domenica 27 dicembre 2015

Giorgio Canali plays Joy Division @ Monk Club - Roma

26 dicembre 2015

Quando leggi dell'esistenza di un concerto del genere non puo' che accendertisi qualcosa dentro: se poi sei nella citta' giusta al momento giusto devi andare. Punto.

Organizzo la serata con due amici: una e' quella che e' stata con me qui, qui e qui (robetta...), l'altro e' uno cresciuto a pane "Siberia" e "Desaparecido", uno che aveva l'eta' giusta per farsi scuotere dai CCCP al massimo del loro splendore, uno dotato di un tocco di quella follia buona che lo rende un essere umano unico al mondo.

Il posto e' davvero carino, un circolo ARCI perfettamente adatto ai radical-chic che siamo diventati (mea maxima culpa) e li' per li' un po' mi fa effetto, ma ormai mi ci sto abituando.
In attesa del concerto beviamo una birra seduti su un comodo divanetto in una piccola sala dove stanno proiettando, ma senza volume, Control: certo che l'attore che fa Curtis lo avevano conciato proprio bene!

Entrati nello spazio concerti mi sento toccare su una spalla: mi volto ed ecco "l'immenso T.", un vecchio amico dei tempi delle superiori, uno di quelli del giro dei musicanti (no, "musicisti" sarebbe un termine troppo elevato) adolescenti monteverdini della fine degli anni novanta. Sapevo che avrei incontrato qualcuno di loro questa sera, non ci siamo mai del tutto persi di vista e fa sempre tenerezza incontrarsi in occasioni simili.  Piu' tardi, per mia somma gioia, incontrero' anche un'altro amico di quel tempo, quello che era il mio amico del cuore ma poi la vita ha fatto i suoi giri bislacchi... lui non poteva non esserci, i Joy Division ne ero davvero sicura, ed e' stato dolcissimo vederlo.

Niente gruppo spalla questa sera.
Canali, la Baraldi alla voce (scelta ardita e azzeccatissima) e Greco (Rossofuoco) salgono sul palco verso le undici, forse piu' tardi: il basso e' affidato a zio-computer, la batteria non c'e'.

Attaccano subito con "Atmosphere", con un arpeggio dolcemente distorto di una bellezza implacabile e dolorosa, poi sparano "Transmission" come un turbine punk e cantiamo tutti. Segue una "She's lost control" completamente riarrangiata da brivido, con le note della chitarra di Canali che entrano nelle vene e sconquassano i sensi.
Non si fa a tempo a riprendersi che attaccano una "Days of the Lords" rarefatta e sospesa: in realta' tutte le canzoni, con quel basso pre-registrato e quei duetti di chitarre dai suoni lunghissimi e penetranti, sembrano eteree questa sera, anche quelle piu' veloci ed esplosive. Arriva il turno di "Love will tear us apart" che come la giri e la rigiri e' sempre la piu' ballata dal pubblico. Il tempo di riprendersi e parte "Atrocity exibition" con la Baraldi si dimena sul palco e noi con lei. Poi "Disorder", altra esplosione punk nonostante l'assenza di batteria, e a seguire "Ceremony" che stordisce e fa ballare.
Siamo a "New dawn fades", ipnotica e intensa: chiudo gli occhi e la lascio passare attraverso la pelle, dentro i tessuti organici, infondo alle viscere. Sul finale, lunghissimo, le chitarre si intrecciano facendo venire la pelle d'oca. Letteralmente.
Poi "Twenty four hours" e scariche elettriche che arrivano da tutte le parti. Segue una "Heart and soul" che lascia storditi e senza fiato.
"Direi come fa il papa" dice Canali "il concerto e' finito: andate in pace!, pero' vi faccio prima un ultimo pezzo" e attacca una "Shadowplay" all'ennesima potenza che mi da il colpo di grazia.

Fine.
Di gia'?
Si'.

Scendono dal palco e realizzo che e' davvero gia' finito tutto: e' stato troppo, troppo breve, ne vorrei ancora, andrei avanti per ore.

Capiamoci.
Non era un compito facile, reinterpretare brani che hanno tanto peso storico ed emotivo per tutti i musicofili del rock moderno e' rischioso, i puristi storcono il naso e i dilettanti non capiscono: a mio avviso invece l'operazione e' riuscita perfettamente!, Canali ha reinterpretato i Joy Division in chiave contemporanea, la sua LesPaul calda, ruvida, mistica e sensuale (si', ha reso sensuali i Joy Division!) fischia ancora nelle mie viscere.

Alla fine la mia amica e' stanca e torna a casa; l'amico invece, recentemente tornato single, e' felice e ha voglia di ballare: resto con lui dunque, beviamo un'altra birra e balliamo forse altre due ore nella discoteca rock che ha seguito lo spettacolo.

Passare per l'Italia ha indiscutibilmente dei vantaggi musicali che strappano momenti di dolcezza senza pari.

venerdì 25 dicembre 2015

Marlene Kuntz in Complimenti per la festa - un film di Sbastiano Luca Insigna [2015]

Mi cimento per la prima volta nella recensione di un film, ma infondo non e' un film nel senso stretto del termine e, come potrete (ma voi chi?) forse intuire, si tratta di un'occasione del tutto particolare, il mio primo grande amore musicale, quello che una volta entrato nel cuore non ne esce piu': per chi ne avesse voglia qui i miei scritti in proposito.

Quando un anno fa ho saputo della possibilita' di finanziare il progetto ovviamente non mi sono tirata indietro, anzi ho aderito con gioia ed entusiasmo, sicche' oggi, sotto l'albero, ho un auto-regalo molto speciale: il dvd, la serigrafia che era stata messa sull'amplificatore di Tesio durante il tour dello scorso anno, e (toccando il massimo grado di feticismo musicale da me concepibile) le corde usate della LesPaul "Left", la mia preferita.

Il film parla di "Catartica".

Perche' e' inutile raccontarsela: nella storia della musica italiana "Catartica" ha un ruolo speciale, condiviso (a mio modestissimo e personalissimo giudizio, sia chiaro) con ben pochi altri.

Seguendo musicalmente la scaletta del tour dello scorso anno (ma saltando i brani di Pansonica) ci vengono mostrate immagini del suddetto tour, le scene dei concerti e quelle piu' "casalinghe" dei nostri prima e dopo il palco, mischiate a video risalenti agli anni novanta, partendo dall'epoca in cui "Catartica" non era neanche nelle loro teste (c'erano un po' di canzoni, tanti concerti, tanta voglia) fino al momento in cui Maroccolo entra nelle loro vite, consentendo quindi la nascita di quell'album che cambio' la mia, oltre che la loro.

Ci viene raccontato un processo di creazione che oggi, col senno di poi, appare ineluttabile.

Ci sono le interviste alle persone che c'erano, gli amici di sempre, e mi colpisce violentemente il fatto che io, quei primissimi concerti in giro per lo stivale, non li ho potuti vedere: ahime' sono sempre stata troppo piu' giovane di quanto avrei voluto essere per inclinazione e interessi.

E poi c'e' la Musica, tanta, targata MK, la musica di "Catartica", la musica del mio cuore, quella musica che e' allo stesso tempo una carezza e un pugno sonico in faccia.
Perhe' la musica e' protagonista assoluta di questo documentario, e del resto non poteva che essere cosi'.

E lo leggi negli occhi di Marock che quei ragazzetti cuneesi lo avevano colpito piu' di quanto lui stesso avrebbe potuto immaginare quando li ha chiamati, che dovevano avere dentro un fuoco potente, quello stesso fuoco che ti arriva quando lo stereo ti spara "Sonica" nel cervello, che poi e' lo stesso fuoco che si sente dentro "Musa", checche' se ne dica: e' il sacro fuoco di chi sa far musica e la sa far bene, di chi ha qualcosa da dire e la dice in modo onesto e sincero, senza fronzoli, senza premeditazioni.

Il film e' ottimamente riuscito; non ho molti ricordi di quell'epoca e i pochi che ho sono quelli di una bambina delle elementari, ma quando l'immagino e' cosi' che mi appare: un mondo in cui "Catartica" non esiste e in cui, quasi dal nulla, "Catartica" esplode.

E una menzione d'onore va al montatore per aver incollato ogni canzone da vari momenti di vari concerti dello scorso anno, un lavoro di cesello che da l'impressione di un collage sonico perfetto.
E le immagini di esplodono in faccia e i suoni ti entrano dentro.

Un film per i fan, gli appassionati, i musicofili di vario genere, i nostalgici, i curiosi. Un film per chi, come me, ha amato e ama la bella Marlene. Un film che non so quando sara' disponibile al grande pubblico, ma quando arrivera' sara' un bel regalo per tutti.

martedì 22 dicembre 2015

Julia Holter - Have you in my wilderness [2015]

Su uno sfondo color panna e' centrata una foto in bianco e nero: una parete bianchissima, a destra, in alto, un quadretto con su una scritta illeggibile, in basso uno specchio in cui si riflette una finestra con una piantina invasata sul davanzale; a sinistra la Holter e' appoggiata mollemente alla parete, una mano a spostarsi i capelli da davanti al viso, lo sguardo rivolto verso il basso con aria malinconica.
In alto, sopra la foto, il suo nome; in basso, sotto la foto, il nome dell'album. Appena sotto, piccolo ma visibile, il nome della casa discografica.

Play.

Che incredibile sorpresa mi ha riservato questo inizio-inverno: ecco qualcosa che non avrei potuto prevedere, ecco finalmente uno stimolo musical-intellettuale come non ne ricevevo da tempo.
Ho nelle orecchie una novita': una piacevolissima scoperta (viene dallo spacciatore, siamo chiaramente in territorio a lui affine) che mi pare estremamente difficile da catalogare.

Ritmi zoppi accompagnano le armonie delicate, eleganti e mai banali di questo bell'album.
Ritmi zoppi, non ci si puo' danzare sopra, la mente non vi si puo' adagiare a riposo e certamente non si puo' camminare a ritmo, si rischia di inciampare e farsi male.
Ritmi zoppi, cambi improvvisi eppure stranamente fluidi.
Archi, clavicembali, fiati, strumenti leggeri e persistenti.
E la voce della Holter che non ha tecnicamente niente di speciale, niente che colpisca nel bene o nel male, ma l'intensita' e' quella giusta e ti strappa un sorriso.
Forse un po' intellettual-snob, ma non poi cosi' tanto.

Cos'e' mai?
Non una carezza, non un calcio sulle gengive, non un abbraccio.

Il sentimento che mi arriva da quest'album e' quello di una strana intimita' distorta e impossibile da catalogare, una dolcezza contorta eppure deliziosa, un calore scomodo, una familiarita' di cui non si puo' parlare senza trovarla in un qualche modo ridicola.
E' sentirsi con un amico apposta per litigare su una questione di lana caprina, anzi, trovare una questione di lana caprina su cui poter litigare, scoppiando a ridere prima ancora di salutarsi, semplificando cosi', con una risata, la difficilissima fase dei saluti.
E' rivedersi dopo sei mesi e non riuscire ad abbracciarsi.
E' il mare d'inverno, il cui odore il Lago, per quanto grande, non potra' mai riprodurre, che mi richiama verso casa con voce di sirena.


Lista delle tracce:

Feel you
Silhouette
How long?
Lucette stranded on the Island
Sea calls me home
Night song
Everytime boots
Betsy on the roof
Vasquez
Have you in my wilderness

venerdì 20 novembre 2015

mercoledì 11 novembre 2015

Escalate! - Other brothers [2015]

Lo sfondo e' per tre quarti di colore rosso acceso e un quarto, quello superiore, nero. In basso due figure, due volti in una foto color seppia: uno e' in giacca e cravatta, ha l'aspetto di un giovane e ricco signore di citta' e guarda in macchina, l'altro e' di profilo, porta gli occhiali, si vede meno ma da l'impressione del fricchettone postmoderno. In alto, sul nero, il nome della band e' scritto in modo che la dimensione delle lettere sia crescente, come se il nome esplodesse, col suo punto esclamativo, verso chi guarda. Il titolo dell'album e' affianco, piccolo. "Other" e' color panna come "Escalate!", "brothers" e' marrone. Tutta l'immagine e' sporca, macchiata, come fosse una brutta foto degli anni sessanta.
Il retro del cd (si', val la pena guardare anche quello) e' per tre quarti rosso in alto col nome del gruppo al centro, sempre con lo stesso effetto esplosivo, mentre in basso si riconosce una musicassetta (sic): i brani sono divisi in un romantico lato A e lato B.

Play.

Un paio di settimane fa (ma forse sono gia' diventate tre) fa ero a passeggio a Kensington Market: andare in citta' (anzi, in Citta') mi riempie sempre di buon umore e le domeniche a piedi di Kensington Market sono una goduria, un'esplosione di vita e di colore.

Si passeggiava, il cielo era incredibilmente azzurro, la temperatura insperatamente mite, l'atmosfera distesa, il buonumore diffuso, quando ecco, piu' o meno all'altezza di Bellevue Square, mi si para davanti agli occhi questo terzetto di musicisti elettronici, basso, batteria, tastiere e sintetizzatori vari: inevitabilmente mi fermo incantata.
Sono proprio bravi, non c'e' che dire: il suono e' elettronico eppure c'e' anche qualcosa di funky, progressivo e jazz, e il tutto e' ben suonato, ben strutturato... insomma, un piacere inatteso nel piacere premeditato.
Non ci e' voluto molto perche' mi accorgessi del banchetto che esponeva i cd in vendita: vorrei gustarmi la fine dello spettacolo e avvicinarmi al banchetto in un secondo momento, magari scambiare due parole con i musicisti, ma il ricordo di esperienze recenti e soprattutto lo scalpitare dei miei compagni di avventure evidentemente poco interessati alla musica "d'avanguardia" (si fermeranno duecento metri piu' avanti a sentire il classico quartetto che fa cover di grandi successi, tutti invariabilmente impostati sul giro di do con il fa-maggiore-nordamericano al posto del re-minore... poi uno si domanda perche' non mi sento a mio agio a Hamilton!) mi fanno accelerare l'acquisto.
Peccato.

Comunque l'ascolto in cuffia, se possibile, non fa che aumentare il mio giudizio positivo: qui si sente anche una chitarrina leggera, suonata come si deve, che accompagna il ritmo senza farsi troppo notare ma la cui presenza da spessore e corpo all'insieme. Chissa' come mai quel giorno non c'era.
I brani scivolano morbidi uno dietro l'altro senza soluzione di continuita', il ritmo e' coinvolgente senza ossessione, i giri di basso avvolgono dolcemente l'ascoltatore, in modo appena percettibile, finche' non ne rimane impigliato e avvinto.

A suonare sono due coppie di fratelli, due Kern e due Drygas, mentre in copertina ci sono un terzo Kern e un terzo Drygas: altri fratelli, per l'appunto. Buffo.

E la loro e' una danza ipnotica, intellettualoide-snob quel tanto che basta da coinvolgermi (che posso farci?, sono un'intellettuale-snob, lo ammetto senza vergogna) ma senza esserlo al punto di annoiarmi.
E i due "beeeep" di sei secondi, uno all'inizio e uno a meta', a significare il cambio del lato della cassetta, mi fanno ridere tutte le volte.

Solo la citta' (anzi, la Citta') poteva dare i natali a un suono e un arrangiamento cosi' raffinati: in provincia, come in Boemia, tutto e' immobile.
Chissa', forse il mio non e' un problema col nordamerica, infondo sarei alienata anche a Ladispoli (con tutto l'affetto eh?), verosimilmente anche li' mi sentirei completamente fuori luogo.
Ma intanto sono qui ed e' qui che si deve ballare: magari andando a Toronto piu' spesso.


Lista delle tracce:

*SIDE A
Beeeep
'Sup, sun?
Beat is murder
Aquatic
Other brothers
Where there's vans, there's guns
Alpha beta kappa donna

*SIDE B
Beeeep too
The fourth floor
Blood, sweat and Tom Jones
Calypso
Ampersand
Hiphopany

domenica 1 novembre 2015

Scisma - Mr. Newman [2015]

Una specie di carta da parati brutta, bluastra, puntellata a formare spirali dai bordi rettangolari; e' squarciata in diagonale dall'angolo in alto a destra verso quello in basso a sinistra, e lo squarcio copre gran parte dell'immagine. Dentro lo squarcio una figura umanoide disegnata ad acquarello, una mano, il braccio, uno strano vestito azzurrognolo da bambino o da pupazzo: la testa e' una enorme macchia rosa con altre macchie dentro di colore piu' scuro: la si puo' guardare per ore ma non sembrera' mai una faccia. Il nome della band e il titolo dell'album sono appena sopra quella specie di testa: il primo e' scritto a caratteri bianchi e il secondo, una riga sotto ma traslato sulla destra, neri.

Play.

Insomma siamo alla ri-unione degli Scisma.
Dati i precedenti (qui i miei scritti a riguardo qualora dovessero interessare) nel mettermi all'ascolto di qualcosa scritto da Benvegnu' so che mi arriveranno una serie di colpi ben assestati la' dove fa piu' male: che sia perche' cio' che scrive e' universale o e' semplicemente vero che siamo in risonanza poco importa.

Scarto l'oggetto che ha percorso quasi seimila e cinquecento chilometri (arriva da Zurigo, vai a sapere il perche') e attraversato un oceano, e mi domando quale sia il senso di quest'operazione.
Intendiamoci.
Le ri-unioni sono spesso solo un modo per raccattare del denaro quando non si hanno piu' idee: si fanno un po' di concerti in giro per la gioia dei vecchi fan sentimentali e via.
Ma conoscendo gli Scisma e Benvegnu' non puo' essere questo il caso, non posso crederlo.
Benvegnu' ai miei occhi e' un instancabile cercatore di verita', uno che non torna sui suoi passi solo perche' e' la cosa piu' facile da fare, uno che se suona qualcosa e' perche' la sente nelle viscere: c'e' chi grida al genio ma io sento piuttosto di dover usare la parola "nudo", se si capisce cosa voglio dire. Inoltre, con tutta l'ammirazione che ho sempre avuto per gli Scisma, erano una band di nicchia anche allora, troppo difficili per l'utente medio, e dubito che la loro riunione abbia smosso folle oceaniche: da quaggiu' non posso dirlo con certezza ma ecco, non credo di sbagliare... e allora perche'?, cos'e' quest'album?
Qui pero' si apre un'altra domanda: perche' si erano sciolti?

Con questi pensieri mi metto all'ascolto.

Al primo giro sento subito le enormi differenze con gli Scisma degli anni novanta; tanto per cominciare la musica assomiglia molto a quella dei (plurale!) Paolo Benvegnu', segno che Franchi, Ridolfo Gagliano e Baldini hanno avuto un chiaro impatto sullo stile compositivo del Nostro. Inoltre noto che in tutti i brani la voce principale e' quella dello stesso Benvegnu', diversamente da quanto accadeva prima, quando l'incredibile voce vellutata e sorridente, da eterna bambina, di Sara Mazo la faceva da padrone. Per finire, dettaglio non da poco, la voce di Benvegnu' canta con gioia.

E' solo il primo giro e di solito al primo giro non capisco niente, mi lascio solo trasportare dalla musica, eppure questa volta arrivo a traccia sei, l'ultima traccia dell'EP, ed ecco la prima mazzata, forte, sulle gengive: due voci al telefono che parlano, non dicono niente eppure si capisce tutto.
Cosi', senza neanche una pausa di riflessione, schiaccio di nuovo il tasto play e questo e' quello che sento.

Mr. Newman ha camminato per quasi quindici anni alla ricerca di se' stesso, dopo aver ferito ed essersi ferito. E' inciampato, ha guardato dentro e fuori, "revisionato chiavi e libri mastri per riconoscersi" (diceva "riconoscersi per creare" all'inizio di questo percorso in solitaria, quando era debole in un mare verticale). Mr. Newman ha colpito ed e' stato colpito. Poi, inaspettatamente, ha ritrovato il suo Amore, la musa che aveva abbandonato per troppo Amore, e le chiede di ballare ancora una volta, "senza capire niente", per ritrovare la sua umanita', per diventare appunto un uomo nuovo.
E la guarda ammirato, e l'ama di nuovo, e lascia che le loro voci bellissime si amalgamino come facevano un tempo, e inventa suoni per lei, musica nuova, "un mondo che non finisce mai".
Ha sentito la mancanza di lei come lei ha sentito la mancanza di lui; impossibile dimenticare l'uno lo sguardo dell'altra, incredibile sentirsi perdonati per aver amato "in ritardo" ma e' cosi': l'amore, quello vero, non tiene conto del male ricevuto.
E si puo' suonare musica semplice solo per il gusto di essere di nuovo insieme ("elementare ar cazzo!" dice con ammirazione il mio cuore romano mentre gusto le loro deliziose divagazioni armoniche). Ed hanno ragione a dire che io, ascoltatrice, conosco solo una parte di loro, della loro vita, della loro essenza: di fatto conosco solo cio' che loro vogliono farmi vedere, eppure ho la sensazione di capire cosa mi stanno dicendo.
E' una danza incredibile, bellissima, che non puo' finire, "l'orizzonte e' la meta" anche se fa paura, anche se e' un "salto nel vuoto".
Ma il dato incontestabile e' la gioia di potersi dire a vicenda che "se tutto e' vero e' bellissimo", e che incredibile apertura musicale in quel passaggio!
E appunto parlano al telefono;  lei perplessa dice "non capisco dove vuoi arrivare" ma ride felice: si sono ritrovati. Lui sospira e imbarazzato fa discorsi contorti a proposito dell'alligalli (sic!). E poi lei lo dice "io quindici anni fa non avrei mai immaginato che dopo quindici anni ci saremmo ri-incontrati...".
Ecco qua.

E non sono sicura che "lei" sia effettivamente Sara Mazo o se non siano piuttosto tutti quanti: Sara, Giorgia, Michela, Giovanni e anche il nuovo arrivato Beppe. Ovvero potrebbe benissimo valere l'equazione

lei : Mr. Newman = Scisma : Benvegnu'.

Come s'e' detto conosco solo parte di loro e non voglio azzardare riflessioni che entrino nella loro sfera personale: ho le mie idee ovviamente, ma sono solo mie, permeate della mia storia e non necessariamente applicabili alla loro.
In ogni caso questo e' cio' di cui (mi!) parla Mr. Newman.

E cosi', in un attimo, tutto il senso dello scioglimento e della ri-unione degli Scisma mi si chiarisce. All'epoca non sono stati in grado di gestire il troppo amore, non erano pronti, Benvegnu' non era pronto, non era il tempo. Ora, dopo quindici anni, si puo' sperare di riuscire ad amarsi senza opprimersi.

Quanto a me non credo di essere ancora pronta per mettere da parte questo EP e passare ad altro, non sono sicura lo saro' a breve.
La musica e' calda, avvolgente e ispirata: certa gente non e' proprio capace di scrivere musica brutta!, i movimenti di ogni nota esprimono lo stupore e la gioia di essere di nuovo insieme.

Conseguenze della ri-unione?, vedremo, suppongo.
Per ora ci godiamo questo EP.

E capisco anche che non poteva che essere un EP, un incontro breve tanto per assaggiarsi di nuovo, per amarsi di nuovo, per capire dove si sta andando.
Solo un EP.
Ma intanto godiamocelo.


Lista delle tracce:

Mr. Newman
Neve e resina
Darling, darling!
Musica elementare
Metafisici
Stelle, stelle, stelle