martedì 31 gennaio 2017

Goodbye John


(Per favore 2017, per favore: non essere la versione 2.0 del 2016...)

venerdì 27 gennaio 2017

Con i miei occhi

Ho visto un uomo morire.
Morire per un attimo, morire davvero.
Al secondo giorno di una conferenza.

E' mattina, si deve ancora cominciare: al centro di ricerca dove si tiene la conferenza offrono la colazione dalle otto alle nove, poi si attacca a lavorare.
Sono seduta attorno a un tavolo con qualche collega, si chiacchiera del piu' e del meno ancora vagamente storditi dal sonno, qualcuno guada i poster rimasti appesi da ieri sera, altri stanno gia' discutendo alla lavagna; alle nove meno cinque suonano una campanella, e' ora di cominciare.
Ci alziamo tutti in piedi, tutti tranne lui, P., ed e' un attimo realizzare che no, non e' cosi', c'e' qualcosa che non va.
E' li' seduto su una poltroncina, ha gli occhi serrati.
Il suono che emette col respiro, il respiro di chi soffoca, un uomo in apnea; il modo in cui si contorce al rallentatore, si avvolge su se stesso, stringe i pugni, suda, pallido come un lenzuolo; il pacchetto di Marlboro nel taschino della camicia che non riesci a non notare.
K. gli sorregge la testa, V. gli distende i piedi, R. gli prende una mano e gli fa un massaggio che lentamente distende quelle dita che sembravano volersi conficcare nella carne del palmo.

Qualcuno ha chiamato un'ambulanza ma il primo ad arrivare e' un poliziotto (siamo negli Stati, no?) e fa delle domande cui nessuno sa rispondere.
L'unico dato a nostra disposizione e' l'eta'.
Cinquantatre'.
Cinquantatre'? ...no dai, saranno almeno sessantatre'... non puo' essere uno di cinquantatre' anni...
Mai lasciarsi ingannare dall'aspetto.

Poco dopo arrivano i paramedici ed e' la scena di un film: tutti lasciamo spazio, i paramedici hanno un'attrezzatura hollywoodiana, del resto siamo a Los Angeles.
Attaccano il massaggio cardiaco come nei film, solo che nei film non si vede quanto si muove la pancia del malcapitato: e' un gesto di una violenza inaudita, tutto il corpo di P. si muove, il ventre fa su e giu' in risposta ai colpi che riceve gonfiandosi e sgonfiandosi come un palloncino, impossibile che le costole siano rimaste intatte, semplicemente impossibile.
Osservare la scena e' nauseante ma non riesco a distogliere lo sguardo.
Orrore.
La ragazza che e' li' a schiacciare il petto di P. avra' si' e no venticinque anni.
Orrore.
R. si allontana in un corridoio con l'aria di chi semplicemente non puo' guardare, una donna che non conoscevo, tal A.W., va a nascondersi dietro una parete divisoria e piange, singhiozza, grida. Vado da lei per un attimo, provo ad abbracciarla, a sollevarle la testa; lei se ne accorge appena e continua a ripetere "he is my friend... I don't want him to die... he told me before... he was my friend... he is my friend...". Tutte le forze l'hanno abbandonata.
La lascio tra le braccia di un'altra che si e' avvicinata e sembra un'amica, infondo io non sono nessuno, conosco a malapena tre persone, questa e' una comunita' nuova per me.

Con P. ci avevo parlato cinque minuti la sera prima; lo conoscevo di nome perche' sto lavorando a un problema che nasce da una domanda posta da lui; il giorno prima durante un seminario aveva fatto un commento che aveva risvegliato in me un vecchio sogno-matematico andato in frantumi... inevitabilmente lo avevo fermato e costretto davanti a una lavagna, ma la sua risposta non era stata neanche lontanamente soddisfacente: ahime' ormai ci sono abituata, quello e' il mio sogno-matematico, non una domandina qualunque, non mi aspetto si possa risolvere cosi', infondo non mi aspetto neanche piu' che si possa risolvere... ma sto divagando, tanto per cambiare.
Rimane il fatto che ci avevo parlato, che era stato molto carino, che mi aveva lasciato una punta di amaro, che mi ero ripromessa di parlarci con piu' calma in un altro momento, ma che tutto sommato P. non e' niente per me: un nome, un volto, una voce profonda e pacata con forte accento russo.
Mi domando chi tra le persone dell'ambiente dei matematici che ho frequentato negli anni passati scatenerebbe in me una reazione simile a quella di A.W.: amici e famiglia non riesco neanche a processarli.
Un lampo veloce va alla moglie di P. che K. sta cercando di contattare via skype, ma allontano subito il pensiero perche' e' troppo straziante immaginare di essere all'altro capo di quella connessione internet.
Mi vedo a una conferenza nel futuro e a turno, uno per uno, li vedo cadere tutti, chi per nome, chi per cognome: E., K., K., G., W. (doloroso strappo al cuore anche solo pensarlo), R., W., G. (e semplicemente non riesco piu' a muovermi, a respirare, non sento piu' le gambe, perdo ogni forza), M., D.... non posso andare avanti.

Il rumore periodico della macchina cardiaca lascia ipnotizzati fino all'attimo, quello da film, in cui viene emesso un suono unico, continuo, persistente: il suono della morte in ospedale.
Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee...
I paramedici insistono, il massaggio cardiaco si fa se possibile ancora piu' violento.
Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee...
Ancora un tentativo frenetico, le gambe di P. sono percorse da uno spasmo.
Beep, beep, beep, beep, beep...
Il torso di P. comincia a muoversi lentamente.
Respira.
Respira.
Respira.
Respira.

Lo portano via.
Col passare delle ore, dei giorni, siamo raggiunti da notizie.
Lo stanno per operare,
lo hanno operato, il suo corpo ha reagito bene,
la temperatura corporea e' stata abbassata (davvero fanno queste cose?) ma si sta riprendendo,
ancora non e' cosciente ma sta recuperando,
e' sveglio, sua moglie e sua figlia sono con lui, e' fuori pericolo.
Ogni notizia e' un sospiro.

Sono ancora sottosopra.
Rido, cazzeggio, allontano le immagini con tutta la forza che ho in corpo, ma la verita' e' che assistere con occhi sbarrati alla morte, sia pur temporanea, di un essere umano ti cambia qualcosa dentro.

lunedì 23 gennaio 2017

Tschuss Jaki



(Questo 2017 non e' che cominci sotto i migliori auspici...)