Nero inchiostro, nessuna immagine, nessuna luce o trasparenza, solo nero ad eccezion fatta del nome della band e il titolo dell'album, uno sotto l'altro scritti in un verdazzurro fosforescente e caratteri da shell linux. Appena sotto, il tipico trattino-basso di quando il computer e' in attesa di istruzioni.
Play.
Sia lode e gloria al Re Corvo Nero.
Provo un certo orrore di me stessa nello scrivere di questo album, eppure una forza potente di espiazione mi costringe a farlo.
Spiego.
Generalmente tendo a considerarmi una persona dotata di una certa empatia, e' il mio vanto e il mio tormento, eppure a volte tocco delle punte di cinismo glaciale che mi spaventa.
Poco piu' di un anno fa, quel maledetto 14 luglio, ero con una delle mie migliori amiche (per altro la stessa mia compagna d'avventure in vari concerti, tra cui questo) e sua figlia, venutemi a trovare ad Hamilton per le vacanze estive. Eravamo andate a far colazione con uova e bacon (e salsicce, e patate, e pancackes... oh, io la mattina ho fame!) in un posto di quelli aperti h24, uno di quelli che odorano di malsano e sugna, una di quelle cose che vanno provate almeno una volta per poter dire di essere stati in nordamerica; eravamo li' dunque, pronte a gustarci una luminosa giornata di soleggiato luglio-canadese, quando alla tv del locale passa la terribile notizia: il figlio di Nick Cave e' caduto da una scogliera, si e' schiantato al suolo ed e' morto.
Dopo un primo momento di inevitabile smarrimento sorprendo me stessa nel sentire la mia stessa voce esclamare "Il suo prossimo album, se riesce a farne uno, sara' bellissimo!".
La mia amica aveva sbarrato gli occhi al mio indirizzo: come potevo io pensare una cosa del genere di fronte a un lutto cosi' straziante?, come ho potuto dirlo ad alta voce?, che razza di mostro senza cuore puo' concepire un pensiero simile?, davvero non riuscivo a sentire l'uomo-Cave e il suo tormento?, la mia mente lo capiva ma il mio cuore non lo sentiva, come se si trattasse di una delle sue favole-dark, non di vita vera... perche' non ho provato niente in quel momento?
Orrore.
Certo pero' che avevo ragione: si tratta di un album davvero bellissimo.
Trentanove minuti e quarantasei secondi torcibudella.
Musicalmente l'impressione e' che Skeleton Tree si inserisca perfettamente dietro la scia di Push the sky away, che fra l'altro (a pensarci) e' stato l'album della mia prima recensione su queste pagine, quando ancora non mi era chiaro che piega avrebbe preso questo blog.
Suoni lunghissimi di organi, archi e sintetizzatori, quasi totale assenza di ritmi identificabili, infiniti tappeti arabescati, immancabilmente firmati Warren Ellis, avvolgono la voce del Re Inchiostro e l'accompagnano tenendola per mano.
Direi anzi che questo nuovo lavoro esalti all'ennesima potenza le intuizioni stilistiche del precedente, spingendosi la' dove quello non aveva ancora osato arrivare.
Ma qui ovviamente la voce trema, piange, irrimediabilmente spezzata per sempre, invecchiata senza scampo da un giorno all'altro: vuoto, vuoto, vuoto.
In Push the sky away si poteva ancora perder tempo a pensare alle vite passate, alle infamie, alle gioie, alle delusioni da allontanare, alle occasioni perdute: si poteva ancora ballare un sexy-blues selvaggio.
Ora no, non piu'.
Niente piu' ballate di assassini o blues sensuali, niente piu' ossessioni allucinogene, neanche piu' un dio consolatore: oggi c'e' solo un immenso senso di nulla, c'e' un dolore che non da tregua e non permette di sentire altro.
La morte non e' piu' una favola oscura da raccontare con furbesca malizia: questa volta e' irrimediabilmente reale e si abbatte come una scure sulle corde vocali del nostro e sul suo modo quasi apatico (sic) di sfiorare gli strumenti.
E lui, Mr. Cave, puo' dire cio' che vuole, che questo album non ha a che vedere con suo figlio e che le canzoni sono state scritte precedentemente, ma se il primissimo verso di apertura dell'album recita "You fell from the sky", tu puoi pure far finta di credere che stia davvero parlando del disastro aereo di Shoreham ma la prima immagine che ti si para davanti e' quella del gracile corpo di un quindicenne, con ancora gli allucinogeni in circolo, fracassato sulle rocce di Ovingdean.
Il resto, infondo, e' accademia.
Ed e' disgustoso anche che io sia qui a scriverne.
Non c'e' niente da scrivere, solo da ascoltare, a ripetizione, e lasciarsi avvolgere.
Nick Cave non sara' mai piu' lo stesso uomo che ho visto quella sera.
E' difficile prevedere come evolvera', ma non credo potra' mai piu' emanare quel fascino magnetico di animale selvaggio: un'aura diversa lo avvolge ormai, ascoltare per credere.
Lista delle tracce:
Jesus alone
Rings of Saturn
Girl in amber
Magneto
Anthrocene
I need you
Distant sky
Skeleton tree
sabato 24 settembre 2016
martedì 20 settembre 2016
Radici
Elefanti bianchi e neri
Erano un di' scontrosi e fieri
Destinati nella lotta
Tutti quanti alla sconfitta
Triste assai la loro sorte
Guerra porto' tutti alla morte
Solo pochi bianchi e neri
Calmi, astuti, pacifici e sinceri
Fuggire decisero in un boschetto
Contrari loro a qualsiasi conflitto
Figli grigi nacquero in quella situazione
Ma ancora non vedo la nazione
Fatta di quei pacifici animali giganti
Che io e te chiamiamo "Elefanti"
Erano un di' scontrosi e fieriDestinati nella lotta
Tutti quanti alla sconfitta
Triste assai la loro sorte
Guerra porto' tutti alla morte
Solo pochi bianchi e neri
Calmi, astuti, pacifici e sinceri
Fuggire decisero in un boschetto
Contrari loro a qualsiasi conflitto
Figli grigi nacquero in quella situazione
Ma ancora non vedo la nazione
Fatta di quei pacifici animali giganti
Che io e te chiamiamo "Elefanti"
giovedì 1 settembre 2016
Marlene Kuntz - Lunga attesa [2016]
Un corridoio semibuio in prospettiva; le pareti hanno la vernice scrostata, le luci hanno un che di inquietante. Al centro dell'immagine i quattro (ormai si puo' dire) Kuntz, da sinistra a destra Bergia, Lagash, Godano e Tesio, vestiti con completi a meta' strada tra l'elegante e il kitsch. Il nome della band e' il alto, il titolo dell'album in basso, entrambi scritti piccoli, di un bianco perfetto.
Play.
Non e' stata poi lunga l'attesa da "Nella tua luce", giusto un paio d'anni e mezzo, e con la pausa Pansonica a spezzare il silenzio (che poi io oggi piu' che mai penso che Pansonica non sia del tutto degli anni novanta, ma vabbeh...).
Lunga invece, davvero lunga ahime'!, e' stata la mia di attesa. Gioie e dolori della vita oltreoceano, che se e' vero che certe cose mi arrivano in anticipo e' vero anche che le spedizioni dallo Stivale sono state quasi sempre abbastanza problematiche (Monsieur Cambuzat ricordera' di certo le disavventure che abbiamo passato l'anno scorso...).
Ovviamente avevo acquistato il CD in preordine, e altrettanto ovviamente dall'uscita dell'album (fine gennaio) non ho ascoltato niente di cio' che le reti sociali cercavano di propormi: non un singolo, non un video, neanche le musiche che altri avevano scritto sul testo della traccia titolo... niente: il primo ascolto di un disco e' per me un momento sacro, specie se si tratta di un disco di Marlene.
Purtroppo di questi tempi e' impossible rimanere del tutto all'oscuro anche se lo si vorrebbe: l'occhio inevitabilmente cade sui titoli di troppi articoli e alla fine qualche informazione passa, sempre distorta, cosi' che la magia di quel primo ascolto e' rovinata.
Tant'e': vantaggi e svantaggi del mondo moderno.
Finalmente a fine luglio (sic!) ho avuto per le mani questo album e con religioso rispetto lo ho potuto lasciar suonare.
Maledette siano le reti sociali!
Ti capita di intra-leggere di un ritorno di Marlene alle glorie del passato e cosi' quelle chitarre, li' per li', non ti dicono niente, non spiazzano, non sconquassano, peggio, sono vagamente simili a cio' che ti aspettavi ma non si avverte minimamente questo fantomatico "ritorno al passato": manca completamente l'urgenza di quando loro avevano poco piu' di trent'anni e tu neanche quindici, che poi era tutto il senso di quella Marlene, sicche' riesci solo a domandarti come sia potuto accadere che Godano stia utilizzando la parola "populista" in un testo.
Possibile che proprio quando tutto il mondo si ritrova entusiasta sotto le bandiere del vecchio logo io, proprio io, la fan-acritica, debba storcere la bocca?, non e' che mi sono improvvisamente trasformata in uno di quegli sgradevoli dottor Livore mai contenti?
Poi arriva "Lunga attesa" e cambia tutto: che figli di puttana!, ti dici alla romana sorridendo d'ammirazione.
E cosi' da traccia quattro in poi, tutto l'ascolto del disco cambia completamente e Marlene torna a parlare con la sua voce ruvida e sensuale. E tu resti li', ammaliato e sospeso, mentre lei ti sferza.
E poi via da capo con il secondo, il terzo, il quarto ascolto, e ancora e ancora e ancora.
Senza mai saziarsene.
Quelli che parlano (scrivono) di un ritorno al passato non hanno capito niente.
Ecco, lo ho detto.
Perentorio.
E ora lo elaboro.
Il percorso di Marlene magari non e' lineare ma certamente e' unidirezionale: non torna mai indietro, il suo cammino la spinge comunque sempre altrove.
Marlene non sa stare ferma.
Queste chitarre, seppur graffianti, sono ben lontane da quelle degli anni novanta: grezze e urgenti quelle, raffinate ed eleganti queste, parlano di esseri umani diversi!
Anche i ritmi sono diversi: puoi ascoltarli quanto vuoi, ma nessuno di questi brani sarebbe stato bene dentro "Il vile", che che se ne scriva.
Certo, i passaggi arabo-rock di Tesio sono sempre li', Bergia picchia sempre, il braccio destro di Godano e' sempre rigido e nervoso, e infondo anche io resto sempre la bambina che giocava piu' volentieri da sola con un arco di legno costruito personalmente con un ramo e un pezzo di spago. Pero' ovviamente io oggi sono anche un'altra cosa, ho addirittura un capello bianco (di cui vado fierissima!) e qualche problema al nervo sciatico; e cosi' anche Marlene, pur rimanendo la rockettara degli anni novanta, oggi e' una Signora di cinquant'anni che preferisce il vino alla birra.
E mi sento di aggiungere inoltre che senza la "triade intermedia" ("Che cosa vedi"-"Senza peso"-"Bianco sporco") cosi' come senza il tanto villipeso "Uno" (che a me e' sempre piaciuto, ma si sa che sono di parte) non saremmo mai arrivati qui.
Come sempre mi ammaliano i ritmi, che qui piu' che mai sono potenti ed eleganti.
Bergia stuzzica l'ascolto con tocchi inattesi e passi nuovi all'orecchio di chi lo conosce bene.
La mano destra di Tesio mi sembra piu' morbida che mai e anzi, a tratti mi destabilizza con pause e riprese in controtempo di quelle che proprio non ti aspetti... la destra si', proprio lei: di tutte le mani di tutti i chitarristi viventi (tutti!) la mano destra di Tesio e' quella che vorrei avere io!, della sinistra non mi importa, toh, mi tengo anche la mia, ma la destra...
Eppure questa volta, per la prima volta da quando avevo quindici anni, sono anche i testi a stuzzicare la mia curiosita'.
Dice "ma come?, i testi di Godano non ti colpiscono da cosi' tanto tempo?".
Non ho detto questo.
Ma certo questi mi hanno strappato piu' di un sorriso.
Perche' (tanto per fare un esempio) Godano era quello che diceva che la musica dovrebbe essere eterna e non parlare di attualita', perche' l'attualita' svanisce e tra dieci o vent'anni non parla piu' a nessuno... e allora come mai oggi se ne esce con "Charlie Hebdo"? Ebbene ce lo spiega lui stesso, senza troppi giri di parole: "non e' una novita', non c'e' niente di nuovo". Percio' ecco, se in prima battuta ci rimani male all'idea che il fossanese possa aver cambiato idea basta poco per capire che lui e' sempre lui e se la ride di gusto.
Cosi' come non ha piu' remore ad autocitarsi (perche' no?, cosa mai c'e' piu' da nascondere?) nel cercare di riassumere la sua storia, ma l'acme infondo lo raggiunge nell'ammettere "che la vicenda ha una sua complessita' miserevole".
Lagash ormai e' a pieno titolo il quarto Kuntz dopo dieci anni di formazione a tre; anche in Pansonica aveva guadagnato un posto in copertina, ma qui ne apprezziamo davvero la presenza strumentale, se ne inizia a riconoscere la mano, comincia finalmente a dire la sua, e va detto che ci sta proprio bene.
L'unico rimpianto e' quello di vivere a troppi chilometri da un concerto di Marlene, cosa di cui oggi piu' che mai sento la mancanza, ma prima o poi capitera' che io sia nello Stivale durante un tour, perche' per lo Stivale ogni tanto ci si passa, e sara' bellissimo esserci di nuovo, me lo prometto.
Cosi', giusto per coccolare il mio ego in mancanza d'altro, rileggo quello che scrivevo a proposito dell'album precedente e... toh...
Cosa manca per farne un grande album? Sicuramente qualcosa, ma se vogliamo dar credito alla mia teoria, questo qualcosa sara' nel prossimo...
Ma guarda un po'.
Lista delle tracce:
Narrazione
La noia
Niente di nuovo
Lunga attesa
Un po' di requie
Il sole e' la liberta'
Leda
La citta' dormitorio
Sulla strada dei ricordi
Un attimo divino
Fecondita'
Formidabile
Play.
Non e' stata poi lunga l'attesa da "Nella tua luce", giusto un paio d'anni e mezzo, e con la pausa Pansonica a spezzare il silenzio (che poi io oggi piu' che mai penso che Pansonica non sia del tutto degli anni novanta, ma vabbeh...).
Lunga invece, davvero lunga ahime'!, e' stata la mia di attesa. Gioie e dolori della vita oltreoceano, che se e' vero che certe cose mi arrivano in anticipo e' vero anche che le spedizioni dallo Stivale sono state quasi sempre abbastanza problematiche (Monsieur Cambuzat ricordera' di certo le disavventure che abbiamo passato l'anno scorso...).
Ovviamente avevo acquistato il CD in preordine, e altrettanto ovviamente dall'uscita dell'album (fine gennaio) non ho ascoltato niente di cio' che le reti sociali cercavano di propormi: non un singolo, non un video, neanche le musiche che altri avevano scritto sul testo della traccia titolo... niente: il primo ascolto di un disco e' per me un momento sacro, specie se si tratta di un disco di Marlene.
Purtroppo di questi tempi e' impossible rimanere del tutto all'oscuro anche se lo si vorrebbe: l'occhio inevitabilmente cade sui titoli di troppi articoli e alla fine qualche informazione passa, sempre distorta, cosi' che la magia di quel primo ascolto e' rovinata.
Tant'e': vantaggi e svantaggi del mondo moderno.
Finalmente a fine luglio (sic!) ho avuto per le mani questo album e con religioso rispetto lo ho potuto lasciar suonare.
Maledette siano le reti sociali!
Ti capita di intra-leggere di un ritorno di Marlene alle glorie del passato e cosi' quelle chitarre, li' per li', non ti dicono niente, non spiazzano, non sconquassano, peggio, sono vagamente simili a cio' che ti aspettavi ma non si avverte minimamente questo fantomatico "ritorno al passato": manca completamente l'urgenza di quando loro avevano poco piu' di trent'anni e tu neanche quindici, che poi era tutto il senso di quella Marlene, sicche' riesci solo a domandarti come sia potuto accadere che Godano stia utilizzando la parola "populista" in un testo.
Possibile che proprio quando tutto il mondo si ritrova entusiasta sotto le bandiere del vecchio logo io, proprio io, la fan-acritica, debba storcere la bocca?, non e' che mi sono improvvisamente trasformata in uno di quegli sgradevoli dottor Livore mai contenti?
Poi arriva "Lunga attesa" e cambia tutto: che figli di puttana!, ti dici alla romana sorridendo d'ammirazione.
E cosi' da traccia quattro in poi, tutto l'ascolto del disco cambia completamente e Marlene torna a parlare con la sua voce ruvida e sensuale. E tu resti li', ammaliato e sospeso, mentre lei ti sferza.
E poi via da capo con il secondo, il terzo, il quarto ascolto, e ancora e ancora e ancora.
Senza mai saziarsene.
Quelli che parlano (scrivono) di un ritorno al passato non hanno capito niente.
Ecco, lo ho detto.
Perentorio.
E ora lo elaboro.
Il percorso di Marlene magari non e' lineare ma certamente e' unidirezionale: non torna mai indietro, il suo cammino la spinge comunque sempre altrove.
Marlene non sa stare ferma.
Queste chitarre, seppur graffianti, sono ben lontane da quelle degli anni novanta: grezze e urgenti quelle, raffinate ed eleganti queste, parlano di esseri umani diversi!
Anche i ritmi sono diversi: puoi ascoltarli quanto vuoi, ma nessuno di questi brani sarebbe stato bene dentro "Il vile", che che se ne scriva.
Certo, i passaggi arabo-rock di Tesio sono sempre li', Bergia picchia sempre, il braccio destro di Godano e' sempre rigido e nervoso, e infondo anche io resto sempre la bambina che giocava piu' volentieri da sola con un arco di legno costruito personalmente con un ramo e un pezzo di spago. Pero' ovviamente io oggi sono anche un'altra cosa, ho addirittura un capello bianco (di cui vado fierissima!) e qualche problema al nervo sciatico; e cosi' anche Marlene, pur rimanendo la rockettara degli anni novanta, oggi e' una Signora di cinquant'anni che preferisce il vino alla birra.
E mi sento di aggiungere inoltre che senza la "triade intermedia" ("Che cosa vedi"-"Senza peso"-"Bianco sporco") cosi' come senza il tanto villipeso "Uno" (che a me e' sempre piaciuto, ma si sa che sono di parte) non saremmo mai arrivati qui.
Come sempre mi ammaliano i ritmi, che qui piu' che mai sono potenti ed eleganti.
Bergia stuzzica l'ascolto con tocchi inattesi e passi nuovi all'orecchio di chi lo conosce bene.
La mano destra di Tesio mi sembra piu' morbida che mai e anzi, a tratti mi destabilizza con pause e riprese in controtempo di quelle che proprio non ti aspetti... la destra si', proprio lei: di tutte le mani di tutti i chitarristi viventi (tutti!) la mano destra di Tesio e' quella che vorrei avere io!, della sinistra non mi importa, toh, mi tengo anche la mia, ma la destra...
Eppure questa volta, per la prima volta da quando avevo quindici anni, sono anche i testi a stuzzicare la mia curiosita'.
Dice "ma come?, i testi di Godano non ti colpiscono da cosi' tanto tempo?".
Non ho detto questo.
Ma certo questi mi hanno strappato piu' di un sorriso.
Perche' (tanto per fare un esempio) Godano era quello che diceva che la musica dovrebbe essere eterna e non parlare di attualita', perche' l'attualita' svanisce e tra dieci o vent'anni non parla piu' a nessuno... e allora come mai oggi se ne esce con "Charlie Hebdo"? Ebbene ce lo spiega lui stesso, senza troppi giri di parole: "non e' una novita', non c'e' niente di nuovo". Percio' ecco, se in prima battuta ci rimani male all'idea che il fossanese possa aver cambiato idea basta poco per capire che lui e' sempre lui e se la ride di gusto.
Cosi' come non ha piu' remore ad autocitarsi (perche' no?, cosa mai c'e' piu' da nascondere?) nel cercare di riassumere la sua storia, ma l'acme infondo lo raggiunge nell'ammettere "che la vicenda ha una sua complessita' miserevole".
Lagash ormai e' a pieno titolo il quarto Kuntz dopo dieci anni di formazione a tre; anche in Pansonica aveva guadagnato un posto in copertina, ma qui ne apprezziamo davvero la presenza strumentale, se ne inizia a riconoscere la mano, comincia finalmente a dire la sua, e va detto che ci sta proprio bene.
L'unico rimpianto e' quello di vivere a troppi chilometri da un concerto di Marlene, cosa di cui oggi piu' che mai sento la mancanza, ma prima o poi capitera' che io sia nello Stivale durante un tour, perche' per lo Stivale ogni tanto ci si passa, e sara' bellissimo esserci di nuovo, me lo prometto.
Cosi', giusto per coccolare il mio ego in mancanza d'altro, rileggo quello che scrivevo a proposito dell'album precedente e... toh...
Cosa manca per farne un grande album? Sicuramente qualcosa, ma se vogliamo dar credito alla mia teoria, questo qualcosa sara' nel prossimo...
Ma guarda un po'.
Lista delle tracce:
Narrazione
La noia
Niente di nuovo
Lunga attesa
Un po' di requie
Il sole e' la liberta'
Leda
La citta' dormitorio
Sulla strada dei ricordi
Un attimo divino
Fecondita'
Formidabile
martedì 30 agosto 2016
Goodbye Gene
(...si', lo so che questo non era un musicista: con Bud Spencer e la Marchesini mi sono trattenuta a fatica, ma quando e' troppo e' troppo)
sabato 13 agosto 2016
Impressioni a caldo
Atlanta, Hotlanta come la chiamano gli "outsider" (accipicchia se fa caldo... il mio animo terrone esulta!), ti accoglie in modo molto diverso da Hamilton.
Non e' la mia prima volta qui, anzi ieri ho subito ricostruito alcuni momenti di tre anni e mezzo fa, ritrovando anche il posto dove ho lasciato un pezzo della mia caviglia e chissa', forse del mio destino, ma questa e' un'altra storia, e si dovra' raccontare un'altra volta.
Ancora due anni fa il nordamerica era per me un luogo del tutto estraneo: una visita (o piu') di una o due settimane, per vacanza o conferenze, non puo' insegnare niente.
Dopo due anni di vita nell'Ontario del Sud il mio sguardo si accorge di molte piu' cose, ovviamente.
Hamilton e' una citta' disperata.
Atlanta e' una nobildonna del Sud.
La terronia nordamericana ha qualcosa in comune con quella italiana: anche questi sono signori eleganti, decaduti dopo essere stati sconfitti in una guerra "interna" di duecento anni fa, che mantengono comunque la squisitezza del nobile.
La' dove gli Hamiltoniani sono carini e cordiali per dovere climatico, gli Atalantini lo sono per maniera ed istruzione.
La' dove il nordico si chiude in casa per ripararsi dal freddo, questi si ritrovano tutti insieme nel giardino condominiale per un barbecue nel finesettimana.
In metro (anzi, marta) sono spesso l'unica bianca e qualcuno mi ha detto che c'e' tensione razziale, cosa cui immagino dovro' stare attenta, soprattutto se vince zio Donald, ma fin ora non sono stata in grado di percepire alcun che' in questo senso.
A quanto capisco Atlanta si sta anche lentamente trasformando nel "posto dove essere", c'e' forza giovane che arriva ogni giorno con idee e voglia, tutto odora di "inizio": anche la recente campagna acquisti di GeorgiaTech sembra fatta perche' possa nascere qualcosa di nuovo.
E' emozionante pensare che saro' parte di tutto questo.
domenica 24 luglio 2016
Wonhyo
"Tutto cio' che crediamo di vedere e' colorato dalle percezioni che abbiamo appreso dagli altri. Quanto impariamo a guardare davvero il mondo intorno a noi, senza questi percezioni apprese, riconosciamo che tutto e' Uno, e non ci sono distinzioni o differenze tra le persone o gli oggetti. Tutto procede dall'Unica Mente, e tutto cio' che un individuo prova non e' che una parte di qull'Unica Mente.
Le persone si sentono cosi' tanto a loro agio con le delusioni dei loro sogni che non hanno voglia di lasciarle andare, e vi si aggrappano con forza quando sono minacciate.
Ma l'universo non ha "buio" ne' "luce", ne' "vita" e ne' "morte": ha solo se' stesso, cosi' com'e', senza etichette.
Le persone tendono ad etichettare le cose, e non appena lo fanno sostengono di aver capito cio' che quelle cose sono e cosa significano, ma le cose che si etichettano non sono mai cio' che si pensa che siano.
Uno puo' pensare di aver ragione nelle proprie etichette, poi magari trova anche altre persone che sono d'accordo con tali etichette e la conseguente visione del mondo: cio' pero' non significa che quelle etichette sono corrette.
Quando una persona si e' risvegliata dalla delusione e dall'auto-soddisfazione, allora puo' riconoscere l'Unica Mente e il fatto che tutte le cose sono una.
Gli esseri umani sono qui, in questo mondo, per raggiungere questo risultato, perche' e' solo qui che si devono affrontare cosi' tante tentazioni da rischiare di essere condotti sulla strada sbagliata, e cosi' la lucentezza dell'illuminazione brilla ancor piu' chiaramente quando e' riconosciuta."
martedì 12 luglio 2016
Swans @ Danforth Music Hall - Toronto
11 luglio 2016
Vivere in nordamerica, bisogna ammetterlo, comporta alcuni indiscutibili vantaggi; vivere a poche miglia dalla citta' (anzi, dalla Citta'), coccola il lato musicofilo dell'individuo che voglia approfittarne.
Toronto d'estate e' la felicita', un'esplosione di luce, di colore, di calore e di sorrisi cosi' intensa da farti quasi dimenticare che l'inverno sia mai esistito; non escludo che la prossimita' dal congedo renda tutto ancora piu' bello ai miei occhi di quanto non sia, ma che importa?, godiamolo finche' ce n'e'.
Al Danforth ci sono gia' stata, a maggio e a settembre dell'anno scorso, in giornate troppo grigie e fredde (si', a maggio e a settembre!) perche' venisse voglia di stare all'aria aperta: oggi e' diverso, oggi e' luglio, fanno trenta gradi e c'e' un sole bellissimo che quasi ti implora di passeggiare per la colorata Greek-Town, dove anche i nomi delle strade vengono riportati sia in caratteri latini che in quelli ellenici. Ah quanto e' bella la Citta'...
Sul biglietto c'e' scritto 7pm e qui sono piuttosto puntuali, ma e' pur sempre un concerto rock: mi metto in coda alle sette e cinque (dio, mi sto forse canadesizzando?). Ho accesso al "main floor", volevo, dovevo, stare in bocca a Mr. Gira: per troppi anni ho sperato di poterlo vedere dal vivo.
Entro dunque, e la sala e' semideserta, tanto che riesco a guadagnare senza il minimo sforzo un posto in prima fila, con i gomiti letteralmente poggiati sul palco, decentrata di forse venti centimetri.
Al centro del palco c'e' uno sgabello con accanto due archetti da violoncello; appena alle spalle dello sgabello un muro di sei (!) amplificatori, con una piccola apertura delle dimensioni esatte della gran cassa della batteria: il resto dello strumento e' nascosto dagli impianti, giusto tom e piatti sono chiaramente distinguibili. Accanto alla fila di amplificatori, sulla sinistra rispetto alla mia visuale, una tastiera a due piani e un'altro ampli alle sue spalle; ancora piu' a sinistra altri due ampli con davanti una chitarra (che non sara' sfiorata per tutto lo spettacolo) e una postazione con sgabello davanti a uno strumento che non riesco a catalogare.
Di sottofondo una musica da rito celtico ci introduce al giusto stato d'animo.
Dopo un po' entra una donna dai lineamenti orientali, credo coreana; indossa una camicia di seta gialla e si muove con decisione. Stende un foulard sullo sgabello, vi poggia accanto, sul pavimento, un tablet e poi va ad aprire una custodia da cui estrae un violoncello. Non un sorriso, non un cenno, niente. Si sistema, imbraccia un archetto, fa partire un cronometro sul tablet e sfiora le corde del violoncello. Ci ripensa "scusate, faro' dei rumori" dice senza la minima inflessione mentre sistema i circuiti dell'amplificazione dello strumento; siamo tutti in solenne attesa.
Chiude gli occhi e attacca.
Magia.
Difficile da descrivere la sua musica/non-musica, il suo percuotere e sfiorare, il noise estremo, la dissonanza totale, la grazia la rabbia: la guardo rapita. Le sue dita si muovono sullo strumento con chirurgica precisione, la bocca e' imbronciata, quasi infastidita, tanto che per certi versi mi fa pensare a un certo pianista geniale, musicalmente emozionale eppure immensamente glaciale col suo pubblico adorante.
Dopo circa dieci-quindici minuti si ferma e si prende un applauso scrosciante dal pubblico Cittadino che era rimasto in totale paralisi fino a quel momento; la donna si alza dallo sgabello, fa due o tre passi e va a sovrastare un ragazzo, circa cinque-sei persone da dove sono io: "Crederesti che non sento se bisbigli eh?" lo fulmina con tono severo e torna a sedere, se possibile con l'aria ancor piu' imbronciata. Chissa' cosa ha sentito con quelle orecchie ultrasoniche.
Ricomincia.
Lo strumento, sotto le sue dita, grida e si dimena: noi tutti siamo di nuovo a bocca aperta e sguardo estatico. Certe cose le ho sentite fare da chitarristi con chili di overdrive, come puo' riuscirci lei?, dalla mia posizione privilegiata vedo addirittura spruzzi di polvere di corda corrosa dalla foga.
Va avanti per altri dieci-quindici minuti e si ferma di nuovo, e nonappena stacca l'archetto dalle corde parte il nostro applauso entusiasta. Fa per alzarsi, si china giusto a guardare il timer sul tablet e decide di risedersi: evidentemente ha ancora tempo a disposizione e, per nostra fortuna, lo usa tutto.
Mi appunto mentalmente di comprare il suo album all'uscita ma purtroppo non lo trovero': dovro' rimandare a dopo il trasloco perche' adesso ho paura che non faccia in tempo... peccato.
Finito il terzo brano si alza definitivamente, china il capo in segno di ringraziamento e senza dire una parola mette via violoncello, foulard, tablet ed esce.
Senza un sorriso.
Buio.
Ora la musica di sottofondo e' un country sbilenco, l'altra anima di Gira che emerge.
Mi guardo intorno e mi accorgo che tutti indossano tappi per le orecchie: cuccioli!, penso.
Nel buio entra Westberg ad accordare la sua chitarra; lo vedo, lo riconosco e mi impressiona la sua magrezza scheletrica. Uno alla volta entrano anche gli altri, Gira incluso, a sistemare i rispettivi strumenti: e' la prima volta che mi capita una cosa del genere, i roadie esistono apposta, no?, la sensazione che mi rimane addosso e' quella che nessuno puo' toccare uno strumento degli Swans.
Ri-buio.
Alle nove in punto entrano i sei: Westberger laggiu' alla mia destra, Pravdica accanto, Puleo dietro le pelli, un inatteso ricciolone alle tastiere (che fine ha fatto Thor Harris?), Hahn alla mia sinistra davanti allo strumento non identificato mastica un chewing-gum, Gira al centro, spalle al pubblico.
Hahn indossa dei plettri da dita e comincia ad arpeggiare dolcemente e freneticamente, il ricciolone lo segue, poi, in crescendo gli altri; e' un brano strumentale che contiene buona parte di "No words/no thoughts" e il resto e' lasciato all'improvvisazione. Col crescendo comincio a sentire le vibrazioni acustiche sul corpo.
Ora.
Una (io) pensa di essere preparato.
Sedici anni di concerti noise-rock non sono certo bruscolini.
Ho assistito ad "Hallucination City" di Glenn Branca all'Auditorium e non l'ho mai dimenticato (oh come s'era pischelli...)
Ho perso il conto delle volte in cui la parte delle api mi e' stata sonicamente sparata addosso mentre ero in primissima fila, letteralmente davanti all'ampli di Tesio.
Il mio lettore mp3 a volte mi chiede se sono sicura di quello che sto facendo con la levetta del volume e prova a convincermi di salvare i timpani finche' sono giovane.
Ma niente, neanche "Hallucination City" poteva prepararmi a questa sera.
I nove amplificatori sembrano tutti puntare contro di me, le spie sul fronte del palco sono talmente vicine che sento anche loro, i miei gomiti vibrano, la sala vibra... guardo i musicisti e mi accorgo che tutti loro indossano tappi per le orecchie... beh quasi tutti: Gira no, le sue deve averle bruciate ai tempi di "Children of God".
Cedo.
Umilmente cedo e appoggio delicatamente gli indici sulle orecchie: per tutta la durata del concerto le mie dita aumenteranno o ridurranno la pressione a seconda del volume, perche' amo troppo la musica per rischiare la sordita'. Come questo pensiero mi attraversa la mente capisco che e' avvenuta in me una trasformazione importante negli ultimi due anni.
Sorrido e torno alla musica.
Sul cantato Gira allarga le braccia come un moderno Mose' davanti al Mar Rosso: invece di separare le acque pero', il nostro Profeta alza e abbassa il volume dei suoi compagni che lo guardano costantemente. Qualcosa nella piega delle labbra, nel modo in cui le arriccia, mi fa pensare a un collega francese che non c'entra assolutamente niente... va a capire perche'.
Alla fine Gira saluta: "grazie perche' accogliete e ricambiate il nostro amore", dice e
attaccano "Screen Shot", col suo ritmo ipnotico e allucinato che sconquassa le membra: nessun dolore, nessun adesso, nessun tempo, nessun qui, guidati dal nostro guru viviamo questo momento come se non ci fosse ne' un prima ne' un dopo.
"Grazie ancora", dice Gira alla fine del brano "se ci amate fateci un bell'applauso".
Urla e applausi.
"Se vi e' piaciuta la prestazione di Okkyung Lee al violoncello fatele sentire un bell'applauso"
Applauso scrosciante, urla di approvazione.
Gira sorride.
Seguono le preghiere: "The cloud of forgetting" prima e "The cloud of unknowing" poi.
Se della prima mi colpisce l'aspetto quasi etereo, la seconda capisco che e' una sinfonia su un atto sessuale: i preliminari, il su e giu', su e giu', che non vuole farti arrivare subito all'orgasmo, ti porta vicino e si ritrae, prolunga ancora e ancora e ancora finche' non arriva l'agognata esplosione che ti pervade, una volta, due, tre, e poi musicisti e pubblico si accasciano esausti, l'uno contro l'altro, ad accarezzarsi con un sorriso stanco.
Gira ringrazia e chiede scusa per la voce (?) "sapete, ieri sera ho bevuto un po' troppo" prova a giustificarsi.
Seguono senza soluzione di continuita' "Some things we do" e "The world looks black".
Guardo ammirata.
Westberger, secco secco, sembra possa rimanerci da un momento all'altro, i giovani Pravdica e Puleo, quando non guardano Gira, si scambiano sguardi d'intesa, il ricciolone gode per l'appunto come un riccio, Hahn sembra spiritato: ogni tanto si massaggia l'avambraccio, segno che lo strumento non identificato lo sta impegnando parecchio. Lo guardo con occhi meravigliati e lui se ne accorge, mi sorride, mi fa l'occhiolino e sillaba un ringraziamento in risposta al mio "uau!".
Chiudono con una "The glowing man" pazzesca.
Non resisto piu'.
In barba al volume stacco completamente le mani dalle orecchie, caccio un foglio e una penna, scrivo "che strumento e' quello?" e lascio scivolare il foglio ai piedi di Hahn che lo legge, mi sorride e mi lascia capire che rispondera'.
L'uomo splendente e' un uomo in cammino: l'esplosione finale ci lascia inebetiti e felici.
Sullo scroscio del pubblico i musicisti raggiungono il fronte del palco e si inchinano tre volte, a toccare il pavimento con le punte delle dita: il bassista addirittura si inginocchia (dolori alla schiena?, eppure e' visibilmente il piu' giovane).
Nell'uscire Hahn si gira verso di me, indica lo strumento, segna un due con la mano come a dire "dammi due minuti" (pausa pipi'?), poi ci ripensa e lo cambia in un tre: alzo i pollici per ringraziarlo.
I ragazzi accanto a me hanno assistito alla scena, letto il mio biglietto e adesso sono curiosi quanto me. Hahn riesce, prende lo strumento dal supporto e me lo avvicina. "E' una specie di chitarra hawaiana" dice. "Vedi?, ti metti qui con le dita e fai casino... beh, in teoria serve per suonare una musica tipo 'Sponge Bob', pero' io non lo so suonare: ammiro molto quelli che lo sanno suonare ma io non ci sono capace!, io sono sicuramente il piu' rumoroso: il piu' rumoroso suonatore ignorante di questo strumento!". "Beh, era davvero bellissimo, complimenti!" dico di rimando, pensandolo sinceramente. Lo ringrazio, gli stringo la mano ed esco.
Alla fermata del pullman verso Hamilton un ragazzo mi si avvicina. "Tutte le persone fighe al concerto degli Swans tornano a Hamilton" dice. Ci metto qualche istante, poi riconosco uno di quelli che si erano fermati a sentire la spiegazione di Hahn.
Chiacchieriamo per tutto il viaggio di ritorno: a quanto pare anche a Hamilton esistono persone dotate di gusto musicale... peccato averlo scoperto solo oggi.
Toronto d'estate e' la felicita', un'esplosione di luce, di colore, di calore e di sorrisi cosi' intensa da farti quasi dimenticare che l'inverno sia mai esistito; non escludo che la prossimita' dal congedo renda tutto ancora piu' bello ai miei occhi di quanto non sia, ma che importa?, godiamolo finche' ce n'e'.
Al Danforth ci sono gia' stata, a maggio e a settembre dell'anno scorso, in giornate troppo grigie e fredde (si', a maggio e a settembre!) perche' venisse voglia di stare all'aria aperta: oggi e' diverso, oggi e' luglio, fanno trenta gradi e c'e' un sole bellissimo che quasi ti implora di passeggiare per la colorata Greek-Town, dove anche i nomi delle strade vengono riportati sia in caratteri latini che in quelli ellenici. Ah quanto e' bella la Citta'...
Sul biglietto c'e' scritto 7pm e qui sono piuttosto puntuali, ma e' pur sempre un concerto rock: mi metto in coda alle sette e cinque (dio, mi sto forse canadesizzando?). Ho accesso al "main floor", volevo, dovevo, stare in bocca a Mr. Gira: per troppi anni ho sperato di poterlo vedere dal vivo.
Entro dunque, e la sala e' semideserta, tanto che riesco a guadagnare senza il minimo sforzo un posto in prima fila, con i gomiti letteralmente poggiati sul palco, decentrata di forse venti centimetri.
Al centro del palco c'e' uno sgabello con accanto due archetti da violoncello; appena alle spalle dello sgabello un muro di sei (!) amplificatori, con una piccola apertura delle dimensioni esatte della gran cassa della batteria: il resto dello strumento e' nascosto dagli impianti, giusto tom e piatti sono chiaramente distinguibili. Accanto alla fila di amplificatori, sulla sinistra rispetto alla mia visuale, una tastiera a due piani e un'altro ampli alle sue spalle; ancora piu' a sinistra altri due ampli con davanti una chitarra (che non sara' sfiorata per tutto lo spettacolo) e una postazione con sgabello davanti a uno strumento che non riesco a catalogare.
Di sottofondo una musica da rito celtico ci introduce al giusto stato d'animo.
Dopo un po' entra una donna dai lineamenti orientali, credo coreana; indossa una camicia di seta gialla e si muove con decisione. Stende un foulard sullo sgabello, vi poggia accanto, sul pavimento, un tablet e poi va ad aprire una custodia da cui estrae un violoncello. Non un sorriso, non un cenno, niente. Si sistema, imbraccia un archetto, fa partire un cronometro sul tablet e sfiora le corde del violoncello. Ci ripensa "scusate, faro' dei rumori" dice senza la minima inflessione mentre sistema i circuiti dell'amplificazione dello strumento; siamo tutti in solenne attesa.
Chiude gli occhi e attacca.
Magia.
Difficile da descrivere la sua musica/non-musica, il suo percuotere e sfiorare, il noise estremo, la dissonanza totale, la grazia la rabbia: la guardo rapita. Le sue dita si muovono sullo strumento con chirurgica precisione, la bocca e' imbronciata, quasi infastidita, tanto che per certi versi mi fa pensare a un certo pianista geniale, musicalmente emozionale eppure immensamente glaciale col suo pubblico adorante.
Dopo circa dieci-quindici minuti si ferma e si prende un applauso scrosciante dal pubblico Cittadino che era rimasto in totale paralisi fino a quel momento; la donna si alza dallo sgabello, fa due o tre passi e va a sovrastare un ragazzo, circa cinque-sei persone da dove sono io: "Crederesti che non sento se bisbigli eh?" lo fulmina con tono severo e torna a sedere, se possibile con l'aria ancor piu' imbronciata. Chissa' cosa ha sentito con quelle orecchie ultrasoniche.
Ricomincia.
Lo strumento, sotto le sue dita, grida e si dimena: noi tutti siamo di nuovo a bocca aperta e sguardo estatico. Certe cose le ho sentite fare da chitarristi con chili di overdrive, come puo' riuscirci lei?, dalla mia posizione privilegiata vedo addirittura spruzzi di polvere di corda corrosa dalla foga.
Va avanti per altri dieci-quindici minuti e si ferma di nuovo, e nonappena stacca l'archetto dalle corde parte il nostro applauso entusiasta. Fa per alzarsi, si china giusto a guardare il timer sul tablet e decide di risedersi: evidentemente ha ancora tempo a disposizione e, per nostra fortuna, lo usa tutto.
Mi appunto mentalmente di comprare il suo album all'uscita ma purtroppo non lo trovero': dovro' rimandare a dopo il trasloco perche' adesso ho paura che non faccia in tempo... peccato.
Finito il terzo brano si alza definitivamente, china il capo in segno di ringraziamento e senza dire una parola mette via violoncello, foulard, tablet ed esce.
Senza un sorriso.
Buio.
Ora la musica di sottofondo e' un country sbilenco, l'altra anima di Gira che emerge.
Mi guardo intorno e mi accorgo che tutti indossano tappi per le orecchie: cuccioli!, penso.
Nel buio entra Westberg ad accordare la sua chitarra; lo vedo, lo riconosco e mi impressiona la sua magrezza scheletrica. Uno alla volta entrano anche gli altri, Gira incluso, a sistemare i rispettivi strumenti: e' la prima volta che mi capita una cosa del genere, i roadie esistono apposta, no?, la sensazione che mi rimane addosso e' quella che nessuno puo' toccare uno strumento degli Swans.
Ri-buio.
Alle nove in punto entrano i sei: Westberger laggiu' alla mia destra, Pravdica accanto, Puleo dietro le pelli, un inatteso ricciolone alle tastiere (che fine ha fatto Thor Harris?), Hahn alla mia sinistra davanti allo strumento non identificato mastica un chewing-gum, Gira al centro, spalle al pubblico.
Hahn indossa dei plettri da dita e comincia ad arpeggiare dolcemente e freneticamente, il ricciolone lo segue, poi, in crescendo gli altri; e' un brano strumentale che contiene buona parte di "No words/no thoughts" e il resto e' lasciato all'improvvisazione. Col crescendo comincio a sentire le vibrazioni acustiche sul corpo.
Ora.
Una (io) pensa di essere preparato.
Sedici anni di concerti noise-rock non sono certo bruscolini.
Ho assistito ad "Hallucination City" di Glenn Branca all'Auditorium e non l'ho mai dimenticato (oh come s'era pischelli...)
Ho perso il conto delle volte in cui la parte delle api mi e' stata sonicamente sparata addosso mentre ero in primissima fila, letteralmente davanti all'ampli di Tesio.
Il mio lettore mp3 a volte mi chiede se sono sicura di quello che sto facendo con la levetta del volume e prova a convincermi di salvare i timpani finche' sono giovane.
Ma niente, neanche "Hallucination City" poteva prepararmi a questa sera.
I nove amplificatori sembrano tutti puntare contro di me, le spie sul fronte del palco sono talmente vicine che sento anche loro, i miei gomiti vibrano, la sala vibra... guardo i musicisti e mi accorgo che tutti loro indossano tappi per le orecchie... beh quasi tutti: Gira no, le sue deve averle bruciate ai tempi di "Children of God".
Cedo.
Umilmente cedo e appoggio delicatamente gli indici sulle orecchie: per tutta la durata del concerto le mie dita aumenteranno o ridurranno la pressione a seconda del volume, perche' amo troppo la musica per rischiare la sordita'. Come questo pensiero mi attraversa la mente capisco che e' avvenuta in me una trasformazione importante negli ultimi due anni.
Sorrido e torno alla musica.
Sul cantato Gira allarga le braccia come un moderno Mose' davanti al Mar Rosso: invece di separare le acque pero', il nostro Profeta alza e abbassa il volume dei suoi compagni che lo guardano costantemente. Qualcosa nella piega delle labbra, nel modo in cui le arriccia, mi fa pensare a un collega francese che non c'entra assolutamente niente... va a capire perche'.
Alla fine Gira saluta: "grazie perche' accogliete e ricambiate il nostro amore", dice e
attaccano "Screen Shot", col suo ritmo ipnotico e allucinato che sconquassa le membra: nessun dolore, nessun adesso, nessun tempo, nessun qui, guidati dal nostro guru viviamo questo momento come se non ci fosse ne' un prima ne' un dopo.
"Grazie ancora", dice Gira alla fine del brano "se ci amate fateci un bell'applauso".
Urla e applausi.
"Se vi e' piaciuta la prestazione di Okkyung Lee al violoncello fatele sentire un bell'applauso"
Applauso scrosciante, urla di approvazione.
Gira sorride.
Seguono le preghiere: "The cloud of forgetting" prima e "The cloud of unknowing" poi.
Se della prima mi colpisce l'aspetto quasi etereo, la seconda capisco che e' una sinfonia su un atto sessuale: i preliminari, il su e giu', su e giu', che non vuole farti arrivare subito all'orgasmo, ti porta vicino e si ritrae, prolunga ancora e ancora e ancora finche' non arriva l'agognata esplosione che ti pervade, una volta, due, tre, e poi musicisti e pubblico si accasciano esausti, l'uno contro l'altro, ad accarezzarsi con un sorriso stanco.
Gira ringrazia e chiede scusa per la voce (?) "sapete, ieri sera ho bevuto un po' troppo" prova a giustificarsi.
Seguono senza soluzione di continuita' "Some things we do" e "The world looks black".
Guardo ammirata.
Westberger, secco secco, sembra possa rimanerci da un momento all'altro, i giovani Pravdica e Puleo, quando non guardano Gira, si scambiano sguardi d'intesa, il ricciolone gode per l'appunto come un riccio, Hahn sembra spiritato: ogni tanto si massaggia l'avambraccio, segno che lo strumento non identificato lo sta impegnando parecchio. Lo guardo con occhi meravigliati e lui se ne accorge, mi sorride, mi fa l'occhiolino e sillaba un ringraziamento in risposta al mio "uau!".
Chiudono con una "The glowing man" pazzesca.
Non resisto piu'.
In barba al volume stacco completamente le mani dalle orecchie, caccio un foglio e una penna, scrivo "che strumento e' quello?" e lascio scivolare il foglio ai piedi di Hahn che lo legge, mi sorride e mi lascia capire che rispondera'.
L'uomo splendente e' un uomo in cammino: l'esplosione finale ci lascia inebetiti e felici.
Sullo scroscio del pubblico i musicisti raggiungono il fronte del palco e si inchinano tre volte, a toccare il pavimento con le punte delle dita: il bassista addirittura si inginocchia (dolori alla schiena?, eppure e' visibilmente il piu' giovane).
Nell'uscire Hahn si gira verso di me, indica lo strumento, segna un due con la mano come a dire "dammi due minuti" (pausa pipi'?), poi ci ripensa e lo cambia in un tre: alzo i pollici per ringraziarlo.
I ragazzi accanto a me hanno assistito alla scena, letto il mio biglietto e adesso sono curiosi quanto me. Hahn riesce, prende lo strumento dal supporto e me lo avvicina. "E' una specie di chitarra hawaiana" dice. "Vedi?, ti metti qui con le dita e fai casino... beh, in teoria serve per suonare una musica tipo 'Sponge Bob', pero' io non lo so suonare: ammiro molto quelli che lo sanno suonare ma io non ci sono capace!, io sono sicuramente il piu' rumoroso: il piu' rumoroso suonatore ignorante di questo strumento!". "Beh, era davvero bellissimo, complimenti!" dico di rimando, pensandolo sinceramente. Lo ringrazio, gli stringo la mano ed esco.
Alla fermata del pullman verso Hamilton un ragazzo mi si avvicina. "Tutte le persone fighe al concerto degli Swans tornano a Hamilton" dice. Ci metto qualche istante, poi riconosco uno di quelli che si erano fermati a sentire la spiegazione di Hahn.
Chiacchieriamo per tutto il viaggio di ritorno: a quanto pare anche a Hamilton esistono persone dotate di gusto musicale... peccato averlo scoperto solo oggi.
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