nuova innocenza" e mi trafigge un pensiero: vuoi vedere che sti pazzi mi fanno tutto l'album in fila?, certo sarebbe fantastico, del resto e' un album da ascoltare tutto d'un fiato... ma no, sbaglio, passano direttamente a "Avenida silencio" e mentre la ascolto, mentre seguo cassa-rullante, mentre guardo a occhi spalancati Baldini suonare il bi-corde dell'intro (maddai e' un basso quello?, e' sempre stato un basso?, che meraviglia...) mi rendo conto che un'altra immagine si sta imponendo con forza davanti ai miei occhi: eggia', perche' quest'album l'ho ascoltato quasi costantemente negli ultimi tempi, ogni giorno lungo la strada da casa all'universita' e ritorno, camminando nel freddo autunno canadese, e l'ascolto ha accompagnato la mia strada, i miei passi sempre uguali, sempre a ritmo, percio' "Avenida silencio" per me e' il ponte sulla superstrada che da Hamilton va verso Toronto, lo sguardo a quella specie di cattedrale finto-gotica, la neve che la ricopre, gli aceri dall'altra parte della strada... e cos'e' infondo quella se non una via immersa nel silenzio, i cui rumori sono ovattati dal cadere della neve? Ogni mattina sentirsi ricordare che Roma e' morta in un giorno, la mia citta' che non e' piu' mia, il mio paese che in un certo sento non e' piu' mio anche se lo e' ancora e ne riconosco ogni angolo... Mi perdo un po' dietro questi pensieri e quasi non mi accorgo che siamo passati a "Feed the destruction", altro brano di bellezza sconcertante, uno di quelli che parlano al mio essere, al mio passato e al mio presente: e' incredibile come, quattro album su quattro su quattro, questi signori abbiano saputo cogliere le varie fasi della mia vita di adulta, almeno fin'ora.
E appunto, i Benvegnu' non sono solo Earth Hotel, ha/hanno/ha infilato quattro album uno meglio dell'altro e come ho avuto modo di dire Hermann ha ancora molto da raccontare: lo sanno anche loro per fortuna e ci suonano "Love is talking" (quel basso, ah quel basso!) poi "Moses" (che mi ricorda qualcuno) "Avanzate, ascoltate" (che mi ricorda un momento) e tornano su "Orlando" (che mi ricorda quel che non e' stato e non sara'). Troppo tutto insieme, mi stordisce: chissa' a cosa pensano quando preparano una scaletta, chissa' se capiscono l'effetto che puo' produrre la scelta di un ordine piuttosto che un altro... ma no, non lo sanno, non possono saperlo...
E' la volta di "Piccola pornografia urbana", mi accorgo quasi con stupore di quanto sia usato il capotasto mobile dal Nostro: ha fatto su e giu' per manico per tutta la durata del concerto. Sorrido: le dita di Lazzeri sono un fuoco: le vedo da lontano, sono troppo stordita dalla sezione ritmica, pero' ci sono, le sento e le godo.
Di nuovo un salto indietro, ma ancora piu' indietro, ed e' "La schiena", la mia, che viene scavata lentamente come e' accaduto fin dalla prima volta che ho sentito questo brano; anche qui mi accorgo di avere davanti agli occhi un'immagine, questa volta e' l'incrocio tra viale Marconi e via Pincherle a Roma, io-dottoranda che aspetto l'autobus per tornare a casa dall'universita', un velo di malinconia al ricordo della bambina che aveva paura di andar via lontano... Poi "Quando passa lei" e sono ancora piu' indietro (quanto tempo e' passato?, quante vite?, quante storie sotto le mie dita?) che mi strappa un sorriso benevolo verso qualcosa che infondo non posso dimenticare. Chiude la prima parte del concerto "Io ho visto" e sono tornata su un treno, uno dei tanti, l'Italia che scorre davanti ai miei occhi lucidi, e poi di nuovo quel divano... no. Mi riprendo, assaporo ogni nota, ogni colpo sincopato... meraviglia... Sorrido.

Pausa.
Un respiro breve, brevissimo.

Rientrano e Franchi porta in braccio una chitarra acustica; e' il turno di "Stefan Zweig" e sono miei i passi nella neve, quelli luminosi e perfetti lungo la via che arriva all'universita' a Hamilton, e la neve e' tutto intorno, su quell'acero dalle foglie di un rosso quasi innaturale, quello poco prima del piccolo slargo col praticello: dove sono stata fino ad ora?, davvero a volte, camminando, ascolto e mi sembra di non aver mai vissuto, che la vita dall'altra parte del mondo e' una vita diversa, di qualcuno che e' nato trentenne, dotato dei ricordi di un'altra persona... ho scattato fotografie ascoltando quest'album e ora si impongono prepotenti davanti ai miei occhi. Sul finale del brano Baldini e' alla batteria e Franchi si mette al basso: son bravi anche scambiati accidenti a loro, li guardo con occhi pieni di ammirazione. Poi "Hannah" che ha su di me un effetto strano: mi fa pensare a un padre con sua figlia, e' tornato a casa, la guarda mentre dorme e il suo sguardo e' il mio, leggo l'amore nei suoi occhi e mi intenerisce il cuore, e in un qualche senso divento io quel padre, finche' a un certo punto, come dal nulla, cambia tutto: lui si rivolge a me e io sono io, nella mia vecchia casa di testaccio, pochi giorni prima di partire, ed e' tutto sottosopra, la stanza e' vuota, gli scatoloni sono pieni ed e' un lungo addio. Ma non mi si stringe il cuore, no: sono sorprendentemente serena. Chiude la seconda parte "E' solo un sogno" e si', devo dire che e' bellissimo.

Pausa.
Un respiro ancora piu' breve.

Esce Benvegnu' da solo, imbraccia la chitarra e ci regala una versione dolcissima di "Andromeda Maria", chitarra e voce, commovente. Alla fine del brano escono anche gli altri, Franchi e' di nuovo alla chitarra acustica, parte l'arpeggio di "Sempiterni sguardi e primati", i miei occhi sono stampati sulle sue mani, cerco di appuntare mentalmente quello che sta suonando: quell'arpeggio e' bellissimo, me ne sono innamorata al primo ascolto. E quel brano e' bellissimo... sono io, sempre io, pazza, persa nel mondo che andavo cercando, ma sorrido a tutti e sto bene con tutti... Nel finale (come ci si attende) parte il coro a tre voci, Franchi-Baldini-Benvegnu', ma poi Baldini e Benvegnu', suonando su una corda sola a testa, invece di cantare le ultime linee, quelle che mi avrebbero stesa, attaccano 'I'm dreaming of a white xmas' in totale delirio, passano per un 'vogliamo vincere, la c1 non basta, vogliamo andare in b' (chissa' a quale squadra si riferiscono) e chiudono con un canto natalizio cattolico che al momento mi sfugge: ridiamo tutti. Il gran finale e' lasciato a "Cerchi nell'acqua", altro brano che da sempre mi da grande pace, serenita' e una specie di ottimismo: camminare senza chiedersi perche', purche' si cammini, purche' si vada avanti. Ottimo finale, bel modo di salutare... tre inchini, sorrisi, applausi, fine.

Devo parlare a queste persone, devo provare a spiegare loro che cosa ho fatto per essere qui stasera, fargli capire quanto sono felice di averlo fatto, quanto mi hanno dato in tutti questi anni: meritano di sapere che esiste una pazza scatenata che e' felice di attraversare l'Italia in orizzontale in una notte di inverno per ascoltarli suonare. Compro l'album dei Lettera 22 (ne riparleremo), qualche EP su richiesta esplicita del mio spacciatore e mi metto in attesa.

Il primo che vedo e' Baldini, lo ringrazio, gli racconto la storia di come sono arrivata li', lo ricopro di complimenti (del resto i suoi bassi sono davvero splendidi ed e' vero che finisco sempre per sintonizzarmici) e chissa', forse un po' lo commuovo; poi e' il turno di Franchi che recentemente ho anche finanziato su musicraiser (e sappiate che son convinta ne valga la pena percio' fateci un pensiero), mi offre da mangiare e da bere, poi ballo con loro due: mi avevano vista prendere appunti, guardarli a bocca aperta, seguirne ritmi e giri... uno non ci pensa, io almeno non ci penso, ma dev'essere una cosa che colpisce e fa piacere. Mi danno un passaggio sul furgone, Benvegnu' e' l'ultimo a salire, mi saluta, mi presento, gli racconto: lui non lo sa, loro non lo sanno, non possono sapere, ma quel che mi hanno dato in tutti questi anni e' qualcosa di enorme che non e' neanche facile da spiegare... a un certo punto durante il concerto aveva detto che andare a sentirli suonare e' "come tifare la Fiorentina o il Toro: non si vince mai...". Non sono d'accordo: io penso di aver vinto tutto, penso che e' stata una serata memorabile, che hanno fatto un gran concerto, che ne valeva la pena.
Io, la piccola emigrante, la matematica con l'animo rock: mi chiede se non mi manca avere dei limiti visto che il mio lavoro consiste nel tentare di sfondarli... com'e' buffo il mio lavoro, com'e' difficile spiegare in cosa consiste a chi non ci sta dentro: vorrei dirgli che io non sfondo un accidente, che vorrei capire come e' fatto il mondo, e' vero, ma mi riduco a cercare di avere un'idea vaga di una versione semplificata di un granello di polvere del mondo. Perche' il mondo vero non si puo' capire e allora ne facciamo modelli semplificati sperando almeno di poter capire quelli. Vorrei dire che il mio mestiere in questo senso non e' poi cosi' diverso dal suo, che il mio grande progetto di ricerca decennale e' quello di dire qualcosa della dinamica di un sistema appena perturbato, che un disturbo minuscolo potrebbe rompere tutto ma in realta' lo fa con garbo e forse infondo non rompe davvero tutto, o almeno io non riesco a crederci. Vorrei dirgli che i matematici sono degli eterni bambini che vivono costantemente imprigionati nei loro limiti, che passiamo la maggior parte del tempo a sentirci degli imbecilli, a sbattere la testa contro un muro, che abbiamo si e no cinque minuti di gioia immensa una volta l'anno quando si capisce una cosa bella, che il nostro costante spasmo di cercatori di verita' viene anche dal fatto che sentiamo ballare la terra sotto i piedi e abbiamo bisogno di qualcosa di inconfutabilmente vero... ma non ce la faccio, vorrei essere spavalda almeno un quarto di quel che sembro: riesco solo a dire (piu' o meno) che tutta la mia arte e' quella di sbattere la testa contro un muro ventiquattro ore su ventiquattro finche' prima o poi, ogni tanto, il muro non si crepa un pochino e io capisco qualcosa: che poi infondo e' un riassunto sconnesso di quel che vorrei dire.
Vorrei anche dirgli che una volta mi ha abbracciata, a Roma, alla casa del jazz, tre anni e mezzo fa, la volta in cui ho deciso che Baldini (come ho gia' detto) per occhiali, barba e statura mi faceva pensare a un amico che non c'entra niente (e da quella volta lui per me e' "il P.B. dei Benvegnu'", anche se ieri ho scoperto che lui e' piu' alto del mio amico). Vorrei dire a Benvegnu' che quella volta, per la prima volta, avevo capito che ai loro occhi di musicisti noi-pubblico siamo qualcosa di simile a quello che sono i miei studenti per me: qualcuno a cui dare qualcosa, qualcuno che se ti restituisce un sorriso e un grazie sinceri ti spalanca il cuore, anche se poi non te ne ricordi: non ci avevo mai pensato prima... ma mi sento troppo ridicola all'idea di dire tutto questo e lascio perdere.

Torno in albergo camminando sul lungomare, l'Adriatico che non avevo mai visto, il mare che non vedo da mesi: ho il lago ma non e' lo stesso. Il mare d'inverno e' bellissimo e per fortuna quei quattro soldi per andare al mare, di notte, a immaginare, adesso ce li ho.

E stasera a Padova dal primo amore.

venerdì 12 dicembre 2014

Ciao, sono Anna!

Esisto per davvero ed eccomi qui! E' stata una lunga ricerca, quella di un esordio convincente, dopo che la mia prolifica amica Liv ha dato vita e animato questo blog per tutti questi mesi... Come ormai è evidente alla fine ho direttamente rinunciato all'idea di un esordio convincente e niente... si comincia!

 Se Liv si sta specializzando in cronache da oltreoceano (sigh) e in recensioni musicali, i miei cavalli di battaglia sono i seguenti:

 il pianto del panda ricercatore italiano, classico intramontabile che spero riuscirò a declinare con un minimo di originalità;

 libri che mi è capitato di leggere, con recensioni che oscilleranno da "oh mio dio, la verità esiste e si trova su amazon in copertina rigida, consegna in 2 giorni" a feroci stroncature, che sono sempre assai divertenti da scrivere

 film, con gli stessi criteri di cui sopra.

 pensieri a caso, non escludo eccessi ciceroniani "o tempora o mores" e sbrodolamenti canari "guardate quant'è carina la mia cucciola mentre tenta di mandare in corto l'albero di natale mordendo le luci" ma spero di tenere mediamente un dignitoso contegno.

 Ok, scritta la dichiarazione d'intenti, vado a procacciarmi il cibo. Ci risentiamo, probabilmente con 10 dicembre di George Saunders.




domenica 7 dicembre 2014

Suggerimento

E va bene, a testa in giu' era difficile da capire: cosi' va un po' meglio?

video



(...certo che mi mancavano Polly e Mina: poter mettere finalmente le mani su una chitarra - intendo una che io possa suonare davvero - dopo quattro mesi da la sensazione di un lusso sfrenato, anche se mi ritrovo orrendamente arrugginita...)

domenica 30 novembre 2014

Back Rome

...e devo dire che fa uno strano effetto essere qui, anche se per poche ore...


giovedì 27 novembre 2014

Damon Albarn - Everyday robots [2014]

Sfondo grigio, Albarn in bianco e nero e' seduto su uno sgabello, spalle incurvate, testa bassa, aria pensosa e malinconica, un uomo solo, arreso. Il suo nome in alto e' scritto in lettere minuscole con il carattere di chi a mano prova a scrivere come a macchina; il titolo dell'album, appena sotto, e' in stampatello: il tutto e' grigio su grigio, in varie declinazioni piu' o meno sfumate.

Play.

Gli ci sono voluti vent'anni per smetterla di nascondersi dietro un marchio, un'immagine, un cartone animato, le band che sono state sua emanazione nelle varie fasi della sua crescita come uomo e come artista. A quarantasei anni ha finalmente accettato di essere se' stesso ed e' cosi' che si espone: nudo, pacato, inerme eppure in un qualche modo fiero.
Non e' un percorso facile, non ci si inventa se' stessi in un minuto, ma infondo e' un percorso liberatorio, ed e' questo percorso che si legge fra le pieghe armoniche della sua ultima produzione, un album intenso e maturo.

Le musiche sono minimali ed estremamente raffinate, da perdercisi dentro, farsele entrare sotto la pelle, ideali per camminare nel freddo di una giornata autunnale (o quello che qui chiamano "warm" prendendomi in giro, ma vabbeh). Hanno un che di ossessivo e ipnotico, eppure avvolgente: del resto l'elettronica, se fatta a modino, puo' essere calda e intensa come e piu' di un blues.

Alienazione, incomunicabilita', tecnologia che si impadronisce delle nostre esistenze e le raffredda, droga metaforica o reale (e perche' no?, in questo contesto e' assolutamente impensabile quando non ridicolo continuare a fare i borghesucci) che impedisce di realizzarsi appieno come individui.
Ed e' forse questo il nodo focale, il fil rouge che lega le dodici perline di cui e' costituito l'album: l'idea che certe imposizioni esterne del mondo e del suo rincorrersi possano privarci della nostra umanita' e svuotarci dei nostri desideri piu' profondi che rischiamo di non saper piu' riconoscere.

Con la collaborazione dell'amico Brian Eno (pare si siano conosciuti in palestra, il che se uno ci pensa fa uno strano effetto) chiude il disco una nota di speranza e benessere: il percorso e' stato fatto, e' stato doloroso ma ne siamo usciti vivi, fortificati, e adesso il Nostro guarda avanti con un sorriso sicuro e consapevole.

Per il momento lo metto sul podio della mia classifica personale per questo 2014, forse a pari merito con Gin (cambio idea ogni dieci minuti quindi diciamo che per ora sono a pari merito) ma sicuramente dietro Earth Hotel.


Lista delle tracce:

Everyday robots
Hostiles
Lonely press play
Mr. Tembo
Parakeet
The selfish giant
You & me
Hollow ponds
Seven high
Photographs (you are taking now)
The history of a cheating heart
Heavy seas of love

sabato 22 novembre 2014

Sottosopra

...ma come si fa a suonare la chitarra di un mancino?

video

(e un applauso a chi capisce cosa dovrebbe essere...)

sabato 15 novembre 2014

Esportazioni

Ho un amico indigeno (non "nativo", qui fa una certa differenza) che ha un discreto gusto musicale e devo dire che e' davvero un piacere scambiare opinioni con lui. Qualche giorno fa, nel pieno di una discussione, mi sottopone l'ascolto di Only in Dreams degli Weezer, gruppo che (confesso) mi mancava. Siamo li' che la ascoltiamo, mi fa notare dettagli, gli faccio notare dettagli (perche' comunque un certo orecchio cell'ho anch'io, cosa che lo soddisfa e compiace) finche' non arriviamo alla coda, anzi, alla "pre-coda" (minuti 5:30-6:50 circa del link sopra), e lui quasi si sbraccia per farmi notare l'intreccio delle chitarre.
"And it was 1994!" dice con orgoglio.
Sorrido.
Il riferimento al 1994 di questi tempi mi fa fare un salto immediato.
"About binding guitars... do you want to know what was happening in 1994 in Italy?" domando.
"Sure" dice lui con il sorriso di chi pensa di aver capito tutto.

Provoco.
Dall'espressione sulla sua faccia (occhi sgranati, sorriso entusiasta) capisco tutto: colpito, affondato.
"That is pure genius! They have a rock spirit, noise and non-sense style, but still there's some of your Italian refined melody and culture hidden..."
Gli ci e' voluto un quarto di ascolto per dire la frase giusta: il ragazzo e' dotato.
Spinta dalla reazione provo con qualcosa di piu' recente.
"It's always them" dico.
Mentre la ascoltiamo cerco di indirizzare il suo orecchio alle chitarre, facendo particolare attenzione a quella di Tesio (figli e figliastri, come sempre).
"Wow! They've grown up..."
 Sorrido di nuovo.
"Is everyone like this in Italy?" domanda con ammirazione.
"No, but there is a lot of good stuff: different from them, but still super good" dico pensando in particolare a quello che per me e' il disco dell'anno.
"Wow..." non riesce ad aggiungere altro.



...un passetto alla volta chissa', magari me li ritrovo a suonare a Toronto!


(Il nostro problema e' che fuori dall'Italia arrivano - quando va bene - Ligabue e Gianluca Grignani: con rappresentanti del genere capisco che non dev'essere facile darci un minimo di credito...)

venerdì 31 ottobre 2014

Paolo Benvegnù - Earth Hotel [2014]

Un palazzone grigio, o meglio una sua porzione, sulla destra; un mare calmo e altrettanto grigio sulla sinistra; qualche barca parcheggiata come a caso dorme placida nel tramonto nebbioso e le colline in lontananza sfumano nel cielo dove il nome dell'autore e il titolo dell'album si appoggiano leggeri come piume, appena percepibili, oserei dire silenziosi.

Play.

Arriva a distanza di tre anni da quella perla che e' stato Hermann e l'unica cosa che non ti sorprende e' il suo non deludere le aspettative: sapevi gia' che te ne saresti innamorato, che avrebbe richiesto infiniti ascolti per poter dire di essertene fatto un'idea seppur vaga (per quel che mi riguarda Hermann riserva ancora delle splendide sorprese, e devo dire che l'ho ascoltato piuttosto spesso in questi tre anni), ma che comunque gia' ai primi giri avresti trovato parecchi spunti interessanti. Perche' se e' vero che quando uno indovina un album bellissimo non puo' ripetersi e' vero anche che quando uno ne ha infilati tre (senza contare la produzione con gli Scisma e gli EP) in crescendo, uno meglio dell'altro, non si tratta piu' di indovinare.

Dodici brani, dodici stanze di un albergo, quest'albergo in cui noi tutti viviamo, camminiamo, amiamo, ci diamo alla vita, lottiamo per o contro qualcosa, bestemmiamo, ci lasciamo consumare. Dodici storie e un percorso a tappe in ascesa, dal primo piano, dove si sentono ancora i rumori della strada, al superattico, dove l'aria e' limpida e una frase esatta chiude un do diesis maggiore dettato da un pianoforte salvifico: "Eppure e' tutto vero". E lungo la strada ci si destreggia tra pieghe armoniche cariche di tensione e lirismo, ritmi jazz, pop, progressivi, a tratti delicati e a tratti assassini: niente e' lasciato al caso, niente, neanche la scelta delle lingue e delle voci che si rincorrono qua e la'.

La voce di Benvegnu' si fa sempre piu' bassa e roca di mille sigarette fumate con avidita', vibra intensa e avvolgente, stordisce e culla, eppure da qualche parte in controcanto si sente anche la sua versione in ottava alta, quella leggermente nasale che ancora ricordiamo dall'era-Scisma e che a quanto pare e' ancora li'. Si riconosce il tocco artistico, lo stile compositivo, l'anima di un uomo fragile eppur consapevole, intellettualmente onesto, che non smette mai di essere un cercatore di verita' dovunque essa si trovi; l'amore (la sua tematica prediletta) declinato in ogni sfumatura piu' o meno terrena: amore per una donna, per un'immagine, per una figlia, per un padre, per la terra, per gli esseri umani, per se' stessi, per la vita e ancora per una donna che e' insieme quella donna e tutte le donne del mondo; l'amore e la ricerca della sua essenza ultima come spinta continua alla crescita.

E ci sono io che ascolto, io come generico essere umano e io come me stessa, con il mio passato che e' solo mio e il mio presente che sto cercando di capire, e non puo' non essere cosi' per chiunque si metta all'ascolto di un album come questo: la musica e le parole di Benvegnu' parlano all'essere umano, alla sua carne, alle sue viscere, al suo sangue (alcune immagini hanno il sapore della poetica tipica del Benvegnu' post-Scisma, si rincorrono ancora una volta le parole che ho imparato ad associare alla sua voce, al suo modo di pronunciarle: terra, ventre, grano, vita, stupore, occhi, mare, labbra...) ma poi ci sono io qui ad ascoltare e sono io che reagisco, mi emoziono, imparo, condivido opinioni e sentimenti o li rigetto con forza a seconda del caso. A volte parla con me, a volte a me, a volte di me: comunque non lascia indifferenti, non se si e' degli esseri umani.

Dal punto di vista puramente tecnico il mio personalissimo giudizio si conferma definitivamente positivo in merito alla batteria di Franchi e soprattutto ai bassi di Baldini (che cognome, occhiali, barba e statura mi fan sempre fare un'improbabile associazione di idee con un amico che non c'entra davvero niente...), entrambi incalzanti ma senza essere opprimenti; sono pregevoli le chitarre leggermente sporche eppure calde e avvolgenti di Ridolfo Gagliano e dello stesso Benvegnu'; i contrappunti sintetici di Pazzaglia commuovono e il rincorrersi degli archi da corpo e morbidezza al tutto. E ovviamente menzione d'onore a quei controcanti che non riusciro' mai a capire del tutto: solo Benvegnu' e I Cavalieri del Re riescono a confondermi in questo modo. E Harrison su Because, ça va sans dire.
Ma e' l'insieme qui a fare la differenza, perche' e' indiscutibilmente maggiore della somma delle parti; non e' un album che puoi mandar giu' cosi': ci vogliono tempo, attenzione, numerosi ascolti da cima a fondo senza interruzioni, a cuore aperto, ma giuro che ne vale la pena. Per quel che concerne me dovro' sentirlo ancora parecchie volte prima di sentirmi appagata e passare ad altro.

A quanto pare al mio dicembre da quel lato dell'oceano devo aggiungere un'altra tappa non precedentemente prevista: bene cosi'.


Lista delle tracce:

Nello spazio profondo
Una nuova innocenza
Nuovosonettomaoista
Avenida silencio
Life
Feed the destruction
Stefan Zweig
Orlando
Divisionisti
Piccola pornografia urbana
Hannah
Sempiterni sguardi e primati

giovedì 16 ottobre 2014

Placebo @ Sound Academy -Toronto

15 ottobre 2014

Ebbene si', mi piacciono i Placebo, mi piace il loro sound, i bassi ingombranti, la batteria possente, la vocetta sgraziata di Molko che non c'entra niente e rende tutto perfetto: ciascuno ha il suo gruppo di plastica prediletto, i Placebo sono il mio.

Arrivo al locale poco prima dell'apertura dei cancelli; conoscendo i ritmi di queste parti ho paura di essere in ritardo e invece no, sono in largo anticipo: evidentemente i Placebo hanno tirato per suonare ad un orario piu' consono per i loro standard europei, cosa che mi mettera' un po' in difficolta' per il ritorno. Vabbeh.
All'ingresso un cartello, un foglio A4 stampato alla bell'e meglio in cui si chiede di non fotografare ne' registrare l'evento per non disturbare i musicisti e il resto del pubblico "vivete l'emozione del momento, tanto non potrete ricrearla da una foto fatta col cellulare. Placebo". Qualcosa del genere. Punto di vista comprensibile, ma sappiamo tutti che sara' disatteso: peccato. Entro e agguanto un posto credo in sesta fila o qualcosa del genere, verso il lato sinistro del palco: la posizione sembra buona (a poca distanza da me c'e' il set di chitarre di Molko, si vedono le palette di quattro Fender e cinque Gibson) e mi preparo a godermi la serata.

Sono nell'eta' media, forse appena al di sopra, ci sono molti piu' ragazzini di quelli che mi aspettavo visto che stiamo parlando di un gruppo che usa chiaramente un linguaggio legato agli anni della mia adolescenza e ha tutt'ora il suono che avevano quegli anni li'.

Il gruppo spalla, The moth & the flame, ci mette una vita a salire e la situazione mi piace sempre meno: il fumo sul palco, la calca, l'aria pesante mi danno alla testa.
Inizio a pentirmi di essere venuta: chi me l'ha fatto fare?, sono stanca, ho lavorato tutto il giorno, rischio di perdere l'ultimo autobus, mi gira la testa, vorrei sedermi, mi sento un'estranea in mezzo a tutta questa folla che chiacchiera in una lingua che non e' la mia: per capire cosa dicono mi dovrei forzare e non ho voglia di farlo, e' un suono indistinto che non fa che aumentare il senso di nausea sartriana che mi sta assalendo...
Poi arrivano i The moth & the flame, sono dei ragazzini: iniziano a suonare e... beh, almeno sono gradevoli. Non dicono niente di particolarmente nuovo, ma lo dicono abbastanza bene: mancano di bassista (grave assenza per le mie orecchie) ma il tastierista sopperisce in maniera piu' che accettabile e il cantante ha una voce davvero notevole. Suonano forse una mezz'ora, salutano e se ne vanno. La voglia di andar via non mi e' passata ma la nausea e' leggermente diminuita: resisto.

Una coppia di ragazzini punk, cresta verde, calze a rete alle braccia, piercing in ogni dove, ingente quantita' di massa grassa nordamericana nonche' decisamente alti (arrivo alla spalla di uno dei due, la ragazza per essere precisi) arriva, mi da una spallata e si piazza tra me e il palco: questo mi irrita davvero. Mi giro verso il ragazzo accanto a me "Tu riesci a vedere?" chiedo. "Per niente" dice lui e prova a dire ai due giganti che sono stati piuttosto scortesi (l'aplomb di questa gente mi fa morire) e l'enorme punk, senza dire una parola, senza neanche voltarsi completamente, mostra placido il dito medio e torna a rivolgersi alla ragazza. Che personcine per bene... Decido di spostarmi piu' indietro: gia' che sono qui (con l'irritazione che sale) vorrei vedere qualcosa.
Mentre i roadies sistemano il palco mi rendo conto di quanto Molko debba essere basso, si capisce dal microfono, fa impressione.

Poi la musica di sottofondo tace e parte una versione remix di "Pure morning": anche cosi', semplicemente per una registrazione, il pubblico scalpita e urla.
Entrano i turnisti, poi Olsdal, poi Forrest, poi Molko: delirio.
E' invecchiato, accidenti se e' invecchiato, pieno di cerone per sembrare piu' effeminato come era da piccolo, ma adesso e' un uomo e la cosa mi fa sorridere: e pero' anche a me l'effetto placebo dell'ingresso in scena basta a far passare parecchia della presa male che avevo.
Attaccano con "B3", inizio un po' in sordina in un certo senso, poi "For what it's worth" e gia' si comincia a ballare. Molko ringrazia, saluta, "Siamo qui da Londra, a far rumore, rumorosi come l'amore" e via, "Loud like love": sto iniziando a divertirmi.
Quasi senza soluzione di continuita' attaccano "Every you and every me" e tutti cominciano a cantare e saltare, nessuno escluso, nemmeno io: l'inibizione e' definitivamente rotta, non mi sento piu' lontana ed estranea, sto condividendo qualcosa con tutte queste persone, sono miei amici, miei fratelli. L'impatto sonoro che hanno i Placebo e' imponente: dal vivo, come spesso accade, lo e' all'ennesima potenza.
"Il prossimo brano richiede che voi battiate le mani" dice Molko "ma innanzitutto avrei bisogno di vedere che avete in effetti delle mani e non solo dei porta-telefonini" continua con sarcasmo (ovviamente un sacco di gente sta facendo video e foto col telefonino in barba al foglio A4 che c'era all'ingresso). La gente alza le mani, i telefonini sono scomparsi, Molko sorride, Olsdal batte le mani per dare il tempo, "Scene of the crime", ehnno', mica si battono facilmente le mani su sto pezzo... mi impegno ma mi confondo, non importa, ci stiamo tutti divertendo. Poi "A million little pieces" per rilassarsi un attimo. "Adesso siamo al punto in cui vi chiedo di aiutarimi a convincere il signor Steve qui a darci un po' di funk potente" dice indicando il giovane Forrest alle sue spalle: parte l'urlo della folla, Forrest sorride, mostra i tatuaggi e attacca a suonare, e' una versione potenziata di "Twenty years": accidenti se e' bravo il signor Steve penso io. "Il prossimo brano e' una storia vera ma per rispetto della privacy i nomi e i cognomi sono camuffati... ma vedo che molti sono qui..." urlo gioioso della folla, parte "Too many friends" e sorrido all'inglesissima ironia di Molko: prende in giro i suoi fan dal palcoscenico e quelli se la godono... ma qui io ora godo un po' meno, anzi godo moltissimo ma in modo diverso, perche' per la prima volta sento mio questo testo: sara' che prima di venire qui non ero entrata in contatto con faccialibro, che mi sono iscritta solo una volta giunta dall'altra parte del mondo con l'idea di mantenere un seppur debole legame con i miei amici, e capisco (ah!) come pero' ormai non sia piu' possibile che io sia li' per loro. C'e' chi si e' sposato, chi progetta di fare un figlio, chi si mette a dieta, chi va a Eurodisney con la fidanzata, chi compra casa... io li osservo da lontano ma non ci sono, non potro' abbracciarli quando ne avranno bisogno... Piango; ultimamente piango spesso per cose come questa... "What's the difference anyway/when the people do all day/is staring to a phone" cantano tutti con il loro telefonini puntati verso Molko: si puo' essere piu' idioti?, torno a sorridere.
Occhei, cambio brano, cambio emozione, "Rob the bank", urlo della folla quando si parla di rapinare la banca del Canada, sorrido: "of the entire eurozone" mi vede molto piu' coinvolta ovviamente...
"Negli ultimi due album cercavo di scrivere una canzone sulla religiosita' del sesso" anticipa Molko un attimo prima di attaccare "Purify": ogni canzone e' un cambio di chitarra ma non riesco a vedere le mani per capire se e' una questione di accordatura o "semplicemente" di suono. Stacco rapido, "One of a kind" e inizio a saltare come non mai, ormai mi sento in preda a una specie di delirio da concerto adolescenziale, canto a squarciagola e me ne frego di tutto il resto. Poi "Exit wounds" che un tempo mi faceva un grande effetto mentre adesso la sento lontana, un ricordo del passato e anzi, forse realizzo qualcosa che non avevo afferrato del tutto, ma ancora non e' il caso di sbilanciarsi.
Un morbido giro di chitarra, suonato con le dita, sconosciuto, e Molko canta "I was alone/falling free/trying my best not to forget..." urlo anch'io come tutti, splendida modifica dell'intro di "Meds" che ci sta benissimo a questo punto. Da qui in avanti gran finale in cui vengono sparate come con un mitragliatore "Song to say goodbye" (peccato, potevano usarla per salutare), "Special K" e "The bitter end": il pubblico salta, scatta addirittura il pogo a pochi centimetri da me, lo evito di un soffio (ho paura di non reggere anche se mi piacerebbe) e anzi, il movimento mi permette di trovare una posizione migliore. Ballo anch'io, piu' composta ma ballo, canto, salto, batto le mani: l'energia emanata dalla band e' incredibile.

Pausa, un respiro.
Ormai me ne frego dell'ultimo autobus, vorra' dire che paghero' un taxi e la prossima volta ci staro' piu' attenta: la serata, il divertimento, l'emozione valgono assolutamente la spesa. 

Rientrano con "Begin the end", giusto modo di iniziare il bis del concerto in effetti: anche questa mi fa andare indietro con la memoria ma qui non mi stupisco, il sentimento e' cristallino ed sempre lo stesso da quando ho ascoltato questo brano per la prima volta. Poi "Running up that hill (a deal with God)" in una versione piu' potente di quella registrata: si balla e si continua a ballare con "Post blue" e "Infra-red" per il gran finale: coda noise, Molko e Olsdal chini sulle pedaliere a far vibrare e fischiare... silenzio, urlo della folla.

La band avanza sul palco a salutare, ringraziare "Thank you!" scandiscono col labiale, "Thank you!" scandisco io quando ho la sensazione che stiano guardando dalla mia parte: Forrest lancia le bacchette, si avvicinano, stringono le mani a quelli che possono raggiungere dal palco, sorridono, se ne vanno.

Davvero bello; in piena sbornia da concerto esco, prendo un taxi e me ne torno a Hamilton chiacchierando col tassista danese: la gente di qui e' meravigliosa, anche gli immigrati.

giovedì 9 ottobre 2014

The Horrors - Luminous [2014]

Sfondo completamente nero, uno strano oggetto (una pietra?) viola e blu in primo piano riflette una luce che gli arriva da un punto indistinto; il titolo dell'album e' in alto, bianco: la scritta e' deformata come al passare di un'onda (santo gimp, come avrei fatto senza di te?). Il nome del gruppo e' appena sotto, scritto piu' piccolo e con lettere sottili, come volesse passare inosservato.

Play.

Il mio primo impatto con gli Horrors anni fa era stato piuttosto positivo: non avrei gridato al genio, questo no, pero' si sentiva che c'era del buono inespresso. Ecco, adesso direi che il processo di maturazione e' sotto gli occhi di tutti.
Si leggono in giro infiniti paragoni con altrettanto infiniti grandi artisti del passato piu' o meno recente, in molti cercano di appiccicare etichette improbabili al quintetto inglese: guardatori-di-scarpe del nuovo millennio, resuscitati post-punk ultima generazione, psichedelici di plastica, gotici con l'animo pop, rockettari spaziali e chi piu' ne ha piu' ne metta. Per quel che mi riguarda e' tutto estremamente ridicolo: i ragazzi ci sanno fare, suonano (bene!) della musica bella e piacevole, emozionano. Tanto basta.

Questa loro ultima fatica, lo dice il nome stesso (raramente meglio azzeccato) e' un album luminoso, ma la luce non e' netta e implacabile, semmai sfumata abbastanza da non capirne provenienza o direzione: sebbene non sia carente di una certa delicatissima malinconia, la musica e' energica e brillante, il suono e' studiato per essere corposo, carico di riverberi a volte spostati di quel gradevole mezzo quarto di tono che spiazza, e sicuramente costruito con maggior attenzione al dettaglio rispetto ai lavori precedenti. Le dinamiche sono ben costruite a cominciare dall'apertura in crescendo che fa pensare al lento ma inesorabile sorgere del sole al mattino, finche' bang!, la luce esplode e la vita comincia a fluire.
Le scelte armoniche e stilistiche meritano senz'altro piu' di un ascolto attento, con una menzione d'onore alla coda di "I see you" che mi ha decisamente catturata e rivoltata come un pedalino.
Suoni che si fondono gli uni con gli altri, chitarre che diventano synth e poi tornano chitarre, muri sonori di distorsioni addolciti da tappeti morbidi e suadenti, armonie spensierate ed eteree che ti fanno venire un piccolo sorriso.

Apprezzabile dettaglio, non un solo brano si chiude in fade-out, cosa che in linea di massima ritengo di valore per due ragioni: una e' l'ovvia applicabilita' alla fase-concerto, l'altra e' che il fade-out spesso (ma non sempre eh?) denota l'incapacita' di trovare un modo di chiudere il pezzo. Ecco, in quest'album non c'e' un solo fade-out: i ragazzi trovano un finale adeguato per ogni brano.

Cosa ci sento dentro dal punto di vista emotivo?
Cosi' a naso mi viene da pensare a qualcuno cui volevamo bene che se ne sta andando per la sua strada e per quanto la cosa ci faccia male, per quanto si faccia qualche debole tentativo per impedirlo, ci rendiamo conto che infondo per quel qualcuno e' meglio cosi' e alla fine lo accettiamo.
Che dite, e' un caso che ultimamente mi arrivino tutti album cosi'?, sono io che sento questo messaggio in ogni cosa che ascolto?, il mio spacciatore sta cercando di dirmi qualcosa?


Lista delle tracce:

Chasing shadows
First day of spring
So now you know
In and out of sight
Jealous sun
Falling star
I see you
Change your mind
Mine and yours
Sleepwalk

mercoledì 24 settembre 2014

Marlene Kuntz - Pansonica [2014]

Copertina dai colori psichedelici: rosso acceso, fucsia (anzi, fuschia) e verde acqua. L'immagine evoca qualcosa ancestralmente legato al pensiero di Marlene, vai a sapere perche'; i volti di Tesio, Godano, Bergia e Lagash, da sinistra a destra, compaiono al centro come fantasmi. Il nome del gruppo capeggia in alto con il vecchio marchio rettangolare: bianco senza sfondo "Marlene", trasparente su sfondo bianco "Kuntz". Il titolo dell'album in basso, si nota appena.

Play.

Correva l'anno 1994, ci si avvicinava con emozione e timore al nuovo millennio, Silvio Berlusconi vinceva le elezioni per la prima volta, Kurt Cobain si piantava una pallottola in testa, veniva inaugurato il tunnel della Manica e Andrew Wiles dimostrava al mondo l'Ultimo Teorema di Fermat.
Venti anni fa. Venti, un numero che fa impressione.
In questo contesto quattro ragazzetti di Cuneo davano alla luce un album che avrebbe cambiato l'ascolto della musica in Italia: i ragazzetti si chiamavano (in ordine rigorosamente alfabetico) Cristiano, Gianluca, Luca e Riccardo, l'album Catartica.

Io avevo undici anni, anzi, dieci per i primi otto mesi e undici per i restanti quattro; ricordo la mattina in cui si seppe che Berlusconi aveva vinto le elezioni, l'effetto che fece in casa; ricordo la morte di Cobain, le lacrime sincere di bambina che ho versato; ricordo le immagini del tunnel al telegiornale, il senso di paura e meraviglia che generava in me l'idea di andare sott'acqua con la macchina.
Gli altri due avvenimenti non li ricordo, all'epoca non mi erano arrivati, eppure col senno di poi sono quelli che hanno influenzato maggiormente la mia vita da adulta: buffo, no?
La storia dell'Ultimo Teorema di Fermat e' una di quelle che possono affascinare una ragazzina di quinto superiore che si trovi nella spiacevole posizione di dover decidere se seguire la sua passione infantile e istintiva iscrivendosi a fisica o assecondare il nuovo impulso dato dalla scoperta di quanto possono essere belle e rassicuranti le dimostrazioni iscrivendosi a matematica.
Catartica beh... tutti sanno del mio amore incondizionato per i Marlene Kuntz e ho gia' accennato al valore che ha per me questo disco.

Vent'anni e mille vite fa.

I cuneesi hanno deciso di festeggiare l'anniversario incidendo e rilasciando un EP, sette tracce che sembrano nuove ma in realta' sono ancora piu' vecchie: le suonavano in sala prove quando ancora erano cuccioli, quando c'era ancora Alex Astegiano alla voce, quando c'erano le suppellettili, quando erano loro a chiedere ai locali di farli suonare e non il viceversa. Sette tracce che all'epoca non hanno trovato posto in Catartica o Il Vile e poi non hanno avuto piu' senso, perche' nel frattempo Marlene si era evoluta: solo una, "Donna L", era stata registrata live e la conosciamo tutti nella sua versione ultrapotente di Come di Sdegno, le altre erano nascoste in qualche vecchia audiocassetta fusciante mandata allora in giro per case discografiche ed evidentemente mai presa sul serio... purtroppo.
Anzi, per fortuna, perche' cosi' noi adesso possiamo sentirle in una versione ripensata dopo vent'anni di carriera.

In qualita' di fan a-critica (sic!) e appassionata mi vanto di possedere alcune di queste rarissime perle (e altre che non hanno trovato posto neanche su Pansonica) in una versione mp3 ancor piu' frusciante di quella vecchia audiocassetta che mi aveva fatto innamorare sedici anni fa.
Ma Pansonica e' un'altra cosa per fortuna. E senza nessun "purtroppo" a fare da contraltare, anzi, e' proprio questo il bello.

Perche' in Pansonica ci sono quelle canzoni di piu' di vent'anni fa e ne riconosci l'energia, la potenza, l'allucinazione e l'isteria, ma sono suonate oggi, con la sensibilita' e la maturita' che contraddistinguono i Marlene Kuntz degli anni dieci.
Brani vecchi che suonano come nuovi, o brani nuovi che suonano come vecchi?, onestamente non sono troppo sicura che una delle due definizioni si adatti meglio dell'altra. Perche' e' vero che il corpo di questi brani e' stato pensato vent'anni fa, ma dentro la versione che sentiamo ci sono venti anni di carriera, esperimenti, storie, emozioni, racconti, riflessioni, figli che nascono, amici che se ne vanno, eterni amori che si sgonfiano... vita!, e si sentono tutti, lo giuro.

Registrato in presa diretta (essere cresciuti non e' mica male...) prende vita nelle orecchie dell'ascoltatore: Godano ci mette dentro se' stesso come sempre, ma ora e' in grado anche di indirizzare oltre che lasciar fluire l'emozione, Bergia picchia con la solita potenza, ma ora ci mette dei colpetti raffinati qua e la' che li senti e ti viene da sorridere con compiacimento, Tesio ha la stessa commovente eleganza e poesia armonica (il classico passaggio arabo-rock marca Tesio mi e' entrato sotto la pelle, o almeno questo dicono di me quelli che mi hanno sentita improvvisare... chiedo scusa maestro, ho rubato, ma giuro di non essermene resa conto!), ma ora il tocco e' piu' morbido, fluido, caldo.

Lo ascolto, lo riascolto, e ci sento dentro i ventenni degli anni novanta e i quasi-cinquantenni degli anni dieci allo stesso tempo, fa un'impressione incredibile; l'esplosione fresca e genuina del ragazzetto e la maturita' dell'adulto convivono in un modo che non mi era mai capitato di sentire prima.
Come si fa a fare una fotografia di un ragazzo che e' diventato uomo immortalando contemporaneamente il ragazzo e l'uomo? Pansonica, tutta Sonica, ecco la risposta: ancora una volta questi signori riescono a produrre qualcosa di assolutamente originale, bello e imprevedibile, non sanno stare fermi, non ne sono capaci. A loro va tutta la mia ammirazione, tanto per cambiare.

Ci sara' sicuramente chi dira' che siccome non avevano idee hanno riciclato le idee vecchie, o che stanno cercando di riprendersi quel pubblico che li ha abbandonati perche' non sono piu' i Marlene Kuntz "di un tempo" (ma poi di quale tempo?, l'evoluzione a me e' sempre parsa cosi' fluida...) e pero' ormai e' tardi e via dicendo: chissa' come mai i duri-e-puri del cosiddetto "indie-rock" nostrano non riescono a mandar giu' i cambiamenti, come chi a suo tempo non aveva mandato giu' i CSI perche' non erano piu' come i CCCP... misteri!
Per quel che mi riguarda forse e' vero che sono una fan a-critica dei Marlene Kuntz: ebbene, se questo e' quello che fanno e regalano al pubblico da vent'anni (sedici per quel che concerne me, ma vabbeh) sono estremamente orgogliosa della mia a-criticita'.


Lista delle tracce:

Sig. Niente
Parti
Sotto la luna
Ruggine
Donna L
Oblio
Capello Lungo

martedì 16 settembre 2014

Hyaena Reading - Europa [2013]

Terra spoglia, grigia, sabbiosa e morta, le ossa di un animale ormai in decomposizione, grigie anch'esse, al centro; quattro ombre si allungano dal basso verso l'altro protendendosi verso la carcassa: animali che si nutrono del cadavere. Il nome del gruppo e' in alto a sinistra, il titolo dell'album in basso a destra, entrambi poco piu' che accennati.

Play.

Ho lasciato passare fin troppo tempo da quella serata al pigneto, ma mi ci e' voluto un po' per assimilare questo album, non sono neanche sicura di averlo fatto del tutto ma vabbeh. Le impressioni che avevo avuto a marzo sono ben piu' che confermate: e' davvero un gran bel lavoro, intenso, ben suonato, coinvolgente, inquietante esattamente la' dove vuole esserlo.

Riconosco le scelte sonore di quello che avevo a suo tempo soprannominato "il tesista", si sente davvero che e' un ascoltatore dei cuneesi e che da loro ha preso lo stile chitarristico, godo l'impeccabile ritmica dell'altro, "il timido", la colonna portante che da corpo a ogni brano, sento il tappeto sensuale elettronico della fanciulla dagli occhi chiusi e il paroliere da qui non sembra freddo come mi era apparso quella sera, anzi, a tratti mette i brividi.

E' un disco omogeneo e ben strutturato, difficile da descrivere senza rischiare di sembrare ridicoli; si leggono in giro definizioni e accostamenti che sembrano buttati la' tanto per far vedere che si conoscono un sacco di cose: quel che pare a me e' che ci sia della personalita' fortissima dietro la scrittura di musiche e parole presenti in questo album, e che non la si possa davvero incasellare in accostamenti piu' o meno azzardati.
Scariche di elettricita' dissonanti, ritmi a meta' fra il blues e il progressivo (cosa c'e' a meta' strada? mah...), rumori di plastica stropicciata o coltelli che si scontrano in battaglia, parole scelte col cesello e limate in modo da essere affilate come rasoi... e musica perdio!, musica buona e ben suonata.
Questi ragazzi si fanno testimoni cruenti del macello sociale che sta colpendo il vecchio continente in attesa della rivalsa ("Se resisteremo fino all'alba non dimenticheremo: sara' sangue e vendetta") e lo raccontano con le loro chitarre, con le loro grida, con i loro occhi, le loro mani sugli strumenti: i loro trascorsi a fare da collante.
Il tutto e' pervaso da un senso di nausea e allucinazione: anche quando si tratta di parlare di un rapporto amoroso lo fanno con una qualche violenza crudele e perversa, perche' forse non e' di un rapporto amoroso che si sta parlando, non davvero.
Intimi, crudeli ("Caccero' gli uccelli, quelli rimasti"), dolorosamente consapevoli ("perche' noi ci fidiamo, cazzo!"), intesi. Bravi, poco altro da dire.

Non e' un ascolto immediato per chiunque, bisogna dirlo, ma lo consiglio caldamente ad ascoltatori abituati alle dissonanze e/o orecchie raffinate. E consiglio di acquistarlo perche' merita davvero.


Lista delle tracce:

Mouches
Sacrifices
Portus Namnetum
In netta ripresa
Europa
Uccidine uno
Vendetta
Atto d'amore
Preghiera per il mio deserto
Di pietra
Ogni errore
Steam, vapore, vapeur

domenica 31 agosto 2014

La capitale dell'impero

Bisogna ammettere che Washington D.C. ha qualcosa di diverso rispetto alle città degli Stati Uniti che ho visto fino ad ora: è la capitale dell'impero e si rende perfettamente conto di esserlo.
Ogni cosa qui è pensata per ricordare a indigeni e turisti che questo è il posto dove si prendono le decisioni per tutto il mondo (cosiddetto) "occidentale", e anche un po' per quello orientale... granelli di sabbia che trasudano il potere della classe dirigente di questa parte di mondo.

La gente di qui si rende conto, a livello più o meno conscio, di essere al centro del "mondo moderno", lo senti da come parlano, da come respirano; gli abitanti di Washington D.C. sono in un qualche modo diversi da quelli di Albuquerque o Atlanta: sempre americani ovviamente (dio, ho visto le loro ciambelle e ho capito tante cose), ma chiaramente "cittadini", anzi, "capitolini".

Il richiamo a Roma e all'impero romano e' fortissimo e chiaramente voluto. Tanto per cominciare c'e' il campidoglio (U.S. Capitol) che e' un evidente richiamo architettonico a ben altra cupola e piu' in generale tutti gli edifici del Triangolo sono costruiti in stile neoclassico.
Poi c'è il National Mall, che tutti noi abbiamo visto in qualche film, ma non so se tutti hanno capito a cosa è ispirato...

Sia chiaro, non che l'ispirazione gli venga solo da Roma, del resto anche i romani si erano ispirati a qualcun altro e Washington D.C. non puo' essere da meno di Roma, percio' ecco qua, il Lincoln memorial, l'onore al presidente che ha riunificato l'impero quando stava per sgretolarsi, e bisogna che sia speciale, che abbia una sua sacralità monumentale, che guardi il Mall dall'alto e lo sovrasti col suo sguardo divino: ricorda niente?

E saliamo al Lincoln memorial e vi entriamo, perche' troppe volte lo abbiamo visto nei film, nelle nostre fantasie: è un luogo di culto, non tutti i turisti si rendono conto del significato che un americano da a quella statua dallo sguardo impassibile e benevolo, tantè che bisogna mettere un cartello "Quiet: respect please" come nelle chiese. Chissà perché le chiese vengono rispettate e quello no...

Uscire poi dal Lincoln memorial fa venire in mente tanti di quei film che è praticamente impossibile elencarli: discorsi alla folla, dischi volanti, concerti, scimmie parlanti... a ciascuno il suo!, di certo ogni abitante dell'impero, centro o periferia, ha già visto questi luoghi un miliardo di volte, sbaglio?, eppure starci dentro è comunque una strana emozione quasi adolescenziale. Tutto sembra al contempo così vero eppure così finto...
Strano popolo questo, così fiero, così misero, così assurdamente classista là dove credono di essere il sinonimo stesso della democrazia. Hanno tutto, ma proprio tutto, è solo una questione di quantità e angolazione: basta entrare in un negozio di souvenir e prestare sufficiente occhio ai dettagli, altrimenti è fin troppo facile lasciarsi un po' prendere la mano...



E poi ancora, la casa dell'imperatore, il trionfo della potenza rude e benigna del governante, bianco e lucente come il sole delle la giustizia, candore ed estasi...


...o quasi!, del resto, come si diceva, qui c'è tutto, basta cercare bene, cambiare angolazione, guardare ovunque: puoi perfino trovare dei pomodori che sappiano di pomodoro, basta pagare!
Eggià, perche' qui i ricchi sono quelli che mangiano i pomodori, i poveri non possono permettersi frutta e verdura, costa troppo, devono andare da MacDonald (o qualche suo parente che a noi per fortuna non è arrivato) e morire di diabete indotto a quarant'anni: tanto un Homer Simpson in meno non fa grossa differenza.

Ultima tappa il Jefferson memorial, lievemente (su scala americana) discosto dagli altri monumenti: bisogna allontanarsi dalla calca e aggirare il laghetto artificiale per raggiungere questo secondo tempio (questa faccia non mi è nuova...) e il suo maestoso inquilino.


L'illuminato, il padre, il liberatore, il democratico, la luce e l'orgoglio dei suoi sudditi. Qui il silenzio si riesce a mantenere: sarà il laghetto?, la distanza?, la posizione "strategica"? Qui gli americani si levano il cappello e si possono sentire solo voci europee e asiatiche, ma a tono basso, rispettoso: è l'ambiente intorno a ispirare calma, meditazione e solennità.
Ai miei occhi europei, la figura di Lincoln è decisamente più pulita, meno ambigua di quella di Jefferson: per fare un esempio uno aveva una posizione chiara sui diritti umani dei neri, l'altro sosteneva di credere nell'uguaglianza degli esseri umani ma evidentemente gli schiavi non rientravano nella categoria... L'ambiguità di questo popolo che ci governa mi confonde, non riesco a permearla del tutto.

Alla fine di tutto mi ritrovo a pensare a come deve essere apparsa Roma agli occhi di un greco duemila anni fa (anno piu', anno meno) e immagino che l'impressione fosse in un qualche modo simile: puoi vedere l'orgoglio smisurato riguardo l'esercito più formidabile del proprio tempo, l'ostentata potenza e maestosità imperiale... Qui tutto è enorme, massiccio, glorioso.

Forse è per questo che il mio senso di spaesamento è meno accentuato rispetto a quella volta ad Atlanta o quell'altra in NewMexico: del resto nelle mie vene scorre il sangue di quelli che duemila anni fa erano gli omologhi di questi rozzi e potenti bifolchi. Anche la loro notoria apertura mentale alle altre civiltà richiama quella romana: infondo non erano che bruti ma efficientissimi soldati, che hanno conquistato il mondo con le spade ma l'hanno fatto proprio accogliendone a braccia aperte la cultura, la lingua, gli dei.

E la domanda che sorge spontanea è: quanto manca al crollo dell'impero?, siamo davvero vicini come può sembrare?, ne vedrò la fine?

sabato 9 agosto 2014

Sharon Van Etten - Are we there [2014]

(Ci sono degli album che se arrivano al momento giusto ti colpiscono nel profondo; non so cosa sarebbe successo se questo fosse arrivato in un qualsiasi altro momento: chi puo' dirlo? Tutto quello che so e' che e' arrivato adesso e questo cambia tutto. Ovviamente fa parte del regalo di "buon viaggio" del mio spacciatore che questa volta si e' messo davvero d'impegno per commuovermi: tre dischi da sentire in volo, ho cominciato con questo senza avere nessuna idea riguardo a cosa sarei andata incontro...)


Una foto in bianco-e-nero di qualcuno (una donna?) che guida con la testa fuori dal finestrino, il vento tra i capelli: e' girata e non si puo' vederne l'espressione sul viso. Il titolo dell'album e il nome dell'artista sono in basso, rispettivamente a sinistra e a destra, scritti con grafia "a mano", poco piu' che visibili.

Play.

Un ottimo pop d'atmosfera, delicato, nessuna nota fuori posto, sotto tanti punti di vista niente di nuovo sotto il sole. La prima traccia potrebbe far parte della colonna sonora di un film americano, la canzone del momento topico, quello in cui il protagonista ha la sua rivelazione (parafrasando Robert McKee "Non puoi fare un film in cui il protagonista non abbia una rivelazione") e finalmente trova la strada per la sua felicita'. Sol, re, mi minore, do, un pianoforte che cambia gli accordi e una chitarra che arpeggia delicata, entra la voce di lei, entrano gli archi, si cresce d'intensita' fino a che lei si rivolge a qualcuno cui vuol bene e gli dice dolcemente "I need you to be afraid of nothing"...
Bang.
In seguito ho riascoltato il testo e mi sono accorta che non si stava rivolgendo a me, non parlava del mio momento sull'aereo, eppure il messaggio che mi e' arrivato li' per li' nel sentire quelle parole e' stato potente: sono scoppiata in un pianto a dirotto, coi singhiozzi, liberatorio, benefico.
E da quel momento (giuro!) ho smesso di aver paura.
Succede.

Con queste premesse si capisce che qualsiasi cosa io scriva riguardo quest'album e' falsato dalle sensazioni che mi ha provocato quel primo ascolto sull'aeroplano.

Detto cio', cosa c'e' nella voce di velluto della Van Etten?, cosa ci sento io da qui?
C'e' una donna che guida con la testa fuori dal finestrino, ha il vento fra i capelli e un sorriso da bambina in volto: se potesse chiuderebbe gli occhi per assaporare il momento, ma non si guida a occhi chiusi...
C'e' qualcosa che un po' emoziona e un po' spaventa, e una voce amica che ci chiede di non aver paura, ci rassicura che non cambiera' niente...
C'e' un po' di malinconia, ma non troppa, e una brezza leggera che ti accarezza durante il cammino...
C'e' un abbraccio caldo, soffice, intenso e totale da parte di una persona amata...
O forse non c'e' niente di tutto cio' e magari ciascuno ci sente il suo, chissa'.
Sicuramente c'e' un buon folk targato America, che comunque e' sempre qualcosa di gradevole da avere in cuffia.
Gli arrangiamenti sono eleganti e le dinamiche appropriate: e' un album curato nei suoi dettagli stilistici e questo fa senz'altro piacere all'orecchio.

Cercando un po' in giro per la rete scopro che la fanciulla ha accompagnato Nick Cave nel suo tour del 2013: ma pensa, avevo gia' fatto la sua conoscenza! Beh, quella strana fisarmonica da sola non le rendeva giustizia, ora posso dirlo con maggior cognizione di causa.

Se avete voglia di un minuto per voi stessi e sentite il bisogno di essere cullati, coccolati, rassicurati, questa e' un'ottima colonna sonora.

Lista delle tracce:

Afraid of nothing
Taking chances
Your love is killing me
Our love
Tarifa
I love you but I'm lost
You know me well
Break me
Nothing will change
I know
Every time the sun comes up

domenica 3 agosto 2014

...go!




(non avevo mai capito a cosa potesse servire la "modalita' aereo" del telefonino...)

venerdì 1 agosto 2014

Marlene Kuntz + Nobraino @ Eutropia - Roma

31 luglio 2014

Era il 9-9-'99, data marchiata a fuoco nella mia memoria.

Il mio primo incontro auricolare con la bella Marlene era avvenuto circa un anno prima, quando un amico mi aveva doppiato una cassetta con dentro "Catartica": nonostante la pessima registrazione (frusciava e saltava in piu' punti) e' stato decisamente amore a primo ascolto.

Avevo da poco compiuto 16 anni e per la prima volta ero stata autorizzata dai miei genitori ad andare a sentire un concerto con gli amici: andai al Villaggio Globale con diecimilalire in tasca e grandissima emozione. Ricordo ogni dettaglio quasi come fosse ieri, Tesio sulla sinistra, Solo (ah...) sulla destra, la batteria di Bergia che pareva un UFO ai miei occhi, aprirono con "Ineluttabile" che mi si marchio' a fuoco sotto la pelle: da quella sera me ne innamorai per sempre. Ovviamente non ricordo la scaletta in ordine ma era certamente simile a quella di "H.U.P. Live in Catharsis", con Godano che dice "questo e' un pezzo del nuovo album" e parte "Infinita'"...

Ripetere l'esperienza ieri, 31-7-'14 (non e' una brutta data neanche questa tutto sommato), a quasi quindici anni di distanza e a due giorni dalla mia partenza per il Canada, e' stato volontariamente il mio penultimo atto a Roma (l'ultimo essendo il saluto agli amici piu' stretti): la data della partenza, a voler essere precisi, e' stata scelta dopo aver saputo di questo concerto, esattamente per fare in modo che andasse cosi'. Rispetto ad allora oggi il palco e' spostato in un altro lato dello spazio-concerti, ci sono piu' stand, addirittura qualche sedia.

Vado sola: erano pochissime le persone con cui avrei potuto condividere questo momento, forse nessuno per davvero, al piu' gli amici con cui andai allora, ma uno non poteva e l'altro e' disperso per il grande mondo. Arrivo al Villaggio Globale in ritardo per via della cena dal vecchio amico, i Nobraino stanno gia' suonando.

Un rapido sguardo al palco per riconoscere la batteria di Bergia sulla destra: deduco che Tesio sara' sulla sinistra e mi ci dirigo con decisione. Il pubblico e' tranquillo e riesco agilmente ad agguantare una piu' che dignitosa sesta fila: sono nell'eta' media ma questa volta non mi sorprende.

Trovata la mia sistemazione mi metto ad ascoltare i Nobraino di cui ignoravo l'esistenza: sono davvero interessanti!, fanno un rock energico, allegro, potente. Il pubblico e' meno ignorante di me e canta con loro: mi appunto mentalmente di ascoltarli con piu' calma quanto prima. Ad un certo punto il cantante si cala tra la folla e canta due brani da giu', ballando con noi: approfitto del fatto che sono tutti voltati verso di lui per avvicinarmi al palco e raggiungere un posto in terza linea (artista!). Subito dopo scatta una cover (con testo leggermente modificato) de "L'italiano vero" di Toto Cutugno, con basso possente e chitarra carica: canto al cielo il ritornello con le lacrime pronte a uscire. Poi un brano sull'andare in guerra, ma nel frattempo il cantante ha cercato di convocare sul palco qualcuno dal pubblico "E' un rito voodoo che facciamo a ogni concerto arrivati a questo punto: qualcuno si deve far rasare a zero da me!, dev'essere come se fosse pronto a partire per la guerra...". Il pensiero di offrirmi volontaria mi attraversa la testa come un fulmine: sarebbe stato un gran bel simbolo ma sono pavida e rimane cosi', un pensiero. Alla fine va un ragazzo dello staff "Di solito insistiamo di piu'" dice il cantante "a volte siamo stati anche mezz'ora, ma adesso dobbiamo lasciare il palco agli amici Marlene...". Fanno ancora un ultimo brano e ci salutano.

Mentre lo staff smonta la strumentazione dei Nobraino e monta quella dei Marlene (un tipo porta la pedaliera di Tesio esattamente davanti a me: bene!, mi dico con soddisfazione) mettono "Pull me under" di sottofondo... porcamiseria, veramente l'universo vuole commuovermi!, in quella famosa annata 99/00 i miei principali riferimenti musicali erano Marlene Kuntz e Dream Theater...

Silenzio.
Buio.

Arriva Godano, alza una mano in segno di saluto e il pubblico scatta.
Le chitarre sono a posto, Tesio imbraccia la Diavoletto nera (dadgad). Silenzio.
Il basso di Lagash che parte potente: no, non puo' essere vero... "Donna L"!
Bang!
Una dichiarazione d'intenti: occhei, e' vero, stasera si balla e si piange, esattamente quello che speravo.
Quasi senza soluzione di continuita' ci attaccano "Overflash" (viaggiare per non tornare mai piu'!, rido e piango: ce l'hanno fatta dopo due brani). Godano e' gia' sudato, Bergia picchia come non mai. Un respiro breve, Godano imbraccia la LesPaul bianca, Tesio sistema il suono... so cosa sta per accadere: "Ape regina" mi colpisce in faccia con tutta la sua potenza, il pezzo delle api mi fa tremare come quando avevo sedici anni. Un altro respiro breve, Tesio imbraccia la LesPaul "left" (cgcggc) e parte "Senza rete" (a mio avviso uno dei momenti migliori de 'Nella tua luce'). E' la prima volta che la sento dal vivo, accidenti se e' potente!, nell'album lo e' senz'altro, ma da qui e' tutta un'altra cosa... e lo sapevo che era suonata con la LesPaul "left"!, mi dico con orgoglio.
Ora pero' ci vuole un pezzo meno tirato, mi e' del tutto evidente: non e' fisicamente possibile reggere un concerto a questo ritmo (giusto gli Stones, ma loro barano...). E infatti e' il turno di "Solstizio", a sorpresa con la Memphis (standard), che ci fa respirare un poco.
Ma i cuneesi vogliono farmi piangere, ormai l'ho capito, e infatti ci attaccano "Ti giro intorno"; qui inevitabilmente il pensiero fa un piccolo balzo da un altra parte, in un altro tempo, un'altra vita, ma mi riprendo subito: niente e nessuno puo' staccarmi da dove sono in questo momento!, sorrido: certo che e' calda 'sta Memphis...
Altro cambio chitarre: LesPaul "Left" e Firebird. Conosco quell'accoppiata, il mio cuore parte, chiudo gli occhi ed ecco, l'arpeggio mi raggiunge: "Ineluttabile"!, e ora si', piango davvero. Tesio alza lo sguardo, mi vede (mi ha cercata su "Ineluttabile", che dolce...) e fa un cenno di saluto con la testa: "grazie!" scandisco io col labiale riferendomi alla scelta del brano e alzo i pollici, lui sorride e mi fa l'occhiolino. Lagash ha qualche problema di jack e a meta' canzone Godano ferma tutto "E' troppo piu' bella col basso!, la rifacciamo da capo appena lui sistema". Ma anche al secondo giro il basso non va: Lagash smadonna nervoso e Godano ferma di nuovo "Se al terzo tentativo va ancora male saltiamo il pezzo e via". Il pubblico protesta, a me si stringe lo stomaco ("no vi prego...", sillabo in direzione di Tesio che mi fa segno di star tranquilla). Ripartono "Vabbeh ormai la conosciamo questa parte" dice Godano ridendo all'inizio dell'arpeggio. In un attimo rientro nell'atmosfera: quel brano ha qualcosa di speciale. Subito dopo e' il momento di "Infinita'"; la chitarra di Tesio e' un fuoco, ho la pelle d'oca nel ritornello, godo, si vede, mi vede, "madonna!" sillabo io con l'espressione di chi gode ogni nota, lui sorride compiaciuto nel rendersi conto che sto cantando la sua chitarra e perde una pennata, lo vedo che ci rimane male ma penso che ce ne siamo accorti solo lui ed io.
Altro cambio di chitarra, di nuovo la Memphis, ed e' il turno de "La canzone che scrivo per te", con Arneodo che tira fuori un impressionante falsetto per la parte che su disco e' di Skin: inatteso, buffo, bello. Segue "Il genio (l'importanza di essere Oscar Wilde)" e balliamo tutti, ormai preda dell'intramontabile fascino marlenico. Un ultimo cambio, Tesio con la Diavoletto, Godano con la stratocaster (e se...). I movimenti preparatori di Godano sono lentissimi (e se...). Prende in mano una bacchetta di batteria: si', avevo ragione, e' lei: "Sonica", un'esplosione assoluta da ogni lato.

Pausa.
Cerco di riprendermi: l'emozione e' tanta, troppa, incontenibile.

Rientrano subito. Tesio ha gia' in braccio la Diavoletto. "Dobbiamo abbassare il volume, sapete l'inquinamento acustico..." dice Godano: evidentemente gli hanno detto che e' ora di fermarsi. "Il prossimo pezzo, con cui vi salutiamo, e' una di quelle un po' meno famose, ma chi ci conosce e ci segue la apprezza molto: si intitola "Malinconica"...". Occhei, mi hanno definitivamente stesa. Salutano, escono, fine.



C'e' una concreta possibilita' che sia l'ultima volta che li vedo suonare, dovevo esserci.

Vado a salutare Riccardo che mi viene incontro nel vedermi: "Come va?" domanda "In partenza" rispondo, e gli racconto. "Li' c'e' uno dei massimi esperti mondiali del mio campo" dico "Ma esattamente il tuo campo qual'e'?, me lo sono sempre domandato..." fa un certo effetto sentirsi una specie di groupie. Un ultimo saluto, un abbraccio anche a lui.

Riflettendoci hanno fatto solo brani fino al 2000 piu' qualche pezzo dell'ultimo album; l'universo ha deciso di girare in modo da regalarmi attimi incredibili prima della partenza: e' un pensiero bellissimo.