lunedì 31 ottobre 2016

Un giorno, un mese, una vita

Chi lo avrebbe mai detto?

Tre anni e mezzo fa, in occasione di quella breve visita da queste parti, mi capito' di fare una chiacchierata con un professore di qui; per altro non uno a caso, ma uno il cui libro di sistemi dinamici (scritto a quattro mani ma vabbeh) mi aveva scaldato il cuore quando ero al terzo anno di universita'.
Insomma, proprio lui mi disse di considerare l'idea di venire qui, che sarebbero stati felici di avermi se mai ne avessi avuta voglia.
Ricordo che annuii educatamente e ringraziai dicendo che ci avrei pensato ma non era vero: in quel momento avevo ben altri progetti, molto lontani dal nordamerica, il mio cuore era a 7650 km da Atlanta, metro piu', metro meno.
E non ho mai fatto mistero della mia antipatia nei confronti dell'Impero.
Eppure.

Eppure, finalmente, sono a casa.
La terronia statunitense mi si confa' assai piu' di quella canadese e non solo dal punto di vista climatico, che certo non e' fattore da trascurare.
Sembra impossibile ma e' cosi': nel grande sud dell'Impero, mi sento a casa come non mi capitava da tre anni e mezzo, come se tutto cio' che e' stato da quella prima visita non sia stato che un'enorme parentesi, una pausa dalla vita vera.
Ho trascorso qui poco piu' di due mesi e mi sento a casa come li', nell'Ontario del sud, non e' stato mai in quei due anni che mi son parsi eterni; e ho gia' piu' amici qui di quanti ne abbia mai avuti li'.

Ci sono stata davvero a Hamilton?, ero io quella che ha fatto amicizia con la ragazza che vendeva le mele al mercato?, e il Portoghese dell'olio era vero?, Gli O., Master H., la neve, il "mio" lago... e' successo davvero?
Si', e' successo davvero: se oggi sono la persona che sono lo devo anche al cielo basso e greve del sud Ontario, agli allenamenti, alle pedalate a meno venti, a York Boulevard.
Eppure.

Eppure a volte mi pare che non sia cosi'.
I ricordi del Canada scivolano dalla mente come acqua, impalpabili, quasi fossero finti.
Anche il contorno non sembra che una favola, una storia che non mi appartiene, raccontata da un'altra persona. Strana storia: era vera?, e' successo?, ero io?

domenica 2 ottobre 2016

Tycho @ Variety Playhouse - Atlanta

28 Settembre 2016

Non lo ho ancora capito se Atlanta e' come la Citta' (maiuscola, quella) ma di certo la sensazione e' che abbia molto da offire: il cielo e' blu, le foglie sugli alberi crescono rigogliose, la gente e' allegra e la vita si fa ogni giorno piu' entusiasmante.

Sto scoprendo inoltre le gioie vere di possedere uno smartphone: il mio rapporto con la tecnologia e' sempre leggermente freddo, ma quando il telefonino e' in grado di dirti quali concerti ci sono nel raggio di 10 kilometri da casa, non solo segnalando gli artisi conosciuti e amati, ma anche quelli che "forse ti interessa visto che ti piace XXX", e' chiaro che il mio cuore si riscalda.
Mercoledi' scorso, per l'appunto, il telefonino mi dice che, dato il mio interesse per gli Explosions in the sky, forse potrebbe per me aver senso andare a sentire i Tycho. "E chi sono i Tycho?", mi domando io... ma fiduciosa salto su un Uber e parto all'avvenutra.

Arrivo al Variety Playhouse e realizzo con orrore che lo spettacolo e' sold out.
Potrei decidere di tornarmene a casa ma a questo punto sono ancor piu' incuriosita: mi metto quindi fuori, insieme agli altri avventori dell'ultimo minuto, alla ricerca (sic!) di bagarini. Quando sono ormai sul punto di arrendermi sento due tipi dire a una coppia qualcosa come "noi abbiamo un biglietto in piu' ma solo uno e lo abbiamo pagato 90 dollari...". Mi inserisco "Novanta no per un gruppo che non ho mai sentito nominare: posso spingermi fino a 50". Ci stanno, gli do i 50 USD ed entriamo.

Una volta dentro ci separiamo e mi guardo intorno alla ricerca di un posto dove godermi lo spettacolo.
E' una specie di teatro, con una zona centrale dotata di polotrncine di velluto e due corridoi laterali e la zona appena sotto il palco per chi vuol ballare; cercherei una poltroncina ma sono tutte prese percio' mi apposto in uno dei due corridoi e aspetto.
Dopo un po' uno dei due tipi con cui sono entrata mi viene a cercare dicendo che hanno trovato tre posti a sedere e invitandomi a unirmi a loro: accetto volentieri, sembrano simpatici e di stare in piedi non mi va per niente.

Non e' il Canada ma e' comunque nordamerica e il ragazzo-spalla non si fa attendere.
Entra solo, agguanta una finta telecaster e suona quattro, forse cinque pezzi strumentali, con sapiente utilizzo del registratore-riproduttore di suoni a dar l'impressione che sul palco di chitarristi ce ne siano almeno tre che ripetono ossessivamente ritmi a meta' tra il folk e il post-rock.
Giovanotto interessante, alcuni passaggi fanno proprio godere le mie orecchie, ma purtroppo non riesco a scoprire come si chiama.

Al termine del tempo concessogli saluta ed esce.
Mentre i tecnici riassestano il palco, sullo sfondo viene proiettata la foto di un paesaggio alpino innevato e uno dei miei compagni di viaggio mi spiega che tutto il concerto sara' cosi', musica e immagini, che uno dei membri del gruppo (il "main guy", dice) e' anche curatore dell'artwork dei dischi, dei poster e cosi' via.

Non lasciano aspettare molto, siamo nelle americhe e domattina tutti si devono svegliare per andare al lavoro.
Entrano dunque i Tycho: batteria, moog, basso (ma a tratti suonera' anche una chitarra) e un altro moog (ma a tratti suonera' anche una chitarra).

Fanno un post-rock elettronico che mi fa pensare piu' agli Air che non agli Explosions in the sky, sono ipnotici nei loro ritmi pseudo-danzerecci e nei suoni morbidi e avvolgenti.
Le immagini sul fondo variano da paesaggi marini, figure caleidoscopiche, visioni oniriche, cieli infiniti, spazi profondi.
Mi torna in mente quella serata in Citta', in cui i Godspeed you! Black Emperor ci avevano ipnotizzati, e una volta di piu' capisco come le differenze climatiche possano influenzare la percezione dell'individuo sulla musica e sulla vita. Il collettivo di Montreal mandava immagini di freddo e tempeste, venti gelidi, calamita'; questi hanno dentro la luce californiana di chi gira in magliettina per dodici mesi l'anno, cosicche', con la loro musica di sottofondo, anche le montagne innevate sembrano un posto caldo, accogliente e felice.

Noi intanto seduti e ammaliati, muoviamo le teste e parte delle spalle; ci sarebbe di che ballare ma nessuno lo fa: anche quelli in piedi, sotto il palco, al massimo ondeggiano leggermente.

L'evvoluzione della musica colta mi colpisce.
Sto assistendo a uno spettacolo di cultura moderna, circondata da colto pubblico cittadino del sud-nobiliare dell'impero moderno, nella citta' dove ormai anche Hollywood si sta trasferendo per ragioni economiche.
E ci sono io, in mezzo a tutto questo, e penso a quelli che ascoltavano un concerto di Beethoven quando Beethoven era vivo ed era la novita', e chiamavano Mozart "classico" e Beethoven "barbaro moderno", ma ci andavano e se lo gustavano.
Poi uscirono le opere, che avevano le parole e quindi erano ancor piu' barbare agli occhi dei colti del tempo; finche' (orrore!) e' stata inventata la chitarra elettrica, e da li' si e' persa l'idea dell'evoluzione, si e' sentito uno strappo e non si e' capito che si trattava dello stesso tipo di processo.
Cambiando gli strumenti e' ovvio che cambi il modo di fare musica.
E in questi anni, finalmente, qualcuno sta prendendo in mano i sintetizzatori in modo ragionato per dire qualcosa.
Perche' la musica, quella vera, e' comunicazione.
E questi ragazzi ci comunicano un universo psichedelico e gioioso con cui entrare in comunione.
E c'e' di che chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.

Nella pausa che precede il bis la gente intorno a me chiede a gran voce un brano, tutti lo stesso, evidentemente un grande successo; lo eseguiranno come secondo brano dell'encore e boh?, mi colpisce meno di altri, ma dovrei dargli un secondo ascolto piu' attento.
In ogni caso sono decisamente soddisfatta di cio' che sto ascoltando.

All'uscita comprero' un album a caso, anzi, l'unico in formato CD visto che gli altri erano solo in vinile (ah, i nuovi giovani radical-chic... devo comprare un lettore di vinili!) e prima o poi ve (ma voi chi?) ne rendero' conto.

Un altro Uber mi riporta a casa, sono le undici e mezzo, l'ora in cui sarebbe cominciato lo spettacolo se fossimo nella vecchia Europa; tutto sommato questo stile mi piace: domattina andro' al lavoro riposata e felice.
Bene.

sabato 24 settembre 2016

Nick Cave & the Bad Seeds - Skeleton tree [2016]

Nero inchiostro, nessuna immagine, nessuna luce o trasparenza, solo nero ad eccezion fatta del nome della band e il titolo dell'album, uno sotto l'altro scritti in un verdazzurro fosforescente e caratteri da shell linux. Appena sotto, il tipico trattino-basso di quando il computer e' in attesa di istruzioni.

Play.

Sia lode e gloria al Re Corvo Nero.

Provo un certo orrore di me stessa nello scrivere di questo album, eppure una forza potente di espiazione mi costringe a farlo.

Spiego.
Generalmente tendo a considerarmi una persona dotata di una certa empatia, e' il mio vanto e il mio tormento, eppure a volte tocco delle punte di cinismo glaciale che mi spaventa.
Poco piu' di un anno fa, quel maledetto 14 luglio, ero con una delle mie migliori amiche (per altro la stessa mia compagna d'avventure in vari concerti, tra cui questo) e sua figlia, venutemi a trovare ad Hamilton per le vacanze estive. Eravamo andate a far colazione con uova e bacon (e salsicce, e patate, e pancackes... oh, io la mattina ho fame!) in un posto di quelli aperti h24, uno di quelli che odorano di malsano e sugna, una di quelle cose che vanno provate almeno una volta per poter dire di essere stati in nordamerica; eravamo li' dunque, pronte a gustarci una luminosa giornata di soleggiato luglio-canadese, quando alla tv del locale passa la terribile notizia: il figlio di Nick Cave e' caduto da una scogliera, si e' schiantato al suolo ed e' morto.
Dopo un primo momento di inevitabile smarrimento sorprendo me stessa nel sentire la mia stessa voce esclamare "Il suo prossimo album, se riesce a farne uno, sara' bellissimo!".
La mia amica aveva sbarrato gli occhi al mio indirizzo: come potevo io pensare una cosa del genere di fronte a un lutto cosi' straziante?, come ho potuto dirlo ad alta voce?, che razza di mostro senza cuore puo' concepire un pensiero simile?, davvero non riuscivo a sentire l'uomo-Cave e il suo tormento?, la mia mente lo capiva ma il mio cuore non lo sentiva, come se si trattasse di una delle sue favole-dark, non di vita vera... perche' non ho provato niente in quel momento?
Orrore.

Certo pero' che avevo ragione: si tratta di un album davvero bellissimo.
Trentanove minuti e quarantasei secondi torcibudella.

Musicalmente l'impressione e' che Skeleton Tree si inserisca perfettamente dietro la scia di Push the sky away, che fra l'altro (a pensarci) e' stato l'album della mia prima recensione su queste pagine, quando ancora non mi era chiaro che piega avrebbe preso questo blog.
Suoni lunghissimi di organi, archi e sintetizzatori, quasi totale assenza di ritmi identificabili, infiniti tappeti arabescati, immancabilmente firmati Warren Ellis, avvolgono la voce del Re Inchiostro e l'accompagnano tenendola per mano.
Direi anzi che questo nuovo lavoro esalti all'ennesima potenza le intuizioni stilistiche del precedente, spingendosi la' dove quello non aveva ancora osato arrivare.

Ma qui ovviamente la voce trema, piange, irrimediabilmente spezzata per sempre, invecchiata senza scampo da un giorno all'altro: vuoto, vuoto, vuoto.
In Push the sky away si poteva ancora perder tempo a pensare alle vite passate, alle infamie, alle gioie, alle delusioni da allontanare, alle occasioni perdute: si poteva ancora ballare un sexy-blues selvaggio.
Ora no, non piu'.
Niente piu' ballate di assassini o blues sensuali, niente piu' ossessioni allucinogene, neanche piu' un dio consolatore: oggi c'e' solo un immenso senso di nulla, c'e' un dolore che non da tregua e non permette di sentire altro.
La morte non e' piu' una favola oscura da raccontare con furbesca malizia: questa volta e' irrimediabilmente reale e si abbatte come una scure sulle corde vocali del nostro e sul suo modo quasi apatico (sic) di sfiorare gli strumenti.
E lui, Mr. Cave, puo' dire cio' che vuole, che questo album non ha a che vedere con suo figlio e che le canzoni sono state scritte precedentemente, ma se il primissimo verso di apertura dell'album recita "You fell from the sky", tu puoi pure far finta di credere che stia davvero parlando del disastro aereo di Shoreham ma la prima immagine che ti si para davanti e' quella del gracile corpo di un quindicenne, con ancora gli allucinogeni in circolo, fracassato sulle rocce di Ovingdean.
Il resto, infondo, e' accademia.
Ed e' disgustoso anche che io sia qui a scriverne.
Non c'e' niente da scrivere, solo da ascoltare, a ripetizione, e lasciarsi avvolgere.

Nick Cave non sara' mai piu' lo stesso uomo che ho visto quella sera.
E' difficile prevedere come evolvera', ma non credo potra' mai piu' emanare quel fascino magnetico di animale selvaggio: un'aura diversa lo avvolge ormai, ascoltare per credere.


Lista delle tracce:

Jesus alone
Rings of Saturn
Girl in amber
Magneto
Anthrocene
I need you
Distant sky
Skeleton tree

martedì 20 settembre 2016

Radici

Elefanti bianchi e neri
Erano un di' scontrosi e fieri
Destinati nella lotta
Tutti quanti alla sconfitta
Triste assai la loro sorte
Guerra porto' tutti alla morte
Solo pochi bianchi e neri
Calmi, astuti, pacifici e sinceri
Fuggire decisero in un boschetto
Contrari loro a qualsiasi conflitto
Figli grigi nacquero in quella situazione
Ma ancora non vedo la nazione
Fatta di quei pacifici animali giganti
Che io e te chiamiamo "Elefanti"

giovedì 1 settembre 2016

Marlene Kuntz - Lunga attesa [2016]

Un corridoio semibuio in prospettiva; le pareti hanno la vernice scrostata, le luci hanno un che di inquietante. Al centro dell'immagine i quattro (ormai si puo' dire) Kuntz, da sinistra a destra Bergia, Lagash, Godano e Tesio, vestiti con completi a meta' strada tra l'elegante e il kitsch. Il nome della band e' il alto, il titolo dell'album in basso, entrambi scritti piccoli, di un bianco perfetto.

Play.

Non e' stata poi lunga l'attesa da "Nella tua luce", giusto un paio d'anni e mezzo, e con la pausa Pansonica a spezzare il silenzio (che poi io oggi piu' che mai penso che Pansonica non sia del tutto degli anni novanta, ma vabbeh...).

Lunga invece, davvero lunga ahime'!, e' stata la mia di attesa. Gioie e dolori della vita oltreoceano, che se e' vero che certe cose mi arrivano in anticipo e' vero anche che le spedizioni dallo Stivale sono state quasi sempre abbastanza problematiche (Monsieur Cambuzat ricordera' di certo le disavventure che abbiamo passato l'anno scorso...).
Ovviamente avevo acquistato il CD in preordine, e altrettanto ovviamente dall'uscita dell'album (fine gennaio) non ho ascoltato niente di cio' che le reti sociali cercavano di propormi: non un singolo, non un video, neanche le musiche che altri avevano scritto sul testo della traccia titolo... niente: il primo ascolto di un disco e' per me un momento sacro, specie se si tratta di un disco di Marlene.
Purtroppo di questi tempi e' impossible rimanere del tutto all'oscuro anche se lo si vorrebbe: l'occhio inevitabilmente cade sui titoli di troppi articoli e alla fine qualche informazione passa, sempre distorta, cosi' che la magia di quel primo ascolto e' rovinata.
Tant'e': vantaggi e svantaggi del mondo moderno.

Finalmente a fine luglio (sic!) ho avuto per le mani questo album e con religioso rispetto lo ho potuto lasciar suonare.

Maledette siano le reti sociali!

Ti capita di intra-leggere di un ritorno di Marlene alle glorie del passato e cosi' quelle chitarre, li' per li', non ti dicono niente, non spiazzano, non sconquassano, peggio, sono vagamente simili a cio' che ti aspettavi ma non si avverte minimamente questo fantomatico "ritorno al passato": manca completamente l'urgenza di quando loro avevano poco piu' di trent'anni e tu neanche quindici, che poi era tutto il senso di quella Marlene, sicche' riesci solo a domandarti come sia potuto accadere che Godano stia utilizzando la parola "populista" in un testo.
Possibile che proprio quando tutto il mondo si ritrova entusiasta sotto le bandiere del vecchio logo io, proprio io, la fan-acritica, debba storcere la bocca?, non e' che mi sono improvvisamente trasformata in uno di quegli sgradevoli dottor Livore mai contenti?

Poi arriva "Lunga attesa" e cambia tutto: che figli di puttana!, ti dici alla romana sorridendo d'ammirazione.
E cosi' da traccia quattro in poi, tutto l'ascolto del disco cambia completamente e Marlene torna a parlare con la sua voce ruvida e sensuale. E tu resti li', ammaliato e sospeso, mentre lei ti sferza.
E poi via da capo con il secondo, il terzo, il quarto ascolto, e ancora e ancora e ancora.
Senza mai saziarsene.

Quelli che parlano (scrivono) di un ritorno al passato non hanno capito niente.
Ecco, lo ho detto.
Perentorio.
E ora lo elaboro.

Il percorso di Marlene magari non e' lineare ma certamente e' unidirezionale: non torna mai indietro, il suo cammino la spinge comunque sempre altrove.
Marlene non sa stare ferma.
Queste chitarre, seppur graffianti, sono ben lontane da quelle degli anni novanta: grezze e urgenti quelle, raffinate ed eleganti queste, parlano di esseri umani diversi!
Anche i ritmi sono diversi: puoi ascoltarli quanto vuoi, ma nessuno di questi brani sarebbe stato bene dentro "Il vile", che che se ne scriva.
Certo, i passaggi arabo-rock di Tesio sono sempre li', Bergia picchia sempre, il braccio destro di Godano e' sempre rigido e nervoso, e infondo anche io resto sempre la bambina che giocava piu' volentieri da sola con un arco di legno costruito personalmente con un ramo e un pezzo di spago. Pero' ovviamente io oggi sono anche un'altra cosa, ho addirittura un capello bianco (di cui vado fierissima!) e qualche problema al nervo sciatico; e cosi' anche Marlene, pur rimanendo la rockettara degli anni novanta, oggi e' una Signora di cinquant'anni che preferisce il vino alla birra.

E mi sento di aggiungere inoltre che senza la "triade intermedia" ("Che cosa vedi"-"Senza peso"-"Bianco sporco") cosi' come senza il tanto villipeso "Uno" (che a me e' sempre piaciuto, ma si sa che sono di parte) non saremmo mai arrivati qui.

Come sempre mi ammaliano i ritmi, che qui piu' che mai sono potenti ed eleganti.
Bergia stuzzica l'ascolto con tocchi inattesi e passi nuovi all'orecchio di chi lo conosce bene.
La mano destra di Tesio mi sembra piu' morbida che mai e anzi, a tratti mi destabilizza con pause e riprese in controtempo di quelle che proprio non ti aspetti... la destra si', proprio lei: di tutte le mani di tutti i chitarristi viventi (tutti!) la mano destra di Tesio e' quella che vorrei avere io!, della sinistra non mi importa, toh, mi tengo anche la mia, ma la destra...
Eppure questa volta, per la prima volta da quando avevo quindici anni, sono anche i testi a stuzzicare la mia curiosita'.
Dice "ma come?, i testi di Godano non ti colpiscono da cosi' tanto tempo?".
Non ho detto questo.
Ma certo questi mi hanno strappato piu' di un sorriso.
Perche' (tanto per fare un esempio) Godano era quello che diceva che la musica dovrebbe essere eterna e non parlare di attualita', perche' l'attualita' svanisce e tra dieci o vent'anni non parla piu' a nessuno... e allora come mai oggi se ne esce con "Charlie Hebdo"? Ebbene ce lo spiega lui stesso, senza troppi giri di parole: "non e' una novita', non c'e' niente di nuovo". Percio' ecco, se in prima battuta ci rimani male all'idea che il fossanese possa aver cambiato idea basta poco per capire che lui e' sempre lui e se la ride di gusto.
Cosi' come non ha piu' remore ad autocitarsi (perche' no?, cosa mai c'e' piu' da nascondere?) nel cercare di riassumere la sua storia, ma l'acme infondo lo raggiunge nell'ammettere "che la vicenda ha una sua complessita' miserevole".

Lagash ormai e' a pieno titolo il quarto Kuntz dopo dieci anni di formazione a tre; anche in Pansonica aveva guadagnato un posto in copertina, ma qui ne apprezziamo davvero la presenza strumentale, se ne inizia a riconoscere la mano, comincia finalmente a dire la sua, e va detto che ci sta proprio bene.

L'unico rimpianto e' quello di vivere a troppi chilometri da un concerto di Marlene, cosa di cui oggi piu' che mai sento la mancanza, ma prima o poi capitera' che io sia nello Stivale durante un tour, perche' per lo Stivale ogni tanto ci si passa, e sara' bellissimo esserci di nuovo, me lo prometto.

Cosi', giusto per coccolare il mio ego in mancanza d'altro, rileggo quello che scrivevo a proposito dell'album precedente e... toh...

Cosa manca per farne un grande album? Sicuramente qualcosa, ma se vogliamo dar credito alla mia teoria, questo qualcosa sara' nel prossimo...

Ma guarda un po'.


Lista delle tracce:

Narrazione
La noia
Niente di nuovo
Lunga attesa
Un po' di requie
Il sole e' la liberta'
Leda
La citta' dormitorio
Sulla strada dei ricordi
Un attimo divino
Fecondita'
Formidabile

martedì 30 agosto 2016

Goodbye Gene


(...si', lo so che questo non era un musicista: con Bud Spencer e la Marchesini mi sono trattenuta a fatica, ma quando e' troppo e' troppo)

sabato 13 agosto 2016

Impressioni a caldo

Atlanta, Hotlanta come la chiamano gli "outsider" (accipicchia se fa caldo... il mio animo terrone esulta!), ti accoglie in modo molto diverso da Hamilton.
Non e' la mia prima volta qui, anzi ieri ho subito ricostruito alcuni momenti di tre anni e mezzo fa, ritrovando anche il posto dove ho lasciato un pezzo della mia caviglia e chissa', forse del mio destino, ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.

Ancora due anni fa il nordamerica era per me un luogo del tutto estraneo: una visita (o piu') di una o due settimane, per vacanza o conferenze, non puo' insegnare niente.
Dopo due anni di vita nell'Ontario del Sud il mio sguardo si accorge di molte piu' cose, ovviamente.

Hamilton e' una citta' disperata.
Atlanta e' una nobildonna del Sud.


La terronia nordamericana ha qualcosa in comune con quella italiana: anche questi sono signori eleganti, decaduti dopo essere stati sconfitti in una guerra "interna" di duecento anni fa, che mantengono comunque la squisitezza del nobile.
La' dove gli Hamiltoniani sono carini e cordiali per dovere climatico, gli Atalantini lo sono per maniera ed istruzione.
La' dove il nordico si chiude in casa per ripararsi dal freddo, questi si ritrovano tutti insieme nel giardino condominiale per un barbecue nel finesettimana.

In metro (anzi, marta) sono spesso l'unica bianca e qualcuno mi ha detto che c'e' tensione razziale, cosa cui immagino dovro' stare attenta, soprattutto se vince zio Donald, ma fin ora non sono stata in grado di percepire alcun che' in questo senso.

A quanto capisco Atlanta si sta anche lentamente trasformando nel "posto dove essere", c'e' forza giovane che arriva ogni giorno con idee e voglia, tutto odora di "inizio": anche la recente campagna acquisti di GeorgiaTech sembra fatta perche' possa nascere qualcosa di nuovo.

E' emozionante pensare che saro' parte di tutto questo.