domenica 31 gennaio 2016

Ulan Bator - Abracadabra [2016]

Sfondo nero, nerissimo; dal nero emergono due mani di donna che sorreggono un cuore: l'immagine e' in bianco e nero salvo che per le unghie della donna, laccate di rosso scarlatto, cosi' come in rosso scarlatto sono scritti il nome della band in alto e il titolo dell'album in basso. Un senso di inquietudine grava sul tutto.

Play.

A circa un anno di distanza da quella perlina di rivisitazioni acustiche, ecco che Cambuzat ci propone un nuovo lavoro di inediti, se possibile ancor piu' difficile da raccontare a parole, ma ci provero' lo stesso.

Tornano le atmosfere cupe, la nausea allucinata, il senso di oppressione, i suoni lunghi e pesanti a ripetizione (anzi, "à répétition") musicale che stordiscono e incantano, le iterazioni scardinate solo a tratti da alcuni passaggi armonici inattesi e perfetti.

E' un'ossessione infernale che non lascia scampo, una violenza auditiva che quasi mi riporta al mio primissimo incontro con "Lumière Blanche" (quanto eravamo piccoli e buffi amico mio: lo so che mi leggi, lo sai che parlo di te); d'accordo, quello era il finire degli anni novanta, una vita fa, ed era un'altra me quella che a primo impatto si era lasciata impressionare da quei suoni malati e ubriachi, ma a quanto pare non e' cambiato poi molto.

Anche le atmosfere di "Abracadabra" sono sconvolgenti e ossessive, sebbene meno esplosive; la' dove "Végétale" era una pesante scarica elettrica omicida qui assistiamo piuttosto a un rito di magia nera, alla gelida violenza nei confronti del bue sacrificale il cui cuore ci viene esposto in bella mostra con tutta la sua crudezza, alla carne che si lacera, al sangue che sgorga...
E l'ascoltatore non sa piu' se ha davanti le viscere del bue, quelle di Cambuzat o le sue proprie viscere, attorcigliate sulle corde d'acciaio di una chitarra che non lascia scampo.

Una (io) non vorrebbe scadere nella banalita' ma ecco, secondo me chi dice di aver sentito riverberi di "Ego:Echo" sta in effetti dicendo di aver sentito un tocco di inquietudine à la Gira nei suoi momenti migliori (perche', ne ha di peggiori?). Niente di male, anzi, lo sento anche io, ma in versione Cambuzat del duemilaesedici: chiedo scusa, non so dirlo meglio di cosi' ma spero renda l'idea.
Ormai non c'e' piu' bisogno di violenza dinamica, tant'e' che non si tratta di un album che ha bisogno di essere ascoltato a volume lancinante, anzi, si puo' addirittura mandare in sottofondo; e Cambuzat non ha bisogno di gridare per farci accapponare la pelle, anzi, i suoi bisbigli sono la lama del coltello che penetra nelle viscere.
Intendiamoci: non ne ha bisogno, ma comunque l'ascolto col fedele cuffione a volume sostenuto lascia semplicemente storditi e senza fiato.

Eppure, nonostante tutto cio', questo album esprime anche una strana dolcezza, sia pur perversa e senza speranza, forse memore dell'esperienza acustica, chissa'.

Insomma, a mio modestissimo giudizio si tratta un lavoro di altissimo livello, ma del resto da artisti di questo calibro non so aspettarmi di meno.

Voi (ma voi chi?) che potete, se potete, trovate un modo per andare ad ascoltarli dal vivo: penso possa essere un'esperienza di quelle che lasciano un segno indelebile.


Lista delle tracce:

Chaos
Longues Distances
Coeurrida
Ether
Saint Mars
Evra Kedebra
Holy Wood
Radiant Utopia
Golden Down
Protection

venerdì 29 gennaio 2016

martedì 19 gennaio 2016

domenica 17 gennaio 2016

Muse @ Air Canada Centre - Toronto

16 gennaio 2016

D'accordo, "Drones" non e' rientrato nei miei ascolti preferiti dello scorso anno, ma infondo ho una certa predilezione per il terzetto inglese, oserei dire una specie di affetto che mi ha impedito di abbandonarli al loro destino dopo "The 2nd law", quello si', davvero insignificante; al contrario "Drones" non e' un brutto album, anzi, si e' fatto ascoltare volentieri, e il fatto che non mi abbia folgorata non significa che non mi e' piaciuto, anzi. E se e' vero che bisogna sfruttare il rapido passaggio natalizio per lo Stivale per poter ascoltare Canali o Benvegnu', e' altrettanto vero che ogni musicista che intenda prodursi in una tournee' nordamericana che si rispetti deve passare in citta' (anzi, in Citta'). E i Muse, quando si tratta di concerti, sono famosi per il loro essere in grado farsi rispettare.

L'Air Canada Centre e' lo stadio di Toronto, l'arena dove giocano i Raptors e i Maple Leafs; uno degli ingressi e' su Bay Street, si attraversa la strada e si e' alla fermata del pullman: arrivando in citta' (anzi, in Citta') gia' si vede la fila di persone all'ingresso, e mentre gli altri passeggeri guardano fuori perplessi ("non ci sono partite oggi... che succede?") io ho gia' stampata in faccia l'emozione.

La coda per entrare e' lunghissima ma ordinata; ho comprato il biglietto appena ho saputo dell'evento ma ahime' e' stato due settimane fa e ticketmaster gia' aveva quasi esaurito i posti: niente parterre purtroppo, e anche sugli spalti non e' rimasto molto... non sono in ultima fila ma poco ci manca, raggiungere il mio posto e' una piccola impresa, c'e' da perdersi tra folle in movimento e stand di cibo e birra, ma poi arrivo, mi siedo, e il colpo d'occhio che mi si offre davanti mi ripaga completamente.
Il palco e' al centro dell'arena e pare un'astronave; un disco luminoso al cui centro giace la batteria spaziale di Howard; dal disco si dipartono due passerelle che percorrono quasi tutta la lunghezza del terreno di gioco; quattro microfoni equidistanziati sul disco centrale, altri lungo le passerelle, in modo che Bellamy e Wolstenholme possano fronteggiare a turno un po' tutti. Sopra il palco, sospesa in aria, una specie di postazione di controllo su cui riposano delle sfere trasparenti (???) che potrebbero contenere una persona (il mio pensiero vola a un altro gruppo che in quanto a concerti non la manda certo a dire) e uno o due tecnici a gestire il tutto.
Ogni tanto una voce registrata, con fortissimo accento inglese, ci ricorda che lo spettacolo coinvolgera' molti effetti luminosi quindi si', si possono fare foto, ma "please" spegnete quei flash perche' tutti possano godere degli effetti visivi che abbiamo pensato per voi.
Capisco subito che non ci puo' essere un gruppo spalla: nessuno avrebbe il coraggio di aprire la serata ai Muse su un palco cosi', in un posto cosi'.

Salgono sul palco dei ragazzi, i presentatori, e dicono qualcosa a proposito del fatto che i Muse arriveranno tra pochi minuti, poi una di loro si fa acclamare dalla folla ("she always dreamed to have a whole stadium calling her name") e escono.
Mah.
Ancora qualche minuto, qualche piccolo accorgimento, poi il buio.

Entrano degli strani personaggi con indosso tutine blu fosforescenti, si dispongono intorno al palco come un piccolo esercito e parte l'audio (registrato) di "Drones": le sfere trasparenti si staccano dalla pedana sospesa e ora emanano una luce bluastra, cosi' che ora anche chi non le aveva notate non puo' non vederle... no dai, non possono entrare da li', significherebbe che sono rimasti su quella pedana per tutto questo tempo, non ci posso credere... qualcuno accanto a me deve aver avuto un pensiero simile perche' la sensazione e' che quelle sfere contengano davvero delle persone... ma sul finire del brano e' troppo buio per capire cosa sta succedendo... poi, senza soluzione di continuita', parte "Psycho", si accendono le luci, e capisco che Bellamy e Wolstenholme sono emersi dai lati del palco, che quelle pedane alla fine delle passerelle sono cave, che i due sono stati sollevati dall'interno. Non ho idea di come Howard sia arrivato alla sua postazione ma e' li'. Ed e' un'esplosione. Altro che eleganza inglese: questi sono dei veri coatti sboroni!, addirittura il basso di Wolstenholme, invece di avere i tastini bianchi a segnare le note ha delle lucine rosse! Nel mentre il disco centrale del palco e' percorso da luci che si muovono a ritmo.
Alla fine del brano le sfere tornano in alto e segue "Dead inside": sulle pedane scendono dei veli sui quali vengono proiettate immagini di droidi, il cui volto glaciale mi ricorda vagamente quello del Duca (stretta allo stomaco). Poi un intermezzo di suoni lunghissimi, distortissimi, un interludio, anzi, "Interlude", cui immancabile segue "Hysteria" che sconquassa anime e corpi.
Non ci lasciano il tempo di riprendere il respiro e attaccano una "Citizen Erazed" da brivido, che gia' su disco fa il suo effetto, ma cosi' e' davvero incredibile! Nel mentre realizzo che il disco centrale del palco e' mobile, che se prima Howard era rivolto alla mia destra adesso e' in linea col mio sguardo: perche' insomma, la scenografia cosi' era troppo leggera... sorrido.
A questo punto ci vuole una piccola pausa e infatti parte "The 2nd law: isolated system": il pubblico sembra contento, io alzo un sopracciglio e mi rilasso.
Poi "The Handler" su cui lo spettacolo audiovisivo diventa imponente: Bellamy e Wolstenholme sono a meta' delle pedane, di nuovo sono scesi i veli e vi sono proiettate su due gigantesche mani fosforescenti che muovono dei fili, e Bellamy e Wolstenholme sono marionette guidate (per effetto visivo) da quei fili. Non riesco a resistere, tiro fuori dalla borsa l'aggeggio infernale e filmo... geniali bastardi!
Segue "Resistance", brano che infondo non mi aveva mai detto gran che, eppure questa sera mi fa venire un brivido lungo la schiena: effetto potente della dimensione live.
E' il turno di "Supermassive black hole", mentre sui veli ai lati e intorno al palco vengono proiettate immagini spaziali evocative: Howard picchia come se volesse sfondare le pelli della batteria.
Segue "Prelude" e storco lievemente la bocca ma poi, al posto di "Survival", parte "Starlight" e cantiamo tutti. Mi tornano in mente tutte quelle volte in cui l'ho cantata a squarciagola in macchina, quando ancora avevo una macchina, sulla Colombo in direzione Infernetto, una vita fa. Sorrido con un pizzico di amarezza, perche' la verita' e' che non e' stato quell'aereo a portarmi lontano dalla memoria delle persone a cui importa se vivo o muoio: sono stata io.
Alla fine del brano Bellamy si sposta sulla pedana a sinistra da cui e' emerso un pianoforte, si siede e parte "Apocalypse please": ed e' un'apocalisse sonora, picchiata, sferzata sui tasti, sulle pelli, sulle corde, un brivido da cui e' difficile riprendersi.
E anche l'ugola di Bellamy deve riprendersi evidentemente, perche' sul finale lascia il palco a Howard e Wolstenholme per un brano strumentale col basso distorto e potente dal sapore quasi-metal, e tutti battiamo il tempo con le mani, con i piedi, con le teste.
Torna Bellamy e attaccano "Madness" che si conferma insignificante anche dal vivo purtroppo, seguita da un'altrettanto insignificante "Undisclosed desires". Peccato.
Poi sugli schermi in alto vengono proiettate immagini di guerra e di sottofondo parte l'audio (registrato) di "[JFK]", cui segue una "Reapers" all'ennesima potenza e insomma, piu' ci penso e piu' mi accorgo che sto "Drones" in realta' mi e' piaciuto abbastanza da saper cantare tutti i brani.
E' il momento dei fuochi d'artificio e parte "Time is running out", uno dei miei brani preferiti: la suonavo in versione acustica millenni fa, mi restera' legata addosso per sempre, e questa sera mi fa girare la testa... e accidenti a Bellamy: anche dal vivo tira fuori degli acuti incredibili!
Poi "Uprising", infinitamente attesa dai ragazzi dietro di me che la chiamavano a gran voce da un bel po' ormai, e siamo tutti in piedi a ballare, ed e' irresistibile cantarne il ritornello con tutto il fiato che abbiamo in corpo.
E ancora "The globalist": nel pezzo esplosivo una specie di razzo compie "volando" il giro del palco con fare minaccioso ("sono decisamente i piu' coatti!", penso con ammirazione), mentre nel finale sui veli sopra le rampe vengono proiettate immagini post-apocalittiche di un'alba che sorge sulle macerie di una metropoli nordamericana; a seguire parte di nuovo l'audio (registrato) di "Drones", a chiusura del cerchio mentre i tre escono dal palco.
Potrebbero essere un ottimo finale ma i Nostri non si accontentano.
Riemergono con "Mercy" su cui sparano coriandoli, e l'esplosione di luci mi fa capire che forse il parterre non era davvero pieno (maledetto ticketmaster!) ma sugli spalti non era rimasto un solo buco.
E no, non e' ancora finita (ma dove trovano l'energia???), il gran finale e' lasciato a "Knights of Cydonia", altro brano che ho amato fin dal primo ascolto. Ed e' un coro portentoso quello che si espande nell'arena, "you and I must fight for our rights/you and I must fight to survive!".
Inchini, saluti, lanci di plettri e bacchette.
Fine.

All'uscita, lenti e inesorabili fiocchi di neve benedicono il fiume di persone che si riversa in strada: un gruppetto di ragazzi basso-chitarra-batteria suona rock&roll sul marciapiede, sotto la neve, e una piccola folla vi si e' radunata intorno e balla felice.
Il pullman del rientro e' carico di persone e mi siedo adolescenzialmente per terra: sono stanca morta, ma decisamente felice.

mercoledì 30 dicembre 2015

Paolo Benvegnu' @ Monk Club - Roma

28 dicembre 2015

Il regalo di Natale perfetto prima di tornare alle grigie lande del sud-Ontario: l'ultima data del tour di Earth Hotel.
Il posto e' lo stesso di due giorni fa ma la situazione e' completamente diversa; sara' che e' lunedi' sera ma c'e' davvero poca gente, incredibilmente poca, e quella poca sembra ancor piu' radical-chic di quella che s'e' vista sabato sera: questi sono piu' calmi, piu' adulti, piu' "signori". Infondo, a pensarci, non sorprende poi tanto.
Questa sera sono sola, questa non e' un'esperienza che io possa condividere, il mio legame con la discografia del signor Benvegnu', con i (plurale!) Paolo Benvegnu' o con gli Scisma, e' troppo intimo, troppo privato, troppo nudo: un concerto come questo per me non e' un "semplice" evento musicale, non e' solo musica che cerco e so gia' che non e' solo musica cio' che trovero', che' ogni brano mi parlera' di qualcosa: un luogo, una persona, una sensazione, un ricordo, un sogno. Con questi Signori va sempre cosi', c'e' una strana commistione di musica (e che musica!) ed emozioni, una risonanza che non so spiegare ma che mi impedisce di vivere un loro concerto se non cosi', emotivamente nuda.

Entro presto, la sala e' vuota e agguanto anche troppo facilmente un posto in prima fila al centro del palco, con visuale perfetta su tutti i Musicisti.
Dalla mia postazione, sporgendomi, intravedo accanto ai pedali del Signor Benvegnu' la scaletta: non riesco a leggerla, e' troppo buio e in piu' non voglio guastarmi la sorpresa dei brani, ma sembra ragionevolmente lunga: ottimo!, penso tra me.

Presto entra il ragazzo-spalla, chitarrina classica in braccio, voce leggera: e' da solo sul palco, lui con la sua chitarrina, e penso che ci voglia davvero un gran coraggio per affrontare da soli il pubblico di un altro gruppo.
Si presenta come "Frisino", un nome che e' tutto un programma, e li', su quel palco cosi' grande per lui solo, pare un uccellino; quando si rivolge a noi ha la voce che trema ma al dunque e' perfettamente in grado di tirarla fuori e anche piuttosto bene. Soprattutto mi fa tenerezza il modo in cui ci ringrazia: si vede che quel "grazie!, grazie mille!, grazie!" lo pensa davvero con una certa emozione, c'e' una dolcezza poetica nei suoi modi che mi strappa un sorriso.

Quando esce la sala e' ancora semivuota e a questo punto mi sa che non si riempira' piu': d'accordo, e' lunedi' sera, ma data la mia ammirazione per i Signori in questione sono comunque spiazzata.
Nel mentre i tecnici aggiustano il palco, accordano un'ultima volta gli strumenti, cambiano l'asta del microfono. Esce anche Franchi alla ricerca di qualcosa, perlustrano il palco in lungo e in largo, dietro gli amplificatori, sotto la pedana della tastiera; alla fine trovano una borsa e, soddisfatti, escono: a breve si comincera', penso.

Buio.

Il primo ad uscire e' di nuovo Franchi che, con mia massima sorpresa, va ad imbracciare una chitarra: dietro la batteria siede uno che non avevo mai visto e di cui (chiedo scusa) non ho capito il nome. Poi, in rapida successione, entrano anche gli altri.
Applausi.
Franchi mi vede subito, sorride e mi saluta con la mano; lo ricambio con un sorriso e un compiaciutissimo cenno della testa: non ero sicura che mi avrebbe riconosciuta e ovviamente la cosa mi fa molto piacere.

L'apertura e' affidata a "Orlando" e penso che sono degli assassini seriali a voler cominciare cosi': Orlando parla direttamente con me, riconosco la sua voce, mi fa tenerezza e rabbia vederlo li', tranciato dalla sua stessa trebbiatrice... Peccato che il bilanciamento dei suoni sia tremendo: quel basso e' bellissimo ma cosi' e' troppo forte perche' lo si possa apprezzare, mi rimbomba in faccia e non riesco ad gustarlo completamente, nessuno potrebbe. Non finiscono il brano, non danno il tempo al poveretto di sedersi sulle pietre, lo lasciano li' a gridare mentre tutto gli parla di "lei", e attaccano il ritmo incalzante di "Nello spazio profondo" che stasera mi pare piu' incalzante che mai e concede il tempo di sistemare l'audio. E, inevitabilmente, precipito.
A seguire una "Feed the destruction" potente, lancinante, mi prende lo stomaco: addio Roma, addio casa (e non lo so nemmeno piu' dov'e' "casa", se ne esiste davvero una), addio amici, addio... siete tutti troppo lontani, io sono cosi' dolorosamente lontana... in questi giorni sono di passaggio, mi sento di passaggio, e domani tornero' al silenzio di Hamilton, al cielo grigio e pesante del sud-Ontario, al lago che in inverno e' cosi' silenzioso che il suo rumore rimbomba nel profondo del cuore...
Accidenti non posso commuovermi gia' al terzo brano!, dovrei riprendermi, vorrei riprendermi, ma i Signori non me lo consentono: parte "Avenida silencio", e il mio sguardo torna su King Street, sul ponte della superstrada in una mattina di novembre di un anno fa, mentre camminavo in mezzo a una bufera di neve per andare all'universita', con questa musica nelle orecchie e il pensiero rivolto a Roma morta non in un giorno ma in un istante, in questo istante: "Avenida silencio" e' e restera' quel posto li', quel momento li'... La chiudono con un finale sonico bellissimo, con Franchi che fa magie sul sintetizzatore ed e' un brivido sotto la pelle.
Non paghi fanno seguire "Una nuova innocenza" e capisco una volta di piu' come in quest'anno, dopo un inverno a Hamilton, un giugno sconquassante e un autunno confuso, il mio sentire sia cambiato: non posso pensarci adesso, non ho nessuna voglia di farlo. Guardo il batterista, i sorrisi che gli rivolgono gli altri, e penso che se la sta cavando egregiamente.
Ora anche Baldini mi ha vista e mi fa un cenno col capo: sorrido di rimando e penso che e' incredibile che si ricordino di me.
Finalmente mi concedono un attimo di respiro e suonano "Quando passa lei" che mi riporta a un tempo felice; anche questa volta come sempre, mi strappa un sorriso e un pensiero a cio' che non lascero' mai uscire dalla mia vita: l'intermezzo sonico che ci regalano e' una perlina auditiva che mi riporta nella sala e costringe i miei occhi sulle loro mani, sui loro strumenti.
Segue "Il mare verticale", condita con stacchi sexy-blues che suscitano un orgasmo sonoro: li godo tutti, uno per uno, li lascio penetrare. Quanta bellezza...
La pausa sarebbe finita, "Avanzate, ascoltate" mi scuote le ossa e sta per lanciarmi su un divano in una stanza dalle pareti gialle ma non voglio permetterlo, e' ora di riprendere il controllo della situazione e concentro tutte le energie sul palco, sui musicisti, sulle note che Lazzeri, da li' dietro, accarezza con garbo, sul finale sonico che mi esplode in faccia e mi stordisce.
E' un concerto supersonico quello cui sto assistendo, un concerto bellissimo.
"Il prossimo brano" dice Benvegnu' "e' di un album un po' vecchio che si chiama Hermann, si intitola "Love is talking" ed e' un brano cui siamo molto legati". Vorrei dir loro che anche io sono legata a quel brano, quel giro di basso si attorciglia intorno a me e fa tremare l'aria: cerco di guardare con attenzione le mani di Baldini, vorrei imparare a suonarlo ma ho gia' dimenticato troppo e chissa' ormai quanto ci mettero' a ricostruirlo...
Al termine del brano suoni lunghi, lunghissimi, ci introducono a una versione super-rock di "Suggestionabili" che gridata cosi', con questa potenza, con questa intensita', con questa nudita', e' straziante: mai come oggi l'ho sentita cosi' dolorosamente mia.
Poi altri fischi morbidi e caldi ci conducono per mano verso "Io e te" e qualcosa in quei suoni me la fa indovinare in anticipo: alzo lo sguardo verso Benvegnu', dritto davanti a me, faccio appena in tempo a pensare "vabbeh, allora uccidimi!" ed ecco un altro balzo indietro, le alpi marittime, il cielo in una stanza d'albergo, Mina... associazioni di idee troppo facili per non scadere in un vergognoso cliche'. Franchi allunga i suoni all'infinito con una slide, i tempi sono dilatati come a prolungare la mia agonia (ma che bell'agonizzare!), "e poi dimmi se ci sei" grida Benvegnu' dal fondo dello stomaco, il brano esplode e torno in me.
Alla fine del brano Benvegnu' e Franchi riaccordano le rispettive chitarre in drop-d e di nuovo capisco immediatamente; "Johnny & Jane" suscita in me sentimenti contrastanti di benessere macchiato di attese disattese, perche' nella vita vera la paura non va via montando su un cavallo bianco (che per altro non arriva mai) ne' su un volo transoceanico: fa molto piu' effetto pedalare con tutta la forza che si ha nelle gambe a meno quindici in riva all'Ontario ghiacciato, sotto un cielo grigio pesante come un coperchio. Sorrido e riporto l'attenzione al palco, all'arpeggio, alla Musica.
Alla fine del brano un inchino e via, spariscono rapidamente dietro le tende.

Pausa.
Brevissima.

Sono di nuovo fuori, con "Io ho visto" che mi ricatapulta su un treno, ma e' solo un attimo, un battito di ciglia: tutta la mia attenzione e' incentrata sulle note e sui ritmi di questo brano bellissimo e ne lascio fluire la Musica fuori e dentro di me.
Poi "Nel silenzio" mi strappa un sorriso, mi inumidisce gli occhi di dolcezza e mi toglie il respiro: pensavo che avrei visto altro e invece, a quanto pare, c'e' ancora l'ulivo di Largo Murialdo pochi mesi prima di discutere la tesi di dottorato, poco prima che la Vita prendesse quello spin portentoso la cui forza centrifuga mi ha spedita in Canada.
A chiusura di questa seconda parte "E' solo un sogno" come un anno fa, ma anche qui mi accorgo che la mia percezione e' cambiata e questa volta sono sul 16 in direzione Toronto, sulla QEW, in quel punto della strada dove all'improvviso, da dietro il gruppo di grattacieli residenziali che introducono alla citta' (anzi, alla Citta') appare il lago, si vede la CN Tower avvicinarsi e il cuore si apre alla meraviglia.

Ri-Pausa.
Ri-brevissima.

Emergono e riattaccano da uno splendido finale per "E' solo un sogno", un bell'assolo di Franchi, una notevole coda rock: "prima aveva fatto un finale troppo magro" dice Benvegnu' indicando Franchi con un bel sorriso.
Suonano "Sempiterni sguardi e primati" che tocca ancora una volta le stesse corde, perche' a distanza di un anno mi sento ancora persa nel mondo che ho osato cercare. Questa volta pero' il finale lo cantano davvero e mi rendo conto che se un anno fa avrei pianto tutte le lacrime del mondo oggi mi tocca in modo diverso; la ragazza alla mia destra invece si toglie gli occhiali, si passa una mano sugli occhi e quest'immagine mi colpisce violentemente lasciandomi intuire che qualcosa sta cambiando, che il tempo e' passato, e del resto lo vedo ogni giorno nello specchio, in quel primo capello incontestabilmente bianco di cui vado fierissima, e chissa', forse e' vero che sto camminando bene.
E cosi', su questo pensiero, parte "Cerchi nell'acqua" (cosa avevo scritto un paio di mesi fa a proposito del Signor Uomonuovo che cercava di "riconoscersi per cerare"?, sorrido) per il gran finale sonico-rock: questo e' il messaggio con cui i Benvegnu' ci salutano e chiudono un tour durato quasi un anno e mezzo... occhei, messaggio ricevuto, credo.
Presentazione dei musicisti (e niente, il nome del batterista non l'ho capito...), tre inchini, applausi, buio.

Mi siedo su un divanetto ad aspettare (sperare) di veder emergere Andrea per salutarlo; mi dico che posso aspettare un quarto d'ora e se non esce vado a casa ma sono fortunata, esce prestissimo e mi faccio avanti. Sorride nel vedermi, ci abbracciamo e ci raccontiamo vicende e impressioni dell'ultimo anno quasi fossimo vecchi amici: mi colpisce il pensiero di come l'esperienza con musicraiser abbia fatto nascere una specie di amicizia: anche Luca, quando esce e mi vede, mi saluta con un abbraccio al grido di "la canadese!", ma poi, come e' logico, passa oltre.
Domani ho il volo per Toronto e sono gia' stanca morta, ma Andrea ha voglia di chiacchierare e del resto anche io: i miei tentativi di andar via sono debolissimi nonostante sia una settimana che dormo si' e no quattro ore a notte, nonostante mi aspetti un viaggio di piu' di quindici ore (tra una cosa e l'altra). Sono stati giorni cosi' belli - tra parenti, amici e musica - che tutto sommato mi dico che potro' dormire a Hamilton con Ofelia accanto, che questa e' la mia ultima notte a Roma per un po' e vorrei non finisse mai.
Chiacchieriamo a lungo con Andrea, del Canada, dell'Italia, della vita del matematico, di quella del musicista, mi offre da bere e poi, da gran signore, insiste per non lasciarmi da sola alla ricerca di un taxi a Portonaccio: mi offre quindi un passaggio sul pulmino verso il loro albergo da dove mi fara' chiamare un taxi.

Sul pulmino ad un certo punto trovo il coraggio di girarmi verso Benvegnu', seduto dietro di me, e di ringraziarlo del bellissimo regalo che mi hanno fatto nel venire a chiudere il tour a Roma la sera prima della mia partenza: lui mi ringrazia di rimando e mi stringe la mano con un gesto caldo e sincero.
Poi invito Andrea a venire a suonare a Toronto e li' Benvegnu' mi guarda e dice, con una naturalezza che mi spiazza, "tu hai scritto una cosa bellissima: grazie!" (uh?, io?, cos'e' che avrei fatto?) "massi'... una recensione personalissima in cui c'era quest'immagine dei tuoi passi nella neve..."
Dio...
...seriamente?, l'ha letta?, davvero?, e lo ha colpito tanto da associare Toronto a quello che ho scritto?, io, la matematica con l'animo rock, quella che non ha mai avuto il coraggio di provare a fare la musicista e si e' accontentata di suonare per se' stessa e ancor piu' per se' stessa tiene un blog su cui recensisce, per il bene di nessuno se non il suo, gli album e i concerti che la colpiscono in un senso o in un altro... io, con queste idee sconnesse che riporto a tempo perso, sarei riuscita a colpire le persone che mi prendono a pugni nello stomaco ogni volta che suonano una nota su disco o dal vivo? Andiamo, non ha nessun senso... vorrei dire che non e' niente di che, che sono loro a fare cose meravigliose, che io reagisco e basta, ma mi esce un pessimo "no, vabbeh, tu mi hai fatto male..." cui lui reagisce con un "tu invece mi hai fatto bene...". Metto su il tono spavaldo di quando mi sento fragile e dico che in un paio di giorni arrivera' anche il racconto di questa serata; e' vero ovviamente, e' lo scritto che state (ma voi chi?) leggendo, ma la verita' e' che se fossi da sola probabilmente piangerei e basta: eggia', ho la lacrima facile quando si tratta di commuoversi, ma non in pubblico, mai in pubblico.
...certo che sono ridicola: trentadue anni buttati!
Andrea mi chiede del mio lavoro, dei miei "conti": l'immagine del matematico che fa i conti coi numeri e' difficile da sradicare ma la verita' e' che i matematici sono dei pazzi, dei sognatori, dei poeti... o almeno io lo sono e per la prima volta, nel cercare di spiegarmi con lui, trovo la giusta immagine poetico-musicale, imprecisa ma evocativa, per raccontare cosa faccio.
E in un qualche modo, paradossalmente, lo capisco anche io per la prima volta.
Io non cerco di sfondare nessun limite, il muro dell'ignoto lo lascio sfondare ai professionisti, a gente piu' seria e preparata di me; se me lo chiede un matematico, in gergo, io vado a caccia di moti quasiperiodici in sistemi perturbati; per tutti gli altri - e infondo per me stessa - io cerco l'armonia la' dove dovrebbe esserci il caos, e questo perche' ho intimamente bisogno di credere sia cosi' che va il mondo, perche' l'armonia deve sopravvivere al rumore.

E sul taxi verso casa di mio padre, ripensando alla conversazione con Andrea, un'idea mi fulmina, un'idea semplice e bellissima, di quelle che ti fanno sentire il re degli imbecilli per non averci pensato prima, come solo le idee giuste sanno fare: l'unica speranza che ho per fare matematica davvero bene e' quella di ritrovare l'equilibrio e conciliare la matematica col mio animo di musicofila.
Cosa questo significhi all'atto pratico non ne sono ancora sicura, ma capisco intimamente che e' quello che devo fare.
Un ultimo grazie allora, piu' che mai, dal profondo del cuore.
Ad Andrea, a Benvegnu', agli abbracci degli amici, a quelli dei parenti, ai ritorni in Europa con cadenza piu' o meno semestrale che servono un po' a fare il punto della situazione e a dare nuovo slancio in avanti.
Ora mi aspetta un altro inverno canadese ma paradossalmente non vedo l'ora di affrontarlo: sono sopravvissuta una volta, posso farlo di nuovo e meglio.
Io non... io non ha piu' paura.
Davvero.
Grazie.

domenica 27 dicembre 2015

Giorgio Canali plays Joy Division @ Monk Club - Roma

26 dicembre 2015

Quando leggi dell'esistenza di un concerto del genere non puo' che accendertisi qualcosa dentro: se poi sei nella citta' giusta al momento giusto devi andare. Punto.

Organizzo la serata con due amici: una e' quella che e' stata con me qui, qui e qui (robetta...), l'altro e' uno cresciuto a pane "Siberia" e "Desaparecido", uno che aveva l'eta' giusta per farsi scuotere dai CCCP al massimo del loro splendore, uno dotato di un tocco di quella follia buona che lo rende un essere umano unico al mondo.

Il posto e' davvero carino, un circolo ARCI perfettamente adatto ai radical-chic che siamo diventati (mea maxima culpa) e li' per li' un po' mi fa effetto, ma ormai mi ci sto abituando.
In attesa del concerto beviamo una birra seduti su un comodo divanetto in una piccola sala dove stanno proiettando, ma senza volume, Control: certo che l'attore che fa Curtis lo avevano conciato proprio bene!

Entrati nello spazio concerti mi sento toccare su una spalla: mi volto ed ecco "l'immenso T.", un vecchio amico dei tempi delle superiori, uno di quelli del giro dei musicanti (no, "musicisti" sarebbe un termine troppo elevato) adolescenti monteverdini della fine degli anni novanta. Sapevo che avrei incontrato qualcuno di loro questa sera, non ci siamo mai del tutto persi di vista e fa sempre tenerezza incontrarsi in occasioni simili.  Piu' tardi, per mia somma gioia, incontrero' anche un'altro amico di quel tempo, quello che era il mio amico del cuore ma poi la vita ha fatto i suoi giri bislacchi... lui non poteva non esserci, i Joy Division ne ero davvero sicura, ed e' stato dolcissimo vederlo.

Niente gruppo spalla questa sera.
Canali, la Baraldi alla voce (scelta ardita e azzeccatissima) e Greco (Rossofuoco) salgono sul palco verso le undici, forse piu' tardi: il basso e' affidato a zio-computer, la batteria non c'e'.

Attaccano subito con "Atmosphere", con un arpeggio dolcemente distorto di una bellezza implacabile e dolorosa, poi sparano "Transmission" come un turbine punk e cantiamo tutti. Segue una "She's lost control" completamente riarrangiata da brivido, con le note della chitarra di Canali che entrano nelle vene e sconquassano i sensi.
Non si fa a tempo a riprendersi che attaccano una "Days of the Lords" rarefatta e sospesa: in realta' tutte le canzoni, con quel basso pre-registrato e quei duetti di chitarre dai suoni lunghissimi e penetranti, sembrano eteree questa sera, anche quelle piu' veloci ed esplosive. Arriva il turno di "Love will tear us apart" che come la giri e la rigiri e' sempre la piu' ballata dal pubblico. Il tempo di riprendersi e parte "Atrocity exibition" con la Baraldi si dimena sul palco e noi con lei. Poi "Disorder", altra esplosione punk nonostante l'assenza di batteria, e a seguire "Ceremony" che stordisce e fa ballare.
Siamo a "New dawn fades", ipnotica e intensa: chiudo gli occhi e la lascio passare attraverso la pelle, dentro i tessuti organici, infondo alle viscere. Sul finale, lunghissimo, le chitarre si intrecciano facendo venire la pelle d'oca. Letteralmente.
Poi "Twenty four hours" e scariche elettriche che arrivano da tutte le parti. Segue una "Heart and soul" che lascia storditi e senza fiato.
"Direi come fa il papa" dice Canali "il concerto e' finito: andate in pace!, pero' vi faccio prima un ultimo pezzo" e attacca una "Shadowplay" all'ennesima potenza che mi da il colpo di grazia.

Fine.
Di gia'?
Si'.

Scendono dal palco e realizzo che e' davvero gia' finito tutto: e' stato troppo, troppo breve, ne vorrei ancora, andrei avanti per ore.

Capiamoci.
Non era un compito facile, reinterpretare brani che hanno tanto peso storico ed emotivo per tutti i musicofili del rock moderno e' rischioso, i puristi storcono il naso e i dilettanti non capiscono: a mio avviso invece l'operazione e' riuscita perfettamente!, Canali ha reinterpretato i Joy Division in chiave contemporanea, la sua LesPaul calda, ruvida, mistica e sensuale (si', ha reso sensuali i Joy Division!) fischia ancora nelle mie viscere.

Alla fine la mia amica e' stanca e torna a casa; l'amico invece, recentemente tornato single, e' felice e ha voglia di ballare: resto con lui dunque, beviamo un'altra birra e balliamo forse altre due ore nella discoteca rock che ha seguito lo spettacolo.

Passare per l'Italia ha indiscutibilmente dei vantaggi musicali che strappano momenti di dolcezza senza pari.